M. Buchanan Nexus

    Nel mondo sociale, i protagonisti sono gli uomini, emotivi e imprevedibili. Si manifestano reti di relazioni che hanno un’architettura, una struttura che si fonda su principi organizzativi simili a quelli naturali. La struttura acquisisce proprietà che il riduzionismo consente di comprendere solo fino ad un certo punto.
    Una spiegazione storica è una sequenza imprevedibile di stati antecedenti, in cui ogni momento importante, in qualsiasi passo della sequenza, avrebbe modificato il risultato finale. L’evoluzione delle reti sociali, Internet, l’interno della cellula o la struttura del linguaggio umano sono senza dubbio fatti che rientrano nell’ambito storico. Ognuna di quelle reti ha alla base una stessa architettura, la stessa legge fondamentale, una precisa firma matematica: la legge della potenza. Un ordine e un modello emergono dal nulla, a volte persino dal caos. Una lunga serie di accidenti possono dar luogo a regolarità.
    Negli ultimi decenni, molti economisti hanno finito per riconoscere che la razionalità pura e perfetta non spiega adeguatamente il comportamento degli individui. Gli individui agiscono nel contesto di molti altri obiettivi e restrizioni, norme e valori etici condivisi , fiducia e cooperazione, potere e sottomissione.  
    La capacità di competere di un’azienda, una nazione o una comunità dipende dal “capitale sociale” consistente nel livello intrinseco di fiducia tra i suoi membri che si forma attraverso meccanismi culturali (religione, tradizione, abitudini), che favorisce la comunicazione, la collaborazione, le transazioni. Alla base vi è la condivisione di norme e aspettative, la capacità di lavorare in maniera coesa, affiatata e autonoma senza il ricorso ad apparati burocratici e a norme. L’eccesso di aggregazione può però portare a non entrare in contatto con ambienti diversi e con modi inediti di pensare e di comportarsi.

 

 Strogatz S. Sincronia

      In un sistema complesso autorganizzantesi, avvengono simultaneamente milioni di interazioni non coordinate con le quali ciascuno degli elementi cambia lo stato di tutti gli altri. Ne emergono strutture spontanee ordinate in maniera non gerarchica, democratica. Tali fenomeni vanno al di là della logica lineare di causa-effetto , in quanto la struttura assume proprietà che i singoli elementi non hanno.  
    In ogni situazione in cui il tutto non è uguale alla somma delle parti , in cui le cose si autorganizzano, cooperano e competono, siamo in presenza di non linearità: il sistema diviene sinergico e deve essere esaminato nella sua interezza, come entità coerente.  
    La struttura della rete incide sulla sua funzione, sul comportamento di gruppo che si attiva in uno stato intermedio tra ordine e casualità. La “lunghezza del percorso” (che formalizza l’idea intuitiva di gradi di separazione quale media degli anelli della catena che  collegano tutti i nodi con ciascun altro) e il “clustering” (probabilità che due nodi connessi ad un medesimo nodo siano anche tra loro connessi) sono significativi dell’architettura della rete: la lunghezza media ne rispecchia la struttura globale, il clustering il grado medio di interconnessione di singole zone.  Le reti regolari (tutti i nodi connessi con quelli vicini) sono strutture poco efficienti in quanto la lunghezza è elevata. Bastano poche connessioni casuali a per abbassare di molto la lunghezza a clustering invariato. Questo diminuisce solo dopo aver aggiunto molte connessioni. Le poche connessioni casuali agiscono come ponti fra regioni distanti con un effetto non lineare non percepito a livello locale, ma che cambiano drasticamente la struttura della rete. Diventa un modello molto efficiente, presente in molti aspetti della natura.  
    La sincronia riguarda anche l’uomo nel comportamento di massa. Le forme inaspettate di comportamento collettivo non discendono dalle proprietà degli individui, dal loro comportamento razionale, ma  dalla sua composizione, e vanno spiegate anche alla luce del comportamento gregario  e dalla distribuzione dei valori di soglia individuali rispetto ad un determinato fenomeno.

 

 Lorenz K. Gli otto peccati capitali della nostra civiltà

  Otto processi minacciano di annientare la nostra civiltà e l’umanità:  
1)       La sovrappopolazione, che costringe ciascuno di noi a proteggersi in maniera disumana dall’eccesso di contatti col prossimo.  
2)       La devastazione dello spazio vitale naturale: l’equilibrio ecologico si modifica lentamente, l’ecologia dell’uomo è soggetta a mutamenti molto più rapidi in quanto i tempi sono dettati dal progresso tecnologico che piega il sistema ai propri fini. Devastando la natura l’uomo si abbrutisce esteticamente e moralmente.  
3)       La competizione tra gli uomini, che promuove un sempre più rapido sviluppo della tecnologia rendendo l’uomo cieco di fronte ai valori reali e lo priva del tempo e della riflessione.  
4)       La scomparsa di ogni sentimento e di emozioni forti, causa di un rammollimento generale.  
5)       Il deterioramento del patrimonio genetico, che priva dei fattori selettivi sulla conservazione del comportamento sociale. Il potere della ragione tiene a freno gli istinti dell’uomo. La convinzione che tutti gli uomini siano nati uguali e che le deficienze e gli errori siano determinati  dal condizionamento ambientale non attiva i meccanismi di contenimento dei pericolosi e degli asociali: il senso della giustizia, la tolleranza limitata, il discernimento tra il bene e il male.  
6)       La demolizione della tradizione, gli anziani sono visti come un gruppo etnico estraneo.  
7)       La maggiore disponibilità degli uomini all’indottrinamento, uomini uniti in un unico gruppo culturale che rifugge dalla ricerca della verità.  
8)       Il riarmo atomico.

 

La nuova strada. Occidente e libertà dopo il Novecento Adornato F. La nuova strada

    La centralità della persona è stata aggredita, nel XX secolo, dai totalitarismi che propugnavano la centralità della classe e della razza. Ma è stata anche aggredita, e lo è tuttora, da altre visioni del mondo: in primis da quella fondata sulla centralità dello Stato e, più recentemente, da quelle ispirate dalla centralità della Natura.  
    Siamo tutti solo ex o post, perché abbiamo perso i valori di riferimento: la centralità della persona, la  sua dignità, le sue libertà, le qualità creatrici. La persona è stata annichilita dal Novecento. Occorre trovare la strada, quella percorsa dai nostri avi nel Rinascimento e che adesso abbiamo smarrito.  
    L’illuminismo francese è fondato sul “Sapere”, il dominio della Ragione, lotta per il dominio intellettuale che porta allo scientismo e allo storicismo: tutto può essere spiegato e previsto dalla Ragione, un nuovo Dio (Sapere-Verità-Potere). L’illuminismo americano è invece in continuità con il Rinascimento: l’uomo creatore a immagine di Dio, l’uomo che predispone la organizzazione per la libera vita dei cittadini, unici proprietari della società che non dominano la Natura e gli altri uomini. Il liberalismo moderno è la libertà dallo Stato, contro la centralità dello stesso, del suo autoritarismo, contro i fondamentalismi, che fissano il Bene e il Male, ma nella ricerca costante, nell’uso della Scienza e della Tecnologia come mezzo anziché come fine in sé.  
    La vera pace è la costruzione delle libertà. Occorre partire dall’uomo, dalla sua dignità, dalla sua libertà di creare il suo futuro.  
    La nuova strada è innanzi tutto una strada filosofica, etica, spirituale, che impone cambiamenti quali la rottura col nichilismo e la rinascita dei valori, dell’etica delle responsabilità, della filosofia morale: il XX secolo ha annichilito il concetto di centralità della persona. Wojtyla ha riproposto la persona come soggettività creatrice che rivendica il primato rispetto alle leggi scientifiche e dello sviluppo storico.  
    Non è vero che più diritti determinano più libertà e più democrazia: occorre senso del limite tra desiderio e responsabilità, equilibrio tra diritti e doveri, tra norme e valori, non confondendo la libertà con l’arbitrio.

   

 Castells M. Volgere di millennio

     L’Autore dà conto delle trasformazioni sociali e politiche recenti nei vari contesti mondiali.  
    Il crollo dell’Unione sovietica è connesso all’apertura di spazi all’espressione politica che ha dato sfogo alle varie entità nazionali, acuendo il conflitto tra società e Stato. Quest’ultimo controllava la cultura e l’informazione, scoraggiava l’innovazione. La tecnologia dell’informazione non si è potuta diffondere. L’interazione simbiotica tra elaborazione di informazioni e la produzione materiale erano incompatibili con il monopolio statale dell’informazione e la segregazione della tecnologia per scopi militari; la logica strutturale delle burocrazie verticali fu resa obsoleta dalla tendenza verso reti flessibili. §
    La povertà dipende dal fatto che se da un lato il capitalismo informazionale produce sviluppo e miglioramento nel benessere, dall’altro accentua la disuguaglianza di ricchezza. I fenomeni che lo determinano sono l’individualizzazione del lavoro, l’instabilità dell’occupazione, l’esclusione sociale, la riduzione del welfare state. Nell’Africa, gran parte degli Stati-nazione sono divenuti predatori per la mancanza di una base nazionale etnica dopo le frammentazioni operate dal colonialismo e della natura familiare/tribale dell’economia. Ma anche in America l’economia a rete globale e l’informazionalismo hanno prodotto disuguaglianza ed esclusione.  
    La criminalità è divenuta anch’essa globale. Organizzandosi in rete ha sfruttato le proprie basi etniche e culturali del territorio, le situazioni economico-politiche nelle varie parti del mondo.  
    Nell’Asia orientale, abbiamo diversi esempi di come un intervento strategico e selettivo dello Stato per lo sviluppo può accrescere la produttività e la competitività di un’economia d mercato. Ma nel momento in cui lo Stato entra in contraddizione con il modello informazionale dello sviluppo (burocrazia , debolezza dell’istruzione, della R&S, assenza di capacità di adattamento,di stimolo all’innovazione, alla competizione, al pensiero autonomo, libertà di comunicazione, ecc.), questo si arresta. Gli schemi dell’intervento statale non sono definiti e univoci, ma sicuramente devono essere adattati alla situazione ed evolversi nelle varie fasi dello sviluppo.  
    L’unificazione europea non ha un piano, ma procede sulla base di un dibattito in corso. Ha livelli di integrazione diversa fra Paesi e fra questioni. E’ l’espressione più avanzata della globalizzazione, ma necessita di una identità, di valori, che si affianchino a quelli regionali/locali (le singole identità andranno tutelate per una società multietnica e multiculturale). L’Unione europea è la condizione per la persistenza dei singoli Stati-nazionali che condividono l’autorità nella rete (senza un centro e un centralismo), sulla base di valori comuni.  
    Il capitalismo informazionale si propaga in tutto il mondo e si basa sulla conoscenza e sulle informazioni, sulla capacità di accedere alle informazioni, per adeguarsi continuamente alle innovazioni e per innovare. Occorre flessibilità organizzativa e culturale. L’istruzione dell’uomo è la qualità centrale.

 

 Blackburn S. Essere buoni

Occorre una riflessione sul clima etico.  
    Ci sono alcune idee che possono infiltrarsi nel nostro ambiente morale e minacciare la nostra etica:  
1.       la religione dà veste a un’autorità che rispettiamo per paura della punizione, non è il fondamento dell’etica ma la sua espressione simbolica e si può porre al servizio di cattive morali;  
2.       col relativismo nessuna rivendicazione di verità, autorità, certezza, necessità, può essere ascoltata se non come un’affermazione simile a tutte le altre. Se da un lato occorre tollerare modi di vivere diversi, dall’altra alcune crudeltà non dovrebbero accadere comunque e non dovremmo assistervi senza far nulla. Il relativismo e il multiculturalismo possono paralizzare il liberalismo (tollerare i tolleranti);  
3.       l’egoismo si può nascondere sotto atteggiamenti ipocriti che in apparenza sembrano preoccupazioni di ampio respiro, ma che in realtà nascondono un interesse personale: l’etica può coprire strategie interessate;  
4.       la teoria evoluzionista tende a spiegare i nostri interessi apparenti con veri interessi egoistici. In verità l’ambiente sociale è determinato dalla esigenza di esser giudicati dagli altri;  
5.       il determinismo vuole rendere inutile la morale. Siamo però profondamente influenzati dall’ambiente morale;
6.       l’essenza dell’etica è la sua ragionevolezza, richieste irragionevoli e rigorose portano al suo rifiuto;  
7.       l’etica quando è istituzione è strumento che opprime, che serve per esercitare potere e controllo.  
    Siamo solo in parte esseri razionali, siamo influenzabili dalle opinioni altrui, dall’autocompiacimento, dalle mode, dalle forze sociali e culturali di cui spesso siamo inconsapevoli. Occorre diffidare delle certezze preconfezionate perché nessuno può pretendere di sapere o decidere cosa è meglio per noi.

 

  Rizzello S. L’economia della mente

     L’economia concerne le scelte e le scelte dipendono dai comportamenti umani. I modelli economici neoclassici, basati sull’agente razionale e sulle scelte ottimali, non riescono a spiegare la realtà perché la mente umana è complessa, fallisce, è geniale e creativa, è intelligente più che razionale. Gli individui non sono perfettamente informati  (l’informazione ha un costo), la conoscenza è dispersa e l’informazione è asimmetrica, idiosincratica; l’uomo ha limiti cognitivi. La scelta non è pertanto un mero atto di massimizzazione, ma un atto di apprendimento continuo, creativo di alternative, processando in maniera originale le informazioni. Le organizzazioni, le istituzioni sono create per sopperire ai limiti delle capacità umane nella gestione delle informazioni.
    Il ruolo della concorrenza è quello di generare conoscenza, e quest’ultima è il risultato di una costruzione dei soggetti della rappresentazione della realtà sulla base dell’esperienza. La visione neoclassica non risponde alla realtà perché considera tutti gli agenti con le medesime informazioni, con le medesime capacità e schemi razionali. Inoltre l’interazione tra gli agenti crea una situazione tale che ognuno influisce sull’ambiente e si adegua continuamente ad esso. Le istituzioni sono il frutto spontaneo dell’agire umano. La diversità e la libertà sono necessari per il funzionamento del mercato e per l’emergere di istituzioni spontanee. Il libero agire individuale, mediato dalla cultura (usi, costumi, convenzioni) evolve verso l’ordine spontaneo, che non ha fini propri ma consente di perseguire i fini: il mercato senza lo Stato non può funzionare.  
    Il ruolo importante della conoscenza si basa sulla razionalità procedurale: questa ha lo scopo di generare un numero limitato di alternativa ed arrivare a delle scelte in condizioni di incertezza, con capacità computazionali limitate e in situazioni di asimmetria informativa (approccio satisfying anziché optimizing). In tale ambito, le organizzazioni, strutturate in forma gerarchica, sono costituite dall’uomo per superare le limitazioni della razionalità individuale, attraverso routine che sono costituite da conoscenza sperimentata e codificata. Le organizzazioni sono più efficaci nella gestione delle informazioni coordinate in maniera gerarchica in alternativa alla delega al mercato. L’approccio satisfying, si basa sul rapporto interattivo tra bisogni individuali e condizioni ambientali. Nei modelli tradizionali l’unico obiettivo è massimizzare il profitto, mentre la realtà è più complessa occorre conoscere l’ambiente interno, esterno, le tecnologie disponibili e il comportamento dei competitors. L’ambiente evolve senza raggiungere un ottimo definitivo, ma un miglioramento continuo e ad un innalzamento dei livelli di soddisfazione. Diventa importante il processo del problem solvine: sulla base della rappresentazione della realtà e della manipolazione simbolica si costruiscono gli scenari e si sceglie tra le alternative che siano soddisfacenti. Il comportamento si modifica attraverso l’esperienza: il soggetto apprende. La capacità di apprendimento è l’elemento che consente la sopravvivenza delle imprese, che devono adattarsi efficacemente e velocemente all’ambiente e al cambiamento tecnologico.  
    La mente fallisce, ha dei limiti, sui di essa influiscono le emozioni oltre che le tradizioni. La conoscenza utilizzata dagli individui è frutto di processi in gran parte taciti, basati sulle diversità genetiche e sulle esperienze precedenti. Ogni individuo interpreta le informazioni esterne, che trasforma in conoscenze soggettive. Le asimmetrie informative sono un fatto endogeno: gli agenti acquisiscono informazioni, ma per agire utilizzano la conoscenza raggiunta attraverso l’interpretazione e l’attribuzione di significato alle informazioni, attraverso una razionalità limitata e l’influsso di componenti non razionali. Ciò significa che l’acquisizione di conoscenza è path-dependent, in quanto dipende dalla storia, dall’educazione e dall’esperienza.

