Nel
mondo sociale, i protagonisti sono gli uomini, emotivi e imprevedibili. Si
manifestano reti di relazioni che hanno un’architettura, una struttura che si
fonda su principi organizzativi simili a quelli naturali. La struttura
acquisisce proprietà che il riduzionismo consente di comprendere solo fino ad
un certo punto.
Una spiegazione storica è una sequenza imprevedibile di
stati antecedenti, in cui ogni momento importante, in qualsiasi passo della
sequenza, avrebbe modificato il risultato finale. L’evoluzione delle reti
sociali, Internet, l’interno della cellula o la struttura del linguaggio umano
sono senza dubbio fatti che rientrano nell’ambito storico. Ognuna di quelle
reti ha alla base una stessa architettura, la stessa legge fondamentale, una
precisa firma matematica: la legge della potenza. Un ordine e un modello
emergono dal nulla, a volte persino dal caos. Una lunga serie di accidenti
possono dar luogo a regolarità.
Negli
ultimi decenni, molti economisti hanno finito per riconoscere che la razionalità
pura e perfetta non spiega adeguatamente il comportamento degli individui. Gli
individui agiscono nel contesto di molti altri obiettivi e restrizioni, norme e
valori etici condivisi , fiducia e cooperazione, potere e sottomissione.
La
capacità di competere di un’azienda, una nazione o una comunità dipende dal
“capitale sociale” consistente nel livello intrinseco di fiducia tra i suoi
membri che si forma attraverso meccanismi culturali (religione, tradizione,
abitudini), che favorisce la comunicazione, la collaborazione, le transazioni.
Alla base vi è la condivisione di norme e aspettative, la capacità di lavorare
in maniera coesa, affiatata e autonoma senza il ricorso ad apparati burocratici
e a norme. L’eccesso di aggregazione può però portare a non entrare in
contatto con ambienti diversi e con modi inediti di pensare e di comportarsi.
In
ogni situazione in cui il tutto non è uguale alla somma delle parti , in cui le
cose si autorganizzano, cooperano e competono, siamo in presenza di non linearità:
il sistema diviene sinergico e deve essere esaminato nella sua interezza, come
entità coerente.
La
struttura della rete incide sulla sua funzione, sul comportamento di gruppo che
si attiva in uno stato intermedio tra ordine e casualità. La “lunghezza del
percorso” (che formalizza l’idea intuitiva di gradi di separazione quale
media degli anelli della catena che collegano
tutti i nodi con ciascun altro) e il “clustering”
(probabilità che due nodi connessi ad un medesimo nodo siano anche tra loro
connessi) sono significativi dell’architettura della rete: la lunghezza media
ne rispecchia la struttura globale, il clustering
il grado medio di interconnessione di singole zone. Le reti regolari (tutti i nodi connessi con quelli vicini)
sono strutture poco efficienti in quanto la lunghezza è elevata. Bastano poche
connessioni casuali a per abbassare di molto la lunghezza a clustering
invariato. Questo diminuisce solo dopo aver aggiunto molte connessioni. Le poche
connessioni casuali agiscono come ponti fra regioni distanti con un effetto non
lineare non percepito a livello locale, ma che cambiano drasticamente la
struttura della rete. Diventa un modello molto efficiente, presente in molti
aspetti della natura.
La
sincronia riguarda anche l’uomo nel comportamento di massa. Le forme
inaspettate di comportamento collettivo non discendono dalle proprietà degli
individui, dal loro comportamento razionale, ma
dalla sua composizione, e vanno spiegate anche alla luce del
comportamento gregario e dalla
distribuzione dei valori di soglia individuali rispetto ad un determinato
fenomeno.
Lorenz K. Gli otto peccati capitali
della nostra civiltà
1)
La sovrappopolazione, che costringe ciascuno di noi a proteggersi in
maniera disumana dall’eccesso di contatti col prossimo.
2)
La devastazione dello spazio vitale naturale: l’equilibrio ecologico si
modifica lentamente, l’ecologia dell’uomo è soggetta a mutamenti molto più
rapidi in quanto i tempi sono dettati dal progresso tecnologico che piega il
sistema ai propri fini. Devastando la natura l’uomo si abbrutisce
esteticamente e moralmente.
3)
La competizione tra gli uomini, che promuove un sempre più rapido
sviluppo della tecnologia rendendo l’uomo cieco di fronte ai valori reali e lo
priva del tempo e della riflessione.
4)
La scomparsa di ogni sentimento e di emozioni forti, causa di un
rammollimento generale.
5)
Il deterioramento del patrimonio genetico, che priva dei fattori
selettivi sulla conservazione del comportamento sociale. Il potere della ragione
tiene a freno gli istinti dell’uomo. La convinzione che tutti gli uomini siano
nati uguali e che le deficienze e gli errori siano determinati
dal condizionamento ambientale non attiva i meccanismi di contenimento
dei pericolosi e degli asociali: il senso della giustizia, la tolleranza
limitata, il discernimento tra il bene e il male.
6)
La demolizione della tradizione, gli anziani sono visti come un gruppo
etnico estraneo.
7)
La maggiore disponibilità degli uomini all’indottrinamento, uomini
uniti in un unico gruppo culturale che rifugge dalla ricerca della verità.
8)
Il riarmo atomico.
La
centralità della persona è stata aggredita, nel XX secolo, dai totalitarismi
che propugnavano la centralità della classe e della razza. Ma è stata anche
aggredita, e lo è tuttora, da altre visioni del mondo: in primis da quella
fondata sulla centralità dello Stato e, più recentemente, da quelle ispirate
dalla centralità della Natura.
Siamo
tutti solo ex o post, perché abbiamo
perso i valori di riferimento: la centralità della persona, la sua dignità, le sue libertà, le qualità creatrici. La
persona è stata annichilita dal Novecento. Occorre trovare la strada, quella
percorsa dai nostri avi nel Rinascimento e che adesso abbiamo smarrito.
L’illuminismo
francese è fondato sul “Sapere”, il dominio della Ragione, lotta per il
dominio intellettuale che porta allo scientismo e allo storicismo: tutto può
essere spiegato e previsto dalla Ragione, un nuovo Dio (Sapere-Verità-Potere).
L’illuminismo americano è invece in continuità con il Rinascimento: l’uomo
creatore a immagine di Dio, l’uomo che predispone la organizzazione per la
libera vita dei cittadini, unici proprietari della società che non dominano la
Natura e gli altri uomini. Il liberalismo moderno è la libertà dallo Stato,
contro la centralità dello stesso, del suo autoritarismo, contro i
fondamentalismi, che fissano il Bene e il Male, ma nella ricerca costante,
nell’uso della Scienza e della Tecnologia come mezzo anziché come fine in sé.
La
vera pace è la costruzione delle libertà. Occorre partire dall’uomo, dalla
sua dignità, dalla sua libertà di creare il suo futuro.
La
nuova strada è innanzi tutto una strada filosofica, etica, spirituale, che
impone cambiamenti quali la rottura col nichilismo e la rinascita dei valori,
dell’etica delle responsabilità, della filosofia morale: il XX secolo ha
annichilito il concetto di centralità della persona. Wojtyla ha riproposto la
persona come soggettività creatrice che rivendica il primato rispetto alle
leggi scientifiche e dello sviluppo storico.
Non
è vero che più diritti determinano più libertà e più democrazia: occorre
senso del limite tra desiderio e responsabilità, equilibrio tra diritti e
doveri, tra norme e valori, non confondendo la libertà con l’arbitrio.
Castells M. Volgere di millennio
Il
crollo dell’Unione sovietica è connesso all’apertura di spazi
all’espressione politica che ha dato sfogo alle varie entità nazionali,
acuendo il conflitto tra società e Stato. Quest’ultimo controllava la cultura
e l’informazione, scoraggiava l’innovazione. La tecnologia
dell’informazione non si è potuta diffondere. L’interazione simbiotica tra
elaborazione di informazioni e la produzione materiale erano incompatibili con
il monopolio statale dell’informazione e la segregazione della tecnologia per
scopi militari; la logica strutturale delle burocrazie verticali fu resa
obsoleta dalla tendenza verso reti flessibili.
La
povertà dipende dal fatto che se da un lato il capitalismo
informazionale produce sviluppo e miglioramento nel benessere, dall’altro
accentua la disuguaglianza di ricchezza. I fenomeni che lo determinano sono
l’individualizzazione del lavoro, l’instabilità dell’occupazione,
l’esclusione sociale, la riduzione del welfare
state. Nell’Africa, gran parte degli Stati-nazione sono divenuti predatori
per la mancanza di una base nazionale etnica dopo le frammentazioni operate dal
colonialismo e della natura familiare/tribale dell’economia. Ma anche in
America l’economia a rete globale e l’informazionalismo hanno prodotto
disuguaglianza ed esclusione.
La
criminalità è divenuta anch’essa globale. Organizzandosi in rete ha
sfruttato le proprie basi etniche e culturali del territorio, le situazioni
economico-politiche nelle varie parti del mondo.
Nell’Asia
orientale, abbiamo diversi esempi di come un intervento strategico e
selettivo dello Stato per lo sviluppo può accrescere la produttività e la
competitività di un’economia d mercato. Ma nel momento in cui lo Stato entra
in contraddizione con il modello informazionale dello sviluppo (burocrazia ,
debolezza dell’istruzione, della R&S, assenza di capacità di
adattamento,di stimolo all’innovazione, alla competizione, al pensiero
autonomo, libertà di comunicazione, ecc.), questo si arresta. Gli schemi
dell’intervento statale non sono definiti e univoci, ma sicuramente devono
essere adattati alla situazione ed evolversi nelle varie fasi dello sviluppo.
L’unificazione
europea non ha un piano, ma procede sulla base di un dibattito in corso. Ha
livelli di integrazione diversa fra Paesi e fra questioni. E’ l’espressione
più avanzata della globalizzazione, ma necessita di una identità, di valori,
che si affianchino a quelli regionali/locali (le singole identità andranno
tutelate per una società multietnica e multiculturale). L’Unione europea è
la condizione per la persistenza dei singoli Stati-nazionali che condividono
l’autorità nella rete (senza un centro e un centralismo), sulla base di
valori comuni.
Il
capitalismo informazionale si propaga in tutto il mondo e si basa sulla
conoscenza e sulle informazioni, sulla capacità di accedere alle informazioni,
per adeguarsi continuamente alle innovazioni e per innovare. Occorre flessibilità
organizzativa e culturale. L’istruzione dell’uomo è la qualità centrale.
Occorre
una riflessione sul clima etico.
