B.
Gates Business @lla velocità del pensiero
L’informatica
e Internet favoriscono la cultura della condivisione del sapere.
Il nuovo secolo si apre all’insegna della velocità: la velocità con la quale
cambierà la natura stessa del mondo imprenditoriale, la velocità con la quale
avverranno le transazioni economiche, la velocità di accesso alle informazioni
grazie alle quali i consumatori vedranno modificarsi il proprio stile di vita e
le proprie aspettative nei confronti delle aziende. Le migliorie in termini di
qualità e di sviluppo dei processi aziendali saranno molto più frequenti, e
quando l’incremento di velocità dei vari settori di un’azienda raggiunge un
certo livello è la natura stessa dell’impresa che si modifica.
Un’organizzazione funziona al meglio se possiede un’infrastruttura digitale
paragonabile al sistema nervoso umano, un sistema nervoso digitale capace di
distribuire istantaneamente le informazioni a tutti coloro che ne hanno bisogno,
concentrandosi su quelle più importanti ed escludendo quelle superflue, per
reagire prontamente ad emergenze ed opportunità, percepire le condizioni
ambientali, cogliere le sfide della concorrenza e i bisogni dei clienti, reagire
ai mutamenti , consentire sempre il
massimo livello di apprendimento. Il flusso di informazioni rappresenta la linfa
vitale dell’azienda, in quanto consente di ottenere il massimo dai propri
dipendenti e di imparare dai propri clienti facendo emergere in modo rapido
fatti e idee dai livelli inferiori della società.
Nello sviluppo di una conoscenza approfondita dell’azienda, un sistema nervoso
digitale, assolve a due finalità primarie: estendere le capacità analitiche
dell’individuo, allo stesso modo in cui le macchine potenziano le capacità
fisiche, e sommare le capacità dei singoli individui per creare
un’intelligenza istituzionale e una capacità collettiva di intervento un
sistema nervoso digitale cerca di creare l’eccellenza dell’azienda
dall’eccellenza delle singole individualità, a beneficio del cliente. Si
realizza un ottimo sistema nervoso digitale quando le informazioni circolano
nella propria organizzazione con la stessa rapidità e naturalezza del pensiero
nella mente umana e quando è possibile utilizzare la tecnologia per guidare e
coordinare gruppi di persone con la stessa velocità con la quale si riesce ad
assegnare un incarico a un singolo individuo. E’ il business alla velocità
del pensiero.
Il knowledge management non è
altro che la gestione del flusso di informazioni per far pervenire le
informazioni giuste alle persone che ne hanno bisogno, affinché possano
utilizzarle velocemente. Il fine è quello di aumentare il livello di
intelligenza istituzionale ossia la misura in cui coloro che lavorano insieme
sanno condividere le informazioni in modo semplice ed esteso, nonché il modo in
cui ognuno è in grado di sviluppare le idee degli altri.
Il knowledge management deve essere concepito come un investimento in capitale
intellettuale che conduce, alla fine, al raggiungimento di un quoziente
intellettivo aziendale più elevato, cioè alla migliore capacità
dell’azienda di ottenere un pensiero e un’azione collettivi. L’idea di
capitale intellettuale è più di un concetto di management: è il valore
intrinseco della proprietà intellettuale di un’azienda e del sapere dei suoi
dipendenti. La gestione corretta di questo capitale fa crescere il quoziente
intellettivo dell’azienda e può avere maggiore influsso sul valore
dell’azienda stessa. Sempre più, gli analisti finanziari guardano oltre alle
disponibilità finanziarie delle aziende e la presenza sul mercato per
concentrare la loro attenzione sulle modalità di gestione della proprietà
intellettuale e delle risorse intellettuali.
Le imprese vengono create perché l costo addizionale da sostenere per
organizzarle e mantenerle è minore dei costi di transazione che si devono
sostenere passando per il mercato. Mentre in passato la tecnologia digitale ha
favorito la riduzione dei costi organizzativi, favorendo così l’espansione
dimensionale e l’internalizzazione delle funzioni, ora la tecnologia riduce
anche i costi di transazione nel mercato aperto molto più rapidamente che
all’interno delle imprese. La natura dell’impresa cambia. Il concetto di
impresa come entità fisica definita dalla permanenza del personale e delle
risorse fisse (e quindi la dimensione fisica) sta perdendo terreno rispetto a
quella che viene definita ‘organizzazione virtuale’, basata sull’informazione. Le
informazioni, al pari di altri beni pubblici, sono inesauribili, ma hanno
un’ulteriore proprietà che è unica: il loro valore aumenta al crescere degli
utilizzatori E’ per questo motivo che l’informazione ha bisogno di essere
libera.
Se il basso prezzo del bit sta determinando la contrazione delle imprese
tradizionali, la disponibilità di informazioni le stanno ricostruendo, ma al
crescere del flusso di informazioni divengono sempre meno capaci di nascondere i
loro costi e di far pagare ai clienti le proprie inefficienze. Esse devono
quindi focalizzarsi su quelle attività che aggiungono valore; ossia, sulle
attività che esse possono svolgere, tenuto conto della competenza, della scala
operativa e di altre caratteristiche particolari, più efficientemente di
chiunque altro.
Quanto più l’economia si globalizza tanto più le regolamentazioni locali
tendono a limitare l’azione delle industrie che in origine erano destinate a
proteggere. In particolare nel settore finanziario le sue complesse regole sono
divenute barriere alla concorrenza.
Un’organizzazione che apprende è focalizzata più su idee e esperimenti che
su piani e previsioni dettagliati. Senza la capacità di apprendere la sua
estinzione è certa, quanto lo sarebbe se venissero a mancarle il capitale, il
personale e i mercati. L’attività di apprendimento e collaborazione deve
essere un processo continuativo che rimette in discussione culture e modelli
operativi, i presupposti della gestione delle risorse e dell’attivo.
Il
liberalismo politico assume che, ai fini della politica, una pluralità di
dottrine comprensive ragionevoli ma incompatibili sia il risultato normale
dell’esercizio della ragione umana entro le libere istituzioni di un regime
democratico costituzionale. Presuppone il pluralismo di dottrine comprensive
ragionevoli senza sposarne alcuna, senza cercare la verità, e si pone il
problema di “come è possibile
che esista e duri nel tempo” attraverso
un consenso per intersezione. Il liberalismo politico vede queste diversità fra
dottrine ragionevoli come l’inevitabile risultato a lungo termine dei poteri
della ragione umana, quando operano sullo sfondo di istituzioni libere e
durature.
La famiglia di concezioni mediante la quale è possibile intendere e formulare
il liberalismo politico comprende: la concezione politica della giustizia
(cerca di elaborare una posizione ragionevole solo per la struttura di base e
non comporta l’adesione a dottrine, ed è espressa in termini di idee
fondamentali considerate implicite nella cultura politica di una società) la
concezione della società come equo sistema di cooperazione che dura nel
tempo (nella quale la cooperazione è guidata da regole che possono essere
reciprocamente riconosciute in quanto eque e che diano dei vantaggi razionali
per i partecipanti), con le due idee collaterali della concezione politica delle
persone come libere ed uguali (riconoscono a se stessi e agli altri il
potere morale di concepire il bene, vedono se stessi come fonti di
rivendicazioni valide, sono capaci di assumersi le responsabilità per il
raggiungimento dei propri fini) e della società ben ordinata (società
regolata efficacemente da una concezione politica nella quale tutti accettano i
principi della giustizia in ambito politico anche se viene accettato il
pluralismo ragionevole di dottrine diverse). La giustizia come equità
(ogni persona ha uguali diritti e libertà fondamentali, compatibili con
l’attribuzione degli stessi a tutti; le disuguaglianze sociali ed economiche
devono essere associate a un’equa eguaglianza di opportunità e dare il
massimo beneficio ai membri svantaggiati) è una concezione che può essere
condivisa dai cittadini come base di un accordo politico per costruire una
società con un equo sistema di cooperazione, indipendente dalle dottrine
comprensive) . Essa è fondata sulle idee della struttura di base
(complesso delle principali istituzioni politiche, sociali ed economiche e il
modo in cui esse si combinano in un sistema unificato di cooperazione sociale) e
della posizione originaria.
Perché la società sia un sistema equo e stabile di cooperazione
tra cittadini liberi ed uguali profondamente divisi dalle dottrine
comprensive ragionevoli che affermano, sembrano essere sufficienti tre
condizioni: primo, che la struttura di base sia regolata da una concezione
politica della giustizia; secondo, che questa concezione politica sia il centro
focale di un consenso per intersezione di dottrine comprensive ragionevoli;
terzo, che quando sono in gioco elementi costituzionali essenziali o problemi di
giustizia fondamentale la discussione pubblica sia condotta nei termini della
concezione politica della giustizia. Questo breve sommario definisce il
liberalismo politico e il suo modo di intendere l’ideale di democrazia
costituzionale.
I cittadini hanno la capacità di avere una concezione della giustizia e, in
quanto ragionevoli e in possesso della capacità di acquisire concezioni della
giustizia e dell’equità e desiderano agire secondo i dettami di tali
concezioni e a proporre principi che
consentano di realizzare un sistema di equi termini di cooperazione e a
rispettarli volontariamente se sono sicuri che anche gli altri siano disposti a
fare lo stesso in quanto principi razionali e ragionevoli. Non sono mosse dal
bene in quanto tale ma dal desiderio di avere un mondo sociale nel quale possono
cooperare da uomini liberi e eguali per raggiungere i propri fini.
Essendo diverse le dottrine comprensive ragionevoli, è naturale che vi siano
dissensi, che però devono essere fondati su criteri di ragionevolezza. Nessuno,
in un sistema costituzionale liberale, userebbe i poteri pubblici per imporre la
propria dottrina comprensiva ragionevole o per reprimere le dottrine non
irragionevoli degli altri, in quanto fondata sulla tolleranza e la libertà di
pensiero. L’accordo politico, in quanto fondato sul pluralismo, non richiede
l’accordo sulla dottrina comprensiva.
Le dottrine ragionevoli fanno propria, ciascuna dal suo punto di vista, la
concezione politica della giustizia per realizzare un’unità sociale sul
consenso per intersezione intorno alla concezione politica medesima. Ogni
cittadino ha pertanto una propria concezione comprensiva e una concezione
politica: gli elementi costituzionali essenziali (diritti sostanziali, beni
primari, come la libertà di pensiero, di coscienza e l’equa eguaglianza delle
opportunità) e le istituzioni di base (procedure e istituzioni democratiche) si
fondano esclusivamente sui valori politici, non come frutto del compromesso, ma
come l’accoglimento di principi essenziali della convivenza. Una comunità
politica basata su una dottrina comprensiva è incompatibile con il pluralismo e
con le virtù della tolleranza e della ragionevolezza. Oggetto del consenso non
è la dottrina comprensiva ma la concezione politica della giustizia, che deve
essere neutrale rispetto alle dottrine comprensive.
La ragione pubblica è la ragione dei cittadini che hanno in comune lo stato di
uguale cittadinanza e il bene pubblico è l’oggetto della loro ragione, la
concezione politica della giustizia necessaria per una relazione tra le persone
entro la struttura istituzionale di base, sostenuta dal consenso per
intersezione sui valori politici tra le dottrine comprensive ragionevoli dei
cittadini che esprimono i beni primari (diritti fondamentali, libertà,
opportunità).
Poiché le persone sono libere ed eguali, la struttura di base permette
disuguaglianze nei beni sociali primari, compresi il reddito e la ricchezza,
purché migliorino la situazione di tutti, compresi i meno avvantaggiati, e
siano compatibili con l’uguale libertà e l’equa eguaglianza delle
opportunità.
Le libertà fondamentali
entrano fatalmente in conflitto l’una con l’altra. Una libertà fondamentale
può essere limitata o negata solo per difenderne un’altra; le libertà sono
inoltre autolimitanti, in quanto si può ottenere una nuova libertà solo se
questa è concessa a tutti gli altri. Ma dobbiamo distinguere la loro
restrizione dalla loro regolazione: quest’ultima deve garantire la loro
compatibilità garantendo la gamma di applicazione centrale di ognuna di esse.
J.
Rawls
Il diritto dei popoli
Per definire il quadro delle relazioni internazionali. l’Autore individua
cinque tipologie di stati nazionali:
- società di popoli liberali ragionevoli
- società di popoli decenti, che non hanno mire aggressive,
rispettano i diritti umani e hanno un sistema di consultazione del popolo
decente, ma non riconoscono il principio liberale di eguaglianza dei cittadini
in quanto seguono una dottrina comprensiva religiosa o secolare
- stati fuorilegge, che non rispettano i diritti umani e si
rifiutano di riconoscere un ragionevole diritto dei popoli
- società svantaggiate da condizioni sfavorevoli che non permettono
l’instaurazione di un regime ben ordinato
- società rette da un assolutismo benevolo, che riconoscono la
maggior parte dei diritti umani ma negano al popolo un ruolo nelle decisioni
politiche.
Se a tutte le società si richiedesse di diventare liberali, allora il
liberalismo politico non riuscirebbe ad esprimere la tolleranza: una società
liberale è tenuta a rispettare le
dottrine comprensive dei suoi cittadini – dottrine religiose, filosofiche e
morali – a condizione che queste dottrine siano perseguite in modi compatibili
con una concezione politica ragionevole della giustizia e con la sua ragione
pubblica. Analogamente un popolo liberale deve tollerare ed accettare una società
non liberale, a condizione che le istituzioni di base di questa società
soddisfino certe condizioni specificate di giusto e giustizia politici e
conducano il suo popolo a onorare un ragionevole e giusto diritto per le società
dei popoli (popoli decenti). Le società ben ordinate (quelle liberali e quelle
decenti) devono assistere le società svantaggiate,
nel rispetto del principio dell’autodeterminazione e le società liberali sono
tenute a cooperare e a fornire assistenza a tutti i popoli che siano tali a buon
diritto.