 

 Metelli F. Basilea 2

    Il portafoglio crediti, non essendo valutato a prezzi correnti, non comporta la conseguente imputazione a conto economico di plusvalenze e minusvalenze, con la conseguenza che esso può nascondere rischi che non si manifestano a conto economico sino a che la situazione non diventa patologica. Da qui la necessità di un trattamento maggiormente prudenziale nel calcolo dei rischi.  
    Il sistema di Basilea1 presenta dei limiti:  

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le misure del rischio sono poco differenziate e non consentono una stretta correlazione tra rischio di insolvenza e relativa copertura patrimoniale, con conseguenti arbitraggi prudenziali a favore di attività più rischiose (adverse selection)  
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non di riconosce il ruolo della diversificazione  
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le misure del rischio sono statiche  
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il grado di rischio è insensibile alla struttura per scadenze  
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sono escluse altre tipologie di rischio  
    Tre pilastri del nuovo accordo: 1) requisiti patrimoniali minimi, che contempla una lunga serie di indicazioni metodologiche dettagliate concernenti il calcolo dei rischi e, conseguentemente, del capitale da detenere a fronte del rischio assunto; 2) controllo prudenziale dell’adeguatezza patrimoniale, finalizzato a verificare l’adeguatezza dei sistemi di misurazione e controllo dei rischi da parte degli intermediari; 3) requisiti di trasparenza delle informazioni, sul rischio e sulla patrimonializzazione, finalizzati  a rendere attiva la disciplina del mercato. Più rilevante è il primo pilastro, consistente nella revisione dei sistemi di calcolo del rischio di credito e nell’introduzione dei rischi operativi.

 

 Borgogni L. (a cura di) Valutazione e motivazione delle risorse umane nelle organizzazioni

    La valutazione non si configura come un giudizio formalizzato fine a se stesso, ma come momento cruciale di una strategia di gestione tesa a privilegiare lo sviluppo della risorsa e alle interconnessioni con l’aspetto motivazionale. Riguarda aspetti tecnici della misura, problemi umani delle dinamiche interpersonali, problemi psicologici che concernono  il funzionamento del programma e obiettivi che si intende perseguire. E’ anche uno strumento di informazione sia rispetto alla prestazione che al modo di funzionare dell’organizzazione.  
    Non si può non valutare, in quanto la valutazione è insita in qualsiasi manifestazione comportamentale, è un atto di attribuzione di significato per orientare la realtà prendendo una posizione. La valutazione può non essere manifesta. Valutare significa ammettere, valorizzare e sottolineare le differenze, rendere espliciti parametri e categorie adottate nel giudizio riferito a specifici ambiti situazionali, ed è influenzata da credenze ed emozioni, implica una precisa assunzione di responsabilità in quanto espone anche il valutatore.  
    Per dare significato utilizziamo dei parametri di tipo scientifico disciplinare, di tipo culturale sociale (espressione del clima culturale, stereotipi), tipici della cultura organizzativa (valori che si sviluppano nell’organizzazione, quali i modelli di comportamento, linguaggio, rituali, ecc.), o di tipo soggettivo (visione, personalità del valutatore). La soggettività è fonte di pluralismo e di ricchezza intellettuale, ma si tende a ritenere le proprie percezioni e giudizi come assoluti, specchio della realtà. E’ necessario invece sottoporre a riesame, mettere in discussione le categorie di riferimento, riconoscere le dinamiche relazionali e affettive, rendere visibili i comportamenti stereotipati, individuare le soggettività piuttosto che eliminarla, elaborando i prototipi (caratteristiche personali usate nel classificare le persone in “tipi”) e gli stereotipi (conoscenza semplificata e generalizzata riferita ad un gruppo), facilitando l’apprendimento. Non si possono eliminare la componente soggettiva ma possiamo rendere espliciti i parametri di valutazione, comunicarli antecedentemente, farci carico delle ingiustizie.  
    Stiamo passando da una condizione in cui l’impresa gestiva la produzione tramite il controllo, ad una situazione in cui l’impresa non può che gestire tramite la motivazione; da organizzazioni basate sulla ripetizione ad organizzazioni basate sull’innovazione; da una situazione che considerava solo la razionalità utile ai fini della produzione materiale ad una situazione che richiede e valorizza la sfera emotiva nella produzione intellettuale di beni immateriali, quali informazioni, simboli, valori. Ma motivazione, innovazione e produzione intellettuale sono realizzabili solo all’interno di un contesto  con una precisa tensione etica capace, in primo luogo, di soddisfare l’esigenza umana di equità, molto più diffusa di quanto il senso comune lasci intuire. Il riduzionismo nella soluzione dei problemi, la semplificazione della realtà e la sua riconduzione a categorie conosciute devono lasciare spazio ad un lavoro di ricerca, di esplorazione, di conoscenza. Occorre che dirigenti, quadri e operatori aziendali si abituino a <<maneggiare>>  la complessità, a tener conto della pluralità delle variabili in gioco e della loro interdipendenza, a pensare in modo innovativo, a inventare nuovi spazi di intervento e nuove modalità di relazione.  
    La valutazione serve per fare un bilancio della prestazione del lavoratore ed è tanto più utile quanto più il lavoratore è coinvolto nel rivederlo, discuterlo, condividerlo, facendone seguire consigli, suggerimenti e piani d’azione. Pertanto il sistema di valutazione deve avere diverse finalità, anche se differentemente graduate caso per caso:  

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esaminare il lavoro svolto, valutare la prestazione e comunicarla all’interessato;  
-         
migliorare la prestazione e favorire la crescita;  
-         
pianificare il lavoro da svolgere coinvolgendo il dipendente;  
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disporre di informazioni per la gestione delle risorse.  
    I sistemi di valutazione si distinguono in due famiglie: quelli per fattori e quelli per obiettivi. Nella prima la valutazione è basata su varie dimensioni (fattori) della prestazione; nella seconda (MBO Management By Objectives) la valutazione è basata sugli obiettivi stabiliti annualmente in funzione degli specifici risultati da raggiungere.  
    Strutture rigide con significativi gradi di prescrittività, procedure dettagliate e forti sistemi di controllo, prediligono modelli a parametri fissi. Man mano che ci si sposta su strutture più flessibili e ruoli più discrezionali, si preferiscono modelli basati sui risultati. Il sistema deve rispondere alle aspettative e alle esigenze del lavoratore, favorendone la soddisfazione sul lavoro e il livello del loro desiderio di autonomia.  
    Il sistema di valutazione è anche uno strumento di conoscenza per capire le risorse, l’ambiente organizzativo, le regole che presidiano il sistema di valutazione debbono assicurare, al valutatore e al valutato, la discrezionalità, l’imparzialità nell’espressione del giudizio e la sua comprensione da parte del valutato, che deve accettare la valutazione della prestazione sulla base della coerenza con le procedure, le norme, i modelli impliciti, ecc. che formano la cultura aziendale, e con le proprie aspettative.  
    La modifica degli strumenti di valutazione è necessaria nei processi di cambiamento per facilitare e mantenere le prestazioni che sono funzionali. Senza un mutamento nei sistemi di valutazione si riducono le possibilità di includere nel patrimonio umano e nella cultura aziendale, quelle novità che possono rappresentare opportunità per il cambiamento e, quindi, l’adattamento all’ambiente esterno.  
    Il successo di una valutazione è dato dalla misura in cui riesce a influenzare i comportamenti nella direzione indicata, suggerita, auspicata dal valutatore; deve poter guidare in modo efficace gli individui (è un atto di comunicazione) a riconoscere gli obiettivi, per far corrispondere il più possibile il comportamento osservato ai modelli di riferimento. Deve perciò essere aperta alla confutazione.  
    Esiste una certa ambiguità nei comportamenti organizzativi che la valutazione produce e che sabotano il sistema a favore di pratiche informali meno trasparenti e apparentemente più duttili. La valutazione è infatti influenzata da fattori affettivi e crea ansia e solitudine: da parte dei capi la preoccupazione del consenso e la difesa della conflittualità per favorire la socializzazione dei sottogruppi, fa tendere a non collaborare alla realizzazione degli obiettivi della valutazione. Tipici sono alcuni comportamenti organizzativi:  

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scissione: aspetti punitivi e premianti vengono attribuiti a entità diverse, per mantenere lontani gli aspetti conflittuali;  
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mimetismo: applicazione apparente, burocratica e formale del sistema appiattendo i giudizi che non discriminano;  
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integrazione parziale: se non si valuta l’impatto del sistema  sulla cultura aziendale, l’introduzione del nuovo non viene accettato e applicato correttamente. Fondamentale è il supporto coerente della funzione del Personale.
    La valutazione del personale è tradizionalmente riferita a due specifiche aree di interesse: la prestazione e il potenziale. La prima area si riferisce al passato e tende ad accertare il raggiungimento degli obiettivi, come e quanto un individuo ha fatto fronte ai propri compiti e responsabilità, la seconda al futuro, per verificare se le risorse umane abbiano le caratteristiche e le qualità per crescere verso posizioni più elevate, in modo di garantire la continuità aziendale.  
    Negli ultimi tempi si sono affermati i sistemi gestiti per obiettivi (MBO), espletati sulla base dei risultati ottenuti a fronte di specifici obiettivi, o sistemi misti, per fattori e per obiettivi. Tali sistemi comportano un più intenso collegamento del sistema valutativo ai processi gestionali e danno enfasi al sistema valutativo come processo  e non come momento in quanto comporta:  

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la definizione degli obiettivi aziendali da parte dell’Alta direzione;  
-          la trasformazione degli obiettivi generali in obiettivi più specifici per ciascuna funzione e per ciascuna unità, per arrivare a obiettivi individuali sulla base delle specifiche responsabilità;  
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la misurazione  dei risultati conseguiti anche a livello individuale e il confronto con gli obiettivi pianificati.  
    La valutazione è quindi dinamica in quanto collegata alla pianificazione al controllo e alle esigenze dell’azienda nel tempo. Le condizioni più favorevoli per l’applicazione di un sistema MBO o misto sono quelle che hanno una prevalenza di autonomia e discrezionalità anziché a prescrittività e normatività, quando cioè è possibile associare ai ruoli degli obiettivi specifici e quando la struttura organizzativa non ha le vischiosità tipiche delle realtà burocratiche ma consente la necessaria libertà all’individuo nel fornire il suo contributo all’azienda.  
    La credibilità del sistema di valutazione per il valutato risiede nella sua comprensione, nella chiarezza delle regole del gioco, nell’accettazione della procedura messa in atto ed è collegata all’esistenza di un feedback. La valutazione da parte di soggetti esterni (Assessment Center) offre maggiori garanzie di trasparenza, di obiettività e di standardizzazione delle misure e dei criteri, ma ha il difetto di non valutare adeguatamente il contesto, di adottare metodi non adeguati alle caratteristiche dell’azienda nel particolare momento storico.  
    Il sistema di valutazione deve riposizionare al centro della vita di lavoro l’uomo, e non essere un mero atto formale o, peggio, un momento d’inquisizione o di esercizio del potere: una volta strutturato deve essere un sistema aperto agli aggiustamenti, fondato sull’affidabilità singola e complessiva dei valutatori e dal controllo continuo della tendenziale veridicità dei dati.  
    L’intervista di valutazione rappresenta il momento centrale del processo e deve seguire l’attribuzione dei compiti e degli obiettivi, allo scopo di chiarire le attese del capo e dell’organizzazione sullo svolgimento del ruolo, ma anche i parametri sulla base dei quali sarà effettuata la valutazione, esplicitando le richieste lavorative e chiarendo il rapporto capo-collaboratore.  

 McLuhan M. Gli strumenti del comunicare

    Le tecnologie sono estensioni del nostro corpo. Il sistema tecnologico dell’elettricità ha esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che abolisce tanto il tempo quanto lo spazio. Il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come, tramite i vari media, abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi. Dopo tremila anni di espansione in ogni settore  e di crescente alienazione specializzata nelle innumerevoli estensioni tecnologiche del corpo umano e delle sue funzioni, il nostro mondo si è improvvisamente contratto. L’elettricità ha ridotto il globo a poco più di un villaggio e ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della responsabilità umana.  
    Il medium è il messaggio. Le conseguenza individuali e sociali di ogni medium, di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuno di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia. L’essenza della tecnologia dell’automazione è profondamente integrale e al tempo stesso decentratrice. La luce elettrica è informazione allo stato puro, è un medium senza messaggio; la ferrovia non ha introdotto nella società né il movimento né il trasporto, ma ha accelerato e allargato le proporzioni di funzioni umane già esistenti, creando città di tipo totalmente nuovo e nuove forme di lavoro e di svago. L’aeroplano tende invece a dissolvere le città. E’ il medium che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana. I contenuti, le utilizzazioni di questi media possono essere diversi, ma non hanno alcuna influenza sulle forme dell’associazione umana.  
   
 Un medium caldo è quello che estende un unico senso fino a un’alta definizione da essere abbondantemente colmi di dati, non lasciano molto spazio da colmare; medium freddo, o a bassa definizione, trasmette una scarsa quantità di informazioni, e implicano perciò un alto grado di partecipazione o completamento. L’interesse per l’effetto anziché per il significato è una novità fondamentale dell’era elettrica, in quanto l’effetto mette in gioco la situazione totale e non un solo livello di informazione. La divisibilità di ogni processo, si è capovolto a favore del campo unificato; e nell’industria l’automazione sostituisce alla divisibilità del processo l’organico intrecciarsi di tutte le funzioni che fanno parte del complesso.  
    La luce elettrica pose fine al regime della notte e del giorno, degli interni e degli esterni; la luce elettrica è capace di trasformare ogni struttura di tempo, spazio, lavoro e società in cui penetra, i media rifoggiano tutto quello che toccano.  
    Con i nuovi media è possibile immagazzinare e trasformare tutto, e non esistono più problemi di velocità. Nel regime della tecnologia elettrica il compito dell’uomo diventa quello di imparare e di sapere.