Ci
sono alcune idee che possono infiltrarsi nel nostro ambiente morale e minacciare
la nostra etica:
1.
la religione dà veste a un’autorità che rispettiamo per paura
della punizione, non è il fondamento dell’etica ma la sua espressione
simbolica e si può porre al servizio di cattive morali;
2.
col relativismo nessuna rivendicazione di verità, autorità,
certezza, necessità, può essere ascoltata se non come un’affermazione simile
a tutte le altre. Se da un lato occorre tollerare modi di vivere diversi,
dall’altra alcune crudeltà non dovrebbero accadere comunque e non dovremmo
assistervi senza far nulla. Il relativismo e il multiculturalismo possono
paralizzare il liberalismo (tollerare i tolleranti);
3.
l’egoismo si può nascondere sotto atteggiamenti ipocriti che in
apparenza sembrano preoccupazioni di ampio respiro, ma che in realtà nascondono
un interesse personale: l’etica può coprire strategie interessate;
4.
la teoria evoluzionista tende a spiegare i nostri interessi
apparenti con veri interessi egoistici. In verità l’ambiente sociale è
determinato dalla esigenza di esser giudicati dagli altri;
5.
il determinismo vuole rendere inutile la morale. Siamo però
profondamente influenzati dall’ambiente morale;
6.
l’essenza dell’etica è la sua ragionevolezza, richieste
irragionevoli e rigorose portano al suo rifiuto;
7.
l’etica quando è istituzione è strumento che opprime, che
serve per esercitare potere e controllo.
Siamo
solo in parte esseri razionali, siamo influenzabili dalle opinioni altrui,
dall’autocompiacimento, dalle mode, dalle forze sociali e culturali di cui
spesso siamo inconsapevoli. Occorre diffidare delle certezze preconfezionate
perché nessuno può pretendere di sapere o decidere cosa è meglio per noi.
Rizzello S. L’economia
della mente
Il
ruolo della concorrenza è quello di generare conoscenza, e quest’ultima è il
risultato di una costruzione dei soggetti della rappresentazione della realtà
sulla base dell’esperienza. La visione neoclassica non risponde alla realtà
perché considera tutti gli agenti con le medesime informazioni, con le medesime
capacità e schemi razionali. Inoltre l’interazione tra gli agenti crea una
situazione tale che ognuno influisce sull’ambiente e si adegua continuamente
ad esso. Le istituzioni sono il frutto spontaneo dell’agire umano. La diversità
e la libertà sono necessari per il funzionamento del mercato e per l’emergere
di istituzioni spontanee. Il libero agire individuale, mediato dalla cultura
(usi, costumi, convenzioni) evolve verso l’ordine spontaneo, che non ha fini
propri ma consente di perseguire i fini: il mercato senza lo Stato non può
funzionare.
Il
ruolo importante della conoscenza si basa sulla razionalità procedurale: questa
ha lo scopo di generare un numero limitato di alternativa ed arrivare a delle
scelte in condizioni di incertezza, con capacità computazionali limitate e in
situazioni di asimmetria informativa (approccio satisfying
anziché optimizing). In tale
ambito, le organizzazioni, strutturate in forma gerarchica, sono costituite
dall’uomo per superare le limitazioni della razionalità individuale,
attraverso routine che sono costituite
da conoscenza sperimentata e codificata. Le organizzazioni sono più efficaci
nella gestione delle informazioni coordinate in maniera gerarchica in
alternativa alla delega al mercato. L’approccio satisfying,
si basa sul rapporto interattivo tra bisogni individuali e condizioni
ambientali. Nei modelli tradizionali l’unico obiettivo è massimizzare il
profitto, mentre la realtà è più complessa occorre conoscere l’ambiente
interno, esterno, le tecnologie disponibili e il comportamento dei competitors.
L’ambiente evolve senza raggiungere un ottimo definitivo, ma un miglioramento
continuo e ad un innalzamento dei livelli di soddisfazione. Diventa importante
il processo del problem solvine: sulla
base della rappresentazione della realtà e della manipolazione simbolica si
costruiscono gli scenari e si sceglie tra le alternative che siano
soddisfacenti. Il comportamento si modifica attraverso l’esperienza: il
soggetto apprende. La capacità di apprendimento è l’elemento che consente la
sopravvivenza delle imprese, che devono adattarsi efficacemente e velocemente
all’ambiente e al cambiamento tecnologico.
La
mente fallisce, ha dei limiti, sui di essa influiscono le emozioni oltre che le
tradizioni. La conoscenza utilizzata dagli individui è frutto di processi in
gran parte taciti, basati sulle diversità genetiche e sulle esperienze
precedenti. Ogni individuo interpreta le informazioni esterne, che trasforma in
conoscenze soggettive. Le asimmetrie informative sono un fatto endogeno: gli
agenti acquisiscono informazioni, ma per agire utilizzano la conoscenza
raggiunta attraverso l’interpretazione e l’attribuzione di significato alle
informazioni, attraverso una razionalità limitata e l’influsso di componenti
non razionali. Ciò significa che l’acquisizione di conoscenza è path-dependent, in quanto dipende dalla storia, dall’educazione e
dall’esperienza.
Il
portafoglio crediti, non essendo valutato a prezzi correnti, non comporta la
conseguente imputazione a conto economico di plusvalenze e minusvalenze, con la
conseguenza che esso può nascondere rischi che non si manifestano a conto
economico sino a che la situazione non diventa patologica. Da qui la necessità
di un trattamento maggiormente prudenziale nel calcolo dei rischi.
Il
sistema di Basilea1 presenta dei limiti:
-
le misure del rischio sono poco
differenziate e non consentono una stretta correlazione tra rischio di
insolvenza e relativa copertura patrimoniale, con conseguenti arbitraggi
prudenziali a favore di attività più rischiose (adverse selection)
-
non di riconosce il ruolo della
diversificazione
-
le misure del rischio sono
statiche
-
il grado di rischio è
insensibile alla struttura per scadenze
-
sono escluse altre tipologie di
rischio
Tre
pilastri del nuovo accordo: 1) requisiti patrimoniali minimi, che contempla una
lunga serie di indicazioni metodologiche dettagliate concernenti il calcolo dei
rischi e, conseguentemente, del capitale da detenere a fronte del rischio
assunto; 2) controllo prudenziale dell’adeguatezza patrimoniale, finalizzato a
verificare l’adeguatezza dei sistemi di misurazione e controllo dei rischi da
parte degli intermediari; 3) requisiti di trasparenza delle informazioni, sul
rischio e sulla patrimonializzazione, finalizzati
a rendere attiva la disciplina del mercato. Più rilevante è il primo
pilastro, consistente nella revisione dei sistemi di calcolo del rischio di
credito e nell’introduzione dei rischi operativi.
Borgogni L. (a cura di) Valutazione e motivazione delle
risorse umane nelle organizzazioni
La
valutazione non si configura come un giudizio formalizzato fine a se stesso, ma
come momento cruciale di una strategia di gestione tesa a privilegiare lo
sviluppo della risorsa e alle interconnessioni con l’aspetto motivazionale.
Riguarda aspetti tecnici della misura, problemi umani delle dinamiche
interpersonali, problemi psicologici che concernono
il funzionamento del programma e obiettivi che si intende perseguire.
E’ anche uno strumento di informazione sia rispetto alla prestazione che al
modo di funzionare dell’organizzazione.
Non
si può non valutare, in quanto la valutazione è insita in qualsiasi
manifestazione comportamentale, è un atto di attribuzione di significato per
orientare la realtà prendendo una posizione. La valutazione può non essere
manifesta. Valutare significa ammettere, valorizzare e sottolineare le
differenze, rendere espliciti parametri e categorie adottate nel giudizio
riferito a specifici ambiti situazionali, ed è influenzata da credenze ed
emozioni, implica una precisa assunzione di responsabilità in quanto espone
anche il valutatore.
Per
dare significato utilizziamo dei parametri di tipo scientifico disciplinare, di
tipo culturale sociale (espressione del clima culturale, stereotipi), tipici
della cultura organizzativa (valori che si sviluppano nell’organizzazione,
quali i modelli di comportamento, linguaggio, rituali, ecc.), o di tipo
soggettivo (visione, personalità del valutatore). La soggettività è fonte di
pluralismo e di ricchezza intellettuale, ma si tende a ritenere le proprie
percezioni e giudizi come assoluti, specchio della realtà. E’ necessario
invece sottoporre a riesame, mettere in discussione le categorie di riferimento,
riconoscere le dinamiche relazionali e affettive, rendere visibili i
comportamenti stereotipati, individuare le soggettività piuttosto che
eliminarla, elaborando i prototipi (caratteristiche personali usate nel
classificare le persone in “tipi”) e gli stereotipi (conoscenza semplificata
e generalizzata riferita ad un gruppo), facilitando l’apprendimento. Non si
possono eliminare la componente soggettiva ma possiamo rendere espliciti i
parametri di valutazione, comunicarli antecedentemente, farci carico delle
ingiustizie.
Stiamo
passando da una condizione in cui l’impresa gestiva la produzione tramite il
controllo, ad una situazione in cui l’impresa non può che gestire tramite la
motivazione; da organizzazioni basate sulla ripetizione ad organizzazioni basate
sull’innovazione; da una situazione che considerava solo la razionalità utile
ai fini della produzione materiale ad una situazione che richiede e valorizza la
sfera emotiva nella produzione intellettuale di beni immateriali, quali
informazioni, simboli, valori. Ma motivazione, innovazione e produzione
intellettuale sono realizzabili solo all’interno di un contesto con
una precisa tensione etica capace, in primo luogo, di soddisfare l’esigenza
umana di equità, molto più diffusa di quanto il senso comune lasci intuire. Il
riduzionismo nella soluzione dei problemi, la semplificazione della realtà e la
sua riconduzione a categorie conosciute devono lasciare spazio ad un lavoro di
ricerca, di esplorazione, di conoscenza. Occorre che dirigenti, quadri e
operatori aziendali si abituino a <<maneggiare>>
la complessità, a tener conto della pluralità delle variabili in gioco
e della loro interdipendenza, a pensare in modo innovativo, a inventare nuovi
spazi di intervento e nuove modalità di relazione.
La
valutazione serve per fare un bilancio della prestazione del lavoratore ed è
tanto più utile quanto più il lavoratore è coinvolto nel rivederlo,
discuterlo, condividerlo, facendone seguire consigli, suggerimenti e piani
d’azione. Pertanto il sistema di valutazione deve avere diverse finalità,
anche se differentemente graduate caso per caso:
-
esaminare il lavoro svolto,
valutare la prestazione e comunicarla all’interessato;
-
migliorare la prestazione e
favorire la crescita;
-
pianificare il lavoro da svolgere
coinvolgendo il dipendente;
-
disporre di informazioni per la
gestione delle risorse.