Il liberalismo politico prende le mosse dal concetto del “politicamente
ragionevole”: le differenze tra
le dottrine comprensive – religiose o secolari - dei cittadini possono essere
insormontabili. Il liberalismo politico specificando l’idea del ragionevole,
riconosce l’accettabilità delle dottrine che possono così essere introdotte
nella discussione pubblica, in quanto le ragioni proposte potrebbero essere
ragionevolmente accettate dagli altri in quanto ragionevoli e razionali. Non
si trova pace denunciando l’irrazionalità o la distruttività della guerra,
per quanto tutto ciò sia vero, ma approntando la strada percorrendo la quale i
popoli siano in grado di sviluppare la struttura di base che sorregge un regime
ragionevolmente giusto o decente e renda possibile un diritto dei popoli
ragionevole.
L’idea di ragione pubblica definisce a livello più profondo i valori morali e politici
di base che in una società democratico-costituzionale devono dare forma al
rapporto tra potere politico e cittadini e tra un cittadino e l’altro. Si
occupa, in breve, del modo in cui devono essere intesi i rapporti politici, è
un modo di ragionare sui valori politici che è condiviso dai cittadini in
quanto liberi ed uguali e che non viola le dottrine comprensive a condizione che
tali dottrine siano compatibili con gli ordinamenti di una società
democratica” le dottine comprensive allora sostengono una società democratica
e le sue istituzioni e le concezioni politiche ragionevoli che definiscono
“diritti, libertà e opportunità" dei cittadini .
J.A.
Dorn (a cura di) Il futuro della moneta
Nel
secolo venturo, la domanda di moneta della banca centrale sarà destinata a
ridursi significativamente , sostituita da varie forme di moneta elettronica
emessa privatamente. Ciò ridurrà ulteriormente i margini di intervento delle
istituzioni monetarie e il potere politico di regolamentazione, e a trarre
vantaggio da ciò saranno i consumatori e il numero crescente di individui e
persone che svolgono lavori intellettuali occasionali o a tempo parziale, e che
hanno rapidamente imparato a esercitare i loro affari via Internet. Il problema
di sovranità impatterà anche sul profilo fiscale. (Zanini)
La
transizione da un sistema monetario basato sulla carta moneta a sistemi di
pagamento elettronico ridurrà i costi di transazione, allargherà i mercati e
conferirà più poteri all’individuo, si potrebbe verificare la distruzione
del monopolio statale sul circolante, ma nessuna implicazione sulla moneta
bancaria e, quindi, sulla politica monetaria. Problemi potrebbero derivare dal
facile accesso dei risparmiatori all’attività bancaria off-shore, non tassata
e non regolamentata. (Dorn
e White)
La
sovranità sugli affari economici si basa sulla coercizione in quanto legata a
beni fisici. La forza coercitiva
non può essere proiettata in rete. Non è possibile, entro i confini di
Internet, obbligare qualcuno a fare
qualcosa. Non è più necessario un contratto sociale e uno stato onnipotente.
Anche le nuove istituzioni monetarie dovranno basarsi sul consenso e sulla
fiducia dei partecipanti. (Frezza)
Nell’era del free banking l’autoregolamentazione ha avuto successo: le
banche facevano a gara per acquistare reputazione, ora, con un “sistema
finanziario internazionale che diventa sempre più complesso siamo sempre più
spinti a fare affidamento su di un’autoregolamentazione del mercato privato,
le regole dettagliate e gli
standards sono divenuti entrambi gravosi e inefficaci, se non controproduttivi.
Se desideriamo l’innovazione finanziaria, dobbiamo stare attenti a non imporre
regole che la frenino; il settore privato necessiterà di flessibilità nei
confronti della sperimentazione, senza grosse interferenze da parte del governo.
(Greenspan)
Sebbene la moneta e i sistemi di pagamento incorporino tecnologia, essi sono in
primo luogo convenzioni sociali che non mutano rapidamente. Il grande beneficio
delle tecnologie è di aumentare l’efficienza degli attuali sistemi di
pagamento. L’innovazione e la creatività cambieranno l’intero universo dei
servizi finanziari. (Cook)
L’integrità dei sistemi di pagamento e la fiducia pubblica in essi richiedono
che le istituzioni finanziarie regolamentate giochino un ruolo centrale. Offrire
nuovi prodotti e servizi di pagamento attraverso istituzioni finanziarie
regolamentate e sorvegliate garantisce
significative salvaguardie, non diversamente assicurabili. Preoccupa che
un’ulteriore prematura regolamentazione in quest’area o il mancato
adeguamento della regolamentazione esistente alle tecnologie in evoluzione
soffochi le innovazioni in corso. (Fischer)
I problemi dell’evasione fiscale, del riciclaggio del danaro sporco, della
contraffazione e della frode preoccupano le agenzie preposte al controllo.
Alcuni sistemi elettronici sostitutivi del contante possono influire sulla
politica monetaria e sull’offerta di moneta , diminuirà il ricavo dal
signoreggio. Le istituzioni parabancarie stanno impadronendosi delle opportunità
di svolgere funzioni simili alle banche, in un settore che attualmente privo di
ogni regolamentazione. Siamo incalzati dal futuro. Il concetto di moneta sta
rapidamente cambiando, passando da una realtà materiale a una digitale,
dall’emissione di Stato a una che avrà origine dal mercato. Occorrono
standard per la privacy, la sicurezza, la responsabilità finanziaria e,
specialmente, per i diritto dei consumatori. Diversamente, il naturale
imperativo burocratico a regolamentare si affermerà e molte delle promesse
implicite nella nuova tecnologia andranno perdute. (Castle)
Se la disciplina di mercato degli istituti bancari è importante per accrescere
l’efficacia della supervisione, vi sono dei limiti circa i possibili risultati
della sola disciplina di mercato. La storia bancaria dimostra l’importanza di
un’autorità centrale per preservare la stabilità dei sistemi di pagamento. (Gilbert)
Banche e altre organizzazioni
potranno creare la propria moneta per effettuare transazioni e investimenti,
rendendo sempre meno importante la moneta legale; la distinzione tra moneta e
altri beni e servizi sarà sempre più labile; i vecchi monopoli delle banche
centrali diverranno obsoleti. Spostare moneta alla velocità della luce tramite
Internet con garanzia di anonimato e sicurezza comporterà problemi
nell’identificazione della base imponibile. L’estensione di normativa volta
alla prevenzione di fattispecie criminose risulterebbe eccessivamente limitativa
della privacy e costosa. Per evitare che la tassazione sui redditi incida sulla
libertà e sulla privacy occorre sostituirla con una bassa tassazione sui
consumi. (Rahn)
Il timore che possa essere fatto un cattivo uso dell’Information
technology può impedire il pieno sviluppo delle tecnologie. Normalmente
sono rappresentati due scenari contrapposti del futuro del sistema dei
pagamenti: uno in cui tutto è identificabile, un altro in cui l’anonimato
viene assicurato. Attraverso sistemi di crittografia è possibile abbinare i
vantaggi di entrambi i sistemi, non compromettendo la privacy dei cittadini e proteggendo i loro interessi. (Chaum)
La privatizzazione della base monetaria consentirebbe un più rigoroso
controllo: il currency ratio (propensione
del pubblico a detenere mezzi di pagamento al posto dei depositi) si
eliminerebbe e il moltiplicatore sarebbe più semplice. Implicazioni per la
politica monetaria sono limitate anche se si imponesse una riserva obbligatoria
sulle stored card. Occorre una teoria
monetaria che poggi sulle forze di mercato e non sulle banche centrali. La
moneta elettronica stimolerà il dibattito. (Selgin e Ely)
La concorrenza tra le
diverse monete è benefica. I rapidi progressi nelle tecnologie informatiche e
di comunicazione hanno ridotto le capacità dei governi di controllare i flussi
internazionali dei fondi, e le valute statali sono sempre più in competizione
nei mercati internazionali di capitali. Le monete private potrebbero essere di
due tipi: monete emesse da istituzioni parabancarie che creano fondi addizionali
spendibili (i fondi sarebbero ancora dollari) oppure la creazione di una moneta
privata nuova che punta sulla “sua superiorità in quanto mezzo di
tesaurizzazione più stabile, mezzo di scambio più largamente accettato, o
perfezionata unità di conto. I fondi comuni di investimento sono destinati a
diventare la base per le monete emesse privatamente. La fiducia nella moneta fa
soprattutto affidamento sul controllo del potere dello stato. I governi hanno
usato il loro controllo sull’offerta di moneta per estorcere periodicamente le
imposte d’inflazione, ma le capacità dei governi di mantenere un monopolio
sulle loro offerte di moneta sembra essere in rapida dissoluzione. Il progresso
della tecnologia renderà sempre più difficile per le agenzie governative
regolamentare e tassare le monete private, che non esistono più nel modo in cui
esistevano in passato. Ciò che la moneta è, sarà determinato da ciò che
compratori e venditori accetteranno e useranno come moneta, piuttosto che da
definizioni del governo. (England)
I
vantaggi delle nuove tecnologie di pagamento potranno emergere e i pagamenti
elettronici potrebbero sostituire la valuta circolante. Attraverso effetti di
rete, potrebbero crescere in forma non lineare. La valuta emessa dallo Stato,
viceversa, non ha possibilità di miglioramento tecnologico. Sarà difficile,
per le Autorità, regolamentare l'industria della moneta elettronica in quanto
dematerializzata e senza riferimenti al territorio. Per le banche il vantaggio
competitivo consiste solo nella valutazione del credito. Sfruttando questa
conoscenza e convertendo i debiti in titoli negoziabili il risparmiatore
sosterrebbe il rischi creditizio ma nell'ambito di meccanismi di mercato che
presuppongono un'informativa tempestiva e la liquidità dell'investimento (share banking e/o fondi comuni). Il sistema bancario basato sullo share
banking e sui pagamenti elettronici sarebbe intrinsecamente stabile: le
banche offrirebbero strumenti finanziari scambiabili marked-to-market
anziché pair-value. (Browne e Cronin)
A.
Baldassarre Globalizzazione contro democrazia
Il
Web ha rivoluzionato l’interazione tra gli uomini e le usuali concezioni dello
spazio inteso in senso fisico, sul quale sono state forgiate le categorie
fondamentali della vita sociale: il potere, il mercato, lo Stato. Lo spazio
cibernetico produce gli effetti della ‘vicinanza senza compresenza’ o della
‘de-contestualizzazione sociale’ delle relazioni comunicative, il
superamento dell’essenzialità del limite, del confine. Ciò “comporta
profondi mutamenti nella vita collettiva dell’uomo, inclusa quella politica e
costituzionale.
L’idea di polis intesa come
cittadinanza coesa da una cultura dominante, da valori d’identità personale e
collettiva condivisi, dal perseguimento del benessere comune, ha disciplinato le
principali categorie politiche e ha portato ai principi democratici moderni.
Questa tradizione viene messa in discussione dalla globalizzazione in quanto
l’economia si è scissa dallo Stato. Occorre ricorrere a nuove categorie
concettuali e a nuove definizioni per determinare le nuove istituzioni della
democrazia nel mondo globalizzato e un nuovo ruolo, più limitato, dello Stato.
Nella comunicazione in rete
i valori culturali condivisi alla base della vita associata sono meno omogenei
in quanto non legati ad una continuità di comunicazione, ad un ruolo sociale,
ad una società naturale. Si configurano come ampiamente tolleranti sui valori e
le culture, paritari e sono contrari a autorità e istituzioni che facciano
valere delle regole: le regole seguite sono solo quelle condivise nei
comportamenti. E’ il comportamento collettivo che legittima i comportamenti,
fondati su valori comuni, condivisi. Mancando un ambito territoriale, il centro
di riferimento è il mercato: mentre l’economia e la comunicazione hanno uno
spazio globalizzato e una velocità elevata del tempo, le istituzioni politiche
non potranno mai coprire il medesimo spazio e lavorare e decidere alla stessa
velocità.
Conflitti
e divisioni non sono più tra stati che esprimono valori e modelli culturali, ma
tra tipi di culture (oriente, occidente), condizioni sociali e personali (ricchi
e poveri, uomini e donne), ecc..
La sovranità dello Stato è il principio normativo fondante dell’ordine
internazionale, un ordine paritario e anarchico che non può avere un governo o
una rappresentanza democratica. La globalizzazione, mettendo in crisi il
principio della sovranità nazionale, legato alla materialità, al territorio,
alla cittadinanza, a un ordinamento legato ad un confine, ha sconvolto
l’ordine internazionale. Nasce un contrasto tra economia e mercati
globalizzati e poteri nazionali, locali dello Stato. Sono sorti principi
giuridici riconosciuti a livello
internazionale, i diritti dell’uomo, ma non esistono e non possono esistere,
istituzioni democratiche che li possano rendere vincolanti. La cittadinanza,
elemento per il godimento dei diritti e delle libertà, si tramuta in
cosmopolitismo, ma non esiste un ordinamento giuridico globale, una società
democratica globale che legittimi una sovranità.
Il deficit istituzionale nel mondo integrato impone qualche forma di governo
democratico mondiale che però non può essere del tipo dello Stato nazionale.