 

 Cavalli Sforza L.L. L’evoluzione della cultura

    La cultura può considerarsi l’accumulo di conoscenze e di innovazioni reso possibile dall’uso del linguaggio. E’ difficile separare la componente culturale da quella genetica e bisogna capire le loro influenze reciproche.  
    L’apprendimento della cultura è determinata dalla somma delle innovazioni e dalle scelte di accettarle per soddisfare particolari bisogni, ed è un fenomeno di trasmissione culturale, il cui studio è stato finora limitato.  
    La cultura esiste anche negli animali ma nell’uomo è sviluppata in grado estremamente elevato grazie al linguaggio.  
    L’evoluzione culturale, rispetto a quella biologica, dipende dalla nostra volontà e può essere infinitamente più rapida.  
    L’evoluzione culturale al posto della mutazione ha l’innovazione, che però presenta profonde differenze rispetto alla mutazione biologica: la selezione culturale consiste nella decisione di accettare o meno un’innovazione, non può attuarsi se non c’è la capacità o la volontà di apprendere. L’idea può generare molte copie di sé. Anche l’idea, come la mutazione, è rara, ma non nasce dal caso, ma dalla necessità di soddisfare un bisogno. Il drift culturale e la migrazione svolgono una funzione importante ma non si può trascurare la trasmissione.  
    La cultura è un meccanismo di adattamento rapido e flessibile e si basa sulla specializzazione e sulla comunicazione. Si sviluppa soprattutto all’interno di gruppi omogenei per etnia e linguaggio e, rispetto all’adattamento genetico, c’è grande differenza di velocità.  
    La trasmissione culturale può essere verticale (tra genitori e figli) o orizzontale (tra soggetti non imparentati). Quella orizzontale avviene in modo simile a quella genetica, mentre quella orizzontale può essere molto più veloce e può dar luogo a moda e conformismo.  
    Esiste un contrasto tra forme di eredità culturale che resistono per secoli e cambiamenti culturali rapidi. Una parte della differenza è spiegata dalle istituzioni e organizzazioni culturali (casa, scuola, città ), alcune delle quali agiscono come nicchie che si autoriproducono con vita indipendente.  
    L’uomo è predisposto dalla sua costituzione genetica all’apprendimento e alla comunicazione, all’inventiva e all’accettazione delle novità, quindi all’evoluzione culturale. Questa predisposizione varia da soggetto a soggetto.

 

 Rajan G.R. Zingales L. Salvare il capitalismo dai capitalisti

    La condizione essenziale affinché si sviluppino mercati liberi competitivi è che il governo rispetti e garantisca il diritto di proprietà dei cittadini, e che la proprietà non sia troppo concentrata perché in tal caso il potere è concentrato e non c’è l’interesse ad un governo rappresentativo. Ma anche in una democrazia le élite dominanti possono avere il potere di bloccare le istituzioni necessarie alla finanza. In tal caso è l’apertura alla concorrenza esterna che può porre un limite alle restrizioni della concorrenza.  
    Se il sistema finanziario è sottosviluppato - cioè carente sul piano delle infrastrutture di base come buone leggi rapidamente applicabili, standard contabili trasparenti e autorità di regolamentazione e di  controllo efficienti – un piccolo gruppo di finanziatori con le conoscenze, le informazioni e la ricchezza necessari, può avere il controllo sull’accesso al credito, per quanto limitato. Il loro potere consiste nel negare il credito e l’iniziativa, congelando, frenando e distruggendo la vera libertà economica. Molti mali del capitalismo – la tirannia del capitale sul lavoro, la smisurata concentrazione industriale, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito a favore di chi possiede i capitali, la relativa mancanza di opportunità per i poveri – possono essere in gran misura attribuiti al sottosviluppo del sistema finanziario. Con le giuste infrastrutture, tuttavia, i finanziatori possono superare la tirannia delle garanzie e delle conoscenze e rendere il credito accessibile anche ai meno abbienti: in un sistema privo di infrastrutture e di informazioni affidabili, ci si basa solo sulla “reputazione” di una ristretta élite ritenuta meritevole. Da guardiani dello status quo, i finanziatori possono diventare una forza del bene.  
    Di importanza fondamentale per l’accesso al credito sono alcune grandi infrastrutture: esperti, banchieri d’investimento, soluzioni per la ripartizione del rischio, agenzie di informazioni, tribunali. La società a responsabilità limitata, inoltre, ha consentito la diversificazione degli investimenti e del rischio. Anche la maggior disponibilità di informazioni ha esteso la disponibilità del credito e lo sviluppo del mercato azionario. I finanziatori possono pertanto abbandonare l’idea di concedere prestiti solo in cambio di garanzie o sulla base di contatti già esistenti e passare a un’attività più redditizia realmente basata sui principi della concorrenza. I finanziamenti si baseranno molto più sulla distribuzione dei rischi, sull’impiego di informazioni pubbliche e in tempo reale, e redigeranno contratti finanziari per generare i giusti incentivi.  
    Ora il capitale umano si sta sostituendo alle risorse fisiche nel ruolo della più importante fonte di valore per l’azienda. Nella struttura organizzativa, nelle strategie promozionali e retributive le grandi azienda stanno diventando sempre più simili alle imprese di professionisti. La maggior disponibilità di capitale finanziario, inoltre, ha distrutto uno dei vantaggi concorrenziali delle grandi aziende, quello di poter finanziare nuovi investimenti attraverso i fondi generati internamente. Il trend costante è verso dimensioni più ridotte perché le grandi imprese sono divenute ingestibili e sempre più difficili da tenere sotto controllo. La concorrenza ha spinto le aziende ad appaltare all’esterno quello che non sono in grado di fare bene. Ciò ha creato maggiori opportunità per l’imprenditoria e ha reso la società nel suo complesso più produttiva. Il ridimensionamento aziendale (downsizing) ha avuto come risultato finale quello di consentire alle imprese di corrispondere meglio alle realtà economiche. Aziende più snelle hanno meno lavoratori in soprannumero e quelli che rimangono hanno più poteri e maggiori responsabilità. Gli imprenditori, al contrario hanno perso potere e controllo. Oggi i lavoratori sono meglio trattati dai datori di lavoro e il lavoratore qualificato ha molte più opzioni. In contrapposizione il lavoratore ha perso la sicurezza del posto di lavoro garantito per tutta la vita: un prezzo da pagare per quella sicurezza era un luogo di lavoro più autoritario e minore libertà. Il salario riflette meglio le competenze dei lavoratori. Gli altissimi stipendi sono il riflesso della maggiore importanza acquisita dal capitale umano.  Stiamo passando da un’aristocrazia di solo ricchi a un’aristocrazia di ricchi e capaci. La rivoluzione finanziaria ha uno spirito pienamente liberale, pone l’essere umano al centro dell’attività economica perché, quando il capitale è liberamente disponibili, a creare ricchezza sono le competenze, le idee, il duro lavoro e un pizzico di fortuna.  
    La finanza lubrifica il processo della crescita economica, amplia le possibilità economiche per coloro i quali non possiedono risorse. Introduce nuove idee, favorisce la mobilità economica e promuove la mobilità politica e sociale. Lo sviluppo finanziario riduce i costi del finanziamento e aumenta la diffusione delle informazioni. Il processo di liberalizzazione è dannoso principalmente per i paesi con un ambiente istituzionale debole, caratterizzato dalla corruzione diffusa, burocrazie statali inefficienti e un’applicazione contrattuale carente. L’ambiente istituzionale non è indipendente dal grado di concorrenza e di apertura in un’economia: il potere politico si allenta solamente se la concorrenza ne riduce il potere economico; è improbabile che l’ambiente istituzionale progredisca se non c’è concorrenza. Ciò significa che persino i paesi con istituzioni deboli stanno meglio se aderiscono alla liberalizzazione, malgrado il maggiore rischio di crisi. Il capitalismo, il sistema del libero mercato, è il modo più efficiente di organizzare l’attività economica e i mercati finanziari sono il nucleo di questo sistema.  
    Il buon funzionamento del capitalismo ha come condizione l’esistenza di una infrastruttura : la proprietà privata e il principio della legalità, senza una coercizione e una tassazione arbitrarie. Il diritto di proprietà è più difendibile quando chi possiede il bene è in grado di gestirlo meglio di chiunque altro (efficienza) dimodoché l’espropriazione  determina una perdita. Ciò implica l’esistenza di mercati funzionanti, Il controllo dei poteri arbitrari del governo avviene istituendo un procedimento politico democratico. Ma poiché la fonte del potere è nella proprietà, solo la proprietà diffusa (al difesa dal trust) e il mercato garantiscono democrazia, un governo costituzionale rappresentativo ed efficienza capitalistica.  
    Se il primo passo per lo sviluppo finanziario è contenere il potere eccessivo dei governi sui cittadini, il secondo passo è arginare il potere dei piccoli gruppi di pressione sui programmi di governo. Il governo ha un vantaggio nella creazione di infrastrutture in quanto può sanzionare, può imporre a tutti standard e comportamenti. Ma anche lo Stato può operare nell’interesse di pochi privilegiati quando questi hanno un grosso vantaggio da un comportamento del governo, quando il gruppo è ristretto e ben identificato, tale che può essere facilmente organizzato contro la gente, difficilmente organizzabile e con vantaggi individuali contenuti. Un sistema finanziario sottosviluppato avvantaggia le élite industriali ben organizzate, costituendo barriere all’entrata in tutti i settori innovativi e redditizi, attraverso il controllo del credito.  
    Le forze dell’establishment  contrarie allo sviluppo possono soccombere attraverso un cambiamento politico, o quando la maggiore concorrenza promana da forze al di fuori del proprio controllo: progresso tecnologico e concorrenza estera. Quando non si frappongono ostacoli sia al mercato delle merci che a quello dei capitali, le élite acquisiscono interesse allo sviluppo finanziario e il ruolo del governo ne esce ridimensionati in quanto la concorrenza nel settore reale e in quello finanziario si rafforzano a vicenda.  
    In tempi di crisi economica le vittime della concorrenza sono più numerose e acquisiscono più potere, sono più ascoltate. L’establishment vede l’opportunità di indirizzare l’azione politica contro il mercato. Lo Stato fa causa comune con imprenditori, manager e sindacati creando un sistema di concorrenza amministrata, il "capitalismo delle relazioni"., dando maggiore sicurezza ma sopprimendo il funzionamento del mercato. Tutto ciò a scapito dei consumatori, degli imprenditori outsider, delle donne, delle generazioni future.  
    Nel capitalismo delle relazioni il capitale circola tra un ristretto numero di insider, ma ha tre problemi: non incoraggia l’innovazione, non alloca efficacemente i profitti del monopolio e non soddisfa la sollecitazione all’efficienza  dei mercati finanziari. Sono stati i mercati finanziari internazionali a mettere  in crisi il capitalismo delle relazioni. In periodi di scarsa innovazione, il capitalismo delle relazioni dà stabilità alle grandi imprese, ma in tempi di grandi trasformazioni c’è bisogno di un efficace sistema di informazioni, trasparenza a libero accesso al credito, per dar spazio all’innovazione degli outsider. Quando la crescita economica rallentò, il sistema, che garantiva prestazioni sociali non più sostenibili, non riuscì a supportare l’innovazione e il cambiamento. 
    Le forme di capitalismo reali sono distanti da quelle ideali. Hanno bisogno di un intervento dei governi che non sia eccessivo: il mercato è minacciato dall’assenza di regole o da regole eccessive. Il mercato è minacciato dalle élite dominanti che hanno interesse alla soppressione della concorrenza e si alleano con chi vede nella concorrenza una maggior insicurezza. L’innovazione tecnologica crea infatti disagiati, l’apertura alla concorrenza estera porta a cambiamenti nella struttura produttiva per la competizione dei paesi in via di sviluppo. Questi temono la forza delle multinazionali in un ambiente senza protezione sociale.  
    I liberi mercati poggiano su fondamenta politiche fragili: le difficoltà di organizzare azioni collettive da un lato rendono necessario lo Stato, dall’altro non impediscono che il governo agisca nell’interesse pubblico. Quattro sono i pilastri per fare in modo che lo Stato sostenga il funzionamento del mercato senza intromettersi:  

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ridurre l’interesse delle élite ad opporsi ai mercati, attraverso la riduzione della concentrazione del potere economico con un’adeguata normativa antitrust; l’attuazione di un sistema di tassazione di tipo patrimoniale, per stimolare  l’imprenditorialità, l’efficienza  e non sprecare risorse (è fortemente pro-ciclico); migliorare la corporate governance per proteggere gli investitori (Consiglieri di amministrazione indipendenti, revisori, analisti); attuare un sistema di tassazione delle successioni volta a stimolare una equa distribuzione delle eredità;  
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predisporre  una rete di protezione per i disagiati attraverso forme di assicurazione che riguardino le persone e non le imprese, assicurare contro i cambiamenti permanenti e puntare sulla istruzione continua, con sistemi pensionistici a contribuzione;  
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ridurre le capacità delle élite di influenzare la politica attraverso mercati aperti per merci e capitali, anche nei paesi in via di sviluppo; incentivare la formazione di zone di libero scambio;  
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creare una maggiore consapevolezza del pubblico sui benefici del mercato.

 

 FITD Ias-Ifrs l’applicazione nelle banche

    L’adozione dei nuovi principi comporterà grossi cambiamenti per l’introduzione di concetti e logiche nuovi, e impatterà ben oltre i sistemi contabili. I nuovi criteri di valutazione avranno un impatto sul reddito e sul patrimonio dell’impresa e ne aumenteranno la volatilità. Conseguentemente anche il profilo strategico, quello gestionale e quello organizzativo dovranno adeguarsi alla nuova situazione e potranno sfruttarne le opportunità.  
    Il sistema era basato fondamentalmente sul principio della prudenza e sulla convenzione del costo storico. Dato il prevalere della “proprietà chiusa” nel nostro sistema imprenditoriale, il nostro ordinamento contabile privilegia la tutela degli interessi dei creditori e della proprietà. Il principio della prudenza prevale rispetto a quello della competenza attribuendo rilievo al concetto della imputazione dei ricavi al momento della loro realizzazione, in base al quale si contabilizzano le plusvalenze realizzate anche se di competenza di esercizi precedenti, mentre le minusvalenze entrano nei costi anche se presunte. La salvaguardia dell’integrità del patrimonio, quale forma di garanzia nei confronti dei creditori e degli azionisti, da una parte garantisce la documentabilità del costo storico, volta a limitare la discrezionalità valutativa e a garantire l’esistenza del capitale, dall’altra mantiene nel patrimonio redditi prodotti e non realizzati. La proprietà non ha infatti interesse alla distribuzione del reddito, casomai ha l’interesse opposto a pagare meno tasse e a non distribuire tutti i redditi di competenza alle minoranze che non deterranno la proprietà per molto tempo.  
    Nel caso invece di “proprietà aperta”, invece, questa viene considerata come un bene merce oggetto di trading. Diviene allora più rilevante il principio della competenza che privilegia le registrazioni contabili al momento della loro manifestazione economica, per incorporare nel reddito di periodo tutte le componenti che si riferiscono al periodo di detenzione della proprietà. Lo stesso principio informa la valutazione dei crediti (vedi infra), in quanto sono imputate a conto economico solo le perdite verificate e non quelle attese. Si passa ad una logica di risultato/performance per l’individuazione di reddito prodotto il quale, peraltro, può contenere ricavi e proventi non ancora effettivamente realizzati.  
    I Principi contabili internazionali hanno infatti destinatari e obiettivi informativi diversi da quelli tradizionali. I destinatari sono tutti coloro i quali hanno un interessa all’andamento dell’impresa (stakeholder): investitori, dipendenti finanziatori, fornitori, clienti, governi, il pubblico in generale. L’obiettivo è infatti quello di consentire al lettore una visione “dinamica” dell’impresa, affinché possa essere messo nelle condizioni  di fare previsioni sulle prospettive reddituali e patrimoniali-finanziari e dell’impresa, e dei rischi della gestione e possa, così, prendere delle decisioni. Si privilegia pertanto l’ottica di chi deve valutare i risultati periodici e la consistenza effettiva del capitale, che favorisca la comparazione nello spazio e nel tempo. E’ sostanzialmente l’ottica dell’investitore.  
    L’esercizio pianificatorio diviene più complesso anche il relazione al fatto che l’equilibrio economico diviene più volatile e più esposto al ciclo economico: dovranno essere tarati più attentamente i sistemi di controllo gestionale e dei rischi, soprattutto quando i poteri di assumere rischi sono delegati a più persone.