I
sistemi di valutazione si distinguono in due famiglie: quelli per fattori e
quelli per obiettivi. Nella prima la valutazione è basata su varie dimensioni
(fattori) della prestazione; nella seconda (MBO
Management By Objectives) la valutazione è basata sugli obiettivi stabiliti
annualmente in funzione degli specifici risultati da raggiungere.
Strutture
rigide con significativi gradi di prescrittività, procedure dettagliate e forti
sistemi di controllo, prediligono modelli a parametri fissi. Man mano che ci si
sposta su strutture più flessibili e ruoli più discrezionali, si preferiscono
modelli basati sui risultati. Il sistema deve rispondere alle aspettative e alle
esigenze del lavoratore, favorendone la soddisfazione sul lavoro e il livello
del loro desiderio di autonomia.
Il
sistema di valutazione è anche uno strumento di conoscenza per capire le
risorse, l’ambiente organizzativo, le regole che presidiano il sistema di
valutazione debbono assicurare, al valutatore e al valutato, la discrezionalità,
l’imparzialità nell’espressione del giudizio e la sua comprensione da parte
del valutato, che deve accettare la valutazione della prestazione sulla base
della coerenza con le procedure, le norme, i modelli impliciti, ecc. che formano
la cultura aziendale, e con le proprie aspettative.
La
modifica degli strumenti di valutazione è necessaria nei processi di
cambiamento per facilitare e mantenere le prestazioni che sono funzionali. Senza
un mutamento nei sistemi di valutazione si riducono le possibilità di includere
nel patrimonio umano e nella cultura aziendale, quelle novità che possono
rappresentare opportunità per il cambiamento e, quindi, l’adattamento
all’ambiente esterno.
Il
successo di una valutazione è dato dalla misura in cui riesce a influenzare i
comportamenti nella direzione indicata, suggerita, auspicata dal valutatore;
deve poter guidare in modo efficace gli individui (è un atto di comunicazione)
a riconoscere gli obiettivi, per far corrispondere il più possibile il
comportamento osservato ai modelli di riferimento. Deve perciò essere aperta
alla confutazione.
Esiste
una certa ambiguità nei comportamenti organizzativi che la valutazione produce
e che sabotano il sistema a favore di pratiche informali meno trasparenti e
apparentemente più duttili. La valutazione è infatti influenzata da fattori
affettivi e crea ansia e solitudine: da parte dei capi la preoccupazione del
consenso e la difesa della conflittualità per favorire la socializzazione dei
sottogruppi, fa tendere a non collaborare alla realizzazione degli obiettivi
della valutazione. Tipici sono alcuni comportamenti organizzativi:
-
scissione:
aspetti punitivi e premianti vengono attribuiti a entità diverse, per mantenere
lontani gli aspetti conflittuali;
-
mimetismo:
applicazione apparente, burocratica e formale del sistema appiattendo i giudizi
che non discriminano;
-
integrazione
parziale: se non si valuta
l’impatto del sistema sulla
cultura aziendale, l’introduzione del nuovo non viene accettato e applicato
correttamente. Fondamentale è il supporto coerente della funzione del
Personale.
La
valutazione del personale è tradizionalmente riferita a due specifiche aree di
interesse: la prestazione e il potenziale. La prima area si riferisce al passato
e tende ad accertare il raggiungimento degli obiettivi, come e quanto un
individuo ha fatto fronte ai propri compiti e responsabilità, la seconda al
futuro, per verificare se le risorse umane abbiano le caratteristiche e le
qualità per crescere verso posizioni più elevate, in modo di garantire la
continuità aziendale.
Negli
ultimi tempi si sono affermati i sistemi gestiti per obiettivi (MBO), espletati
sulla base dei risultati ottenuti a fronte di specifici obiettivi, o sistemi
misti, per fattori e per obiettivi. Tali sistemi comportano un più intenso
collegamento del sistema valutativo ai processi gestionali e danno enfasi al
sistema valutativo come processo e
non come momento in quanto comporta:
-
la definizione degli obiettivi
aziendali da parte dell’Alta direzione;
-
la misurazione
dei risultati conseguiti anche a livello individuale e il confronto con
gli obiettivi pianificati.
La
valutazione è quindi dinamica in quanto collegata alla pianificazione al
controllo e alle esigenze dell’azienda nel tempo. Le condizioni più
favorevoli per l’applicazione di un sistema MBO o misto sono quelle che hanno
una prevalenza di autonomia e discrezionalità anziché a prescrittività e
normatività, quando cioè è possibile associare ai ruoli degli obiettivi
specifici e quando la struttura organizzativa non ha le vischiosità tipiche
delle realtà burocratiche ma consente la necessaria libertà all’individuo
nel fornire il suo contributo all’azienda.
La
credibilità del sistema di valutazione per il valutato risiede nella sua
comprensione, nella chiarezza delle regole del gioco, nell’accettazione della
procedura messa in atto ed è collegata all’esistenza di un feedback.
La valutazione da parte di soggetti esterni (Assessment Center) offre maggiori
garanzie di trasparenza, di obiettività e di standardizzazione delle misure e
dei criteri, ma ha il difetto di non valutare adeguatamente il contesto, di
adottare metodi non adeguati alle caratteristiche dell’azienda nel particolare
momento storico.
Il
sistema di valutazione deve riposizionare al centro della vita di lavoro
l’uomo, e non essere un mero atto formale o, peggio, un momento
d’inquisizione o di esercizio del potere: una volta strutturato deve essere un
sistema aperto agli aggiustamenti, fondato sull’affidabilità singola e
complessiva dei valutatori e dal controllo continuo della tendenziale veridicità
dei dati.
L’intervista
di valutazione rappresenta il momento centrale del processo e deve seguire
l’attribuzione dei compiti e degli obiettivi, allo scopo di chiarire le attese
del capo e dell’organizzazione sullo svolgimento del ruolo, ma anche i
parametri sulla base dei quali sarà effettuata la valutazione, esplicitando le
richieste lavorative e chiarendo il rapporto capo-collaboratore.
McLuhan
M. Gli strumenti del comunicare
Le
tecnologie sono estensioni del nostro corpo. Il sistema tecnologico
dell’elettricità ha esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un
abbraccio globale che abolisce tanto il tempo quanto lo spazio. Il processo
creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società
umana, proprio come, tramite i vari media, abbiamo esteso i nostri sensi e i
nostri nervi. Dopo tremila anni di espansione in ogni settore
e di crescente alienazione specializzata nelle innumerevoli estensioni
tecnologiche del corpo umano e delle sue funzioni, il nostro mondo si è
improvvisamente contratto. L’elettricità ha ridotto il globo a poco più di
un villaggio e ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della
responsabilità umana.
Il
medium è il messaggio. Le conseguenza
individuali e sociali di ogni medium,
di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte
nelle nostre questioni personali da ognuno di tali estensioni o da ogni nuova
tecnologia. L’essenza della tecnologia dell’automazione è profondamente
integrale e al tempo stesso decentratrice. La luce elettrica è informazione
allo stato puro, è un medium senza
messaggio; la ferrovia non ha introdotto nella società né il movimento né il
trasporto, ma ha accelerato e allargato le proporzioni di funzioni umane già
esistenti, creando città di tipo totalmente nuovo e nuove forme di lavoro e di
svago. L’aeroplano tende invece a dissolvere le città. E’ il medium
che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e
dell’azione umana. I contenuti, le utilizzazioni di questi media
possono essere diversi, ma non hanno alcuna influenza sulle forme
dell’associazione umana.
Un
medium caldo è quello che estende un
unico senso fino a un’alta definizione da essere abbondantemente colmi di
dati, non lasciano molto spazio da colmare; medium
freddo, o a bassa definizione, trasmette una scarsa quantità di
informazioni, e implicano perciò un alto grado di partecipazione o
completamento. L’interesse per l’effetto
anziché per il significato è una
novità fondamentale dell’era elettrica, in quanto l’effetto mette in gioco
la situazione totale e non un solo livello di informazione.
La divisibilità di ogni processo, si è capovolto a favore del campo
unificato; e nell’industria l’automazione sostituisce alla divisibilità del
processo l’organico intrecciarsi di tutte le funzioni che fanno parte del
complesso.
La
luce elettrica pose fine al regime della notte e del giorno, degli interni e
degli esterni; la luce elettrica è capace di trasformare ogni struttura di
tempo, spazio, lavoro e società in cui penetra, i media
rifoggiano tutto quello che toccano.
Con
i nuovi media è possibile
immagazzinare e trasformare tutto, e non esistono più problemi di velocità.
Nel regime della tecnologia elettrica il compito dell’uomo diventa quello di
imparare e di sapere.
Cavalli Sforza L.L. L’evoluzione della cultura
La
cultura può considerarsi l’accumulo di conoscenze e di innovazioni reso
possibile dall’uso del linguaggio. E’ difficile separare la componente
culturale da quella genetica e bisogna capire le loro influenze reciproche.
L’apprendimento
della cultura è determinata dalla somma delle innovazioni e dalle scelte di
accettarle per soddisfare particolari bisogni, ed è un fenomeno di trasmissione
culturale, il cui studio è stato finora limitato.
La
cultura esiste anche negli animali ma nell’uomo è sviluppata in grado
estremamente elevato grazie al linguaggio.
L’evoluzione
culturale, rispetto a quella biologica, dipende dalla nostra volontà e può
essere infinitamente più rapida.
L’evoluzione
culturale al posto della mutazione ha l’innovazione, che però presenta
profonde differenze rispetto alla mutazione biologica: la selezione culturale
consiste nella decisione di accettare o meno un’innovazione, non può attuarsi
se non c’è la capacità o la volontà di apprendere. L’idea può generare
molte copie di sé. Anche l’idea, come la mutazione, è rara, ma non nasce dal
caso, ma dalla necessità di soddisfare un bisogno. Il drift
culturale e la migrazione svolgono una funzione importante ma non si può
trascurare la trasmissione.
La
cultura è un meccanismo di adattamento rapido e flessibile e si basa sulla
specializzazione e sulla comunicazione. Si sviluppa soprattutto all’interno di
gruppi omogenei per etnia e linguaggio e, rispetto all’adattamento genetico,
c’è grande differenza di velocità.
La
trasmissione culturale può essere verticale (tra genitori e figli) o
orizzontale (tra soggetti non imparentati). Quella orizzontale avviene in modo
simile a quella genetica, mentre quella orizzontale può essere molto più
veloce e può dar luogo a moda e conformismo.
Esiste
un contrasto tra forme di eredità culturale che resistono per secoli e
cambiamenti culturali rapidi. Una parte della differenza è spiegata dalle
istituzioni e organizzazioni culturali (casa, scuola, città ), alcune delle
quali agiscono come nicchie che si autoriproducono con vita indipendente.