Problemi sorgono nel tipo di rappresentanza: quella “per Stati” farebbe
prevalere gli Stati non democratici; quella “per uomini” farebbe prevalere
le nazioni povere rispetto a quelle più democratiche dove si forma la
ricchezza. Resta una governance di
tipo aristocratico (G8, Consiglio di sicurezza dell’ONU) dove con la dottrina
dell’intervento umanitario si giustifica una egemonia e un intervento dei
paesi più ricchi e potenti.
Secondo
l’Autore lo sviluppo consiste nell’eliminare i vari tipi di illibertà che
lasciano agli uomini poche scelte e poche occasioni di agire secondo ragione.
Eliminare tali illibertà sostanziali (miseria, tirannia, angustia di
prospettive economiche, deprivazione sociale, assenza di servizi pubblici,
intolleranza) è quindi un aspetto costitutivo
dello sviluppo, considerato pertanto un elemento integrato di espansione delle
libertà sostanziali interconnesse (diritto di parola, libere elezioni,
strutture scolastiche, sanitarie, infrastruttura economica, ecc.).
L’espansione delle capabilities danno
valore allo sviluppo. Possono essere promosse da decisioni politiche, ma è
anche vero che lo sviluppo favorisce le capacità partecipative degli individui
e l’impegno sociale volto a promuoverle (partecipazione alla vita sociale):
c’è una relazione bidirezionale tra i due fenomeni così come c’è tra
incapacitazione e reddito.
L’espansione delle libertà è sia scopo
primario (ruolo costitutivo) sia principale
mezzo (ruolo strumentale) dello
sviluppo. Sotto il primo aspetto è un fine in sé,
mentre il ruolo strumentale delle libertà riguarda soprattutto il modo
in cui i diversi tipi di diritti, occasioni e titoli contribuiscono ad ampliare
la libertà umana in generale.
La scienza economica tende da diverso tempo a spostare il centro
dell’attenzione dal valore delle libertà a quello delle utilità, dei redditi
e della ricchezza, ma l’utilità della ricchezza
e del reddito sta nelle cose che permettono di fare, nelle libertà
sostanziali che ci aiuta a conseguire. Non è sensato considerare la crescita
economica fine a sé stessa, lo sviluppo deve avere una relazione molto più
stretta con la promozione delle vite che viviamo e delle libertà che godiamo, e
l’uso che possiamo farne dipende in maniera cruciale da vari fattori
contingenti, sia personali che sociali. I redditi sono lo strumento
i fini comprendono i diritti e le libertà, i poteri e le opportunità,
le basi del rispetto di sé, di prendere parte alla vita della società e la
possibilità di perseguire i propri obiettivi.
L'argomento più immediato a favore del mercato e della libertà delle
transazioni sta nell’importanza fondamentale che tale libertà ha di per sé:
il mercato del lavoro può svolgere una funzione liberatoria in molti contesti
diversi, e una libertà fondamentale come quella di transazione può avere importanza cruciale.
E’ opportuno affrontare la questione dello sviluppo con un approccio ampio e
multilaterale, trovare un equilibrio fra ruolo dello Stato - ed altre
istituzioni pubbliche e sociali - e funzionamento dei mercati. Viviamo ed
operiamo in un mondo di istituzioni che contribuiscono alla nostra libertà. I
poteri del mercato, per quanto estesi, vanno integrati creando nella società le
condizioni base dell’equità e della giustizia. La rete assistenziale è una
libertà strumentale importante e le libertà politiche, sotto forma di
possibilità di partecipazione ed i diritti politici, sono in ultima analisi
cruciali anche per i diritti economici e per la stessa sopravvivenza.
L’affermazione di una responsabilità sociale che rimpiazzi
quella individuale non può che essere controproducente (ora più ora meno). La
responsabilità personale è insostituibile e richiede
la libertà. Gli argomenti a favore di un intervento della società che renda più
liberi gli individui sono argomenti a
favore della responsabilizzazione. Anche il nesso fra libertà e
responsabilità opera in entrambe le direzioni.
M. Castells La nascita della società in rete
La
rivoluzione tecnologica dell’informazione ha diffuso lo spirito libertario. La
fioritura tecnologica degli anni ’70 è in qualche modo legata alla cultura
della libertà, innovazione individuale e imprenditorialità. La ricerca
dell’identità, collettiva o individuale, conferita o costruita, diviene la
fonte essenziale di senso sociale dell’individuo che riconosce di avere un
senso per ciò che è o crede di essere, non per ciò che fa. Come conseguenza
si diffonde la frammentazione sociale; il comportamento si individualizza e lo
Stato diventa impotente.
Ma lo Stato ha un ruolo decisivo, poiché esso esprime e organizza le forze sociali
e culturali dominanti in uno spazio e un tempo dati, esprimendo la capacità di
una società di giungere al controllo tecnologico tramite le proprie
istituzioni. La rivoluzione tecnologica dell’informazione è fondamentale per
la ristrutturazione del sistema capitalista.
La tecnologia specifica il rapporto tra lavoro e materia.
L’informazionalismo consiste nella tecnologia della generazione del
sapere attraverso l’elaborazione delle informazioni e la comunicazione
simbolica. Questo è il nuovo modo di sviluppo della produttività e lo
sviluppo, l’elaborazione e la trasmissione delle informazioni diventano fonti
basilari di produttività e potere. Il modo di sviluppo incide quindi sui
comportamenti sociali. Nel capitalismo
informazionale la tecnologia dell’informazione e il capitalismo si
sostengono a vicenda.
Al
posto di identità radicate nella storia o geografia (identità attraverso la
quale un soggetto sociale riconosce se stesso e costruisce significato sulla
base di un dato attributo culturale o un insieme di attributi), il mondo è ora
contrassegnato invece dalla frammentazione e globalizzazione simultanea: la
tecnologia accresce la capacità umana di organizzazione e interconnessione,
sovverte nel contempo il concetto della tradizione occidentale di un soggetto
distinto e indipendente (disconnettendo ed escludendo ampi segmenti di società
e regioni e persino interi paesi). Siamo entrati in un mondo realmente
multiculturale e interdipendente, che può essere compreso, e cambiato, solo da
una prospettiva plurale che faccia convergere identità culturale, networking
globale e politica multidimensionale.
Il
nucleo della trasformazione che la società sta vivendo consiste
nell’applicazione della conoscenza e dell’informazione a dispositivi per la
generazione della conoscenza e per l’elaborazione/comunicazione
dell’informazione, in un ciclo di feedback
cumulativo tra innovazione e usi dell’innovazione il cui ciclo di retroazione
diventa sempre più veloce. Per la prima volta nella storia la mente umana è
una diretta forza produttiva e le macchine sono amplificatori ed estensioni
della mente umana.
L’attuale
cambiamento di paradigma può essere visto come il passaggio da una tecnologia
basata principalmente su input di energia a buon mercato a una tecnologia
prevalentemente basata su input di informazione a buon mercato derivanti dai
progressi nella microelettronica e nella tecnologia delle telecomunicazioni.
I tratti distintivi sono: 1) l’informazione è la materia prima; 2) la
diffusione pervasiva degli effetti delle nuove tecnologie (incide su tutti i
processi della nostra esistenza) ; 3) la logica a rete, necessaria per
strutturare ciò che appare destrutturato pur mantenendo la flessibilità
(carattere autorganizzante e di emersione spontaneo dell’ordine); 4)la
flessibilità (capacità di riconfigurazione continua); 5) la convergenza di
tecnologie specifiche in un sistema altamente integrato.
L’estensione
della produzione e della gestione basate sulla conoscenza su scala globale
necessita sostanziali trasformazioni sociali, culturali e istituzionali. Ciò
che è cambiato non è il tipo di attività svolta dall’uomo ma la sua abilità
tecnologica nell’impiegare la forza produttiva fondamentale consistente nella
capacità di elaborare simboli. L’economia globale è un’economia in cui si
ha la capacità istituzionale, organizzativa e tecnologica di operare come
un’unità in tempo reale e su scala planetaria. Ma non si tratta di
un’economia su scala planetaria in quanto non tutti i territori e gli
individui sono connessi: è inclusiva ed escludente insieme.
Il
fondamento storico dell’economia informazionale è costituito dalla
convergenza e dall’interazione tra un nuovo paradigma tecnologico e una nuova
logica organizzativa. L’impresa a rete rende materiale la cultura
dell’economia informazionale e globale: trasforma i segnali in merci
elaborando la conoscenza. Esse però
sono forgiate dall’ambiente istituzionale sociale e culturale in cui nascono e
vivono: la diversità è la caratteristica dell’economia informazionale. Molte
culture, molti valori molti progetti attraversano al rete. L’impresa a rete
impara a vivere all’interno di una cultura virtuale sfaccettata e cangiante:
ogni tentativo di cristallizzare la rete è condannata all’obsolescenza. Per
questo tutto è effimero in quanto soggetto alla <<distruzione
creatrice>> schumpeteriana.
La
trasformazione tecnologica e gestionale del lavoro e delle relazioni di
produzione, all’interno e intorno all’impresa a rete emergente rappresenta
la leva principale attraverso cui il paradigma informazionale e il processo di
globalizzazione influenzano la società in generale. La struttura
dell’occupazione dipende dalla posizione di ciascun paese, con le proprie
istituzioni e politiche, nella struttura globale e interdipendente della
produzione, distribuzione e gestione. Non c’è un mercato globale unificato,
ad eccezione per i livelli più elevati.
Il
cambiamento tecnologico non mina l’occupazione ma cambia il lavoro. Non esiste
una relazione strutturale tra tecnologia informazionale e livelli di
occupazione, cambiano le occupazioni per quantità, qualità e natura del lavoro
svolto.
I servizi avanzati possono essere tutti ricondotti alla generazione di conoscenza
e a flussi di informazione. Questi flussi si muovono in una rete globale tra
nodi che presentano intensità diversa a seconda dell’importanza relativa
delle attività localizzate in ciascuna area, attraverso un network
a cerchi concentrici con territori che hanno un ruolo sempre più
subordinato quanto più sono decentrati (stanze dei bottoni, mileu
d’innovazione, sedi privilegiate per la finanza, per luoghi di produzione,
mercati per la compravendita) e luoghi disconnessi. Ciò ha conseguenze nella
geografia del lavoro, che segue la gerarchia dell’innovazione e di
fabbricazione articolata su reti globali e che vive nello spazio dei luoghi o si
individualizza agendo nella rete.
Lo
spazio diventa un supporto materiale di pratiche di condivisione del tempo,
riunisce le pratiche che sono simultanee nel tempo che però non è più
sinonimo di contiguità, ma di scambio di flussi di informazione e conoscenza,
lo spazio dei flussi.
La
simultaneità dissociata dal luogo dissolve il tempo associato al luogo. La contrazione del tempo diventa strumento gestionale per ridurre il ciclo
di vita della produzione e si differenzia dal tempo biologico. Si cerca l’annichilimento del tempo e la cancellazione della morte dalla vita.
M. Castells Il potere delle identità
L’identità
è un processo di costruzione di significato fondato su un attributo culturale,
o una serie di attributi culturali in relazione tra loro, che assume
un’importanza prioritaria rispetto ad altre fonti di senso. Nella società in
rete le identità collettive sono costruite intorno ad un’identità primaria
dotata di significato (fondamentalismo
religioso, nazionalismi, etnie, comunità locali, ecc.).
L’identità
legittimante genera una società civile, apparati che riproducono
l’identità e razionalizzano il dominio strutturale; l’identità
resistenziale genera comunità difensive, che generano solidarietà
resistendo ad un’oppressione; l’identità
progettuale produce soggetti che tentano di dar vita a una nuova identità
che ridefinisce la posizione nella società, in genere passando da una forma
resistenziale.
L’improvvisa accelerazione del ritmo della storia e l’astrazione del potere
all’interno di una rete di computer stanno disintegrando gli attuali
meccanismi di controllo sociale e di rappresentazione politica. Concezioni
alternative sfidano la logica implicita nel nuovo ordine globale e vi si
oppongono rivendicando i propri valori utilizzando i mezzi delle moderne
tecniche di comunicazione.
I conflitti che nascono nella società in rete nascono da distorsioni nelle due
espressioni della realtà, lo spazio e il tempo. La globalizzazione del potere,
della ricchezza e dell’informazione contrasta con la località
dell’esperienza umana, i cui problemi (locali o globali) non possono
essere risolti dallo stato nazionale; dal punto di vista del tempo,
l’istantaneità e l’atemporalità dei fenomeni contrastano con il tempo
biologico della natura umana. L’alterazione di questi elementi fondamentali
sostiene identità resistenziali, quali i movimenti ambientalisti, che tendono
verso il ripristino della naturalità (riappropriazione dello spazio e
del tempo).
La transnazionalizzazione delle attività economiche, la globalizzazione dei
media, della comunicazione elettronica, del crimine, dei problemi ambientali,
minano la capacità strumentale dello stato-nazione e la identità nazionale. Lo
stato cerca allora di riacquisire una influenza attraverso la costituzione di
organismi internazionali, nell’ambito dei quali rappresentare i propri
interessi, e il decentramento amministrativo a favore di autorità locali, che
cercano di ristabilire il contatto con la
società. Così facendo perde però il proprio potere. La crisi fiscale che ne
deriva, minaccia il welfare state, la
base del suo fondamento. Le nuove identità sono slegate dallo stato nazione e
il nuovo sistema del potere è caratterizzato dalla molteplicità delle autorità
(reti di capitali, di comunicazione, organismi internazionali e non governativi,
i media, comunità locali religioni, ecc.) che competono e si coalizzano tra
loro, una sola delle quali è rappresentata dallo Stato.