 

 Camilleri R. Gotti Tedeschi E. Denaro e Paradiso

    L’economia di mercato è la più’ efficace per promuovere il benessere, lasciando all’uomo la libertà di scelta e la responsabilità, dando senso alla sua vita. L’uomo con il lavoro partecipa all’attività creativa di Dio, crea progresso. Lo Stato dirigista priva la libertà, la creatività, diventa assistenziale. La solidarietà, che diventa dovuta, deresponsabilizza. L’economia di mercato è tollerante e integra culture diverse. La moderna dottrina sociale della Chiesa è aperta al capitalismo purché l’uomo sia il fine e non il mezzo. La ricchezza è il risultato del lavoro e un mezzo per far del bene. Il sindacato rappresenta il modo attraverso cui le persone, oltre a competere,  collaborano, e corregge gli eccessi dell’egoismo. Se si riconosce la sacralità dell’uomo e la sua centralità, il capitalismo diventa uno strumento di benessere e di promozione umana.  
    Le origini del capitalismo sono cristiane. I protestanti lo hanno solo esasperato. L’Italia del XIII secolo, che ha visto nascere il capitalismo, esaltava la dignità dell’uomo, il frutto del suo lavoro, la libertà: i beni erano subordinati ai fini. Nel secolo scorso al capitalismo è stato associato lo spirito egoistico, la disuguaglianza, lo sfruttamento, la sopraffazione, l’imperialismo. I capitali finanziari sostengono i progetti, ma per fare ciò l’uomo deve essere libero e avere dei fini, essere responsabile, avere una morale. Il capitalismo senza etica è uno strumento fine a se stesso. Gli scandali e gli abusi sono dovuti a mancanza di etica.  
    Il libero scambio è la premessa della pace. La globalizzazione estende il benessere ovunque salvaguardando le culture.  
    L’etica cristiana è la più compatibile con il progresso tecnico ed economico. I problemi dell’economia sono nati dal ripudio dell’etica a favore della scienza.

 

 Pacifici G. (a cura di) Le Smart Card, i sistemi elettronici di pagamento in rete

    L’eventuale perdita di centralità delle banche nel sistema dei pagamenti può comportare la marginalizzazione anche con riferimento ad attività tradizionali. Un esempio è l’m-commerce (transazioni che avvengono attraverso strumenti di comunicazione mobile), in cui la regolamentazione esistente obbliga ad una collaborazione tra istituzioni finanziarie e operatori telefonici.  
    Gli strumenti di pagamento sono titoli di credito e si basano sulla fiducia. L’industria dei pagamenti si baserà sempre di più su scambi di flussi informativi (identità del compratore e venditore, l’istruzione di pagamento, i conti, potere d’acquisto da trasferire).

 

 Rawls J. Lezioni di storia della filosofia morale

    Tre diverse questioni distinguono le teorie sull’ordine morale (il sommo bene):  
    1)       l’ordine morale deriva da una fonte esterna (Dio, superstizioni) o trae origine dalla natura umana;  
    2)       la sua conoscenza è accessibile a tutti (protestantesimo) o a pochi eletti;  
    3)       dobbiamo adeguarci alla moralità per persuasione, costrizione, convincimento, o è nella nostra stessa natura seguire i dettami morali.
    Secondo Hume le passioni influenzano le nostre decisioni e i nostri comportamenti: la ragione, da sola, non può essere motivo di azione della volontà e non può contrapporsi alla passione, non può determinare una passione. Solo la forza del carattere (passioni calme, corroborate dalla riflessione e secondate dalla fermezza d’animo) riesce a controllare le nostre deliberazioni.  
    Per Leibniz i principi morali stanno nella ragione di Dio che ha creato il migliore dei mondi possibili. Il mondo è deterministico ma non incompatibile con il libero arbitrio: ogni individuo ha uno scopo particolare e l’imperfezione delle conoscenze non distruggono la libertà individuale e la contingenza. Il mondo è deterministico nel suo complesso: Dio inclina senza necessitare.  
    Per Kant la legge  morale è radicata nella nostra libera ragione e la sua consapevolezza suscita il desiderio di agire sulla base di essa. Per raggiungere tale consapevolezza, propone la procedura dell’imperativo categorico. La totalità dei precetti determinati con tale procedura (costruttivismo), crea il regno dei fini, ideale connessione sistematica di persone ragionevoli (disposte ad ascoltare le ragioni degli altri) e razionali (che raggiungono i propri scopi nel modo più efficace possibile), sotto leggi comuni pubbliche e mutualmente riconosciute (oggettive, universali). La libertà è la libertà della ragione, la spontaneità assoluta della stessa di darsi dei fini, l’indipendenza dall’ordine della natura. La libera capacità di scelta sta nella facoltà di agire sulla base della legge morale. Non possiamo ripudiare la legge morale ma possiamo scegliere di non seguirla. Secondo Kant lo Stato non è un contratto sociale ma un’unione di individui con un fine comune condiviso, che rappresenta il criterio costituzionale di base (valori condivisi), su cui è costruito il diritto. Non c’è primato dello Stato sull’individuo o viceversa, i concetti di individuo e società si combinano insieme nello sviluppo della storia e della cultura.  
    Per Hegel il ruolo della filosofia politica è comprendere il mondo sociale, che esprime la nostra libertà: la bussola morale è nelle istituzioni e nei costumi. Le istituzioni principali sono la famiglia, lo Stato e la società civile. Quest’ultima è organizzata in corporazioni, associazioni, classi attraverso le quali la persona esplica la propria libertà politica democratica.

 

 de Soto H. Il mistero del capitale

    I problemi dei paesi del terzo mondo e di quelli ex comunisti non consistono nell’assenza di risorse o di risparmio, che sono più elevati di tutti gli aiuti ricevuti dai paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali. Le attività non possono convertirsi in capitale vivo, cioè in forma di rappresentazione tale da poter essere utilizzato per finanziare le iniziative: è capitale morto, in quanto riesce a vivere solo in un sistema extralegale circoscritto, basato su accordi informali vincolanti. I governi devono integrare queste grandi risorse in un quadro giuridico coeso.  
    In occidente i beni fisici vivono una vita parallela come capitale (collaterale), al di fuori del mondo fisico. Il capitale ha così un potenziale che può sviluppare nuova produzione e dare così corpo alle idee e alle iniziative, grazie alla formalizzazione a alla protezione della proprietà, descrivendo e organizzando gli aspetti economicamente e socialmente più utili, relativi alle attività e conservando queste informazioni in un sistema di registrazioni, in modo che si possa muovere facilmente sul mercato.
    Il sistema di proprietà formale:  

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fissa il potenziale economico della proprietà ( la loro rappresentazione formale, creando i presupposti della responsabilità patrimoniale;  
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integra informazioni disperse in un unico sistema;  
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rende le persone responsabili, crea individui là dove ci sono solo masse, si perde la possibilità di essere confuso con la massa;  
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rende le attività fungibili, adatte alle transazioni;  
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collega gli individui e li trasforma in agenti di affari riconoscibili e affidabili; rende esecutive le obbligazioni;  
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tutela le transazioni.

 

 Giovanni Paolo II Memoria e identità

    E’ stata l’evangelizzazione a formare l’Europa, a dare inizio alla civilizzazione dei suoi popoli e alla loro cultura (pluralismo delle culture sulla base di valori di base condivisi), senza tralasciare l’influsso del mondo classico di cui il cristianesimo ne rappresenta la continuazione. L’evangelizzazione si è sviluppata lungo tutto il primo millennio. Poi con lo scisma orientale e la Riforma  nacquero le divisioni. Il rifiuto di Cristo si delineò nell’illuminismo, che cercò di escluderlo dalla storia. Le posizioni illuministe hanno dato valore all’umanesimo (ragione, progresso), ma sono state contrapposte al cristianesimo. L’uomo è stato privato della pienezza della sua umanità ed è stata aperta la strada alle devastanti esperienze del male. L’illuminismo europeo ha portato alle crudeltà della Rivoluzione francese, ma anche alle idee di libertà, fratellanza, uguaglianza, dei diritti umani, radicate nel Vangelo ma proclamate indipendentemente da esso. Il cristianesimo può e deve dialogare con la società soprattutto dopo le grandi catastrofi del XX secolo. La chiesa e la comunità politica sono indipendenti ed autonome l’una dall’altra ma servono entrambe l’uomo e saranno più efficaci se saranno in grado di collaborare. Il mondo del XX secolo ha respinto Cristo e ha prodotto devastazione nell’ambito morale, familiare, personale e sociale, alla fine del millennio tali forze si sono indebolite.  
    L’etica sociale cattolica appoggia in linea di principio la soluzione democratica, più rispondente alla natura razionale e sociale dell’uomo: lo Stato di diritto, cittadini liberi che perseguono il bene comune. La memoria della identità cristiana è il fondamentale compito della Chiesa. La storia è scritta dall’uomo ma ha anche una dimensione verticale: la scrive anche Dio. Da questa dimensione trascendentale si è allontanato l’illuminismo.

 

 Fukuyama F. Esportare la democrazia

    Il problema degli stati deboli è la necessità di uno state-building, la creazione di nuove istituzioni o il rafforzamento di quelle esistenti, in quanto sono difficili da esportare dalle nazioni occidentali. Le riforme economiche, la liberalizzazione delle economie sono destinate a fallire senza un’appropriata cornice istituzionale. Occorre distinguere tra ambito di estensione delle funzioni statali e forza dello Stato (capacità di pianificare le politiche, realizzarle e far rispettare le leggi): dal punto di vista economico la situazione ottimale è quella in cui lo Stato è forte ma esercita un numero di funzioni limitate (Stato minimo). La costruzione delle istituzioni deve tener conto delle caratteristiche locali  
    Gli stati deboli o falliti sono il più importante problema dell’ordine mondiale. Il concetto di sovranità si è eroso: la sicurezza interna o la salvaguardia dei diritti umani hanno richiesto interventi all’interno di altri Stati, senza democrazia, pluralismo, partecipazione  popolare e, spesso, in condizioni economiche stagnanti.

 

 Pittaluga G.B. Cama G. Banche centrali e democrazia

    Si pone il problema se la banca centrale indipendente rispetto agli obiettivi, che li fissa prescindendo dalle preferenze degli elettori, è compatibile con un  sistema democratico. Se lo è, la sua accountability la renderebbe meno indipendente?  In un contesto democratico difficilmente possono perdurare nel tempo rilevanti diversità nelle preferenze del banchiere centrale e della società.  
    I contratti, il sistema legale, lo Stato, sono istituzioni a tutela dei diritti di proprietà, per ridurre i costi di transazione e favorire l’economia di mercato.  
    Le istituzioni sorgono spontaneamente dall’interazione umana e vengono scelta da gruppi di interesse che godono di potere politico. Le istituzioni politiche hanno un ruolo di rilievo nella costituzione delle istituzioni economiche che:  

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hanno un ruolo cruciale sulla crescita e sulla distribuzione delle risorse;  
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nascono da un conflitto tra i gruppi sociali (lobby).  
    La pressione di gruppi di interesse sugli attori politici muta le istituzioni (equilibrio politico). Nei sistemi democratici le banche centrali sono nate infatti a seguito di pressioni conseguenti a crisi monetarie o bancarie, per tutelare il diritto di proprietà e stabilizzarlo dalla redistribuzione arbitraria dell’inflazione.  
    La mancata tutela dei diritti di proprietà può derivare da processi inflattivi o da crisi bancarie e finanziarie che distruggono ricchezza e risparmio. La delega alla banca centrale deve perciò essere ampia e ciò può non essere compatibile con la democrazia. L’indipendenza può essere mantenuta dalla banca centrale solo se è credibile in quanto indipendente da altri poteri.  
    La politica monetaria influisce sulla distribuzione del reddito e la gestione della moneta è oggetto di pressione dei gruppi di interesse (scambio politico). Altera così il corretto funzionamento dei sistemi democratici: rappresentando una forma di imposta surrettizia, viola il principio “no taxation without representation” da parte dei Governi, senza il confronto con i Parlamenti, alterando l’equilibrio dei poteri, l’esito della competizione politica, l’alternanza dei Governi, favorendo il consolidamento del potere della maggioranza. Senza la tutela del diritto di proprietà e dallo strapotere dei Governi, mancano le condizioni per il funzionamento delle economie di marcato.  
    Idonei assetti istituzionali devono temperare il sistema maggioritario: alcuni compiti sono sottratti agli organi elettivi, per l’esigenza di operare con un orizzonte temporale più lungo. Tali organi devono essere sottratti al controllo del Governo e sottoposti al Parlamento in veste costituente. Il consenso di cui devono godere, dà loro funzione di garanzia, resistendo alle pressioni: il processo di reputation building è lento e non lineare, la perdita di credibilità e reputazione è immediata.  
    La delega alla banca centrale rende indispensabile forme di accountability, ma queste possono essere in contrasto con l’indipendenza.  
    Secondo alcuni economisti l’indipendenza della banca centrale rispetto agli obiettivi è incompatibile con la democrazia. Ma nella accezione della democrazia liberale, alle magistrature indipendenti sono attribuiti delicati compiti per controbilanciare i poteri (check and balances), isolandole dalle dinamiche politiche, e alle banche centrali di tutelare il diritto di proprietà. Da ciò nasce la necessità dell’accountability verso i Parlamenti per il mandato fiduciario assolto. La banca centrale deve essere neutrale rispetto alla politica ma deve attenersi al mandato costituzionale e, in quanto attore politico, cercare sostegno in altre istituzioni e gruppi sociali. Ma è essenziale, per ogni istituzione, una trasparenza ex post che accresca la credibilità e che crea consenso.

 

 Fisichella D. Denaro e democrazia

    Per equilibrare il peso crescente delle oligarchie economiche e tecnocratiche, un capo del governo eletto a suffragio universale e diretto deve essere e avere per investitura popolare l’autorità atta a contenere le pressioni delle “tecnostrutture” economiche e finanziarie.  
    La democrazia presuppone ricompense per l’impegno pubblico che perde il carattere di gratuità.  
    Con il commercio le società si ampliano, diviene necessaria la democrazia rappresentativa e il ruolo del “politico”, dei partiti, e si passa anche dal governo della legge (isonomia) alla sovranità assembleare. Il governo democratico  postula grandi spazi ed esclude il popolo dalla partecipazione diretta. Le elezioni sono proprie dei sistemi aristo-oligarchici. Spinge alla formazione di fazioni (cittadini mossi da interessi comuni) che ostacolano l’emergenza dell’interesse generale, in quanto tendono ad imporre come generale la propria particolarità. Non è detto che dall’interazione degli interessi particolari emerga l’interesse generale: l’interesse generale, nella storia, ha giustificato oppressioni, prevaricazioni e arbitri.  
    Attraverso la divisione dei poteri, si deve evitare la loro concentrazione.  
    Nel rapporto tra denaro e democrazia va specificato che le popolazioni rette da democrazia sono le più ricche e che l’economia di mercato ha bisogno di certi gradi di concentrazione finanziaria e produttiva. Si possono avere oligarchie tecnocratiche (manager industriali) e bancarie/finanziarie, ma anche burocratiche, partitocratriche, sindacali, se una fazione prevale sull’altra.  
    E’ determinante il condizionamento politico, i pochi, i leader, che influenzano i molti. In ciò anche il danaro ha rilievo. I leader tendono, perciò, alla demagogia se e quando indulgono alle aspirazioni più immediate del quotidiano privato, abdicando dalla ricerca dell’interesse generale, specie quando i punti di riferimento etici sono precari e instabili.  
    La politica deve recuperare spazio per risolvere i grandi problemi del momento e, soprattutto, per l’affermazione dei valori.