L’uomo
è predisposto dalla sua costituzione genetica all’apprendimento e alla
comunicazione, all’inventiva e all’accettazione delle novità, quindi
all’evoluzione culturale. Questa predisposizione varia da soggetto a soggetto.
Rajan
G.R. Zingales L. Salvare il capitalismo dai capitalisti
La
condizione essenziale affinché si sviluppino mercati liberi competitivi è che
il governo rispetti e garantisca il diritto di proprietà dei cittadini, e che
la proprietà non sia troppo concentrata perché in tal caso il potere è
concentrato e non c’è l’interesse ad un governo rappresentativo. Ma anche
in una democrazia le élite dominanti possono avere il potere di bloccare le
istituzioni necessarie alla finanza. In tal caso è l’apertura alla
concorrenza esterna che può porre un limite alle restrizioni della concorrenza.
Se
il sistema finanziario è sottosviluppato - cioè carente sul piano delle
infrastrutture di base come buone leggi rapidamente applicabili, standard
contabili trasparenti e autorità di regolamentazione e di
controllo efficienti – un piccolo gruppo di finanziatori con le
conoscenze, le informazioni e la ricchezza necessari, può avere il controllo
sull’accesso al credito, per quanto limitato. Il loro potere consiste nel
negare il credito e l’iniziativa, congelando, frenando e distruggendo la vera
libertà economica. Molti mali del capitalismo – la tirannia del capitale sul
lavoro, la smisurata concentrazione industriale, la disuguaglianza nella
distribuzione del reddito a favore di chi possiede i capitali, la relativa
mancanza di opportunità per i poveri – possono essere in gran misura
attribuiti al sottosviluppo del sistema finanziario. Con le giuste
infrastrutture, tuttavia, i finanziatori possono superare la tirannia delle
garanzie e delle conoscenze e rendere il credito accessibile anche ai meno
abbienti: in un sistema privo di infrastrutture e di informazioni affidabili, ci
si basa solo sulla “reputazione” di una ristretta élite ritenuta
meritevole. Da guardiani dello status quo, i finanziatori possono diventare una
forza del bene.
Di
importanza fondamentale per l’accesso al credito sono alcune grandi
infrastrutture: esperti, banchieri d’investimento, soluzioni per la
ripartizione del rischio, agenzie di informazioni, tribunali. La società a
responsabilità limitata, inoltre, ha consentito la diversificazione degli
investimenti e del rischio. Anche la maggior disponibilità di informazioni ha
esteso la disponibilità del credito e lo sviluppo del mercato azionario. I
finanziatori possono pertanto abbandonare l’idea di concedere prestiti solo in
cambio di garanzie o sulla base di contatti già esistenti e passare a
un’attività più redditizia realmente basata sui principi della concorrenza.
I finanziamenti si baseranno molto più sulla distribuzione dei rischi,
sull’impiego di informazioni pubbliche e in tempo reale, e redigeranno
contratti finanziari per generare i giusti incentivi.
Ora
il capitale umano si sta sostituendo alle risorse fisiche nel ruolo della più
importante fonte di valore per l’azienda. Nella struttura organizzativa, nelle
strategie promozionali e retributive le grandi azienda stanno diventando sempre
più simili alle imprese di professionisti. La maggior disponibilità di
capitale finanziario, inoltre, ha distrutto uno dei vantaggi concorrenziali
delle grandi aziende, quello di poter finanziare nuovi investimenti attraverso i
fondi generati internamente. Il trend costante è verso dimensioni più ridotte
perché le grandi imprese sono divenute ingestibili e sempre più difficili da
tenere sotto controllo. La concorrenza ha spinto le aziende ad appaltare
all’esterno quello che non sono in grado di fare bene. Ciò ha creato maggiori
opportunità per l’imprenditoria e ha reso la società nel suo complesso più
produttiva. Il ridimensionamento aziendale (downsizing)
ha avuto come risultato finale quello di consentire alle imprese di
corrispondere meglio alle realtà economiche. Aziende più snelle hanno meno
lavoratori in soprannumero e quelli che rimangono hanno più poteri e maggiori
responsabilità. Gli imprenditori, al contrario hanno perso potere e controllo.
Oggi i lavoratori sono meglio trattati dai datori di lavoro e il lavoratore
qualificato ha molte più opzioni. In contrapposizione il lavoratore ha perso la
sicurezza del posto di lavoro garantito per tutta la vita: un prezzo da pagare
per quella sicurezza era un luogo di lavoro più autoritario e minore libertà.
Il salario riflette meglio le competenze dei lavoratori. Gli altissimi stipendi
sono il riflesso della maggiore importanza acquisita dal capitale umano.
Stiamo passando da un’aristocrazia di solo ricchi a un’aristocrazia
di ricchi e capaci. La rivoluzione finanziaria ha uno spirito pienamente
liberale, pone l’essere umano al centro dell’attività economica perché,
quando il capitale è liberamente disponibili, a creare ricchezza sono le
competenze, le idee, il duro lavoro e un pizzico di fortuna.
La
finanza lubrifica il processo della crescita economica, amplia le possibilità
economiche per coloro i quali non possiedono risorse. Introduce nuove idee,
favorisce la mobilità economica e promuove la mobilità politica e sociale. Lo
sviluppo finanziario riduce i costi del finanziamento e aumenta la diffusione
delle informazioni. Il processo di liberalizzazione è dannoso principalmente
per i paesi con un ambiente istituzionale debole, caratterizzato dalla
corruzione diffusa, burocrazie statali inefficienti e un’applicazione
contrattuale carente. L’ambiente istituzionale non è indipendente dal grado
di concorrenza e di apertura in un’economia: il potere politico si allenta
solamente se la concorrenza ne riduce il potere economico; è improbabile che
l’ambiente istituzionale progredisca se non c’è concorrenza. Ciò significa
che persino i paesi con istituzioni deboli stanno meglio se aderiscono alla
liberalizzazione, malgrado il maggiore rischio di crisi. Il capitalismo, il
sistema del libero mercato, è il modo più efficiente di organizzare
l’attività economica e i mercati finanziari sono il nucleo di questo sistema.
Il
buon funzionamento del capitalismo ha come condizione l’esistenza di una
infrastruttura : la proprietà privata e il principio della legalità, senza una
coercizione e una tassazione arbitrarie. Il diritto di proprietà è più
difendibile quando chi possiede il bene è in grado di gestirlo meglio di
chiunque altro (efficienza) dimodoché l’espropriazione
determina una perdita. Ciò implica l’esistenza di mercati funzionanti,
Il controllo dei poteri arbitrari del governo avviene istituendo un procedimento
politico democratico. Ma poiché la fonte del potere è nella proprietà, solo
la proprietà diffusa (al difesa dal trust) e il mercato garantiscono
democrazia, un governo costituzionale rappresentativo ed efficienza
capitalistica.
Se
il primo passo per lo sviluppo finanziario è contenere il potere eccessivo dei
governi sui cittadini, il secondo passo è arginare il potere dei piccoli gruppi
di pressione sui programmi di governo. Il governo ha un vantaggio nella
creazione di infrastrutture in quanto può sanzionare, può imporre a tutti
standard e comportamenti. Ma anche lo Stato può operare nell’interesse di
pochi privilegiati quando questi hanno un grosso vantaggio da un comportamento
del governo, quando il gruppo è ristretto e ben identificato, tale che può
essere facilmente organizzato contro la gente, difficilmente organizzabile e con
vantaggi individuali contenuti. Un sistema finanziario sottosviluppato
avvantaggia le élite industriali ben organizzate, costituendo barriere
all’entrata in tutti i settori innovativi e redditizi, attraverso il controllo
del credito.
Le
forze dell’establishment contrarie
allo sviluppo possono soccombere attraverso un cambiamento politico, o quando la
maggiore concorrenza promana da forze al di fuori del proprio controllo:
progresso tecnologico e concorrenza estera. Quando non si frappongono ostacoli
sia al mercato delle merci che a quello dei capitali, le élite acquisiscono
interesse allo sviluppo finanziario e il ruolo del governo ne esce
ridimensionati in quanto la concorrenza nel settore reale e in quello
finanziario si rafforzano a vicenda.
In
tempi di crisi economica le vittime della concorrenza sono più numerose e
acquisiscono più potere, sono più ascoltate. L’establishment vede
l’opportunità di indirizzare l’azione politica contro il mercato. Lo Stato
fa causa comune con imprenditori, manager e sindacati creando un sistema di
concorrenza amministrata, il "capitalismo delle relazioni"., dando
maggiore sicurezza ma sopprimendo il funzionamento del mercato. Tutto ciò a
scapito dei consumatori, degli imprenditori outsider,
delle donne, delle generazioni future.
Nel
capitalismo delle relazioni il capitale circola tra un ristretto numero di insider,
ma ha tre problemi: non incoraggia l’innovazione, non alloca efficacemente i
profitti del monopolio e non soddisfa la sollecitazione all’efficienza
dei mercati finanziari. Sono stati i mercati finanziari internazionali a
mettere in crisi il capitalismo
delle relazioni. In periodi di scarsa innovazione, il capitalismo delle
relazioni dà stabilità alle grandi imprese, ma in tempi di grandi
trasformazioni c’è bisogno di un efficace sistema di informazioni,
trasparenza a libero accesso al credito, per dar spazio all’innovazione degli outsider.
Quando la crescita economica rallentò, il sistema, che garantiva prestazioni
sociali non più sostenibili, non riuscì a supportare l’innovazione e il
cambiamento.
Le
forme di capitalismo reali sono distanti da quelle ideali. Hanno bisogno di un
intervento dei governi che non sia eccessivo: il mercato è minacciato
dall’assenza di regole o da regole eccessive. Il mercato è minacciato dalle
élite dominanti che hanno interesse alla soppressione della concorrenza e si
alleano con chi vede nella concorrenza una maggior insicurezza. L’innovazione
tecnologica crea infatti disagiati, l’apertura alla concorrenza estera porta a
cambiamenti nella struttura produttiva per la competizione dei paesi in via di
sviluppo. Questi temono la forza delle multinazionali in un ambiente senza
protezione sociale.
I
liberi mercati poggiano su fondamenta politiche fragili: le difficoltà di
organizzare azioni collettive da un lato rendono necessario lo Stato,
dall’altro non impediscono che il governo agisca nell’interesse pubblico.