Da un’altra prospettiva, lo svuotamento del contratto sociale tra capitale,
lavoro e stato rimanda tutti a
combattere ciascuno per i propri interessi individuali e confonde la definizione
di cittadinanza, creando una società sempre più frammentata, senza memoria e
solidarietà.
I media diventano il veicolo fondamentale di comunicazione e persuasione
utilizzato dalla politica. Per essere credibili devono essere professionali e
autonomi dalla politica e, pertanto, non sono determinanti per i
risultati politici: la politica deve passare per i media ma questi non la
determinano. E’ il tipo di messaggio che cambia in relazione al media
utilizzato: deve essere semplificato (dicotomia tra bene e male, importanza
delle immagini, del linguaggio), drammatizzato, amplificato, personalizzato. La
personalizzazione genera il killeraggio politico, lo scandalo. I partiti
politici perdono consistenza a favore della politica simbolica fatta di mobilitazioni su
questioni specifiche, locali o globali. Occorre ricostruire una forma di
democrazia informazionale, che non escluda chi non ha accesso ai media. Per fare
questo occorre che le identità resistenziali rispetto alla globalizzazione si
trasformino in identità progettuali. Il potere è ora più diffuso attraverso
le reti di comunicazione le menti delle persone hanno più potere.
Siedentop
L. la Democrazia in Europa
Il cristianesimo, anziché la morale protestante, è stato il principale artefice della democrazia: le convinzioni morali profondamente egualitarie, la retorica inclusiva, insieme all’individualismo hanno fatto superare la società tribale e hanno contribuito alla crescente importanza del mercato e a disgregare gli status acquisiti e mai messi in discussione. Le radici del capitalismo e della democrazia vanno perciò ricercate nell’individualismo religioso della città medievale. Le norme giuridiche che scaturirono dalla cultura cristiana costituirono le prime forme degli stati nazionali europei come associazioni di individui, basati sull’eguaglianza di fronte alla legge. La morale cristiana fornisce le basi per i valori liberali e di rispetto delle diversità, adatti ad una società moderna multietnica che presuppone forti autonomie locali per la conservazione delle culture particolari e per l’integrazione di quelle degli immigrati, attraverso costituzioni autenticamente federaliste, non burocratiche, che contrappongano poteri locali con quelli centrali.
Ormerod
P. L’economia della farfalla
Nelle
teorie convenzionali si ritiene che le preferenze degli individuali siano date
(scheda di domanda) e rivelate dalle loro scelte, che i mercati riflettono le
informazioni disponibili (i fondamentali) e ogni agente attua un comportamento
massimizzante per cui ogni variazione dei prezzi viene spiegata dalla comparsa
di nuove informazioni. Ma l’economia tradizionale (che si basa sulla
razionalità dei comportamenti individuali, su infinite capacità di calcolo, su
gusti e preferenze fissi, su mercati perfetti e su rendimenti decrescenti) e i
suoi virtuosismi tecnici spiegano in modo parzialmente efficace o solo in
situazioni particolari,
il funzionamento del mondo.
Viceversa le preferenze di ciascun individuo sono fortemente influenzate dalle
opinioni e dalle azioni degli altri. L’esistenza di informazioni, segnali,
comunicazione, dell’incertezza sul futuro, determina effetti di retroazione
che, se positiva, può rinforzare i fenomeni, in quanto la scelta di qualsiasi
agente modifica le probabilità di scelta degli agenti successivi. Spesso le
informazioni disponibili sono poche, diventa difficile vagliare le alternative o
elaborare in maniera efficace le informazioni, cosicché si adottano
comportamenti imitativi o dettati dall’obiettivo di realizzare un risultato
soddisfacente anziché ottimale. Le situazioni sono diverse e non ci sono regole
di comportamento univoche applicate
in tutti i casi.
Innescando la dimensione temporale
e processi di retroazione positiva l’interazione sociale introduce complessità
e non linearità e conduce a variazioni importanti nei fenomeni, apparentemente
inspiegabili. Non riconoscere la complessità può pertanto portare a gravi
errori.
La conquista del mercato di nuove tecnologie (killer app), che possono non
essere quelle migliori, ad esempio, viene spiegata da tali elementi, in quanto
chi guadagna posizioni nelle fasi iniziali innesca un processo di
autorafforzamento (definizione degli standard, effetti di rete).
Ciò deve portare a modificare in modo sostanziale i tradizionali modelli di
analisi delle scienze economiche e sociali: le economie e le società
assomigliano, più che a macchine, a organismi viventi
capaci di adattamento e apprendimento. I sistemi non possono essere
spiegati dalla somma della spiegazione dei comportamenti individuali:
oscillazioni e cambiamento nel comportamento aggregato dipendono dalle complesse
modalità di interazione tra gli agenti i quali, pur operando secondo regole
empiriche semplici, attribuiscono importanza a ciò che pensano e fanno gli
altri. L’approccio soddisfacente degli agenti, ad esempio, anziché quello
massimizzante, determina inerzia nel sistema in quanto si continua a fare quello
che si è fatto in passato in modo incrementale. Un cambiamento di opinione può
però avere effetti dirompenti sul sistema.
Prevedere il futuro e controllare il ciclo economico da parte dei governi
diventa illusorio, in quanto nei sistemi caotici differenze iniziali molto
piccole possono condurre a stati finali enormemente diversi. Nel lungo termine
si possono però osservare regolarità nel comportamento complessivo del
sistema. I governi possono pertanto esercitare una forte influenza sulla fiducia
e sui comportamenti: a volte fare poco sul quadro complessivo del sistema per
creare un ambiente favorevole può voler dire fare di più rispetto a tanti
provvedimenti specifici a breve termine.
Capra
F. La scienza della vita (Le connessioni
nascoste)
L’autore costruisce la
comprensione dei fenomeni sociali sulla base della concezione della vita e della
coscienza.
Nella natura il modello reticolare è comune a qualsiasi livello di vita: gli
essere viventi (strutture chiuse da una membrana) creano continuamente se stessi
attraverso la rete metabolica (autopoietica) che, li apre all’esterno per
consentire lo scambio di materia e energia e comunicare con gli altri
esseri viventi. I sistemi viventi sono pertanto sistemi chiusi a livello di
struttura organizzativa ma aperti dal punto di vista materiale ed energetico: per
restare in vita hanno bisogno di un continuo flusso di materia ed energia
dall’ambiente, producendo a sua volta un flusso di materia ed energia verso
l’ambiente. La struttura rimane complessivamente sempre la stessa nonostante
il continuo cambiamento, emerge un ordine spontaneo che rimane stabile pur
rimanendo costantemente lontano dall’equilibrio (strutture dissipative). Una
struttura che si auto-organizza è, pertanto, alla base dell’apprendimento,
dell’evoluzione, della creatività. La vita è fondata sulla varietà di
esseri che interagiscono e restano lontani dall’equilibrio. L’uniformità e
l’equilibrio equivalgono alla morte.
Ai processi di adattamento/apprendimento (coscienza primaria) è ora
strettamente connessa l’attività mentale (coscienza di ordine superiore).Con
la comunicazione umana e soprattutto dopo la nascita del linguaggio,
all’evoluzione biologica si affianca quella sociale, attraverso
l’interazione delle informazioni che interagiscono e creano cambiamento,
tecnologia, evoluzione appunto. La vita è un continuum tra corpo e mente; le
idee, concetti astratti che nascono attraverso il linguaggio e le sensazioni,
sono proiezioni metaforiche del corpo. La dimensione sociale è fondata su
istituzioni che ne definiscono la struttura organizzativa (strutture materiali,
immateriali, semantiche). Questa è di tipo non lineare fondata sulle
interrelazioni tra le persone basate, queste, su linguaggi simbolici,
condizionamenti culturali e relazioni di potere, che creano evoluzione,
conoscenza, adattamento, senso di identità dei membri che individuano i confini
delle singole reti all’interno di altre reti. Il sistema integrato di
credenze, regole condivise e valori crea le culture che delimitano l’ambito
dei comportamenti accettati e senso d’identità.
Le organizzazioni, istituzioni sociali create per scopi specifici, sono anche
comunità di persone che interagiscono, aperte all’esterno, che devono
adattarsi al continuo mutamento dell’ambiente per sopravvivere e prosperare.
Concepite come sistemi viventi anziché come macchine, sono in grado di
adattarsi, di mutare, di apprendere per raggiungere i propri obiettivi,
rispondendo con creatività ai fenomeni nuovi e inaspettati Creano comunità
attraverso culture riconosciute nella quali identificarsi e dare significato
alle relazioni e al proprio operare. Lo scopo del manager più che dirigere è
allora quello di stimolare la conoscenza, la cooperazione e
la partecipazione, favorire l’emergere di novità.
A.
Sen Globalizzazione e libertà
La
globalizzazione non è un reale problema: è un fenomeno
che non è nuovo e non comporta il predominio occidentale. Ha arricchito
il mondo dal punto di vista scientifico e culturale, ha dato prosperità,
riduzione della povertà e benefici
enormi. La vera questione da porre riguarda il modo in cui sono divisi i
guadagni della globalizzazione, che devono tenere conto principalmente dei
bisogni dei deprivati. Questi non sono solo quelli che hanno un basso livello di
reddito ma hanno anche una serie di illibertà correlate quali
l’analfabetismo, l’esclusione sociale, l’insicurezza e
l’assenza di libertà politiche. Il superamento di questi problemi
comporta l’esistenza di sistemi democratici, l’economia di mercato,
istituzioni internazionali adeguate (quelle attuali fanno ancora riferimento al
mondo degli anni quaranta) e organizzazioni non profit. Un’etica globale.
Difficoltà nascono nell’applicazione dei principi Rawlsiani della posizione
originaria all’umanità nel suo insieme, mancando la base istituzionale (ad
es. ai diritti dell’uomo) non mediata dalle nazioni. Occorre un ragionamento
fondato sull’esistenza di identità composite: la coesistenza di molte
affiliazioni e identità diverse è una caratteristica centrale del mondo. Nella
nostra vita siamo tutti individualmente coinvolti in identità di varia natura,
in contesti disparati. Non è possibile attribuire a un individuo l’appartenenza
esclusiva – o prevalente, a seconda dei casi – a un unico gruppo:
privilegiare uno specifico senso di identità può dar luogo ad una prospettiva
limitata e limitante, determina gli schemi di ragionamento praticabili e le
concezioni dell’etica e della razionalità disponibili (barriere culturali),
ispira il conflitto e non consente la tolleranza.
Lo sviluppo non può essere concepito semplicemente come l’aumento del PIL ma
come l’aumento delle condizioni di vita e della libertà delle persone: la
possibilità di scegliere ciò che riteniamo importante. La libertà di parola
è una parte importante della libertà umana ed è un prodotto del ventesimo
secolo.La stampa libera è importante per lo sviluppo: ha una funzione
informativa e di disseminazione
della conoscenza, dà voce ai dimenticati aiutandoli e proteggendoli; il libero
dibattito sviluppa le idee e i valori condivisi.
Il dibattito ambientale è basato spesso su argomenti infondati: lo spostamento
migratorio è in genere determinato dall’attrazione per le prospettive di
lavoro nelle aree sviluppate, più che spinta dalla povertà o dalla pressione
demografica; l’espansione della produzione di cibo è stata costantemente più
rapida di quella della popolazione (la riduzione dei prezzi ne è una
conseguenza), specialmente nel terzo mondo, con l’unica eccezione
dell’Africa, in cui la causa della povertà è l’assenza di democrazia. I
problemi ambientali non sono a breve termine, ma arriveranno nel caso per lo
sviluppo di paesi come la Cina e l’India che vorranno avere stili di consumo
simili ai paesi già sviluppati. Esiste invece una stretta correlazione tra la
povertà e il benessere delle donne, la loro possibilità di agire per produrre
un cambiamento nei modelli di fertilità: la riduzione dei tassi di natalità è
associata ad un miglioramento dello status e della autorevolezza delle donne.
La libertà, intesa come le capabilities
di ottenere ciò che una persona considera importante, è sia un obiettivo
irrinunciabile, sia il più efficace mezzo di progresso. Essa può dipendere
dalle opportunità economiche, dalle libertà politiche, dai servizi sociali,
dalle condizioni di salute, dall’istruzione di base, ecc. Le libertà politica
e i diritti democratici sono perciò elementi
costitutivi dello sviluppo, non per il contributo che danno al PIL: nessuna
grande carestia si è mai verificata in un paese democratico. Ma hanno anche
importanza la libertà di scambio e i mercati, come pure le opportunità sociali
aperte dallo Stato o dalla società (sanità, istruzione, in particolare delle
donne).
J.
Rawls Giustizia come equità. Una riformulazione
La
società politica è un equo sistema di cooperazione che dura nel tempo e quelli
che ne fanno parte ne sono membri cooperanti liberi ed uguali per tutta la vita.
Il ruolo dei principi di giustizia consiste nello specificare gli equi termini
della cooperazione fra cittadini liberi (ognuno riconosce a se stesso e tutti si
riconoscono l’un l’altro il potere morale di avere una concezione del bene)
e uguali (possedere un minimo indispensabile di capacità morali e non morali,
che consentano di partecipare alla vita cooperativa della società) attraverso
regole e procedure basate su una concezione della giustizia pubblicamente
riconosciuta ed accettata.