 

 Ruini C. Nuovi segni dei tempi

    La Chiesa ha assunto un atteggiamento verso la politica meno diretto, non più unitario, più libero ed articolato, rispettoso della democrazia e fondato sui valori cristiani del rispetto della vita umana,sulla famiglia, libertà scolastica, solidarietà, promozione della giustizia e della pace. Cerca di dare valore culturale e sociale al Cristianesimo per affrontare i grandi temi moderni, tra cui la “questione antropologica”.  
    La “questione antropologica” consiste nel fatto che gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie sul soggetto umano hanno portato ad una concezione dell’uomo puramente naturalistica senza spazio per il trascendente. I grandi mutamenti provocati dall’intelligenza e dalla creatività dell’uomo, si ripercuotono su se stesso, perché portano alla tentazione dell’egoismo distruttivo, irretito dalle cose terrene. È la fede cristiana che deve, invece, purificare i comportamenti, rimettendo al centro la dignità dell’uomo (svolta antropologica), i suoi diritti inviolabili, lo Stato di diritto, le libertà, superando le concezioni relativistiche. All’uomo, secondo il cristianesimo, devono essere date le più ampie libertà possibili, e ciò si realizza nella civiltà occidentale, che ha un aggancio profondo e concreto nella verità del cristianesimo. La fede cristiana ha una ineliminabile componente pubblica ed è rispettosa delle libertà religiose e della distinzione tra Stato e Chiesa. La razionalità tecnologica, senza la dignità e la centralità dell’uomo, non è in grado di dare una compiuta forma di civiltà, un senso al destino umano. È un errore pensare che la Chiesa sia in opposizione agli sviluppi della conoscenza, ma le sue applicazioni non possono prescindere dagli indirizzi etici.  
    L’uomo deve essere sempre il fine, non il mezzo, deve essere difesa la sua intelligenza e libertà.

 

 Habermas J. Ratzinger J. Ragione e fede in dialogo

    La legittimazione di uno Stato liberale sta nella sua neutralità rispetto alle visioni del mondo.  
   
 I fondamenti del diritto stanno nelle procedure democratiche, ma anche le maggioranze possono essere cieche e ingiuste. Ci sono dei fondamenti etici (diritti umani), valori che provengono dalla natura umana, sottratti al gioco delle maggioranze. Nuove forme di potere dell’uomo necessitano forze etiche che creino meccanismi politici in grado di operare (il terrorismo, le biotecnologie).

 

 Waldrop M.M. Complessità

     L’immaginario mondo in perfetto equilibrio degli economisti è privo di vita: squilibri casuali si estinguono. Ma la metafora della macchina non è reale, l’economia è una sorta di sistema vivente con tutta la sua spontaneità e complessità.  
    Se si fa eccezione per i sistemi fisici più semplici, tutte le cose e gli individui del mondo sono parte di una rete non lineare di incentivi, costrizioni e connessioni. Il minimo  mutamento di una sua parte produce sconvolgimenti nelle altre. L’intero è quasi sempre molto più della somma delle sue parti. Il metodo riduzionistico non può funzionare per le organizzazioni complesse che hanno proprietà diverse rispetto agli elementi che la compongono.  
    L’economia è un sistema complesso adattativi che emerge dal basso, in cui molti agenti, cioè, operano in parallelo e interagiscono tra di loro. Il sistema avrà origine dalla competizione  e collaborazione tra agenti in numerosi livelli di organizzazione che si evolvono, che apprendono, che si adattano, che creano nuove opportunità. Non ha senso parlare di un sistema in equilibrio, i sistemi complessi adattativi  sono caratterizzati da continue novità.
 
    Gli agenti economici posti in una situazione economica stabile avrebbero fatto quasi di sicuro scelte altamente razionali perché la stabilità avrebbe concesso loro il tempo per imparare i  trucchi del mestiere. In una situazione di mutamento si sarebbero aperti una strada per un’azione ragionevole attraverso modelli di interpretazione e previsione, formulando ipotesi sulla base dell’esperienza, della storia. I comportamenti emergono, nel corso dell’apprendimento, in modo induttivo. In tale contesto non si raggiunge mai un equilibrio, ma si esplorano sempre nuovi territori.
 

 

 R. Dahrendorf La società riaperta

     Le rivoluzioni riescono se cancellano definitivamente il vecchio regime, ma inevitabilmente deludono quando devono creare il mondo diverso della democrazia costituzionale e della libertà. E’ necessario invece attuare cambiamenti strategici al momento giusto, per creare quelle istituzioni che rendono possibile il cambiamento e la sostituzione dei governi senza sconvolgimenti o violenza.
  
Le società aperte si sono rivelate straordinariamente capaci di riforma e di trasformazione.
    Il conflitto è il grande sprone al cambiamento. Dobbiamo cercare di tenerlo sotto controllo tramite regole, tramite la costituzione delle libertà. La cittadinanza è tutto ciò che i cittadini hanno in comune in modo che possano essere liberi di svilupparsi in tutta la loro diversità, in una società multiculturale.
    La società civile è il caos creativo che crea l’appartenenza e la diversità, che dà senso all’esistenza. Essa rende possibile il cambiamento attraverso la combinazione di opzioni e legature. Una società civile, basata sull’universalità dei diritti umani, è  quella che meglio permette di realizzarci e di essere cittadini.

  
 
L’introduzione della morale nelle istituzioni, la tendenza a mettere l’accento sui diritti, anziché sui doveri, crea la strada per imporre comportamenti ai singoli, per il totalitarismo. Viviamo in un mondo di incertezze e la società aperta, con il suo disordine, gli antagonismi, le inquietudini, la sua apertura costituzionale e il suo carattere sempre incompleto, è la vera società buona. La morale va lasciata agli individui.
    L’Europa è diventata un’entità intergovernativa non democratica, anziché un ente sopranazionale. Si è ceduti alla tentazione della stabilizzazione politica attraverso la crescita economica. Ma questa non stabilizza le istituzioni democratiche. Mercati efficienti hanno bisogno di istituzioni e regole stabili, i cittadini del senso di appartenenza.
    Il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato non è quello di pianificare, ma di creare le condizioni adatte a contemperare competizione e solidarietà, a creare una società aperta che consenta il cambiamento. La democrazia non garantisce la prosperità.
    Società aperte sono quelle che consentono il tentativo e l’errore, traducendo nel sociale la teoria popperiana della conoscenza. La cosa importante è che il cambiamento sia possibile senza violenza. La società aperta ha perciò storia, è eterogenea, pluralista, conduce alla democrazia e al funzionamento del mercato, allo Stato di diritto che fissa le regole del gioco. È  necessario che i cittadini la difendano anche se è un progetto freddo, che non offre legature; deve essere idealizzata.
    L’Unione Europea, frutto di una decisione consapevole, può anche fallire: non c’è un progresso automatico, all’unione monetaria non segue necessariamente l’unione politica. L’Europa rappresenta una visione dell’ordine liberale, della fede nei valori sociali e nei diritti umani e civili, ma deve guardare verso l’esterno piuttosto che divenire una fortezza, una grande burocrazia.
    Il secolo breve (1914-1989) è il secolo socialdemocratico, in cui si è realizzata la modernizzazione industriale e la rivoluzione borghese. Il 1989 segna l’ondata neoliberale e il riavvio della globalizzazione, la società dell’informazione. La realtà sociale predominante è la società aperta.
    Rapido cambiamento, libertà, flessibilità, migrazione, il mondo manca di punti fermi e occorre costituire dei valori comuni per la società, i cittadini. Gli ordini liberali possono essere messi in pericolo dalla disponibilità ad accogliere chiunque: i valori comuni cambiano anche a seguito della mescolanza delle culture, ma non dovrebbero essere respinti se non intaccano le libertà di base. Occorre tenere aperta la discussione pubblica sui valori.

 

 M. Egidi Economia cognitiva e sperimentale

    L’economia cognitiva è basata sull’osservazione dei comportamenti individuali. Analizza il comportamento manageriale volto a risolvere problemi e a raggiungere decisioni, tenendo conto dei limiti dell’individuo nello svolgere un calcolo razionale, nel ricostruire il contesto delle decisioni, le rappresentazioni  alternative e analizzando i processi cognitivi e, in particolare, l’apprendimento.
    La psicologia cognitiva analizza la capacità umana di codificare ed elaborare l’informazione (attraverso percezioni, credenze, modelli mentali) per risolvere problemi. Il giudizio umano in condizioni di incertezza diverge in modo sistematico dalle leggi di probabilità e dal criterio di razionalità: gli individui non hanno le necessarie capacità computazionali e utilizzano scorciatoie mentali  che smentiscono la teoria tradizionale.
    La Perspect Theory propone modelli descrittivi della realtà fondandosi su principi della percezione, nella teoria delle scelte, che ne limitano la razionalità: gli individui  manifestano una sensibilità verso le vincite e le perdite decrescente rispetto ad un livello di riferimento; esiste  un “effetto certezza” in base al quale la variazione di probabilità di un evento ha un impatto maggiore quando l’evento  è inizialmente certo; ecc.. La Perspect Theory consente di rendere conto delle scelte effettive. Si basa sui cambiamenti di stato  rispetto agli stati finali, sulla diversa attitudine al rischio verso vincite e perdite; il cambiamento del benessere è pesato su trasformazioni di probabilità.
    Nella scelta prevale la dimensione più importante. I caratteri positivi  dell’opzione sembrano più rilevanti quando scegliamo, mentre quelli negativi quando rifiutiamo. La procedura di scelta assume rilievo . L’aggiunta  o la rimozione di opzioni, ad esempio, influenza le preferenze: un’opzione non preferita lo diventa se aggiungiamo nuove opzioni; le opzioni con valori estremi sono meno attraenti rispetto a quelle intermedie. Il contesto influenza la scelta.

 

 B.B. Mandelbrot Il disordine dei mercati

     Nei mercati finanziari accadono di continuo eventi improbabili in quanto il rischio è più grande di quanto le teorie finanziarie tradizionali riconoscano. E’ necessaria una migliore valutazione del rischio e comprensione del modo in cui si manifesta sui mercati. L’”analisi fondamentale” si chiede perché un evento accade e si basa sul presupposto che se si conosce la causa si può prevedere l’evento e controllarne il rischio. Ma le cause non sono affatto chiare ex ante e anche quando lo fossero, possono essere male interpretate. L’”analisi tecnica"  è una specie di truffa: tutti sanno che tutti sanno dei punti di riferimento e agiscono di conseguenza. La “finanza moderna”, emersa dalla matematica del caso e dalla statistica presuppone che i prezzi non sono prevedibili, ma che le loro oscillazioni possono essere descritte da leggi matematiche probabilistiche: il rischio è quindi controllabile. L’ipotesi del mercato efficiente presuppone che ogni variazione di prezzo sia indipendente dalla variazione che lo precede. Sia l’indipendenza statistica delle variazioni dei prezzi che la loro distribuzione normale non corrispondono però alla realtà: molte serie di prezzi finanziari hanno una storia. Le distribuzioni dei prezzi seguono la legge di potenza, molto comune in natura, che ammette un numero molto più elevato di grosse oscillazioni. Il "modello multifrattale" si sintetizza in cinque regole di comportamento del mercato: 1) i mercati sono rischiosi; 2) i guai non arrivano mai da soli in quanto le turbolenze tendono a raggrupparsi; 3) i mercati hanno una personalità in quanto i prezzi non dipendono solo da fattori esogeni (notizie, eventi, ecc.) ma hanno una dinamica propria; 4) i mercati traggono in inganno, non hanno strutture regolari, cicli e le bolle e i crolli sono intrinseci; 5) il tempo di mercato è relativo, i diagrammi sono invarianti rispetto alle trasformazioni di scala del tempo.
  
I mercati finanziari  non seguono le regole del caso, ma li si può studiare come se fosse così sulla base delle probabilità. I mercati sono influenzati da una grande quantità di informazioni, di comportamenti personali che seguono la psicologia individuale e di massa, le incertezze sui dati e la loro interpretazione, le previsioni degli individui. Il mercato è imprevedibile e incontrollabile.  fenomeni casuali, considerati collettivamente e su scala enorme, creano regolarità non casuali. Ma tali regolarità nei mercati sono strane e selvagge, mentre le teorie finanziarie si basano su lievi forme di casualità, spiegate dalla curva normale, in cui i grandi cambiamenti derivano da molti piccoli cambiamenti. Viceversa la casualità selvaggia deve essere analizzata con la geometria frattale e le leggi di potenza, in cui i grandi cambiamenti hanno maggior rilievo.
    La geometria frattale ha la capacità di condensare una grande quantità di dati complicati e irregolari in poche formule semplici. Provando da un insieme di dati delle relazioni statistiche , si possono creare modelli matematici che imitano il fenomeno turbolento osservato. Gli scienziati cercano di individuare le regolarità, ma l’irregolarità fa parte della natura. Un frattale gode di una particolare forma di invarianza che mette in relazione un insieme con le sue parti, è un mezzo per individuare le configurazioni che si ripetono. La caratteristica più notevole della geometria frattale è il modo di concepire la dimensione, in quanto varia con l’osservatore è non è necessariamente rappresentata da un numero intero: la dimensione non è una proprietà intrinseca dell’oggetto, ma uno strumento di misura della complessità, della convoluzione. Nell’economia il fattore di scala è il tempo. I prezzi hanno una qualche forma di dipendenza dal loro valore passato. Tali correlazioni possono essere a breve o a più lungo termine. Nei fenomeni multifrattali la riduzione di scala avviene secondo fattori differenti: alcune sue parti si riducono velocemente, altre lentamente. Ciò spiega, nei mercati,  la variazione violenta e ammassata: il tempo si dilata. Il diagramma finanziario realistico si  ottiene dilatando e contraendo il tempo reale, che diventa tempo di contrattazione multifrattale. Il prodotto  presenta delle oscillazioni selvagge con volatilità che si concentra in alcuni punti inframmezzati da intervalli di attività lenta.

 

 G. Rossi Capitalismo opaco

     Attraverso il connubio impresa/politica il potere politico e gli ex grandi imprenditori hanno allungato le mani sulle privatizzazioni, si sono appropriati dei servizi monopolistici al riparo della concorrenza interna e straniera. I capitalisti hanno rinunciato a fare gli industriali per fare gli esattori delle tasse, prelevandole dai consumatori indifesi e dalle piccole imprese. Monopolio per monopolio, meglio quello pubblico. Le privatizzazioni vanno effettuate solo in quei settori per cui è possibile garantire la concorrenza. Il mito della italianità contro i predatori stranieri è una fraudolenta messinscena: serve a sventolare la bandiera dell’interesse nazionale per difendere gli interessi di pochi privati ai danni del paese.
    Il potere dei giudici viene fuori in supplenza quando sono saltati tutti i controlli intermedi di vigilanza e amministrativi. La Banca d’Italia ha privilegiato la stabilità a scapito delle regole di mercato: i mercati finanziari vogliono trasparenza, mentre al sistema bancario bastano opacità e rapporti privilegiati.
    Piramidi societarie, scatole cinesi, patti di sindacato, partecipazioni incrociate, sono invenzioni barocche su cui si fonda il capitalismo italiano per dare il controllo ai soliti noti che vogliono comandare senza rischiare, il potere senza responsabilità, senza investire i propri soldi. Il declino della Fiat è conseguenza di tre patologie intrecciate: il capitalismo familiare, il capitalismo di Stato e il sistema bancocentrico. Ne è derivato un capitalismo senza capitali e uno Stato indebitato. Il capitalismo familiare con i suoi patti di sindacato e la sua opacità ritarda l’assunzione di responsabilità, cerca di sfuggire alle crisi correndo sotto l’ombrello protettivo dello Stato e delle banche. Il sistema bancario continua ad essere il centro di tutto ma non risponde di niente.