Quattro sono i pilastri per fare in modo che lo Stato sostenga il funzionamento
del mercato senza intromettersi:
-
ridurre l’interesse delle élite
ad opporsi ai mercati, attraverso la riduzione della concentrazione del potere
economico con un’adeguata normativa antitrust; l’attuazione di un sistema di
tassazione di tipo patrimoniale, per stimolare
l’imprenditorialità, l’efficienza
e non sprecare risorse (è fortemente pro-ciclico); migliorare la
corporate governance per proteggere gli investitori (Consiglieri di
amministrazione indipendenti, revisori, analisti); attuare un sistema di
tassazione delle successioni volta a stimolare una equa distribuzione delle
eredità;
-
predisporre
una rete di protezione per i disagiati attraverso forme di assicurazione
che riguardino le persone e non le imprese, assicurare contro i cambiamenti
permanenti e puntare sulla istruzione continua, con sistemi pensionistici a
contribuzione;
-
ridurre le capacità delle élite
di influenzare la politica attraverso mercati aperti per merci e capitali, anche
nei paesi in via di sviluppo; incentivare la formazione di zone di libero
scambio;
-
creare una maggiore
consapevolezza del pubblico sui benefici del mercato.
FITD
Ias-Ifrs l’applicazione nelle banche
L’adozione
dei nuovi principi comporterà grossi cambiamenti per l’introduzione di
concetti e logiche nuovi, e impatterà ben oltre i sistemi contabili. I nuovi
criteri di valutazione avranno un impatto sul reddito e sul patrimonio
dell’impresa e ne aumenteranno la volatilità. Conseguentemente anche il
profilo strategico, quello gestionale e quello organizzativo dovranno adeguarsi
alla nuova situazione e potranno sfruttarne le opportunità.
Il
sistema era basato fondamentalmente sul principio della prudenza e sulla
convenzione del costo storico. Dato il prevalere della “proprietà chiusa”
nel nostro sistema imprenditoriale, il nostro ordinamento contabile privilegia
la tutela degli interessi dei creditori e della proprietà. Il principio della
prudenza prevale rispetto a quello della competenza attribuendo rilievo al
concetto della imputazione dei ricavi al momento della loro realizzazione, in
base al quale si contabilizzano le plusvalenze realizzate anche se di competenza
di esercizi precedenti, mentre le minusvalenze entrano nei costi anche se
presunte. La salvaguardia dell’integrità del patrimonio, quale forma di
garanzia nei confronti dei creditori e degli azionisti, da una parte garantisce
la documentabilità del costo storico, volta a limitare la discrezionalità
valutativa e a garantire l’esistenza del capitale, dall’altra mantiene nel
patrimonio redditi prodotti e non realizzati. La proprietà non ha infatti
interesse alla distribuzione del reddito, casomai ha l’interesse opposto a
pagare meno tasse e a non distribuire tutti i redditi di competenza alle
minoranze che non deterranno la proprietà per molto tempo.
Nel
caso invece di “proprietà aperta”, invece, questa viene considerata come un
bene merce oggetto di trading. Diviene allora più rilevante il principio della
competenza che privilegia le registrazioni contabili al momento della loro
manifestazione economica, per incorporare nel reddito di periodo tutte le
componenti che si riferiscono al periodo di detenzione della proprietà. Lo
stesso principio informa la valutazione dei crediti (vedi infra), in quanto sono
imputate a conto economico solo le perdite verificate e non quelle attese. Si
passa ad una logica di risultato/performance per l’individuazione di reddito
prodotto il quale, peraltro, può contenere ricavi e proventi non ancora
effettivamente realizzati.
I
Principi contabili internazionali hanno infatti destinatari e obiettivi
informativi diversi da quelli tradizionali. I destinatari sono tutti coloro i
quali hanno un interessa all’andamento dell’impresa (stakeholder):
investitori, dipendenti finanziatori, fornitori, clienti, governi, il pubblico
in generale. L’obiettivo è infatti quello di consentire al lettore una
visione “dinamica” dell’impresa, affinché possa essere messo nelle
condizioni di fare previsioni sulle
prospettive reddituali e patrimoniali-finanziari e dell’impresa, e dei rischi
della gestione e possa, così, prendere delle decisioni. Si privilegia pertanto
l’ottica di chi deve valutare i risultati periodici e la consistenza effettiva
del capitale, che favorisca la comparazione nello spazio e nel tempo. E’
sostanzialmente l’ottica dell’investitore.
L’esercizio
pianificatorio diviene più complesso anche il relazione al fatto che
l’equilibrio economico diviene più volatile e più esposto al ciclo
economico: dovranno essere tarati più attentamente i sistemi di controllo
gestionale e dei rischi, soprattutto quando i poteri di assumere rischi sono
delegati a più persone.
Camilleri
R. Gotti Tedeschi E. Denaro e Paradiso
L’economia
di mercato è la più’ efficace per promuovere il benessere, lasciando
all’uomo la libertà di scelta e la responsabilità, dando senso alla sua
vita. L’uomo con il lavoro partecipa all’attività creativa di Dio, crea
progresso. Lo Stato dirigista priva la libertà, la creatività, diventa
assistenziale. La solidarietà, che diventa dovuta, deresponsabilizza.
L’economia di mercato è tollerante e integra culture diverse. La moderna
dottrina sociale della Chiesa è aperta al capitalismo purché l’uomo sia il
fine e non il mezzo. La ricchezza è il risultato del lavoro e un mezzo per far
del bene. Il sindacato rappresenta il modo attraverso cui le persone, oltre a
competere, collaborano, e corregge gli eccessi dell’egoismo. Se si
riconosce la sacralità dell’uomo e la sua centralità, il capitalismo diventa
uno strumento di benessere e di promozione umana.
Le
origini del capitalismo sono cristiane. I protestanti lo hanno solo esasperato.
L’Italia del XIII secolo, che ha visto nascere il capitalismo, esaltava la
dignità dell’uomo, il frutto del suo lavoro, la libertà: i beni erano
subordinati ai fini. Nel secolo scorso al capitalismo è stato associato lo
spirito egoistico, la disuguaglianza, lo sfruttamento, la sopraffazione,
l’imperialismo. I capitali finanziari sostengono i progetti, ma per fare ciò
l’uomo deve essere libero e avere dei fini, essere responsabile, avere una
morale. Il capitalismo senza etica è uno strumento fine a se stesso. Gli
scandali e gli abusi sono dovuti a mancanza di etica.
Il
libero scambio è la premessa della pace. La globalizzazione estende il
benessere ovunque salvaguardando le culture.
L’etica
cristiana è la più compatibile con il progresso tecnico ed economico. I
problemi dell’economia sono nati dal ripudio dell’etica a favore della
scienza.
Pacifici
G. (a cura di) Le Smart Card, i sistemi elettronici di pagamento in rete
L’eventuale
perdita di centralità delle banche nel sistema dei pagamenti può comportare la
marginalizzazione anche con riferimento ad attività tradizionali. Un esempio è
l’m-commerce (transazioni che
avvengono attraverso strumenti di comunicazione mobile), in cui la
regolamentazione esistente obbliga ad una collaborazione tra istituzioni
finanziarie e operatori telefonici.
Gli
strumenti di pagamento sono titoli di credito e si basano sulla fiducia.
L’industria dei pagamenti si baserà sempre di più su scambi di flussi
informativi (identità del compratore e venditore, l’istruzione di pagamento,
i conti, potere d’acquisto da trasferire).
Rawls
J. Lezioni di storia della filosofia morale
Tre
diverse questioni distinguono le teorie sull’ordine morale (il sommo bene):
1)
l’ordine morale deriva da una fonte esterna (Dio, superstizioni) o trae
origine dalla natura umana;
2)
la sua conoscenza è accessibile a tutti (protestantesimo) o a pochi
eletti;
3)
dobbiamo adeguarci alla moralità per persuasione, costrizione,
convincimento, o è nella nostra stessa natura seguire i dettami morali.
Secondo
Hume le passioni influenzano le nostre decisioni e i nostri comportamenti: la
ragione, da sola, non può essere motivo di azione della volontà e non può
contrapporsi alla passione, non può determinare una passione. Solo la forza del
carattere (passioni calme, corroborate dalla riflessione e secondate dalla
fermezza d’animo) riesce a controllare le nostre deliberazioni.
Per
Leibniz i principi morali stanno nella ragione di Dio che ha creato il migliore
dei mondi possibili. Il mondo è deterministico ma non incompatibile con il
libero arbitrio: ogni individuo ha uno scopo particolare e l’imperfezione
delle conoscenze non distruggono la libertà individuale e la contingenza. Il
mondo è deterministico nel suo complesso: Dio inclina senza necessitare.
Per
Kant la legge morale è radicata
nella nostra libera ragione e la sua consapevolezza suscita il desiderio di
agire sulla base di essa. Per raggiungere tale consapevolezza, propone la
procedura dell’imperativo categorico. La totalità dei precetti determinati
con tale procedura (costruttivismo), crea il regno dei fini, ideale connessione
sistematica di persone ragionevoli (disposte ad ascoltare le ragioni degli
altri) e razionali (che raggiungono i propri scopi nel modo più efficace
possibile), sotto leggi comuni pubbliche e mutualmente riconosciute (oggettive,
universali). La libertà è la libertà della ragione, la spontaneità assoluta
della stessa di darsi dei fini, l’indipendenza dall’ordine della natura. La
libera capacità di scelta sta nella facoltà di agire sulla base della legge
morale. Non possiamo ripudiare la legge morale ma possiamo scegliere di non
seguirla. Secondo Kant lo Stato non è un contratto sociale ma un’unione di
individui con un fine comune condiviso, che rappresenta il criterio
costituzionale di base (valori condivisi), su cui è costruito il diritto. Non
c’è primato dello Stato sull’individuo o viceversa, i concetti di individuo
e società si combinano insieme nello sviluppo della storia e della cultura.
Per
Hegel il ruolo della filosofia politica è comprendere il mondo sociale, che
esprime la nostra libertà: la bussola morale è nelle istituzioni e nei
costumi. Le istituzioni principali sono la famiglia, lo Stato e la società
civile. Quest’ultima è organizzata in corporazioni, associazioni, classi
attraverso le quali la persona esplica la propria libertà politica democratica.
de
Soto H. Il mistero del capitale
I
problemi dei paesi del terzo mondo e di quelli ex comunisti non consistono
nell’assenza di risorse o di risparmio, che sono più elevati di tutti gli
aiuti ricevuti dai paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali. Le attività
non possono convertirsi in capitale vivo, cioè in forma di rappresentazione
tale da poter essere utilizzato per finanziare le iniziative: è capitale morto,
in quanto riesce a vivere solo in un sistema extralegale circoscritto, basato su
accordi informali vincolanti. I governi devono integrare queste grandi risorse
in un quadro giuridico coeso.