Il “pluralismo ragionevole” è il principio fondante di una società
bene ordinata: non è possibile che i cittadini abbiano tutti la medesima
dottrina comprensiva o, tanto meno, che una di queste venga imposta a tutti. I
cittadini possono però trovare l’accordo sulla medesima concezione politica
della giustizia. Attraverso un “consenso per intersezione” la giustizia
come equità deve riuscire accettabile a tutte le dottrine comprensive
contrastanti e inconciliabili ma ragionevoli, e da tutte queste deve essere
sostenuto per realizzare una società bene ordinata.
Oggetto primario della giustizia politica è la “struttura di base”, cioè
il modo in cui (a) le principali istituzioni politiche e sociali si combinano in
un unico sistema di cooperazione sociale e (b) queste istituzioni assegnano i
diritti e doveri fondamentali e regolano la divisione dei vantaggi derivanti da
tale cooperazione.
La “giustizia come equità” è, in relazione a quanto sopra, una forma di
liberalismo politico, dando valore ad una famiglia di valori morali altamente
significativi, accettabili da tutti. Pertanto, affinché i cittadini siano
liberi ed uguali: (1) ogni persona deve avere lo stesso titolo in uno schema di
uguali libertà di base compatibile con quello identico di tutti gli altri; (2)
le disuguaglianze economiche e sociali devono essere associate a cariche aperte
a tutti in condizioni di equa eguaglianza delle opportunità e devono
dare il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati. Con il primo principio
la struttura di base, le istituzioni politiche e legali, garantiscono le uguali
libertà ai cittadini; il secondo assicura adeguate istituzioni di sfondo della
giustizia sociale ed economica, individuando principi che diano alle differenze
la giusta funzione di incoraggiamento, evitando l’eccessiva concentrazione di
potere, proprietà e ricchezza, e assegnando a tutti adeguata possibilità di
istruzione, in modo che il sistema resti equo nel tempo.
Il
dibattito sulla globalizzazione avviene su presupposti di teoria economica
confusi e su interpretazioni errate dei fatti. Spesso la globalizzazione viene
presa come causa di fenomeni negativi (distruzione dell’ambiente, crescente
disuguaglianza) e come elemento esterno ineludibile per giustificare
provvedimenti impopolari (riduzione della spesa pubblica e delle prestazioni
sociali necessari per incrementare la competitività della nazione). Viceversa
la globalizzazione non è così pervasiva e amplia le possibilità di scelta
degli individui e delle nazioni.
Il pensiero corrente sulla competitività delle nazioni si fonda su un concetto
errato. L’idea secondo cui il successo delle altre economie possa ridurre la
prosperità o il tasso di sviluppo, o ancora il livello di occupazione di un
paese è quasi totalmente falsa. Le nazioni non competono soltanto, ma
soprattutto collaborano; tutti i paesi possono crescere simultaneamente in
quanto l’economia mondiale non è un gioco a somma zero. La teoria economica
sostiene inoltre che il commercio migliora le posizioni dei paesi in relazione
tra loro e il grado di globalizzazione, se misurato dal commercio mondiale, non
sta aumentando: stanno aumentando i volumi dei commerci dei beni che hanno avuto
un aumento elevato della produttività, per effetto delle applicazioni
tecnologiche ad essi applicate, ma questo stesso fenomeno ne ha ridotto i prezzi
relativi, cosicché i valori complessivi non aumentano. Ma quei beni e servizi
non soggetti all’aumento della produttività e per cui conta molto il contatto
e la creatività umana (sanità, barbieri, consulenza, artigianato), non sono
soggetti al commercio internazionale. Ciò porta, al contrario, ad una maggiore
localizzazione della produzione. la nuova economia è molto più complessa, è
un miscuglio di “high-tech” e di
“high-touch”.
Il dibattito sulla new economy è
corretto solo in parte. Il vero cambiamento strutturale è l’affermarsi
dell’economia di servizio. Il violento sviluppo dell’Ict
(Information communication technology),
sempre più a buon mercato e con crescenti possibilità di applicazione,
ha una funzione importante nel determinare la struttura dell’industria, in
quanto la manipolazione delle informazioni riguarda una larghissima fascia
dell’economia.
I cambiamenti dell’economia derivano invero da fattori interni, che hanno
attinenza solo parziale con la globalizzazione: la crescente disuguaglianza (si
riduce l’esigenza di lavoro meno qualificato e migliora il rendimento di
quello qualificato), il bisogno di flessibilità (ridimensionamento delle grandi
industrie a favore delle imprese piccole, flessibili e volatili), la richiesta
di servizi pubblici (l’aumento di ricchezza fa crescere la domanda di
istruzione, trasporti e sanità), di regolamentazione (per il controllo dei
rischi e la tutela delle persone), il conflitto tra sviluppo e ambiente (siamo
disposti a pagare di più per i trasporti ma viaggiamo sempre peggio per la
congestione del traffico).
Un approccio di libero mercato (particolarmente nel mercato dei capitali e del
lavoro) non distrugge necessariamente la capacità dei governi di perseguire
obiettivi sociali: la redistribuzione tra beni pubblici e privati deve essere
decisa politicamente dai cittadini. Se vogliamo optare per mercati più rigidi,
perdendo competitività per realizzare scopi sociali, possiamo farlo. Ma la
spesa sociale deve essere produttiva di servizi veri, non producibili
privatamente (sussidiarietà orizzontale) e attrarre forza lavoro professionale
per un’economia di servizi. Uno stato deve essere coerente con il tipo di
produzione che si sviluppa al suo interno in base al livello di ricchezza e alla
sua distribuzione; occorre uno stato disegnato per i cittadini non come gestore
dell’economia ma come produttore di servizi in modo efficiente.
L’economia di mercato è il miglior meccanismo che conosciamo per creare
ricchezza e, nel lungo periodo, stimola l’instaurazione di governi basati su
valori democratici e liberali con regole definite e osservate. L’apertura
dell’economia ai capitali e alle idee è condizione necessaria per diminuire
le disuguaglianze tra le nazioni aiutando soprattutto i paesi più deboli,
maggiormente interessati dagli scambi internazionali, purché anche a livello
internazionale vi siano delle regole che preservino il raggiungimento di
obiettivi globali (ambiente, guerre, ecc.). Il capitalismo, pertanto, da solo
non è sufficiente, ha bisogno di essere corretto con l’intervento dello Stato
e con il processo politico, per realizzare un equo sistema di redistribuzione,
la fornitura di beni collettivi, il miglioramento dei mercati imperfetti.
Vitale
M. America punto e a capo
L’america
non sarà giudicata dai suoi scandali finanziari (Enron, WorldCom) ma dalla
fermezza e dalla rapidità con cui avrà saputo affrontarli.
Gradualmente l’Artur Andersen ha abdicato al suo compito istituzionale
fondamentale, che era quello di essere al servizio del pubblico, per appiattirsi
su una revisione fatta di un puro rispetto formale di regole, il cosiddetto compliance audit. La professione ha perso gradualmente la capacità
di autoregolarsi, di porsi al servizio del pubblico. Il vuoto legislativo ha
dapprima portato all’autoregolamentazione; il fallimento di quest’ultima non
deve portare all’eccessiva regolamentazione ma alla necessità di standard
etici per realizzare un cambio culturale. La crisi dell’autoregolamentazione
vuol dire necessariamente maggiore regolamentazione ma c’è il rischio di una
regolamentazione esagerata e burocratica. Occorre un nuovo equilibrio tra
regolamentazione e responsabilità degli operatori.
La deregolamentazione ha permesso alle investment
bank di fare tutto senza preoccuparsi dei conflitti di interesse. Questo
esiste per le società di revisione tra certificazione e consulenza, per gli
analisti tra analisi e consulenza, per le banche tra investimenti in proprio e
gestione dei patrimoni. Le muraglie cinesi non funzionano.
Non è accettabile, non è utile, non è conveniente che quattro grandi società
di revisione esercitino un oligopolio-monopolio su praticamente tutte le società
quotate del mondo. E’ necessario rompere questo trust.
Le nostre Enron sono avvenute nella stagione 1962-1992, quando le imprese di
proprietà pubblica (tra cui le banche), dominate dai partiti, hanno compiuto le
loro nefandezze.
Fareed Z. Democrazia
senza libertà
La
rivoluzione tecnologica, l’arricchimento del ceto medio e il collasso dei
sistemi e delle ideologie alternative al capitalismo hanno contribuito a
determinare l’ondata democratica. Occidente,
democrazia e libertà hanno finito per coincidere: mentre in altre regioni la
democrazie è in pieno rigoglio non è così per il liberalismo. Cresce la
partecipazione alla vita politica e le elezioni sono libere, regolari e aperte,
ma manca l’autonomia e la dignità delle persone, la tutela contro qualsiasi
forma di coercizione, attraverso l’autorità della legge.
Se la Grecia antica è la patria della democrazia, deve essere
riconosciuto l’importante ruolo svolto dalla Roma antica per la promozione
della libertà attraverso l’autorità della legge, l’uguaglianza dei
cittadini di fronte ad essa, la limitazione dei poteri del sovrano e la
separazione dei poteri attraverso istituzioni autonome. Successivamente fu la
Chiesa cattolica la prima istituzione indipendente ad incrinare i poteri dello
Stato. Dopo il conflitto tra Stato e Chiesa, quello tra nobiltà e monarchia è
il secondo grande scontro di poteri in Europa: un ceto medio forte è essenziale
per garantire la libertà. Lo scisma tra cattolicesimo e protestantesimo, poi,
ha minato la visione dell’Europa come un’unica grande comunità cattolica,
ma affidò allo Stato il governo: la libertà dipese dalla buona volontà dei
regnanti. La Rivoluzione francese non portò restrizioni al potere centrale, ma
la eliminazione di tutti quelli ad esso alternativi: la sovranità popolare
rivendicò il potere incontrollato. Non aveva alle spalle una matura tradizione
del liberalismo costituzionale (separazione dei poteri, istituzioni
indipendenti, società civile). Il potere assoluto fu trasferito dal re
all’Assemblea nazionale: la Francia pose lo Stato al di sopra della società,
la democrazia al di sopra del costituzionalismo, l’uguaglianza al di sopra
della libertà. In Inghilterra, invece, il potere era suddiviso, venivano
garantite le libertà costituzionali e regnava la tolleranza. Da tale cultura si
affermò il liberalismo e il capitalismo moderno: una classe indipendente di
uomini d’affari, uno Stato che proteggeva la proprietà privata,
un’amministrazione decentrata, organi giudiziari indipendenti, prerogative
ristrette della Corona. L’america acquisì tali connotati in una società in
cui era presente il solo ceto borghese. Col passare del tempo il liberalismo
costituzionale ha portato alla democrazia che ha aperto la strada ad una
maggiore libertà: prima il capitalismo e l’autorità della legge, poi la
democrazia.
La democrazia liberale è favorita dai seguenti fattori:
1.
il successo economico, misurato da un alto reddito pro capite, che
produce imprese private e una media borghesia che mantengono lo Stato al suo
posto, rispettoso della legge e dei bisogni dei cittadini, un ceto medio colto
che genera la società civile;
2.
il capitalismo, che porta alla ribalta la borghesia imprenditoriale che
sovverte l’aristocrazia e tutela la proprietà, i contratti, le leggi, le
libertà politiche e civili;
3.
limitate ricchezze naturali, che altrimenti ostacolano lo sviluppo delle
istituzioni non rendendo necessaria la tassazione e, quindi, la rappresentanza.
Uno Stato può arricchirsi senza arricchire la società;
4.
uno Stato legittimo ed efficiente che consente al capitalismo di
funzionare (rule of law)
Occorre puntare su un autentico sviluppo economico ed edificare istituzioni
politiche efficaci, altrimenti, come in Russia, prevalgono democrazie
illiberali, con elezioni libere ma autoritarie. Una volta che il popolo è al
potere, non si reputano più necessarie limitazioni e contrapposizioni, mentre
il liberalismo costituzionale si fonda sulle restrizioni dei poteri e sulla
decentralizzazione. Il rischio di oppressione può derivare dalla
“maggioranza” se questa ha sovranità assoluta: questa può alimentare il
conflitto etnico e religioso organizzando il consenso sulla base di tali identità.
E’ un fraintendimento l’assunto che la democrazia porti all’armonia e alla
pace. E’ con i principi del liberalismo costituzionale che il sistema democratico
produce libero scambio, apertura e rende vantaggiosa la cooperazione, non la
guerra.
Il mondo arabo è paralizzato da società illiberali e autoritarie. Non a causa
delle idee religiose, in quanto l’Islam ha una vocazione antiautoritaria; la
struttura patriarcale musulmana è la stessa di quella occidentale di qualche
decennio fa. La storia musulmana è una storia di commerci e di scienza, il vero
problema è il fondamentalismo e il Medio oriente e nasce negli ultimi
trant’anni di storia: in precedenza il mondo arabo era propenso ad aprirsi
alla modernità, ma si è affermata un’idea nazionalista e il socialismo di
Stato, che hanno minato lo sviluppo e la formazione di un liberalismo
costituzionale. Le nazioni arabe sono ricche (lo sono anche i fondamentalisti) e
il governo è affrancato dalla necessità di tassare la popolazione offrendo in
cambio responsabilità, trasparenza e rappresentatività. Manca inoltre una
gerarchia e autorità religiosa che si opponga allo Stato e il dissenso, nato
dall’incapacità di governare la globalizzazione e dal rischio di dipendere
dall’Occidente, si è alimentato assumendo le vesti di un fondamentalismo. La
Turchia, la Bosnia e la Malesia testimoniano che le comunità musulmane possono
convivere con la modernità una volta risolti i problemi economici e politici.