 

 G. Tremonti Rischi fatali

     La Cina sarà la prima o la seconda potenza economica e politica del mondo. L’Europa si è trovata impreparata alla globalizzazione e sarà più debole in quanto si è occupata dei problemi interni troppo e male e poco e male della concorrenza esterna. I salari occidentali entrano in concorrenza con quelli orientali e si livellano verso il basso, ma i costi degli standard di vita restano quelli occidentali: la povertà entra nella busta paga dei salariati occidentali che, alla peggio, perdono il lavoro a favore dei salariati orientali. L’Italia subisce per prima l’impatto della concorrenza cinese a causa della sua struttura produttiva: manifattura ad alta intensità di manodopera e bassa tecnologia. L’Europa ha un mercato e una moneta ma non un governo. Non può contrastare l’ineguale concorrenza della Cina imponendo standard produttivi solo  alla produzione interna. L’Europa è proiettata verso il futuro ma disegnata sul passato, vittima della credenza che l’economia monetaria sia più importante dell’economia reale. Troppe regole applicate male e in modo unilaterale (antitrust, aiuti di Stato), che creano dei costi senza essere un investimento.
  
L’integrazione del mondo è irreversibile ma poteva essere governata meglio sulla base del liberalismo, non del mercatismo. L’Europa si è sviluppata in tre fasi: la fase eroica, quella economica e ora quella politica. Si è spezzata la catena Stato-territorio-ricchezza, quando controllare il territorio equivaleva a controllare la ricchezza attraverso la quale si esprimeva la politica. Ora la ricchezza si è dematerializzata e lo Stato perde potere politico. L’accelerazione della storia ha creato un paradosso politico: L’Unione è sempre più necessaria ma deve essere fondata su basi nuove, in quanto bloccata da un mercatismo suicida e dalla ricerca di protezione sociale.
    L’Europa ha connotazioni totalitarie in quanto una elite cerca di costruire una società perfetta, di regolare la vita delle masse attraverso la normazione di ogni aspetto e la creazione di una super burocrazia. L’Europa monetaria è nata invece a seguito della riunificazione tedesca, per evitare che si integrasse alla Germania (sostituire l’euro al marco). E’ stato perciò un problema politico, risolto creando una moneta a bassa intensità politica che ha reso necessario il “patto di stabilità”, al fine di ridurre il potere politico degli Stati nazionali con una politica economica europea neutrale. Occorre una politica che non sia solo di regolamentazione interna che crea costi eccessivi ma che indirizzi lo sviluppo integrandosi nel mercato globale.
    L’Italia negli ultimi anni ha subito l’impatto della Cina e dell’euro. Della Cina per la struttura del nostro sistema produttivo, molto simile a quello loro, e del sistema capitalistico, basato sull’intreccio Stato-grandi imprese. Dell’euro, che ha avuto effetti positivi sul settore pubblico,  ma ha pesato sul settore privato in termini di competitività (rivalutazione) e del potere d’acquisto:  la riduzione dei tassi ha influito negativamente sulla domanda; il changeover non è stato neutrale e ha creato una forte illusione monetaria spostando risorse dalla domanda (i salari sono scesi e i prezzi aumentati) alla offerta con redistribuzione della ricchezza.

 

 P. Ichino A che cosa serve il sindacato ?

    Il sistema di relazioni sindacali deve realizzare una scommessa comune tra i sindacati e l’azienda, relazioni non conflittuali  ma un approccio cooperativo per realizzare obiettivi a più lungo termine, nella consapevolezza di sacrifici immediati, tutelando le categorie più a rischio. Un approccio riferito al futuro, agli obiettivi da raggiungere, alle condizioni per riuscirci, al modo più adeguato con cui spartire i risultati, anziché rivolta al passato, al recupero del potere d’acquisto  perso.
    Occorrono misure e servizi per consentire al lavoratore di avere un valore rilevante nel mercato e per la rioccupazione dei disoccupati. Il sindacato deve essere attivo nel mercato del lavoro, non nella politica industriale, di competenza dell’azienda: far riconoscere al lavoratore la professionalità, il prestigio, lo status riconosciuto.
    Il sindacato deve saper attivare un equo gioco competitivo  tra lavoratori e imprenditore (ed eventualmente amministrazione pubblica), per rivendicare la sicurezza che deriva dall’alta qualificazione professionale più e prima che la sicurezza derivante dai divieti di licenziamento.
    Possono individuarsi due prototipi estremi di sindacato:

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Il “sindacato dei diritti”, che persegue la sicurezza dei lavoratori proponendosi di acquisire per loro dei diritti in senso tecnico-giuridico, mediante un contratto di lavoro ad alto contenuto assicurativo, preferendo una retribuzione fissa che recupera il potere d’acquisto a causa dell’inflazione  come un diritto. Persegue la sicurezza e il benessere dei propri rappresentati mediante standard inderogabili predeterminati. Preferisce, in definitiva, una torta da spartire più ridotta in condizioni di maggiore sicurezza e di maggiore uguaglianza  di trattamento per i lavoratori indipendentemente dalle loro capacità. Preferenza, inoltre, per definire tali standard a livello nazionale.
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il “sindacato “imprenditore collettivo”, che si propone di rappresentare i lavoratori nella stipula e nella gestione di una scommessa comune con l’imprenditore, trasformando i suoi rappresentati in un imprenditore collettivo, appunto, impegnandoli in una sorta di joint venture con il titolare del capitale di rischio. E’ disponibile allo spostamento del baricentro della contrattazione verso la periferia, per negoziare una parte rilevante della retribuzione variabile in relazione ai risultati dell’azienda e in funzione dell’adattamento degli standard alle condizioni regionali e aziendali. Accetta di ridurre il contenuto assicurativo del contratto per aumentare l’incentivo all’impegno individuale e puntare su redditi medi più elevati. Si propone di creare le condizioni perché ciascun lavoratore possa compiere una scelta genuinamente libera circa le condizioni del proprio lavoro. Scommette con il management sul raggiungimento di determinati risultati dell’impresa, di cui i lavoratori sono i principali stakeholders, attrezzandosi per il rigoroso controllo della corretta spartizione della posta quando i risultati sono stati raggiunti. Ricerca la soluzione non conflittuale delle vertenze. Non si oppone allo stimolo all’impegno individuale e collettivo e ad una maggiore flessibilità sul piano organizzativo e del dimensionamento dei costi del lavoro, consentendo una migliore allocazione delle risorse umane, margini  di intrapresa e di guadagno per i lavoratori al costo di uno stress più intenso, ovviamente se il management è affidabile.

    Il contesto istituzionale italiano di fatto limita fortemente la possibilità di confronto tra i due modelli di sindacato, rendendo incompatibile il secondo.
    Nella tradizione giuslavoristica si è voluto leggere nell’art. 36 della Costituzione un diritto universale a una retribuzione fissa, pari al minimo previsto dal contratto collettivo nazionale, sottovalutando l’art. 35 che garantisce cittadinanza al lavoro in tutte le sue forme e manifestazioni e accantonando l’art. 46 in materia di partecipazione del lavoratore all’impresa. Negli artt. 35 e 46 deve invece leggersi una garanzia della possibilità che il modello assicurativo e il modello partecipativo si combinino tra di loro in molti modi diversi, con un ampliamento, anche notevole, della retribuzione variabile in relazione alla redditività o alla produttività dell’impresa o  in relazione alle performance del singolo lavoratore.

 

 M.C. Taylor Il momento della complessità

     Negli ultimi anni si è prodotto un crescente interesse per il ruolo delle reti di interazione sociale e per le possibili applicazioni alle discipline sociali e umane della teoria della complessità. Questa si è sviluppata intorno al paradigma che incessanti processi di interazione a livello disaggregato sono suscettibili di modificare i comportamenti degli aggregati e di alterare le condizioni strutturali del sistema, producendo effetti non deterministici. La dinamica di sistema diventa caratterizzata da forti elementi di discontinuità con mutamenti irregolari e punti critici di cambiamento. La teoria economica supera l’individualismo metodologico e riesce così a spiegare in modo analiticamente soddisfacente il cambiamento, la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I processi di comunicazione, le reti, divengono fondamentali, gli agenti sono indotti a cambiare e a reagire, si produce conoscenza. L’enfasi dell’intervento si pone  sui sistemi di relazione sui meccanismi di interdipendenza, sulle strutture e sulle reti, anziché sugli incentivi e sui processi di scelta.
    Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un impatto sociale, politico, economico  e culturale. Al crescere delle reti i muri crollano, le reti collegano, il cambiamento accelera e porta a margine del caos. Questo è il momento della complessità: i sistemi diventano aperti e non hanno più una logica lineare, gli effetti diventano non proporzionati alle cause. Emergono sistemi che si autoorganizzano.
    L’economia e i media diventano indistinguibili. I nuovi strumenti finanziari, ad esempio, diventano capitali a circolazione pura che proliferano con la loro velocità; la moda diventa il consumo; tutti gli eventi, gli spazi e le memorie diventano informazione.
  
L’opposizione tra forma e contenuto o tra informazione e materia non è più legittima nell’era dell’informazione, in quanto l’informazione è materiale e la materia informazione. L’informazione si volge verso sé stessa, diventa autoriflessiva e genera complessità. L’eccesso di informazione crea rumore. L’informazione presuppone qualcosa di inatteso, è inversamente proporzionale alla probabilità: più qualcosa è probabile meno è informativa, più è ridondanza che aumenta la certezza. Troppo o troppo poca informazione crea incertezza. L’informazione aumenta la conoscenza e l’ordine e riduce l’entropia, il rumore, l’interferenza, il disturbo. Ma dal rumore può nascere la novità, la creatività. L’intreccio tra rumore e informazione crea le condizioni per l’emergere della complessità.
   Il rumore distrugge l’ordine creando simultaneamente le condizioni per un nuovo ordine più complesso: ciò che è rumore in un contesto, può essere informazione in un altro, emerge la complessità che segna il tempo in quanto irreversibile e da cui è impossibile prescindere per soddisfare il nostro desiderio di semplicità. I sistemi complessi si autoorganizzano diventando simili alla vita, sono non lineari e quindi impredicibili. Retrospettivamente si può costruire la storia, si può capire la vita, ma non si può viverla che guardando avanti, possiedono memoria in quanto un cambiamento presente deve derivare dal passato, progredisce attraverso la crescita della complessità e si adatta alla rete dei sistemi ambientali, evolvendosi.
    Le reti si complicano, la velocità del cambiamento accelera, la turbolenza diviene una condizione permanente. L’eccesso informativo deve essere distrutto dall’intelligenza. L’apprendimento è l’aspetto fondamentale dell’intelligenza. L’istintivo atteggiamento di proteggere il simbolico ed il mitico ha fatto nascere i nazionalismi e i fondamentalismi: la permeabilità dei muri li rende destinati a fallire. L’espandersi della densità delle risorse mitiche e simboliche fa nascere il dubbio, fonte della conoscenza, rende possibile l’innovazione culturale.

 

   Rossi G. Il gioco delle regole

     L’esaltazione del mercato ha portato alla deregolamentazione selvaggia attraverso il contrattualismo. Per sopperire alle inefficienze e alle crisi dei mercati si è prodotta un’alluvione legislativa. L’economia non è più regolata dai giudici ma dai legislatori, da regole che i principali attori del sistema di volta in volta scelgono, lasciando come prima vittima il mercato.
  
La legge disciplina il comportamento comune, il vivere associato, non la morale, che varia  e non può rivestire carattere di universalità: il diritto nasce da elementi di etica, ma  le due sfere devono restare distinte. La morale viene chiamata in causa dove e quando il diritto fallisce, può precedere o orientare la legge. Spesso si abusa dell’etica, può essere pericoloso fondare orientamenti giuridici sull’etica.
    La globalizzazione ha minato alla base il il diritto internazionale e la possibilità degli Stati di esercitare i propri poteri, senza sostituire nulla se non un sistema contrattualistico tra le istituzioni. L’unica vera risposta al terrorismo è lo Stato di diritto, la sicurezza nazionale non può far premio sui diritti umani. Il terrorismo non è riuscito a creare regole proprie, neanche il diritto islamico lo può giustificare
    E’ il comportamento consensuale a decidere la creazione della norma, ma non si può identificare il governo della maggioranza con la democrazia: l’unico governo autenticamente democratico è quello che opera attraverso al discussione.

 Delespaul D. Costruire la motivazione globale

    Un’azienda è un delicato equilibrio di elementi diversi (obiettivi, strategia, visione, mezzi), tra loro coordinati da esaminare in una visione olistica. La componente umana è fondamentale. Il livello di contribuzione delle persone dipende dalla loro competenza (sapere acquisito, esperienza) e dalla loro motivazione. Mentre la competenza rappresenta un apporto potenziale e  può mutare solo in tempi lunghi, l’effettivo contributo dipende molto dalla motivazione, che rappresenta un moltiplicatore della competenza e su cui si può incidere anche in tempi brevi attraverso la leva economica o quella emotiva (ambiente, relazioni, valori).
   Il sistema gestionale ideato dall’autore (Iseo), persegue appunto un approccio complessivo al sistema aziendale, puntando, in particolare, alla motivazione del personale.
   Dare ai collaboratori una visione globale sugli obiettivi da perseguire e una visione etica sul come perseguirli, i valori su cui l’azienda poggia, è fondamentale per ottenere buoni risultati. La chiarezza degli obiettivi e sul come perseguirli aumentano l’efficienza e la motivazione, evitano perdite di tempo, responsabilizzano le persone perché ognuno sa in che direzione deve lavorare garantendo il migliore utilizzo dei mezzi dell’azienda, purché la visione strategica sia declinata fino nei dettagli e questi siano misurabili.
   Un altro aspetto motivazionale e organizzativo importante è la condivisione delle informazioni, inserite in un contesto tecnologico adeguato (intranet aziendale) affinché la conoscenza sia affrancata dal potere degli esperti e dal turnover del personale.
   L’organizzazione interna deve discendere dal progetto dell’impresa e deve essere declinata fino all’individuo (definizione delle funzioni, loro rilevazione in base ai rischi, indicatori affidabili e chiari riferiti agli obiettivi su cui basare la valutazione). La definizione delle missioni, delle responsabilità e degli obiettivi di ciascuno serve per dar riferimenti chiari al personale per definire priorità e criteri di successo individuale e collettivo. Ma tali elementi devono essere condivisi, non imposti dall’alto, attraverso il coinvolgimento nella definizione delle mansioni e degli obiettivi.
   Definire le priorità è dare importanza al lavoro: spesso si tende a sostituire l’urgenza all’importanza, distorcendo le priorità. Si possono definire le priorità solo se si censiscono i rischi e si individuano i necessari controlli. Questi devono essere percepiti come elementi rassicuranti, protettivi, che limitano e inquadrano le responsabilità, non come un modo di esercizio dell’autorità. E’ proprio individuando i rischi che si definiscono responsabilità e missioni. Una volta chiariti questi, si determinano gli obiettivi da raggiungere , quali devono essere i risultati attesi e il modo di misurarli, perché ognuno deve sapere che cosa ci si aspetta da lui. I risultati attesi devono essere declinati in relazione agli obiettivi strategici e devono essere concordati: ciascuno deve sapere cosa deve fare per raggiungere gli obiettivi generali e su quali elementi viene valutato. La valutazione delle professionalità e dei comportamenti deve basarsi sulle missioni e su obiettivi  misurabili, concordati e condivisi, affinché possano diventare fattore di motivazione.
   Favorire il clima vuol dire far emergere dei valori e raccogliersi intorno ad un progetto globale per condividere valori collettivi di solidarietà e responsabilità, anziché stimolare comportamenti eccessivamente individualistici e competitivi. I manager, soprattutto attraverso il loro esempio, devono trasmettere i valori e motivare il personale, per creare un’organizzazione sana e trasparente, sviluppando le competenze dei collaboratori, facendosi portavoce dei valori, informando il personale, valutarlo correttamente.  