In
occidente i beni fisici vivono una vita parallela come capitale (collaterale),
al di fuori del mondo fisico. Il capitale ha così un potenziale che può
sviluppare nuova produzione e dare così corpo alle idee e alle iniziative,
grazie alla formalizzazione a alla protezione della proprietà, descrivendo e
organizzando gli aspetti economicamente e socialmente più utili, relativi alle
attività e conservando queste informazioni in un sistema di registrazioni, in
modo che si possa muovere facilmente sul mercato.
Il
sistema di proprietà formale:
-
fissa il potenziale economico
della proprietà ( la loro rappresentazione formale, creando i presupposti della
responsabilità patrimoniale;
-
integra informazioni disperse in
un unico sistema;
-
rende le persone responsabili,
crea individui là dove ci sono solo masse, si perde la possibilità di essere
confuso con la massa;
-
rende le attività fungibili,
adatte alle transazioni;
-
collega gli individui e li
trasforma in agenti di affari riconoscibili e affidabili; rende esecutive le
obbligazioni;
-
tutela le transazioni.
Giovanni
Paolo II Memoria e identità
E’
stata l’evangelizzazione a formare l’Europa, a dare inizio alla
civilizzazione dei suoi popoli e alla loro cultura (pluralismo delle culture
sulla base di valori di base condivisi), senza tralasciare l’influsso del
mondo classico di cui il cristianesimo ne rappresenta la continuazione.
L’evangelizzazione si è sviluppata lungo tutto il primo millennio. Poi con lo
scisma orientale e la Riforma nacquero
le divisioni. Il rifiuto di Cristo si delineò nell’illuminismo, che cercò di
escluderlo dalla storia. Le posizioni illuministe hanno dato valore
all’umanesimo (ragione, progresso), ma sono state contrapposte al
cristianesimo. L’uomo è stato privato della pienezza della sua umanità ed è
stata aperta la strada alle devastanti esperienze del male. L’illuminismo
europeo ha portato alle crudeltà della Rivoluzione francese, ma anche alle idee
di libertà, fratellanza, uguaglianza, dei diritti umani, radicate nel Vangelo
ma proclamate indipendentemente da esso. Il cristianesimo può e deve dialogare
con la società soprattutto dopo le grandi catastrofi del XX secolo. La chiesa e
la comunità politica sono indipendenti ed autonome l’una dall’altra ma
servono entrambe l’uomo e saranno più efficaci se saranno in grado di
collaborare. Il mondo del XX secolo ha respinto Cristo e ha prodotto
devastazione nell’ambito morale, familiare, personale e sociale, alla fine del
millennio tali forze si sono indebolite.
L’etica
sociale cattolica appoggia in linea di principio la soluzione democratica, più
rispondente alla natura razionale e sociale dell’uomo: lo Stato di diritto,
cittadini liberi che perseguono il bene comune. La memoria della identità
cristiana è il fondamentale compito della Chiesa. La storia è scritta
dall’uomo ma ha anche una dimensione verticale: la scrive anche Dio. Da questa
dimensione trascendentale si è allontanato l’illuminismo.
Fukuyama
F. Esportare la democrazia
Il
problema degli stati deboli è la necessità di uno state-building,
la creazione di nuove istituzioni o il rafforzamento di quelle esistenti, in
quanto sono difficili da esportare dalle nazioni occidentali. Le riforme
economiche, la liberalizzazione delle economie sono destinate a fallire senza
un’appropriata cornice istituzionale. Occorre distinguere tra ambito di
estensione delle funzioni statali e forza dello Stato (capacità di pianificare
le politiche, realizzarle e far rispettare le leggi): dal punto di vista
economico la situazione ottimale è quella in cui lo Stato è forte ma esercita
un numero di funzioni limitate (Stato minimo). La costruzione delle istituzioni
deve tener conto delle caratteristiche locali
Gli
stati deboli o falliti sono il più importante problema dell’ordine mondiale.
Il concetto di sovranità si è eroso: la sicurezza interna o la salvaguardia
dei diritti umani hanno richiesto interventi all’interno di altri Stati, senza
democrazia, pluralismo, partecipazione popolare
e, spesso, in condizioni economiche stagnanti.
Pittaluga
G.B. Cama G. Banche centrali e democrazia
Si
pone il problema se la banca centrale indipendente rispetto agli obiettivi, che
li fissa prescindendo dalle preferenze degli elettori, è compatibile con un
sistema democratico. Se lo è, la sua accountability
la renderebbe meno indipendente? In
un contesto democratico difficilmente possono perdurare nel tempo rilevanti
diversità nelle preferenze del banchiere centrale e della società.
I
contratti, il sistema legale, lo Stato, sono istituzioni a tutela dei diritti di
proprietà, per ridurre i costi di transazione e favorire l’economia di
mercato.
Le
istituzioni sorgono spontaneamente dall’interazione umana e vengono scelta da
gruppi di interesse che godono di potere politico. Le istituzioni politiche
hanno un ruolo di rilievo nella costituzione delle istituzioni economiche che:
§
hanno un ruolo cruciale sulla
crescita e sulla distribuzione delle risorse;
§
nascono da un conflitto tra i
gruppi sociali (lobby).
La
pressione di gruppi di interesse sugli attori politici muta le istituzioni
(equilibrio politico). Nei sistemi democratici le banche centrali sono nate
infatti a seguito di pressioni conseguenti a crisi monetarie o bancarie, per
tutelare il diritto di proprietà e stabilizzarlo dalla redistribuzione
arbitraria dell’inflazione.
La
mancata tutela dei diritti di proprietà può derivare da processi inflattivi o
da crisi bancarie e finanziarie che distruggono ricchezza e risparmio. La delega
alla banca centrale deve perciò essere ampia e ciò può non essere compatibile
con la democrazia. L’indipendenza può essere mantenuta dalla banca centrale
solo se è credibile in quanto indipendente da altri poteri.
La
politica monetaria influisce sulla distribuzione del reddito e la gestione della
moneta è oggetto di pressione dei gruppi di interesse (scambio politico).
Altera così il corretto funzionamento dei sistemi democratici: rappresentando
una forma di imposta surrettizia, viola il principio “no
taxation without representation” da parte dei Governi, senza il confronto
con i Parlamenti, alterando l’equilibrio dei poteri, l’esito della
competizione politica, l’alternanza dei Governi, favorendo il consolidamento
del potere della maggioranza. Senza la tutela del diritto di proprietà e dallo
strapotere dei Governi, mancano le condizioni per il funzionamento delle
economie di marcato.
Idonei
assetti istituzionali devono temperare il sistema maggioritario: alcuni compiti
sono sottratti agli organi elettivi, per l’esigenza di operare con un
orizzonte temporale più lungo. Tali organi devono essere sottratti al controllo
del Governo e sottoposti al Parlamento in veste costituente. Il consenso di cui
devono godere, dà loro funzione di garanzia, resistendo alle pressioni: il
processo di reputation building è
lento e non lineare, la perdita di credibilità e reputazione è immediata.
La
delega alla banca centrale rende indispensabile forme di accountability, ma queste possono essere in contrasto con
l’indipendenza.
Secondo
alcuni economisti l’indipendenza della banca centrale rispetto agli obiettivi
è incompatibile con la democrazia. Ma nella accezione della democrazia
liberale, alle magistrature indipendenti sono attribuiti delicati compiti per
controbilanciare i poteri (check and
balances), isolandole dalle dinamiche politiche, e alle banche centrali di
tutelare il diritto di proprietà. Da ciò nasce la necessità dell’accountability
verso i Parlamenti per il mandato fiduciario assolto. La banca centrale deve
essere neutrale rispetto alla politica ma deve attenersi al mandato
costituzionale e, in quanto attore politico, cercare sostegno in altre
istituzioni e gruppi sociali. Ma è essenziale, per ogni istituzione, una
trasparenza ex post che accresca la credibilità e che crea consenso.
Fisichella
D. Denaro e democrazia
Per
equilibrare il peso crescente delle oligarchie economiche e tecnocratiche, un
capo del governo eletto a suffragio universale e diretto deve essere e avere per
investitura popolare l’autorità atta a contenere le pressioni delle
“tecnostrutture” economiche e finanziarie.
La
democrazia presuppone ricompense per l’impegno pubblico che perde il carattere
di gratuità.
Con
il commercio le società si ampliano, diviene necessaria la democrazia
rappresentativa e il ruolo del “politico”, dei partiti, e si passa anche dal
governo della legge (isonomia) alla sovranità assembleare. Il governo
democratico postula grandi spazi ed
esclude il popolo dalla partecipazione diretta. Le elezioni sono proprie dei
sistemi aristo-oligarchici. Spinge alla formazione di fazioni (cittadini mossi
da interessi comuni) che ostacolano l’emergenza dell’interesse generale, in
quanto tendono ad imporre come generale la propria particolarità. Non è detto
che dall’interazione degli interessi particolari emerga l’interesse
generale: l’interesse generale, nella storia, ha giustificato oppressioni,
prevaricazioni e arbitri.
Attraverso
la divisione dei poteri, si deve evitare la loro concentrazione.
Nel
rapporto tra denaro e democrazia va specificato che le popolazioni rette da
democrazia sono le più ricche e che l’economia di mercato ha bisogno di certi
gradi di concentrazione finanziaria e produttiva. Si possono avere oligarchie
tecnocratiche (manager industriali) e
bancarie/finanziarie, ma anche burocratiche, partitocratriche, sindacali, se una
fazione prevale sull’altra.
E’
determinante il condizionamento politico, i pochi, i leader,
che influenzano i molti. In ciò anche il danaro ha rilievo. I leader
tendono, perciò, alla demagogia se e quando indulgono alle aspirazioni più
immediate del quotidiano privato, abdicando dalla ricerca dell’interesse
generale, specie quando i punti di riferimento etici sono precari e instabili.
La
politica deve recuperare spazio per risolvere i grandi problemi del momento e,
soprattutto, per l’affermazione dei valori.
Ruini
C. Nuovi segni dei tempi
La
Chiesa ha assunto un atteggiamento verso la politica meno diretto, non più
unitario, più libero ed articolato, rispettoso della democrazia e fondato sui
valori cristiani del rispetto della vita umana,sulla famiglia, libertà
scolastica, solidarietà, promozione della giustizia e della pace. Cerca di dare
valore culturale e sociale al Cristianesimo per affrontare i grandi temi
moderni, tra cui la “questione antropologica”.