Devono muoversi verso il liberalismo costituzionale e il capitalismo,
risvegliando le antiche capacità commerciali e scientifiche.
In Occidente la crisi della democrazia nasce dal fatto che i partiti non hanno
più peso e non mediano più gli interessi dei cittadini, seguono i sondaggi e
le mode: sono i gruppi organizzati a governare (le lobby,
gli interessi privati), le minoranze che raccolgono fondi. L’attività
politica è paralizzata. La crescente
democratizzazione, che ha scardinato le oligarchie e le vecchie istituzioni
(deregulation, decentralizzazione), ha investito molti aspetti: la religione,
l’arte, divenuta populistica e consumistica, le professioni. In particolare
queste ultime, basate in passato sul riconoscimento e sulla reputazione, hanno
perso i principi deontologici per orientare i propri clienti al beneficio
immediato. L’orizzonte temporale di riferimento è sempre breve. Se c’è più
vivacità, iniziativa, innovazione, c’è anche più instabilità, insicurezza,
amoralità, irresponsabilità sociale, frode.
Negli ultimi anni l’aumento della democrazia è andata troppo oltre,
producendo un sistema inefficiente, incapace di governare, non più rispettato
dai cittadini. Per poter operare i Governi devono essere affrancati dalla logica
di breve periodo imposte dalle lobby e
dai sondaggi. Occorrono istituzioni non elettive cui delegare compiti specifici
- anche in relazione alla maggiore complessità dei fenomeni sociali -
svincolate, distanti, almeno in parte, dalla politica (quali ad es. le banche
centrali, la UE, il WTO). Per evitare una crisi di legittimità delle
istituzioni, i cambiamenti devono essere in linea con il sistema democratico: il
potere ultimo deve rimanere ai cittadini.
Sen
A. La democrazia degli altri
Anche
se attualmente la democrazia è una forma di governo prevalentemente
occidentale, l’Autore esprime dubbi sul fatto che non possa essere applicata
ad altri popoli, in quanto sarebbe un’imposizione di valori occidentali, e sul
fatto che adeguata ai paesi poveri in quanto frenerebbe lo sviluppo.
La democrazia viene definita a la Rawls, come esercizio della funzione
pubblica, fondata, pertanto, sulla discussione pubblica (che presuppone
pluralismo, tolleranza, dibattito e informazione libera, ecc.), non solo come
libere elezioni.
La discussione pubblica è presente nella storia di molte altre regioni (tribù
africane, Egitto, India, Cina) e contesti culturali (islam, buddismo,
confucianesimo, ecc.), non solo nell’antica Grecia. In occidente inoltre, si
è sviluppato solo dall’illuminismo. Esempi di assenza di democrazia, inoltre,
sono presenti in tutte le culture, anche in quella greca antica (Platone).
L’Autore ribadisce quanto già espresso in “Sviluppo è libertà”,
l’evidenza che la democrazia ha sempre evitato gravi disastri (quali la
carestia) anche nelle regioni povere.
L’ultimo secolo ha consolidato il concetto di democrazia quale valore
universale, quale “normale” forma di governo, applicabile universalmente
anche nei paesi poveri perché non c’è crescita senza democrazia.
Ci sono tre modi attraverso i quali la democrazia migliora la vita:
- democrazia come valore intrinseco, in quanto parte integrante
della libertà, per partecipare alla vita pubblica e sociale attraverso
l’esercizio dei diritti politici e civili;
- democrazia come valore pratico, per dar voce ai bisogni del popolo
e affrontarli;
- democrazia come funzione costruttiva dei valori e dei bisogni e
per definire le priorità attraverso la discussione pubblica, assicurando che i
governi siano responsabili e giudicabili.
Shiller
R. Il nuovo ordine finanziario
Riusciamo
a gestire i rischi di minore importanza, ma non quelli più rilevanti per la
nostra vita: si affrontano problemi e rischi riferiti ad eventi specifici ma non
si percepiscono appieno i rischi personali a lungo termine (benessere, lavoro,
istruzione, ecc.) che possono essere amplificati dall’evoluzione tecnologica.
La finanza non è
stata applicata finora per proteggerci contro i rischi relativi alla carriera,
al lavoro, alla salute, in quanto è stata applicata al capitale fisico e non al
capitale umano. Democratizzare la finanza significa affrontare i grandi rischi
della nostra esistenza per proteggerli, sfruttando le capacità tecnologiche ora
disponibili. Coprirsi da tali rischi significa poter essere più intraprendenti
e poter seguire le proprie inclinazioni.
L’Autore propone sei iniziative:
- assicurazione dei mezzi di sostentamento contro i rischi di
declino del proprio reddito derivanti da qualsiasi causa e del valore della
casa;
- macromercati: grandi mercati internazionali per il reddito
nazionale contro i rischi di declino della nazione e per le varie tipologie di
redditi da lavoro, attraverso l’emissione congiunta di titoli corti e lunghi
che, dopo l’emissione, avrebbero vita separata;
- mutui legati al redditi;
- assicurazione contro la disuguaglianza, per una equa distribuzione
dei redditi, politica pubblica per realizzare una deliberata equa distribuzione
dei redditi;
- la sicurezza sociale internazionale intergenerazionale, per
affrontare i rischi che gravano su generazioni diverse, per evitare che ricadano
eccessivamente su una sola di esse;
- accordi internazionali sulle economie nazionali, per la copertura
dei rischi di declino del PIL attraverso contratti swap.
Con le nuove tecnologie digitali è possibile gestire tutti questi rischi, stabilizzando le
economie ed eliminando rischi individuali. Particolare attenzione è rivolta al
contesto psicologico (framing) che influenza le scelte delle persone.
Sfruttare la tecnologia informatica per creare database globali di informazione sui
rischi (Global Risk Information Database – Grid) su cui creare
indicatori utili alla gestione dei rischi.
Adornato
F. Fisichella R. Fede e libertà
Nel XX secolo l’Europa ha condannato Dio smarrendo così la
propria identità. E’ stata sminuita la cultura umanista e la ricerca della
verità. L’argomentazione etica non si svolge più con la ragione ma con
l’ideologia, privando la possibilità di raggiungere qualsiasi verità. Nel
XXI secolo è inevitabile che Dio e l’uomo riprendano il loro posti nella
storia e nella vita pubblica.
Viviamo in un periodo di debolezza della ragione, di declino
della coscienza morale. Il relativismo e il nichilismo sono entrati nel nostro
modo di vivere: tutto è diritti, nulla è doveri, trasformiamo ogni desiderio
in legge per consentire tutto quello che è tecnicamente e scientificamente
possibile; la libertà viene intesa come fine in sé per usare e abusare.
Il liberismo e il cristianesimo hanno in comune il principio
fondamentale della centralità della persona. Lo spazio liberale, insieme al
cattolicesimo, deve recuperare l’etica, i principi della ragione per
raggiungere la felicità. Il cristianesimo non rinuncia alle ragioni della
ragione, ma ne dà una dimensione anche morale.
La Chiesa cattolica, a differenza delle altre religioni,
offre una verità che non deve essere accettata acriticamente ma liberamente e
deve essere giustificata continuamente dalla ragione. Non è una religione del
libro ma una religione della parola. Le ideologie che impediscono la
trascendenza e l’amore non possono dare all’uomo la conoscenza di sé e
quindi la libertà. Soprattutto quando l’ideologia si fa Stato, impedisce
l’individuazione della verità necessaria per la libertà. L’agire politico
deve essere basato sulla ricerca della verità, superando il relativismo e il
materialismo, recuperando il trascendente, il rapporto con Dio, l’amore, un
quadro di riferimento etico, un corretto rapporto tra fede e ragione.
L’Islam è una religione che non concede libertà e verità,
che sottomette e si fa Stato. L’assenza di intellettuali e di un pensiero
forte ha fatto mancare una critica verso l’Islam, una distinzione dei valori.
La riduzione al silenzio dei cattolici evita l’espressione differente basata
sulla morale che non si oppone all’etica e al vivere civile e che porta
cultura, progresso e democrazia.
Non c’è democrazia senza valori.
L’Europa non è più capace di memoria e nutre un odio
verso se stessa. Le nostre nazioni sono eredi dell’illuminismo francese che
assegna allo Stato una primazia assoluta sul singolo, un giudizio negativo su
mercato e impresa. L’Europa non ha ancora superato la mentalità totalitaria,
l’illusione di poter vivere senza Dio. Deve tornare alla ricerca della verità
laica, comportarsi come se Dio ci fosse e definirsi in positivo: la centralità
dell’uomo, un pensiero forte che eviterebbe lo scontro delle civiltà. La
laicità dello Stato non significa che il suo dominio sia turbato il meno
possibile, ma che prenda in considerazione tutte le istanza, anche quelle
cristiane.
Lo spirito dell’Europa è quello di porsi domande
umanistiche e metafisiche. La storia europea si è fatta sull’unione tra fede
e ragione: sia quando la fede ha voluto sostituire la ragione, sia quando la
ragione ha voluto espellere la fede, l’Europa ha traballato. Le tre direttrici
delle nostre democrazie sono il primato della persona, la centralità della
legge naturale, la dialettica tra diritti e doveri e sono fondamentali sia per
il liberale che dei cristiani. L’Europa permette ai propri immigrati di non
diventare cittadini europei e di non rispettare i nostri valori e attacca il
Cristianesimo; il politically correct
evita i toni forti e mette tutti i valori sullo stesso piano, il relativismo,
dove non c’è nessuna verità. La centralità della persona, della legge
naturale sono alla base dell’Europa laica.
La pace è tale quando c’è progresso, benessere e amore,
presupposto dei quali è la verità e la libertà. Il relativismo ammette
qualsiasi verità, il nichilismo non ammette la verità. Il messaggio cristiano
di libertà e di responsabilità è la fonte della democrazia e della civiltà
occidentale, anche se è un messaggio universale. E’ un messaggio valido anche
per il laico riconoscendo la libertà di rifiutare Dio e, fin da Cristo,
la laicità dello Stato.
La guerra può essere giustificata solo come estrema risorsa
per raggiungere la pace e in caso di pericolo reale, certo e duraturo.
Gesù è la più grande fonte di ispirazione morale della
civiltà umana e specialmente dell’Occidente: libertà, responsabilità, via
umanista della storia contro quella razionalista. L’umanesimo evita di
trattare l’uomo come strumento di dominio. Il XX secolo ha cercato di
crocifiggere Cristo, portando all’uccisione di molti uomini. Ora Cristo sta
risorgendo anche se lo si vuole emarginare dalla sfera pubblica.
Gesù non ha scritto nulla perché la sua parola rimanesse
viva e mantenesse al riparo il cristianesimo dalla ideologia. Il cristianesimo
è una dottrina di relazione e di amore e non può essere confinata nella sfera
privata. Sostiene l’interazione morale, la libertà, l’amore e il rispetto
dell’uomo e della vita. Gesù è il primo ispiratore del comportamento etico,
che viene prima della legge: l’uomo prima dello Stato, il diritto naturale
prima di quello degli uomini, in quanto esistono dei valori non negoziabili.
E’ inevitabile confrontarsi con il cristianesimo per capire la storia.
Tremonti
G. La paura e la speranza
Con
la globalizzazione un miliardo di uomini è passato di colpo dall’autoconsumo
al consumo. Le grandi svolte portano l’irrazionale, l’imprevedibile,
l’insicurezza e la paura del futuro. Oggi il superfluo costa meno del
necessario: un viaggio a Londra o un telefonino può costare meno di 20 euro, ma
per fare la spesa al supermercato ci vuole almeno il doppio. Stiamo consumando
le risorse del pianeta ma non abbiamo più i bambini.
E’ la conseguenza del mercatismo, basato sulla disponibilità
di beni a basso costo a produzione globalizzato, sull’immigrazione, sulla
perdita del posto fisso, sul danaro a basso costo. Abbiamo scambiato gli
interessi con i valori, l’avere con l’essere, il comunismo con
l’umanesimo. La tecno-finanza ha finanziato tutto ciò e ha prodotto una crisi
strutturale che si estende all’economia globale. Le banche sono diventate
irresponsabili (modello originate to
distribuite) rompendo
l’equilibrio tra rischio e responsabilità al di fuori di ogni controllo. Si
è finanziato il consumo, la speculazione, non la produzione e lo sviluppo.
La globalizzazione spinta dal mercatismo porta al rischio
della catastrofe ambientale derivante dalla domanda di energia. Nel contempo i
dazi agricoli provocano povertà in Africa. Se il mondo è unico, le politiche e
le regole o sono generali o non sono. Un altro rischio è il colonialismo di
ritorno indotto dalle nuove leadership economiche.
L’Europa si è fermata nella produzione di idee, coltivando
solo quella mercatista, subendo le pressioni esterne, economiche e politiche. Il
mondo arabo, invece, ha difeso la propria identità, mentre da noi la libera
circolazione ha provocato squassi culturali, shock identitari e reazioni
autoimmunitarie. Alla utopia comunista si è sostituita l’utopia mercatista,
in cui l’uomo esiste per consumare, è materialista. Il WTO ha creato enormi
squilibri economici e sociali: la povertà entra nella busta paga dei salariati
occidentali attraverso l’esportazione dei capitali europei. L’Europa assiste
passivamente alla nuova leadership economica, alla crisi dello Stato
sociale, alla crisi della politica. Solo la leva finanziaria e i plusvalori
immobiliari hanno fatto crescere il tenore di vita occidentale.Ma l’economia
senza la politica è cieca, il mercato senza le regole non funziona. In Europa
scriviamo tante regole che non servono, mentre gli altri fanno quello che
vogliono. Lo Stato nazione, attraverso il controllo del territorio controllava
la ricchezza ed esprimeva la propria forza politica. Ora il territorio non
contiene la ricchezza e lo Stato perde il suo potere. L’Europa, aderendo
all’ideologia mercatista, ha rifiutato la sua identità, le proprie radici, i
suoi valori. E’ diventata più povera e più vecchia e permeabile ai modelli
culturali e politici esterni.