 Foray D. L’economia della conoscenza

    L’economia della conoscenza è lo studio della conoscenza quale bene economico, la sua produzione, acquisizione e il suo trasferimento. La conoscenza è intesa come capacità di agire e di utilizzare l’informazione, di interpretarla e di elaborarla, per riprodurla generando apprendimento. La conoscenza può essere codificata, cioè esteriorizzata per separala da chi la detiene, o rimanere tacita.
   La conoscenza è di difficile osservazione e misurazione. E’, ad esempio, difficile individuare il suo impatto sulla produzione, e ha enormi esternalità positive ad effetti cumulativi.
   La conoscenza è difficilmente escludibile (renderla esclusiva, controllarla è possibile a costi assai elevati) e non rivale (non implica la creazione di copie aggiuntive, non si distrugge con l’uso). Ha, pertanto, le caratteristiche del bene pubblico. La conoscenza è cumulativa (è input di ulteriore conoscenza, crea esplosioni combinatorie e non si deteriora, normalmente si arricchisce), può essere localmente delimitata (prodotta in certi contesti può aver valore solo in questi) e poco persistente (tendenza ad essere dimenticata, a divenire obsoleta, ad essere frammentata). La nuova conoscenza è tacita (non articolata, codificata) e vischiosa (difficile da apprendere, da trasferire). La conoscenza tende a frammentarsi ed è dispersa: è difficile avere una visione articolata e generale.
   La conoscenza occupa un posto di primo piano nello sviluppo economico, soprattutto a seguito delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ma gli effetti dell’implementazione delle nuove tecnologie non sono immediati: l’inerzia delle forme organizzative, della sostituzione dell’esistente, e il necessario adattamento delle persone  creano, in principio, ritardi e problemi (paradosso di Solow). Occorre tempo per assorbire tali problemi attraverso l’istruzione, la formazione e nuovi assetti organizzativi. In particolare, la natura sempre più collettiva della creazione di conoscenza implica assetti di imprese a rete. Il cambiamento persistente impone alle persone formazione, competenze, flessibilità, mobilità, capacità imprenditoriale, di agire in situazioni di incertezza, creatività.
   La codificazione delle conoscenze consiste nella fissazione della conoscenza su un supporto, divenendo  merce e liberandola della persona fisica. Ha costi iniziali elevati ma costi marginali molto bassi (è facilmente riproducibile). Le nuove tecnologie di informazione e comunicazione aumentano in modo considerevole gli ambiti di modificabilità, riducendone i costi.
   In relazione alle  sue caratteristiche, la conoscenza presenta notevoli esternalità positive di cui l’autore difficilmente riesce ad appropriarsene o ottenere una compensazione. Ciò genera problemi di incentivazione alla sua produzione: produrla è costoso, il suo valore sociale è legato al più ampio utilizzo; estrarre valore dalla conoscenza significa limitarne in qualche misura l’uso.
   Da qui l’esigenza di attuare una regolamentazione della conoscenza per favorirne, in alcuni casi, la privatizzazione (brevetti, diritti d’autore, proprietà intellettuale, segretezza) o, al contrario, la produzione pubblica (istruzione, Università, centri di ricerca).
   Da parte dell’impresa è sempre più importante riuscire a gestire sia la conoscenza codificata che quella tacita, ai fini dell’innovazione e dello sviluppo, ma anche collaborare con l’esterno, in quanto sempre più la conoscenza viene creata in maniera collettiva.  

 Bruni L. Porta P.L. Felicità e libertà

    La scienza economica tradizionale, neoclassica, deve essere arricchita e complicata per comprendere i comportamenti sociali rilevanti, la molteplicità delle motivazioni umane all’azione e allo scambio, la dimensione relazionale e interpersonale, oltre a quella individuale e razionale, per superare l’homo oeconomicus utilitarista e per interrogarsi correttamente sui modelli di sviluppo.
   La scienza economica non può fare a meno degli aspetti relazionali umani, considerando solo le relazioni di scambio.
   Il “welfarismo” utilitarista assume una visione limitata del benessere, non attribuendo nessuna importanza intrinseca a ciò che è diverso  dall’utilità. Non considera le libertà e le privazioni e non consente confronti interpersonali. Occorre tenere conto anche delle capabilities, ossia le possibilità di realizzare obiettivi dotati di valore, le condizioni che consentono alle persone di fare delle cose nella vita.
   Ci sono differenze tra il se che vive un’esperienza e il se che ricorda e che valuta l’esperienza stessa. Questo può determinare errori di valutazione del benessere se ci si basa su ciò che si ricorda (benessere valutato) rispetto a quello vissuto (benessere sperimentato). Dimensioni culturali diverse influenzano la formazione dei giudizi e spiegano differenze nazionali nel benessere valutato.
 

Sachs J.D. La fine della povertà

    Le risorse dei paesi ricchi, le potenzialità dell’immenso patrimonio di conoscenze accumulate e la progressiva riduzione delle zone del mondo che necessitano di aiuto per sfuggire alla morsa dell’indigenza, rendono la fine della povertà entro il 2025 una possibilità realistica.
   Gli ultimi due secoli hanno visto l’esplosione della popolazione mondiale (da 800 mln. a 6.1 mld.) ma è ancorpiù cresciuto il reddito. Il divario economico è un fatto relativamente recente: il divario tecnologico ha determinato il differenziale di crescita.
   Attualmente circa 1 mld di persone vive al di sotto della soglia di povertà. La mancata crescita economica per costoro dipende dal fatto che si trovano all’interno di una trappola, un circolo vizioso: se la povertà è estrema, tutto il reddito è speso per la sopravvivenza e non si riesce a risparmiare quel minimo necessario per investire nel futuro. Uscirne può essere un problema in relazione a fattori geografici (clima, siccità), fiscali (entrate pubbliche troppo limitate per lo sviluppo), per l’incapacità dello Stato e della politica ad assolvere ai propri compiti (guerre, carestie), in relazione al contesto culturale avverso (norme religiose, e sociali, diritti delle donne), a barriere commerciali o politiche avverse da parte dei paesi esteri, alla impossibilità di usufruire di nuove tecnologie (vaccini, nuove colture), a problemi demografici (eccesso di tasso di fertilità). Per uscire dalla trappola è necessaria una piccola scintilla insieme a certe iniziative pubbliche. Normalmente è importante incidere inizialmente sulla resa cerealicola, sull’alfabetizzazione, sulla riduzione della mortalità infantile e della natalità, sull’emancipazione delle donne.
   L’analisi economica per lo sviluppo deve prendere insegnamento dalla clinica medica (economia clinica): il sistema economico, come il corpo umano, è un sistema complesso, frutto dell’interazione di sistemi diversi. La complessità impone una diagnosi differenziale: ogni sintomo può avere cause molto diverse dipendenti dal contesto e non può essere trattato sempre allo stesso modo. Conseguentemente non esiste un’unica medicina, ma un insieme di iniziative correlate per risolvere lo specifico problema. Sono inoltre necessari controlli e valutazioni periodiche sul raggiungimento dei risultati. Non ci si può fermare ad approcci superficiali.
   La chiave per cancellare la miseria estrema è dare ai più poveri la capacità di compiere il primo passo sulla scala dello sviluppo economico: il loro saggio del capitale si riduce nel tempo, occorre fornire capitale umano (salute, alimentazione), capitale produttivo (macchine, attrezzi), capitale infrastrutturale (strade, energia), capitale naturale (suolo fertile, ecosistemi funzionanti), capitale istituzionale (un ordinamento giudiziario), capitale intellettuale (conoscenze scientifiche e tecnologiche). La crescita della popolazione e il deprezzamento del capitale riducono il capitale pro-capite nel tempo. Superata invece una certa soglia, l’economia cresce attraverso forme di risparmio e di accumulazione. Una efficace strategia per il superamento della povertà dipende da una analisi differenziale rigorosa che individui la corretta divisione dei compiti tra settore privato e pubblico.
   Per sconfiggere la povertà entro il 2025, occorre l’azione concertata di tutti i paesi del mondo: i paesi poveri devono dedicare più risorse allo sviluppo di quante ne impiegano per la guerra; quelli ricchi devono mantenere le promesse pattuite: quando si passa ai fatti, mancano sempre i programmi operativi. Ci sono inoltre questioni che  devono essere risolte a livello globale: la crisi del debito, la politica commerciale (barriere commerciali dei paesi ricchi), la scienza per lo sviluppo (per non escludere i poveri dalla comunità scientifica internazionale), il rispetto per l’ambiente.
   Oggi il costo per i paesi ricchi per eliminare la povertà  entro il 2025. è minimo: non sarebbe superiore allo 0,7% del PIL. Non si tratta di attuare degli inefficaci trasferimenti, ma di realizzare investimenti indispensabili.  

 Alesina A. Giavazzi F. Goodby Europa  

   Senza riforme serie e di vasta portata l’Europa andrà inesorabilmente incontro al declino, sia sul piano economico sia su quello politico. Negli anni ’50 e ’60 gli europei lavoravano moltissimo, alla fine degli anni ’60 iniziarono a chiedere meno lavoro per gli stessi salari, una legislazione per impedire i licenziamenti, istruzione, assistenza sanitaria gratuita e pensioni generose, l’abolizione della meritocrazia nello studio. Il welfare, anche per la crisi petrolifera, è stato pagato con il debito pubblico. L’incremento delle aliquote fiscali negli anni successivi ha rallentato la crescita. Negli anni ’50 – ’60 la rincorsa (imitazione) tecnologica era sufficiente a garantire la crescita ma, raggiunta la frontiera tecnologica, diventava necessario saper innovare. Invece è stata perseguita una politica dirigista che non ha consentito la distruzione creativa delle aziende. I gruppi di interesse, che proteggono i propri vantaggi e sono avversi al liberismo, rendono incapace il sistema politico a produrre riforme.
   Americani ed europei sono diversi. I primi pensano che i poveri debbano aiutarsi da sé, i secondi che è compito dello Stato; la disuguaglianza non sconvolge gli americani poveri ma turba gli europei ricchi. Ciò porta conseguenze politiche nell’intervento pubblico, nella tassazione, una cultura, in Europa, di dipendenza e un atteggiamento non propenso ad assumere rischi. Una regolamentazione eccessiva non ridistribuisce risorse e crea categorie protette. Gli europei sono più influenzati degli americani dalla tradizione classista marxista (nata in Europa, mai attecchita in America) e considerano la disuguaglianza indotta dal mercato come un male sociale. Ma i sistemi di welfare troppo generosi creano un problema fiscale, una regolamentazione eccessiva, privilegi che non consentono il cambiamento e soffocano l’iniziativa individuale. Quanto più si tassa e si regola, meno la società è mobile (passaggi tra le classi) e meritocratica.
   Il minore numero delle ore lavorate  in Italia, dipende principalmente dalla bassa partecipazione al lavoro delle donne e degli uomini inferiori a 30 anni e superiori ai 50. Un elevato prelievo fiscale induce a lavorare meno, sia da parte delle donne, che preferiscono lavorare a casa, che degli uomini, che preferiscono lavorare in nero. Ci sono poi le regolamentazioni e i sindacati che proteggono chi già lavora (riduzione delle ore lavorate, pensionamenti anticipati). Gli americani sono felici di lavorare di più per guadagnare meglio.
   L’elevata disoccupazione in Europa dipende dalla eccessiva regolamentazione: il divieto di licenziare, la politica dei sindacati di tutela di chi già lavora (per ogni lavoratore assenteista ce n’è uno giovane e produttivo che non lavora). L’esistenza di lavoratori superprotetti e di lavorato temporanei senza nessuna protezione induce le aziende a dare lavoro nella seconda modalità e a non assumere a tempo indeterminato i giovani capaci alla fine del lavoro temporaneo perché diventerebbero inamovibili.
   La differenza fondamentale tra aziende americane ed europee è che le prime cambiano rapidamente la propria organizzazione per adattarle alle nuove tecnologie, le seconde sono sussidiate dallo Stato anche se improduttive. Le Università europee sono pagate dai contribuenti: dare loro più soldi significa rafforzare le lobbing dei professori, regolati dal pubblico impiego, che non consente una valutazione basata sul merito. Le risorse pagate in Europa per le Università sono maggiori che negli Stati Uniti, ma la ricerca e la qualità dell’insegnamento è nettamente inferiore. Questo rende difficoltosa la concorrenza delle Università private. Le nomine e i controlli centralizzati creano solo burocrazia e mediocrità: la qualità si ottiene con la competizione.
   In Europa c’è scarsa concorrenza. L’eccessiva interferenza dello Stato nell’economia crea grandi rendite alle imprese consolidate che, quando cessano di essere efficienti, raramente scompaiono, mentre le imprese potenzialmente in grado di competere, trovano barriere all’entrata. La legislazione distorce gli incentivi. Le distorsioni nel mercato dei prodotti si riflettono sul mercato del lavoro: i sindacati tendono ad appropriarsi di parte delle rendite delle aziende.
   Una giustizia civile efficiente, regole per la tutela della sicurezza e dei consumatori che non creino inutili costi sono alla base del buon funzionamento del mercato, dello sviluppo degli scambi. Pene severe non saranno mai applicate, procedure formali lunghe ed eccessive stimolano l’elusione e la corruzione, oltre a deprimere l’iniziativa economica.
   Il mercato finanziario italiano è dominato da un piccolo cartello di grandi banche che non si fanno concorrenza fra loro e che premono affinché i regolatori facciano in  modo che le società indipendenti non riescano ad espandersi. Le banche centrali nazionali sbagliano a spingere affinché il consolidamento avvenga all’interno dei confini nazionali a danno dei consumatori.
   Il disegno della Unione Europea non prevede la separazione dei poteri. Bruxelles fa troppo in alcuni campi e troppo poco in altri. Il numero degli atti legislativi è impressionante ed in crescita. I dirigenti dell’Europa la vogliono protetta dall’eccessiva concorrenza (soprattutto nell’agricoltura), e con uno Stato con un ruolo importante per lo sviluppo, recependo l’ideale francese. C’è timore della globalizzazione: l’Europa aperta all’interno (ma solo per i prodotti, non per i servizi e per il mercato del lavoro) e chiusa all’esterno. L’Unione ha avuto un impatto importante nella deregolamentazione di alcuni settori, nell’euro e nella disciplina fiscale dei singoli paesi, ma produce troppa retorica dirigistica (processo di Lisbona) in cui gli obiettivi sono eccessivamente dettagliati e spesso contraddittori, con una logica dirigistica di programmazione.
   La politica fiscale in Europa deve agire sul fronte delle spese, che ha effetti duraturi sul bilancio dello Stato, in particolare  per quelle riguardanti stipendi e pensioni. I tagli alla spesa portano benefici per tutti, l’aumento delle spese provoca redistribuzione di costi e benefici a vantaggio delle categorie protette.  