La
“questione antropologica” consiste nel fatto che gli sviluppi delle scienze
e delle tecnologie sul soggetto umano hanno portato ad una concezione
dell’uomo puramente naturalistica senza spazio per il trascendente. I grandi
mutamenti provocati dall’intelligenza e dalla creatività dell’uomo, si
ripercuotono su se stesso, perché portano alla tentazione dell’egoismo
distruttivo, irretito dalle cose terrene. È la fede cristiana che deve, invece,
purificare i comportamenti, rimettendo al centro la dignità dell’uomo (svolta
antropologica), i suoi diritti inviolabili, lo Stato di diritto, le libertà,
superando le concezioni relativistiche. All’uomo, secondo il cristianesimo,
devono essere date le più ampie libertà possibili, e ciò si realizza nella
civiltà occidentale, che ha un aggancio profondo e concreto nella verità del
cristianesimo. La fede cristiana ha una ineliminabile componente pubblica ed è
rispettosa delle libertà religiose e della distinzione tra Stato e Chiesa. La
razionalità tecnologica, senza la dignità e la centralità dell’uomo, non è
in grado di dare una compiuta forma di civiltà, un senso al destino umano. È
un errore pensare che la Chiesa sia in opposizione agli sviluppi della
conoscenza, ma le sue applicazioni non possono prescindere dagli indirizzi
etici.
L’uomo
deve essere sempre il fine, non il mezzo, deve essere difesa la sua intelligenza
e libertà.
Habermas J. Ratzinger J. Ragione e fede in dialogo
La
legittimazione di uno Stato liberale sta nella sua neutralità rispetto alle
visioni del mondo.
I
fondamenti del diritto stanno nelle procedure democratiche, ma anche le
maggioranze possono essere cieche e ingiuste. Ci sono dei fondamenti etici
(diritti umani), valori che provengono dalla natura umana, sottratti al gioco
delle maggioranze. Nuove forme di potere dell’uomo necessitano forze etiche
che creino meccanismi politici in grado di operare (il terrorismo, le
biotecnologie).
L’immaginario mondo in perfetto equilibrio degli economisti è privo di
vita: squilibri casuali si estinguono. Ma la metafora della macchina non è
reale, l’economia è una sorta di sistema vivente con tutta la sua spontaneità
e complessità.
Se si fa eccezione per i sistemi fisici più
semplici, tutte le cose e gli individui del mondo sono parte di una rete non
lineare di incentivi, costrizioni e connessioni. Il minimo
mutamento di una sua parte produce sconvolgimenti nelle altre. L’intero
è quasi sempre molto più della somma delle sue parti. Il metodo riduzionistico
non può funzionare per le organizzazioni complesse che hanno proprietà diverse
rispetto agli elementi che la compongono.
L’economia è un sistema complesso adattativi che emerge dal basso, in
cui molti agenti, cioè, operano in parallelo e interagiscono tra di loro. Il
sistema avrà origine dalla competizione e
collaborazione tra agenti in numerosi livelli di organizzazione che si evolvono,
che apprendono, che si adattano, che creano nuove opportunità. Non ha senso
parlare di un sistema in equilibrio, i sistemi complessi adattativi
sono caratterizzati da continue novità.
Gli agenti economici posti in una situazione economica stabile avrebbero
fatto quasi di sicuro scelte altamente razionali perché la stabilità avrebbe
concesso loro il tempo per imparare i trucchi
del mestiere. In una situazione di mutamento si sarebbero aperti una strada per
un’azione ragionevole attraverso modelli di interpretazione e previsione,
formulando ipotesi sulla base dell’esperienza, della storia. I comportamenti
emergono, nel corso dell’apprendimento, in modo induttivo. In tale contesto
non si raggiunge mai un equilibrio, ma si esplorano sempre nuovi territori.
R.
Dahrendorf La società riaperta
Le rivoluzioni riescono se cancellano definitivamente il vecchio regime, ma
inevitabilmente deludono quando devono creare il mondo diverso della democrazia
costituzionale e della libertà. E’ necessario invece attuare cambiamenti
strategici al momento giusto, per creare quelle istituzioni che rendono
possibile il cambiamento e la sostituzione dei governi senza sconvolgimenti o
violenza.
Le
società aperte si sono rivelate straordinariamente capaci di riforma e di
trasformazione.
Il conflitto è il grande sprone al cambiamento. Dobbiamo
cercare di tenerlo sotto controllo tramite regole, tramite la costituzione delle
libertà. La cittadinanza è tutto ciò che i cittadini hanno in comune in modo
che possano essere liberi di svilupparsi in tutta la loro diversità, in una
società multiculturale.
La società civile è il caos creativo che crea
l’appartenenza e la diversità, che dà senso all’esistenza. Essa rende
possibile il cambiamento attraverso la combinazione di opzioni e legature. Una
società civile, basata sull’universalità dei diritti umani, è
quella che meglio permette di realizzarci e di essere cittadini.
L’introduzione
della morale nelle istituzioni, la tendenza a mettere l’accento sui diritti,
anziché sui doveri, crea la strada per imporre comportamenti ai singoli, per il
totalitarismo. Viviamo in un mondo di incertezze e la società aperta, con il
suo disordine, gli antagonismi, le inquietudini, la sua apertura costituzionale
e il suo carattere sempre incompleto, è la vera società buona. La morale va
lasciata agli individui.
L’Europa è diventata un’entità intergovernativa non
democratica, anziché un ente sopranazionale. Si è ceduti alla tentazione della
stabilizzazione politica attraverso la crescita economica. Ma questa non
stabilizza le istituzioni democratiche. Mercati efficienti hanno bisogno di
istituzioni e regole stabili, i cittadini del senso di appartenenza.
Il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato non è quello di
pianificare, ma di creare le condizioni adatte a contemperare competizione e
solidarietà, a creare una società aperta che consenta il cambiamento. La
democrazia non garantisce la prosperità.
Società aperte sono quelle che consentono il tentativo e
l’errore, traducendo nel sociale la teoria popperiana della conoscenza. La
cosa importante è che il cambiamento sia possibile senza violenza. La società
aperta ha perciò storia, è eterogenea, pluralista, conduce alla democrazia e
al funzionamento del mercato, allo Stato di diritto che fissa le regole del
gioco. È necessario che i
cittadini la difendano anche se è un progetto freddo, che non offre legature;
deve essere idealizzata.
L’Unione Europea, frutto di una decisione consapevole, può
anche fallire: non c’è un progresso automatico, all’unione monetaria non
segue necessariamente l’unione politica. L’Europa rappresenta una visione
dell’ordine liberale, della fede nei valori sociali e nei diritti umani e
civili, ma deve guardare verso l’esterno piuttosto che divenire una fortezza,
una grande burocrazia.
Il secolo breve (1914-1989) è il secolo socialdemocratico,
in cui si è realizzata la modernizzazione industriale e la rivoluzione
borghese. Il 1989 segna l’ondata neoliberale e il riavvio della
globalizzazione, la società dell’informazione. La realtà sociale
predominante è la società aperta.
Rapido cambiamento, libertà, flessibilità, migrazione, il
mondo manca di punti fermi e occorre costituire dei valori comuni per la società,
i cittadini. Gli ordini liberali possono essere messi in pericolo dalla
disponibilità ad accogliere chiunque: i valori comuni cambiano anche a seguito
della mescolanza delle culture, ma non dovrebbero essere respinti se non
intaccano le libertà di base. Occorre tenere aperta la discussione pubblica sui
valori.
M.
Egidi Economia cognitiva e sperimentale
L’economia cognitiva è basata sull’osservazione dei comportamenti
individuali. Analizza il comportamento manageriale volto a risolvere problemi e
a raggiungere decisioni, tenendo conto dei limiti dell’individuo nello
svolgere un calcolo razionale, nel ricostruire il contesto delle decisioni, le
rappresentazioni alternative e
analizzando i processi cognitivi e, in particolare, l’apprendimento.
La psicologia cognitiva analizza la capacità umana di
codificare ed elaborare l’informazione (attraverso percezioni, credenze,
modelli mentali) per risolvere problemi. Il giudizio umano in condizioni di
incertezza diverge in modo sistematico dalle leggi di probabilità e dal
criterio di razionalità: gli individui non hanno le necessarie capacità
computazionali e utilizzano scorciatoie mentali
che smentiscono la teoria tradizionale.
La Perspect Theory
propone modelli descrittivi della realtà fondandosi su principi della
percezione, nella teoria delle scelte, che ne limitano la razionalità: gli
individui manifestano una
sensibilità verso le vincite e le perdite decrescente rispetto ad un livello di
riferimento; esiste un “effetto
certezza” in base al quale la variazione di probabilità di un evento ha un
impatto maggiore quando l’evento è
inizialmente certo; ecc.. La Perspect
Theory consente di rendere conto delle scelte effettive. Si basa sui
cambiamenti di stato rispetto agli
stati finali, sulla diversa attitudine al rischio verso vincite e perdite; il
cambiamento del benessere è pesato su trasformazioni di probabilità.
Nella scelta prevale la dimensione più importante. I
caratteri positivi dell’opzione
sembrano più rilevanti quando scegliamo, mentre quelli negativi quando
rifiutiamo. La procedura di scelta assume rilievo . L’aggiunta
o la rimozione di opzioni, ad esempio, influenza le preferenze:
un’opzione non preferita lo diventa se aggiungiamo nuove opzioni; le opzioni
con valori estremi sono meno attraenti rispetto a quelle intermedie. Il contesto
influenza la scelta.
B.B.
Mandelbrot Il disordine dei mercati
Nei mercati finanziari accadono di continuo eventi improbabili in quanto il
rischio è più grande di quanto le teorie finanziarie tradizionali riconoscano.
E’ necessaria una migliore valutazione del rischio e comprensione del modo in
cui si manifesta sui mercati. L’”analisi fondamentale” si chiede perché
un evento accade e si basa sul presupposto che se si conosce la causa si può
prevedere l’evento e controllarne il rischio. Ma le cause non sono affatto
chiare ex ante e anche quando lo fossero, possono essere male interpretate.
L’”analisi tecnica" è una specie di truffa: tutti sanno che
tutti sanno dei punti di riferimento e agiscono di conseguenza. La “finanza
moderna”, emersa dalla matematica del caso e dalla statistica presuppone che i
prezzi non sono prevedibili, ma che le loro oscillazioni possono essere
descritte da leggi matematiche probabilistiche: il rischio è quindi
controllabile. L’ipotesi del mercato efficiente presuppone che ogni variazione
di prezzo sia indipendente dalla variazione che lo precede. Sia l’indipendenza
statistica delle variazioni dei prezzi che la loro distribuzione normale non
corrispondono però alla realtà: molte serie di prezzi finanziari hanno una
storia. Le distribuzioni dei prezzi seguono la legge di potenza, molto comune in
natura, che ammette un numero molto più elevato di grosse oscillazioni. Il
"modello multifrattale" si sintetizza in cinque regole di
comportamento del mercato: 1) i mercati sono rischiosi; 2) i guai non arrivano
mai da soli in quanto le turbolenze tendono a raggrupparsi; 3) i mercati hanno
una personalità in quanto i prezzi non dipendono solo da fattori esogeni
(notizie, eventi, ecc.) ma hanno una dinamica propria; 4) i mercati traggono in
inganno, non hanno strutture regolari, cicli e le bolle e i crolli sono
intrinseci; 5) il tempo di mercato è relativo, i diagrammi sono invarianti
rispetto alle trasformazioni di scala del tempo.