La
crisi in cui viviamo, perciò, non è solo economica, è sociale e morale.E’
necessaria una politica alternativa al mercatismo che sposti il primato
dell’economia verso il primato della politica, basata sulle radici
dell’Europa. Serve uno spirito collettivo positivo. La sinistra ha esaurito la
spinta vitale, ancora riferita ad una concezione meccanicistica della società,
delle masse. La nuova struttura sociale è simile a internet: orizzontale
e flessibile, anarchica e federale. Il pubblico non si identifica con lo Stato,
la ragione e la scienza non sono più i vettori della modernità positiva. Il
vuoto è sia politico, che culturale e spirituale.
Una
comunità può e deve definire la propria identità solo per mezzo dei suoi
valori storicamente convalidati e rispetto ai quali le altre comunità sono
“altre”. Nella globalizzazione, invece, continuiamo ad essere “altri”
per gli altri, ma noi non siamo “noi”. Non possiamo essere buonisti ed
aprire la porta a chi non riconosce la nostra cultura, la nostra tradizione, le
nostre leggi e non si integra. Scegliere di essere di nuovo protagonisti vuol
dire dare alla politica una prospettiva di ordine etico e crederci. I concetti
fondamentali sono solo quattro: libertà, proprietà, autorità e responsabilità.
Le nostre infrastrutture si sono deteriorate, la scuola si è
degradata, l’università e la ricerca segnano il passo, la giustizia civile ha
tempi incompatibili con un’economia avanzata, la pubblica amministrazione è
inefficiente. All’origine della crisi c’è la cultura del ’68, la
sublimazione dei diritti rispetto ai doveri e alla responsabilità. Le parole
d’ordine sono: valori, famiglia, identità, autorità, ordine (le leggi sono
troppe e non applicate) responsabilità, federalismo. Serve una visione e un
progetto.
L’Europa deve prendere l’iniziativa politica, sostituendo
la democrazia parlamentare alla burocrazia tecnocratica, passando dal pensiero
debole (pacifismo, ambientalismo, ecc.) a quello forte (i valori), attuando una
nuova politica:
a)
un trattato commerciale
Europa-USA sui principi doganali, sulla proprietà intellettuale, su Antitrust,
sulla politica agricola, ecc.;
b)
una nuova Bretton Wood
sui temi ambientali, finanziari ed economici;
c)
l’applicazione di
clausole ambientali e sociali al commercio;
d)
l’uscita unilaterale
dal WTO;
e)
lo spostamento del
prelievo fiscale dalle persone alle cose;
f)
una moratoria
legislativa: semplificare e ridurre la regolamentazione;
g)
l’attrazione di
capitali;
h)
l’emissione di Eurobond
per finanziare lo sviluppo;
i)
una politica industriale
europea;
j)
una politica per la
famiglia;
k)
un piano europeo per il
nucleare;
l)
la detassazione per le
iniziative etiche.
Vittadini
G. (a cura di) Che cosa è la sussidiarietà
Vittadini:
La globalizzazione riduce i poteri degli Stati nazionali, crea esclusione.
Donati: Il welfare state è in crisi in relazione alla
situazione economica, ai mutamenti demografici e all’immigrazione. Si
diffondono ansie, incertezza, disorientamento e senso di precarietà. In Europa
il welfare state è nato dal sovrano illuminato, è calato dall’alto; in
america è sorto dalla società civile cui lo Stato ha dato sostegno. La
globalizzazione favorisce le reti organizzate di individui anziché la
centralizzazione. C’è un cambiamento radicale in ciò che viene considerato
pubblico, anche perché nella definizione di benessere non si includono più
solo le materialità, ma anche le relazioni sociali, i valori e i fini etici. La
sussidiarietà si basa sul rispetto della dignità delle persone per accrescere
le capacità autonome. La libertà presuppone la responsabilità dei propri
comportamenti nei confronti degli altri.
Del Debbio: La formulazione originaria del principio di
sussidiarietà è di Pio XI nell’Enciclica Quadragesimo anno del 1931: “come
è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze
e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto
rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e
inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno
sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di
qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera
suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già di
distruggerle o assorbirle”. Il principio di sussidiarietà scaturisce da una
precisa concezione antropologica della inalienabilità , unicità e completezza
della persona, del carattere razionale e sociale dell’uomo, anche se l’uomo
non si risolve solo nel suo essere sociale. La società e il bene comune non
costituiscono una realtà o un fine superiore ma sono al servizio degli
individui per la loro realizzazione. In questo il liberismo e il cristianesimo
hanno in principi comune, soprattutto il primato della persona.
Feliciani: un intervento dello Stato troppo spinto può
minacciare la libertà e l’iniziativa personale, si può sostituire ai corpi
intermedi e, specificamente, alla famiglia.
Bressan: Il welfare state è un’iniziativa
dell’illuminismo e nasce come tentativo dello Stato di rispondere ai bisogni
dei cittadini in sostituzione delle più antiche forme di solidarietà del
Medioevo. E’ poi diventato il diritto universale alla sicurezza sociale. Le
criticità di questo sistema derivano dalle difficoltà di un’autorità
centrale di rispondere alle esigenze dei singoli cittadini senza lasciar loro o
a strutture intermedie, margini di autonomia.
Carozza: Il principio di sovranità, contrario a quello di
sussidiarietà, non è adeguato a conciliare pluralismo e unità. La base della
sussidiarietà è personalistica, nel senso che ogni individuo è un valore
unico, superiore allo Stato e per sua natura è sociale. La sussidiarietà
considerala libertà come necessaria alla dignità umana, libertà da
interferenze ma anche libertà di agire. Ciò porta ad individuare i limiti e le
responsabilità dello Stato, il cui intervento può essere giustificato là dove
forme di organizzazioni inferiori non riescono a raggiungere i propri obiettivi.
Lo Stato ha il dovere di occuparsi di aiutare le comunità, senza distruggerle,
per contribuire al bene comune, evitando interferenze che comprimono le libertà.
In questo senso la sussidiarietà è un principio di ordinamento statuale e tra
Stati a livello europeo basato sull’assistenza, sulla diversità, sulla
pluralità e sulla cooperazione, anziché sulla sovranità.
Quadrio Curzio: Anche la Costituzione italiana, riformata al
suo Titolo V nel 2001, introduce il principio di sussidiarietà all’art.
118:” le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per
assicurare l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città
metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà,
differenziazione e adeguatezza.” La sussidiarietà, in quanto regolatrice dei
rapporti tra Stato, società e mercato, è un’applicazione del liberalismo
sociale, perché rispetta le autonomie sociali ed economiche da parte dei Poteri
istituzionali, un liberalismo sociale centrato sull’economia e il sociale
attraverso al combinazione della sussidiarietà con lo sviluppo e la solidarietà.
Antonini: La crisi dello Stato-nazione e il sorgere di
organismi internazionali senza una forte legittimazione democratica e con
poteri rilevanti, ha ridotto la rappresentatività e la partecipazione
democratica. La sussidiarietà può. almeno in parte colmare la lacuna aperta
dalla globalizzazione con l’erosione del principio rappresentativo. Si
recupera la visione positiva dell’uomo passando dalla logica assistenziale a
quella delle capacitazioni: l’interesse sociale non è più monopolio del
potere pubblico ma una prospettiva dell’agire privato. Il welfare state è ora
basato sull’imposizione fiscale delle ricchezze non mobilizzabili, ancorate al
territorio, rischiando di colpire le classi più deboli. Un welfare sussidiario
recupera una maggiore libertà ed efficacia nel soddisfacimento dei diritti
sociali anche attraverso la riduzione della burocrazia.
Napoleon
La
caduta del muro di Berlino e il passaggio al capitalismo
globale sono avvenuti senza un progetto politico. Nelle grandi e improvvise
trasformazioni della società, l’economia tende a prendere il sopravvento
sulla politica, non in grado di controllarla. In questo vuoto di potere vengono
a mancare regole e istituzioni e l’”economia canaglia” corrompe e
distrugge l’economia tradizionale e
la società: si verificano spinte antidemocratiche fino a forme di schiavismo,
sviluppo della criminalità e corruzione politica.
Con la globalizzazione,
la larga offerta di manodopera ha creato disoccupazione nei paesi più
sviluppati, attraverso l’outsourcing
e l’offshoring.
I consumi non si sono ridotti grazie al credito facile, i mezzi di informazione
rappresentano un mondo illusorio. La distribuzione dei redditi è sempre più
sperequata e l’imposizione fiscale diventa regressiva. La finanza amplifica il
cambiamento attraverso la speculazione e gli hedge
fund.
I confini nazionali sono l’ostacolo della politica. La
politica fondata sullo Stato-nazione non riesce a controllare la situazione
mentre il crimine si globalizza: i cittadini perdono alcune libertà e la
violenza rimpiazza l’autorità. La criminalizzazione della nomenklatura evita
il crollo delle nazioni: intere nazioni dipendono dall’economia parassita e si
espande la schiavitù. La politica non ha idee da offrire e da confrontare e si
rifugia nel populismo. I politici diffondono insicurezza e usano la paura come
strumento politico, poi dicono quello che la gente vuole sentire. Le
organizzazioni sopranazionali non hanno la forza per contrastare l’”economia
canaglia”. Anche le campagne umanitarie sono uno show.
Ci si trincera in lacune forme di trialismo, ci si affida
alla comunità territoriale o religiosa.
Il nuovo contratto sociale post-globalizzazione sancirà una
netta separazione tra Stato e individui: la sfera commerciale ed economica starà
al di fuori dello Stato. Scompariranno i brevetti e la ricchezza sarà
ridistribuita a favore dei paesi più poveri. L’ordine mondiale sarà dominato
dall’Asia che soppianterà il mondo occidentale. Il sud del mondo fornirà le
risorse.
Giustiniani
E. Elementi di finanza islamica
Il Corano consente il prestito ma vieta categoricamente il
pagamento di interessi e proibisce qualsiasi richiesta di rimborso superiore
alla somma prestata, il capitale. Viene lasciata esclusivamente la possibilità
di finanziarsi facendo partecipare agli utili colui che presta il danaro, sul
tipo del venture capital o del project
financing.
L’elemento peculiare delle banche islamiche è il rispetto
della Sharî’a, attraverso la partecipazione al rischio
dell’investimento: al tasso di interesse viene sostituito il tasso di profitto
(profit
and loss sharing).
Il creditore deve condividere i rischi con il debitore. I contratti di impiego
avvengono attraverso l’associazione con il finanziato (musharaka),
l’accomandita (mudarabah); quelli di raccolta attraverso i conti non
remunerati che forniscono servizi di pagamento (al isàb al garì), i
conti di risparmio (hisab al-tawfìr), remunerati sulla base degli utili
della banca, e i conti di investimento (hisàbàt al-istitmàr), che
sovvenzionano iniziative specifiche e sono remunerati in funzione dei guadagni
di queste ultime. Esistono poi operazioni di acquisto e vendita a termine (uqud
al muawadhat), leasing finanziario (ijàra wa iktinà), vendite a
termine (bay’ mu’ajjal) o a premio (muràbaha) il mutuo
islamico (quard-al-hesanah), che è un contratto gratuito a scopo di beneficenza
ma, in altri casi, sono previste remunerazioni per riequilibrare il beneficio
che il mutuatario ricava dall’uso della somma mutuata. In altri casi ancora,
la banca acquista il bene e lo rivende al cliente con ricarico per il rimborso delle spese e la remunerazione
dell’operazione. Il cliente, durante l’operazione, paga l’affitto che
comprende il rimborso della somma che la banca ha utilizzato per acquistare
l’immobile.
Tutte le banche islamiche sono supervisionate da un comitato
di saggi (Comitato di sorveglianza, Sharî’a board), che controlla la
conformità delle operazioni alle regole religiose.
La finanza islamica, pur avendo dei vantaggi legati
all’etica sottostante alle operazioni di finanziamento e impiego, che le
rendono più stabili e più orientate allo sviluppo, presentano delle criticità
legate alla difficoltà di essere conformi alla regolamentazione internazionale,
alla complessità delle operazioni, che le rendono più costose,
all’impressione che le tecniche operative siano studiate per raggirare i
principi religiosi islamici.
Il processo decisionale si basa sempre più sull’analisi statistica di banche
dati, che portano alla luce correlazioni tra fenomeni apparentemente scollegati,
anziché sull’esperienza e sull’intuizione. La regressione, le ricerche
randomizzate e le reti neurali sono le tecniche applicate alle banche dati che
riescono a rappresentare i fenomeni e aiutano a prendere decisioni in maniera più
efficiente della mente umana - influenzata dai propri sentimenti, dalle
convinzioni, dai pregiudizi e dai preconcetti – specie quando i fenomeni sono
complessi.
L’elaborazione
è diventata fondamentale nelle decisioni di consumo, dove alcune aziende
conoscono il comportamento di consumo dei propri clienti meglio di loro stessi.