 Rizzi P. Scaccheri A. (a cura di) Promuovere il territorio

    E’ in atto un fenomeno di crescita della competitività fra territori per attrarre e generare nuovi investimenti e per aumentare la competitività delle imprese locali. Compito dei policy maker è quello di rendere visibile e attraente il territorio, massimizzare le sue potenzialità e il suo valore.
   La despazializzazione introdotta dalle reti nella competizione globale tra le imprese crea un mercato tra i territori per la localizzazione delle imprese. Occorre trasformare il problema in opportunità per generare occupazione, benessere e ricchezza per il cittadino e la comunità locale, attraverso interventi che possono riguardare il prelievo fiscale locale, le infrastrutture, i servizi, al fine di attrarre le imprese, motore dello sviluppo del territorio.
   Per realizzare operazioni di marketing territoriale occorre la concertazione e la diretta partecipazione di tutti gli attori coinvolti (imprese, associazioni, Pubblica amministrazione, ecc.). aggregati dal consenso sugli obiettivi e sui valori.
   Il territorio  deve essere inteso non solo in termini fisici ma anche in termini sociali, come luogo di:

   
creazione della tecnologia e dell’innovazione;
   
coordinamento delle attività industriali;
   
decisione politica;
   
espressione ed evoluzione di relazioni tra attori diversi.

per creare vantaggi competitivi derivanti dalla localizzazione dove coesistono competizione e cooperazione.  

 Sen A. Identità e violenza

    Il sentimento di identità di un gruppo può essere trasformato in un’arma potentissima per esercitare violenza su un altro gruppo: la violenza è fomentata da identità univoche del gruppo, a volte imposte da una logica comunitarista. La forza di una identità bellicosa può essere contrastata dalle identità concorrenti negli stessi individui: ognuno di noi è caratterizzato da una identità plurale, ciascuna delle quali prevale a seconda del contesto sociale e della situazione particolare. Le nostre identità non dipendono solo dall’ambiente e dalla cultura in cui viviamo, in quanto possiamo scegliere di contestare le identità proposteci, se ne abbiamo l’opportunità e i mezzi della conoscenza: la ragione è la fonte delle scelte.
   Il multiculturalismo genera diversità e libertà di scelta quando è tollerante e inclusivo in modo che le culture vengano ibridizzate. Il multiculturalismo non va confuso con il monoculturalismo plurale, che si verifica quando le culture vivono fianco a fianco senza integrarsi e ciascun individuo agisce attraverso la propria identità culturale.
   L’autore critica l’univoco criterio di classificazione delle civiltà sulla base delle identità religiose: gli abitanti del pianeta possono essere suddivisi secondo molti altri sistemi di classificazione. Il primo criterio amplifica invece la voce delle autorità religiose distorte a scopi violanti e ha implicazioni politiche rilevanti.
   Si tende a mettere i progressi scientifici e della conoscenza nelle caratteristiche dell’occidente, trascurando i contributi delle altre civiltà (araba nella matematica, cinese nelle scienze, ecc.) e l’interazione tra le civiltà medesime: il progresso nasce dalle interazioni tra le diverse culture. Anche la democrazia e la globalizzazione non sono una prerogativa della civiltà occidentale. L’antioccidentalismo ha le sue cause nel colonialismo e nel sentimento di umiliazione , di aver subito un trattamento ingiusto, da parte dei popoli colonizzati e nell’appropriazione del progresso scientifico, tecnologico e filosofico da parte dell’occidente.
   

 Castells M. Galassia Internet

    La tecnologia dell’informazione è l’equivalente odierno dell’elettricità nell’era industriale. Internet è il network che rappresenta la base organizzativa dell’età dell’informazione. Permette l’adattabilità e la flessibilità. Nell’ultimo quarto del XX secolo si sono sviluppati tre processi: i bisogni di flessibilità gestionale e la globalizzazione del capitale; i valori della libertà individuale e della comunicazione aperta; gli straordinari avanzamenti nelle prestazioni dei computer e delle telecomunicazioni. Questi hanno influito sulle imprese, sulla società e sulla cultura, in quanto sono cambiati i modi di comunicare.
   La cultura di Internet è formata da quattro aspetti:

   
quello tecno-meritocratico, che crede nella bontà dello sviluppo tecnologico e scientifico, che si è formato negli ambienti accademici e scientifici, dove le persone si riconoscono come pari e condividono le conoscenze;
   
quello hacker, formato dai programmatori che cooperano per l’open source al di fuori di ogni controllo e condizionamento istituzionale, fondato sulle competenze;
   
quello delle comunità virtuali degli utenti, che ne caratterizzano l’aspetto sociale, di appartenenza e di comunanza di interessi;
‾    quello imprenditoriale, in quanto Internet si è modellato intorno agli utilizzi commerciali e ha avuto un importante influsso sul mondo degli affari, spingendo sull’innovazione e sulla forza delle idee e sulla loro capacità di attirare capitali di rischio, fonte dell’innovazione tecnologica.
   Quella che sta emergendo è un’economia in network, con un sistema nervoso elettronico, in cui Internet è il mezzo fondamentale di comunicazione e di elaborazione delle informazioni. Le aziende adottano il network come propria forma organizzativa: le componenti interne ed esterne si collegano in rete per la durata del progetto. Ciò porta al decentramento, alla collaborazione tra piccole imprese e alla loro connessione con le grandi aziende.     Flessibilità e adattabilità sono le parole d’ordine che consentono la differenziazione del marchio e la personalizzazione del prodotto. Ma la trasformazione rilevante ha riguardato i mercati finanziari: deregulation, liberalizzazione, tecnologia e ristrutturazione delle imprese hanno creato un mercato globale in cui le aspettative di alta crescita delle imprese innovative hanno permesso il finanziamento della creatività e della innovazione.    L’alto rischio connesso all’innovazione ha anche determinato il verificarsi di una elevata volatilità sistemica. E’ cambiato anche il lavoro: è necessaria più istruzione, talento, iniziativa; deve adattarsi continuamente al contesto mutevole. Le risorse umane lavorano per progetti i team diversi e sempre nuovi; é necessaria cooperazione, condivisione e libero accesso alle informazioni.
    Internet pare avere un effetto positivo sull’integrazione sociale e tende ad incrementare l’utilizzo di altre fonti di informazione. Ridefinisce la socialità incentrandola sull’individuo ed è efficace nel creare rapporti deboli, basati sulla comunità di interessi e di competenze, e nel rafforzare quelli forti, ma non riesce a creare legami forti.
Alcune organizzazioni politiche, mobilitate su valori culturali, hanno trovato una loro organizzazione appropriata attraverso Internet, che consente un dibattito continuo non paralizzante e bypassando le istituzioni nazionali attraverso il network.
    Internet ha decisamente indebolito la sovranità nazionale ed il controllo statale: il controllo dell’informazione è sempre stato l’essenza del potere. Ma la privacy può essere violata e il controllo può essere effettuato sulle persone collegate in rete per fini politici o commerciali. Le tecnologie volte al controllo possono essere fronteggiate con le tecnologie di libertà (crittazione, firewall, ecc.) e le informazioni su Internet possono facilitare il controllo sui governi.
    La geografia di Internet (server, contenuti, utenti) è concentrata in pochi paesi e nelle aree metropolitane, per l’alta specializzazione che comporta. Anche l’economia dell’era di Internet tende ad essere concentrata nello stesso modo. Emerge il problema del “digital divide”: lo spazio dei flussi collega luoghi distanti sulla base del loro valore; lo spazio dei luoghi isola persone che non possono accedere alla globalità (per reddito, istruzione, status), nei loro quartieri.
   

 Stiglitz J.E. La globalizzazione che funziona

     La grande speranza della globalizzazione è quella di migliorare il tenore di vita in tutto il mondo. Non ha funzionato fino in fondo per il modo con cui è stata gestita. Non sono stati adeguatamente affrontati le tutele dei lavoratori, dell’ambiente, delle disuguaglianza, lo sviluppo dei paesi più arretrati, la legalità internazionale, il commercio equo, il problema della povertà, l’assistenza sanitaria, la diffusione della democrazia. Mancano, a livello internazionale, adeguate istituzioni in grado di affrontare le sfide poste dalla globalizzazione.
    La globalizzazione ha portato in generale maggiore prosperità, ma anche maggiori problemi. L’apertura dell’economia, per alcuni paesi, ha avuto effetti devastanti per la mancanza di regolazione dei mercati che sono per natura imperfetti: strumenti di tutela dell’occupazione, di giustizia sociale, di regolazione delle privatizzazione (es. Russia). Occorre un approccio onnicomprensivo allo sviluppo (non solo crescita del reddito, ma anche salute, istruzione, ambiente, ecc.) attraverso un mix tra stato e mercato.
    La liberalizzazione del commercio può migliorare le condizioni di vita di tutti, ma se la globalizzazione è asimmetrica, avvantaggia alcuni paesi rispetto ad altri.  Trattati commerciali iniqui, differenze nella dotazione di infrastrutture, nella tutela dei diritti della proprietà intellettuale, nelle garanzie sociali, aumentano le differenze tra paesi e tra persone. I più ricchi devono aprire i propri mercati senza imporre condizioni , senza sovvenzionare le proprie industrie e senza imporre la propria agenda nelle istituzioni internazionali.
    I diritti di proprietà intellettuale tendono a creare situazioni di monopolio temporaneo volte a stimolare l’innovazione ma limitano l’efficienza economica che si avrebbe con la libera circolazione della conoscenza. I brevetti limitano l’innovazione basata sull’innovazione e, quindi, il progresso. Il regime di proprietà intellettuale deve essere equilibrato e orientato allo sviluppo, anche perché i meccanismi di mercato non sempre raggiungono i risultati migliori, come nel caso dei farmaci salvavita per i paesi in via di sviluppo.
    Il paradosso dell’abbondanza sostiene che paesi ricchi di risorse naturali registrano tassi di crescita bassi e una maggiore povertà, fattori associati all’assenza di democrazia, al cattivo uso delle risorse. La ricchezza non viene dal lavoro o dalla creatività ma dall’accaparramento. L’afflusso di pagamenti esteri per le materie prime rivaluta il cambio e sfavorisce l’esportazione di manufatti e l’occupazione. Il sistema di contabilità nazionale, basato sul PIL, non tiene conto del depauperamento dell’ambiente e delle risorse nazionali.
    Le multinazionali hanno portato i vantaggi della globalizzazione nei paesi in via di sviluppo trasferendo tecnologia, capitale e lavoro. Ma l’economia di mercato non sempre fa gli interessi della gente, specie quando la responsabilità limitata delle multinazionali non li rende garanti dei costi smisurati che possono imporre alla collettività e all’ambiente. Le multinazionali devono rendersi responsabili dei costi sociali.
    Per pagare i propri debiti, i paesi in via di sviluppo devono spesso sacrificare l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, la crescita. Il FMI ha, finora, tutelato i creditori, cercando di garantire la restituzione del debito, riducendo o eliminando il rischio di credito del creditore e dispensandoli dalle colpe dell’eccessivo credito accordato. In capo al debitore, inoltre, si scaricano il rischio di cambio e di tasso, molto spesso la causa dell’insostenibilità dell’onere del debito in relazione all’instabilità delle economie in sviluppo. Le soluzioni da percorrere sono il condono o la ristrutturazione del debito, ristabilendo la corretta allocazione del rischio.
La globalizzazione ci rende sempre più interdipendenti. C’è bisogno di una governance mondiale e di istituzioni internazionali che funzionino in modo più democratico.  

 Gladwell M. Il punto critico

     Le idee, i prodotti, i messaggi, i comportamenti si possono diffondere come un virus perché possono essere contagiosi, determinare cambiamenti improvvisi, effetti straordinari anche quando consistono in piccoli cambiamenti: tutto può cambiare rapidamente come una epidemia quando si raggiunge il punto critico. Il mondo valutato secondo queste regole è un mondo diverso da quello intuitivo, basato sulla proporzionalità tra causa ed effetto, bensì un mondo a progressione geometrica in cui domina l’imprevisto e il cambiamento radicale.
Si può raggiungere il punto critico, il punto in cui l’equilibrio viene sconvolto, per effetto di tre fattori: “a legge dei pochi”, un piccolo gruppo di persone fuori dall’ordinario (per le conoscenze, l’energia, l’entusiasmo, la personalità), il “fattore presa”, riguardante alcune particolarità del messaggio, e “il potere del contesto”, determinato dalle caratteristiche dell’ambiente, possono far attecchire il contagio: sono i dettagli che fanno la differenza.
La “legge dei pochi” si basa sul passaparola, sulle relazioni deboli e sulle “reti di piccolo mondo” quando coinvolgono persone con qualità particolari: i “connettori”, gli “esperti di mercato” e i “venditori”. I primi sono quelli che mettono in contatto ambienti e culture differenti (hanno molti legami deboli) perché hanno l’abilità di muoversi in universi differenti; i secondi sono quelli che accumulano conoscenze su un determinato argomento che vogliono condividere disinteressatamente  per risolvere i problemi degli altri; i “venditori” sono quelli che hanno una grande abilità nel persuaderci per la loro energia, entusiasmo, simpatia, comunicativa. Queste persone hanno maggiore influenza sugli altri e veicolano comunicazioni ed emozioni.
    Oltre ai messaggeri conta anche il messaggio e il suo “fattore presa”, che fa sì che la gente lo ricordi e agisca di conseguenza: siamo oberati da informazioni molte delle quali non le ricordiamo. Gli elementi del messaggio che fanno presa sono spesso banali, legati alla coerenza del contenuto con la struttura e il formato, i dettagli e il modo di presentarlo.
    Siamo tutti sensibili all’ambiente in cui ci troviamo. L’impulso ad assumere un determinato comportamento parte dal “potere del contesto”. Intervenendo su dettagli in apparenza minori dell’ambiente immediatamente circostante, si influisce sui comportamenti (teoria delle finestre rotte). Spesso non è necessario intervenire sulle cause. Anche il gruppo influenza il comportamento degli individui: nella medesima situazione il comportamento individuale cambia se avviene all’interno di un gruppo. Il gruppo incrementa il potenziale endemico di un messaggio o un’idea quando non è eccessivamente grande: oltre un certo limite i singoli non riescono ad avere tra di loro una relazione individuale sincera (regola del 150). Mantenere il gruppo sotto la soglia massima è il miglio modo per farlo funzionare. Oltre se ne altera la natura di comunità e perde la sua contagiosità.
    Per capire il senso delle epidemie sociali dobbiamo capire che la comunicazione umana ha delle regole decisamente fuori dal normale e paradossali. Le persone possono trasformare radicalmente il proprio comportamento e le proprie convinzioni se esposte allo stimolo adatto, in quanto siamo fortemente influenzati dal mondo che ci circonda, dal contesto personale immediato e dalla personalità di chi ci sta intorno. Il cambiamento sociale è perciò volatile e inesplicabile: manipolando semplicemente la dimensione di un gruppo possiamo migliorare in modo straordinario la sua ricettività alle idee; modulando la forma in cui presentiamo un’informazione possiamo migliorare sensibilmente la sua capacità di far presa; trovando e raggiungendo quelle persone speciali che hanno un grande potere sociali possiamo indirizzare il corso delle epidemie. Basta superare il punto critico per cambiare il mondo intorno a noi.