La mente umana deve affiancarsi all’analisi
statistica per valutare l’impatto di eventi rari, ma soprattutto per generare intuizioni e congetture su come costruire le
analisi statistiche, formulare teorie e ipotesi sulla natura dei fenomeni,
valutare le analisi ed evidenziare i punti deboli.
Yunus
M. Un mondo senza povertà
Il libero mercato ha favorito il progresso ma ha creato
problemi sociali: la distribuzione della ricchezza, l’inquinamento, ecc.. Lo
Stato può far molto ma ha degli aspetti di debolezza intrinseca legati alle
pressioni hobbistiche. Hanno funzionato poco anche le organizzazioni non
profit, dipendenti dalle donazioni, e gli organismi internazionali; la
responsabilità sociale delle aziende è, spesso, solo un espediente
pubblicitario.
L’Autore
individua il limite del capitalismo nel concepire gli uomini come esseri ad una
sola dimensione, quella economica, mentre, in realtà, le persone hanno molte
dimensioni, una molteplicità di interessi.
Propone un nuovo
tipo d’impresa, il business sociale, che tiene conto della
multidimensionalità umana . Questo tipo di impresa, pur essendo
autosufficiente, produce beni e servizi con l’obiettivo di un miglioramento
sociale (vendere a basso costo beni essenziali ai poveri, risolvere particolari
esigenze sociali, ecc.) ma è gestita secondo gli stessi criteri delle imprese
tradizionali. Non può restare in perdita indefinitamente e i proprietari hanno
diritto al recupero dell’investimento, ma il sovrappiù viene reinvestito
nell’azienda. Gli investitori sono gratificati dalla soddisfazione personale
di fare del bene. Il libero mercato si arricchisce di nuove opportunità di un
mercato finanziario sociale. La società pone al centro propria azione gli
obiettivi sociali ma il profitto è lo strumento per dirigere l’azienda
secondo criteri di efficienza e in modo finanziariamente prudente, anche perché
si viene a trovare in concorrenza con le imprese orientate al profitto.
I sistemi di valore su cui si basa la meritocrazia sono la piena
responsabilizzazione delle persone e le pari opportunità orientate alla mobilità
sociale. La storia del nostro paese, la perdita dei valori e la situazione
politica non favorisce questo sistema. La Pubblica amministrazione è diventato
un esempio di attenzione per le norme e le procedure anziché all’analisi dei
risultati. L’assenza di fiducia verso il riconoscimento del merito è
diventata parte integrante del sistema di valori della società: tutti la
invocano e ne denunciano l’assenza ma solo quando riguarda i comportamenti
degli altri, non i propri. ciò rende difficile ricreare le condizioni per cui
il merito obiettivo e misurabile sia considerato utile a progredire. La paura
del merito, in Italia, ha contribuito a creare la società più ineguale del
mondo occidentale e la più immobile dal punto di vista sociale.
La meritocrazia sorge in un contesto di forte discontinuità
economico e sociale. Lo sviluppo della società postindustriale ha slegato il
benessere dal possesso del capitale e della terra per favorire il capitale
umano, premessa per uno sviluppo del merito. Rilevano, pertanto l’eguaglianza
delle opportunità e il rifiuto dei privilegi. L’educazione selettiva e
meritocratica è l’arma chiave per favorire la mobilità sociale.
Il merito che diventa valore morale condiviso costruisce la
fiducia verso un sistema considerato giusto da parte del cittadino che ne
accetta le regole e contribuisce a realizzarne gli obiettivi. Se i valori della
responsabilizzazione e della pari opportunità sono accettati, si reputano
giuste, evidenti e inequivocabili la disuguaglianza e la mobilità sociale. Il
merito, rappresentato non solo da capacità innate (intelligenza), ma anche dal
comportamento e lo sforzo al raggiungimento di risultati ha bisogno, però, di
misure oggettive, fattuali, analizzabili statisticamente, comparabili,
credibili, certificate, robuste e devono essere disponibili al pubblico. Non
devono esistere privilegi o nepotismo. per le imprese ci pensa il sistema di
mercato e i consumatori se c’è trasparenza, perché la concorrenza
responsabilizza l’individuo ed è un incentivo al suo merito. Per realizzare
le pari opportunità il sistema educativo è fondamentale e deve essere in grado
di formare tutti e di selezionare i migliori. Il welfare
deve occuparsi dei più deboli dando loro delle opportunità e degli stimoli a
prendere dei rischi. In questo senso deve essere meritocratico e non passivo
(rete di sicurezza per i barboni), e non distorcere la concorrenza
nell’economia.
L’introduzione della meritocrazia fa paura quando manca la
fiducia nella concorrenza e nella competizione, che di considerano incompatibili
con la sicurezza e la solidarietà: si proteggono i lavoratori dal
licenziamento, si sussidiano le imprese non competitive. L’enfasi viene posta
sulla eguaglianza sociale anziché sulla mobilità. Ma la solidarietà e il welfare
non sono incompatibili con la meritocrazia: la mobilità sociale può dare luogo
a una nuova forma di eguaglianza sociale di tipo dinamico, nel senso di dare a
tutti la possibilità di diventare i ricchi di domani. Così la società è meno
disuguale. La mobilità sociale è un obiettivo possibile e giusto se il welfare
è disegnato in senso meritocratico.
La società italiana è profondamente disuguale e immobile.
Il destino dei figli è legato a quello dei genitori (disuguaglianza
intergenerazionale), la distanza tra ricchi e poveri non cambia (disuguaglianza
intragenerazionale), soprattutto tra Nord e Sud. La società italiana è più
diseguale, in senso dinamico, di quella americana. la mancanza di fiducia nella
propria società, la ingiustizia della disuguaglianza scoraggiano le ambizioni
dei giovani e li spingono ad affidarsi ai rapporti personali per emergere. il
demerito dei giovani rafforza la gerontocrazia: i leader anziani tendono a
perpetuare il circolo vizioso per proteggere i propri privilegi. la causa
principale del demerito nella società italiana è l’eccessiva forza della
famiglia che non ha trovato un’alternativa credibile in uno Stato efficiente e
giusto.
Lo Stato ha assecondato i lavoratori protetti (falsi deboli),
ha mantenuto privilegi (es. evasione fiscale) eroga servizi di qualità scadente
(es. sanità, giustizia, educazione). Richiede una iniezione di merito in tutte
le strutture e soprattutto nei suoi vertici. Occorre partire dalla università e
dalla scuola, un sistema educativo fortemente meritocratico che generi
opportunità per i migliori.
L’Autore propone quattro iniziative per far sorgere la
meritocrazia nel nostro Paese:
-
il
settore pubblico deve subire un’iniezione di merito per un drastico
miglioramento dei servizi; lo strumento usato in Inghilterra, le delivery
unit, hanno lo scopo di riunire un gruppo di persone altamente professionali
che consegnino dei risultati al Governo e al Paese in tempi definiti;
-
trasformare
la Pubblica istruzione in Educazione pubblica attraverso test standard e
l’assegnazione di buoni per i migliori studenti e realizzare qualche
istituzione universitaria di eccellenza. la valutazione degli studenti inserirà
merito (quasi mercato) nelle scuole e nei docenti;
-
creare
un’Authority del merito per liberalizzare e deregolamentare i servizi pubblici
e privati e combattere le lobby;
-
un’azione
positiva per le donne creando un contesto culturale, specie tra le stesse donne,
più favorevole a farle assumere maggiori rischi e responsabilità e favorire
così la società e l’economia.
Il rischio è l'anticipazione della catastrofe, il mettere in scena una
condizione che ancora non c'è ma che influenza il comportamento e i rapporti
sociali. La conoscenza non aiuta più ad avere certezze, la verità si frantuma
in centinaia di verità relative: le verità non possono essere né dimostrate né
confutate; l'incertezza scaturisce da una maggiore conoscenza. La nuova società
del rischio nasce dall'impossibilità di calcolarlo. Il rischio diventa
soggettivo e la sua percezione dipende dall'informazione, dalla cultura.
Diviene difficile per lo Stato promettere sicurezza perché il rischio
non è più controllabile né compensabile. Viviamo in un mondo che presenta
condizioni di insicurezza prodotta dal successo della modernizzazione e del
progresso: la scienza produce progresso ma anche i rischi derivanti da effetto
collaterali imprevedibili di cui la scienza stessa ci rende consapevoli; la
paura del rischio dà priorità alla sicurezza anche a costo di restrizioni alla
libertà; l'economia è guidata dalla nevrosi collettiva. Anche se il mondo
attuale è più sicuro del passato, la messa in scena del rischio a livello
mondiale attraverso i mass media, crea partecipazione ma distrugge la libertà e
la democrazia. In un mondo che si è ristretto,
che obbliga tutti ad avere contatti con tutti, che ci costringe a
condividere I rischi e ad essere solidali, le diverse percezioni culturali del
rischio creano conflitti (clash of risk
cultures). Viviamo nell'immediata vicinanza di tutti che non possono essere
esclusi (cosmopolitismo coatto).
Tre sono le tipologie di rischi globali: le crisi ecologiche,
le crisi finanziarie e il pericolo terrorista. Le prime due rappresentano
effetti collaterali casuali di decisioni prese nel processo di modernizzazione;
la terza è, invece, un fenomeno malvagio intenzionale. Nella società mondiale
del rischio nulla è più locale e si prendono decisioni le cui conseguenze
riguardano tutti e non sono controllabili e il nuovo sapere non ci aiuta ad
individuarle. La conoscenza non è più lineare e non serve più il consenso
degli esperti. La razionalità non può essere applicata all'incertezza degli
effetti collaterali. La società del rischio è figlia della modernizzazione.
La differenza decisiva tra i rischi classici e
quelli moderni è che i rischi che nascono dalle tecnologie sono il risultati
non intenzionali di decisioni inconsapevoli. Nella società del rischio società
e natura, politica e scienza sono legate tra loro. Nei rischi attuali i danni
sono irreparabili, illimitati nello spazio e nel tempo, non compensabili in
danaro, non imputabili e non assicurabili. In sintesi non sono dominabili e non
è chiaro a chi debba spettare la definizione del rischio (regole per la
identificazione e il riconoscimento). Cresce l'aspettativa che lo Stato dia
sicurezza, che non può essere mantenuta. Le istituzioni nazionali sono
sfiduciate in quanto fonti delle decisioni che producono i rischi. Questi rischi
non sono più assicurabili; lo Stato della prevenzione e dell'assistenza non
riesce a fornire sicurezza. Nei rapporti di definizione, in passato, dominavano
le scienze e la tecnica, al di sopra dell'opinione pubblica. Ora si
autoconfutano, poiché è la scienza a seminare dubbi. Nella sfera pubblica
assume rilievo l'individuo e la sua consapevolezza, i movimenti e I nuovi attori che può attivare
(organizzazioni non governative): aumenta il potere dei consumatori, diminuisce
quello del capitale. Implode il potere e la legittimità dello Stato, della
scienza e della tecnica. Lo Stato resta un attore se diventa cosmopolita e
agisce e si confronta nelle reti transnazionali
con gli altri soggetti.
L'esperienza di essere esposti a rischi globali ha
rappresentato uno shock per l'umanità, che può reagire con la negazione,
l'apatia o con la trasformazione. Poiché il rischio presuppone una decisione,
il decisore produce una asimmetria tra chi sfida I rischi e coloro sui quali
sono scaricati gli effetti. Il pericolo viene esportato nello spazio e nel tempo
sui più svantaggiati (i meno sviluppati, i posti dove gli standard di sicurezza
sono più bassi). Anche la guerra viene esportata in posti lontani per non
disturbare la pace interna.
Il nazionalismo metodologico impedisce di analizzare i
conflitti con la logica della prima modernità. Occorre un approccio
metodologico cosmopolita e un dialogo aperto tra culture e organizzazioni
diverse. Solo in un tale ambito gli Stati possono svolgere il proprio ruolo.
Nessuna nazione può venire a capo dei suoi problemi da sola; I problemi globali
creano comunanze transnazionali; le organizzazioni internazionali trasformano
gli interessi nazionali; l'unilateralismo è antieconomico mentre le grandi
istituzioni internazionali acquisiscono credibilità.
Alesina
A. Giavazzi F. La crisi
La crisi del 2008 non è colpa della liberalizzazione del mercato ma da
una regolamentazione sbagliata: le regole sono passate ai politici finanziati
dalle lobby; la Sec non ha vigilato. È stata una cattiva politica, non un
eccesso di mercato. Il basso costo del danaro ha favorito la leva finanziaria da
parte delle banche che hanno operato senza sufficienti capitali. La normativa
sui mutui consentiva alle banche di concederli con facilità e rivenderli subito
usufruendo di garanzie statali. Non controllavano più la qualità degli attivi.
É bastato un valore ridotto di mutui non pagati per mettere in crisi il
sistema.
Non è vero che la globalizzazione ci impoverisce. È il
sistema del welfare italiano che non consente un riaggiustamento settoriale
della produzione a seconda delle opportunità offerte dalla globalizzazione.
Occorre proteggere il lavoratore non il posto di lavoro. Una risposta
protezionistica è un rimedio peggiore del male.
Negli anni '60 sembrava
che ci fossero risorse per soddisfare tutte le rivendicazioni,
ma sono state
finanziate con l'inflazione, negli anni '80 con il debito pubblico. La crescita
è stata generata dalla rincorsa tecnologica. Quando si è arrivati alla
frontiera tecnologica, la produttività non è più aumentata per una politica
sbagliata: scarsa partecipazione al lavoro, sciagurata politica pensionistica,
rigidità del mercato del lavoro, scuola non meritocratica.