I
mercati finanziari non seguono le
regole del caso, ma li si può studiare come se fosse così sulla base delle
probabilità. I mercati sono influenzati da una grande quantità di
informazioni, di comportamenti personali che seguono la psicologia individuale e
di massa, le incertezze sui dati e la loro interpretazione, le previsioni degli
individui. Il mercato è imprevedibile e incontrollabile.
fenomeni casuali, considerati collettivamente e su scala enorme, creano
regolarità non casuali. Ma tali regolarità nei mercati sono strane e selvagge,
mentre le teorie finanziarie si basano su lievi forme di casualità, spiegate
dalla curva normale, in cui i grandi cambiamenti derivano da molti piccoli
cambiamenti. Viceversa la casualità selvaggia deve essere analizzata con la
geometria frattale e le leggi di potenza, in cui i grandi cambiamenti hanno
maggior rilievo.
La geometria frattale ha la capacità di condensare una
grande quantità di dati complicati e irregolari in poche formule semplici.
Provando da un insieme di dati delle relazioni statistiche , si possono creare
modelli matematici che imitano il fenomeno turbolento osservato. Gli scienziati
cercano di individuare le regolarità, ma l’irregolarità fa parte della
natura. Un frattale gode di una particolare forma di invarianza che mette in
relazione un insieme con le sue parti, è un mezzo per individuare le
configurazioni che si ripetono. La caratteristica più notevole della geometria
frattale è il modo di concepire la dimensione, in quanto varia con
l’osservatore è non è necessariamente rappresentata da un numero intero: la
dimensione non è una proprietà intrinseca dell’oggetto, ma uno strumento di
misura della complessità, della convoluzione.
Nell’economia il fattore di scala è il tempo. I prezzi hanno una
qualche forma di dipendenza dal loro valore passato. Tali correlazioni possono
essere a breve o a più lungo termine. Nei fenomeni multifrattali la riduzione
di scala avviene secondo fattori differenti: alcune sue parti si riducono
velocemente, altre lentamente. Ciò spiega, nei mercati,
la variazione violenta e ammassata: il tempo si dilata. Il diagramma
finanziario realistico si ottiene
dilatando e contraendo il tempo reale, che diventa tempo di contrattazione
multifrattale. Il prodotto presenta
delle oscillazioni selvagge con volatilità che si concentra in alcuni punti
inframmezzati da intervalli di attività lenta.
Attraverso il connubio impresa/politica il potere politico e gli ex grandi
imprenditori hanno allungato le mani sulle privatizzazioni, si sono appropriati
dei servizi monopolistici al riparo della concorrenza interna e straniera. I
capitalisti hanno rinunciato a fare gli industriali per fare gli esattori delle
tasse, prelevandole dai consumatori indifesi e dalle piccole imprese. Monopolio
per monopolio, meglio quello pubblico. Le privatizzazioni vanno effettuate solo
in quei settori per cui è possibile garantire la concorrenza. Il mito della
italianità contro i predatori stranieri è una fraudolenta messinscena: serve a
sventolare la bandiera dell’interesse nazionale per difendere gli interessi di
pochi privati ai danni del paese.
Il potere dei giudici viene fuori in supplenza quando sono
saltati tutti i controlli intermedi di vigilanza e amministrativi. La Banca
d’Italia ha privilegiato la stabilità a scapito delle regole di mercato: i
mercati finanziari vogliono trasparenza, mentre al sistema bancario bastano
opacità e rapporti privilegiati.
Piramidi societarie, scatole cinesi, patti di sindacato,
partecipazioni incrociate, sono invenzioni barocche su cui si fonda il
capitalismo italiano per dare il controllo ai soliti noti che vogliono comandare
senza rischiare, il potere senza responsabilità, senza investire i propri
soldi. Il declino della Fiat è conseguenza di tre patologie intrecciate: il
capitalismo familiare, il capitalismo di Stato e il sistema bancocentrico. Ne è
derivato un capitalismo senza capitali e uno Stato indebitato. Il capitalismo
familiare con i suoi patti di sindacato e la sua opacità ritarda l’assunzione
di responsabilità, cerca di sfuggire alle crisi correndo sotto l’ombrello
protettivo dello Stato e delle banche. Il sistema bancario continua ad essere il
centro di tutto ma non risponde di niente.
La Cina sarà la prima o la seconda potenza economica e politica del mondo.
L’Europa si è trovata impreparata alla globalizzazione e sarà più debole in
quanto si è occupata dei problemi interni troppo e male e poco e male della
concorrenza esterna. I salari occidentali entrano in concorrenza con quelli
orientali e si livellano verso il basso, ma i costi degli standard di vita
restano quelli occidentali: la povertà entra nella busta paga dei salariati
occidentali che, alla peggio, perdono il lavoro a favore dei salariati
orientali. L’Italia subisce per prima l’impatto della concorrenza cinese a
causa della sua struttura produttiva: manifattura ad alta intensità di
manodopera e bassa tecnologia. L’Europa ha un mercato e una moneta ma non un
governo. Non può contrastare l’ineguale concorrenza della Cina imponendo
standard produttivi solo alla
produzione interna. L’Europa è proiettata verso il futuro ma disegnata sul
passato, vittima della credenza che l’economia monetaria sia più importante
dell’economia reale. Troppe regole applicate male e in modo unilaterale
(antitrust, aiuti di Stato), che creano dei costi senza essere un investimento.
L’integrazione
del mondo è irreversibile ma poteva essere governata meglio sulla base del
liberalismo, non del mercatismo. L’Europa si è sviluppata in tre fasi: la
fase eroica, quella economica e ora quella politica. Si è spezzata la catena
Stato-territorio-ricchezza, quando controllare il territorio equivaleva a
controllare la ricchezza attraverso la quale si esprimeva la politica. Ora la
ricchezza si è dematerializzata e lo Stato perde potere politico.
L’accelerazione della storia ha creato un paradosso politico: L’Unione è
sempre più necessaria ma deve essere fondata su basi nuove, in quanto bloccata
da un mercatismo suicida e dalla ricerca di protezione sociale.
L’Europa ha connotazioni totalitarie in quanto una elite
cerca di costruire una società perfetta, di regolare la vita delle masse
attraverso la normazione di ogni aspetto e la creazione di una super burocrazia.
L’Europa monetaria è nata invece a seguito della riunificazione tedesca, per
evitare che si integrasse alla Germania (sostituire l’euro al marco). E’
stato perciò un problema politico, risolto creando una moneta a bassa intensità
politica che ha reso necessario il “patto di stabilità”, al fine di ridurre
il potere politico degli Stati nazionali con una politica economica europea
neutrale. Occorre una politica che non sia solo di regolamentazione interna che
crea costi eccessivi ma che indirizzi lo sviluppo integrandosi nel mercato
globale.
L’Italia negli ultimi anni ha subito l’impatto della Cina
e dell’euro. Della Cina per la struttura del nostro sistema produttivo, molto
simile a quello loro, e del sistema capitalistico, basato sull’intreccio
Stato-grandi imprese. Dell’euro, che ha avuto effetti positivi sul settore
pubblico, ma ha pesato sul settore privato in termini di competitività
(rivalutazione) e del potere d’acquisto:
la riduzione dei tassi ha influito negativamente sulla domanda; il changeover
non è stato neutrale e ha creato una forte illusione monetaria spostando
risorse dalla domanda (i salari sono scesi e i prezzi aumentati) alla offerta
con redistribuzione della ricchezza.
P.
Ichino A che cosa serve il sindacato ?
Il sistema di relazioni sindacali deve realizzare una scommessa comune tra i
sindacati e l’azienda, relazioni non conflittuali
ma un approccio cooperativo per realizzare obiettivi a più lungo
termine, nella consapevolezza di sacrifici immediati, tutelando le categorie più
a rischio. Un approccio riferito al futuro, agli obiettivi da raggiungere, alle
condizioni per riuscirci, al modo più adeguato con cui spartire i risultati,
anziché rivolta al passato, al recupero del potere d’acquisto
perso.
Occorrono misure e servizi per consentire al lavoratore di
avere un valore rilevante nel mercato e per la rioccupazione dei disoccupati. Il
sindacato deve essere attivo nel mercato del lavoro, non nella politica
industriale, di competenza dell’azienda: far riconoscere al lavoratore la
professionalità, il prestigio, lo status riconosciuto.
Il sindacato deve saper attivare un equo gioco competitivo
tra lavoratori e imprenditore (ed eventualmente amministrazione
pubblica), per rivendicare la sicurezza che deriva dall’alta qualificazione
professionale più e prima che la sicurezza derivante dai divieti di
licenziamento.
Possono individuarsi due prototipi estremi di sindacato:
-
Il “sindacato dei diritti”,
che persegue la sicurezza dei lavoratori proponendosi di acquisire per loro dei
diritti in senso tecnico-giuridico, mediante un contratto di lavoro ad alto
contenuto assicurativo, preferendo una retribuzione fissa che recupera il potere
d’acquisto a causa dell’inflazione come un diritto. Persegue la sicurezza e il benessere dei
propri rappresentati mediante standard inderogabili predeterminati. Preferisce,
in definitiva, una torta da spartire più ridotta in condizioni di maggiore
sicurezza e di maggiore uguaglianza di
trattamento per i lavoratori indipendentemente dalle loro capacità. Preferenza,
inoltre, per definire tali standard a livello nazionale.
-
il “sindacato “imprenditore
collettivo”, che si propone di rappresentare i lavoratori nella stipula e
nella gestione di una scommessa comune con l’imprenditore, trasformando i suoi
rappresentati in un imprenditore collettivo, appunto, impegnandoli in una sorta
di joint venture con il titolare del
capitale di rischio. E’ disponibile allo spostamento del baricentro della
contrattazione verso la periferia, per negoziare una parte rilevante della
retribuzione variabile in relazione ai risultati dell’azienda e in funzione
dell’adattamento degli standard alle condizioni regionali e aziendali. Accetta
di ridurre il contenuto assicurativo del contratto per aumentare l’incentivo
all’impegno individuale e puntare su redditi medi più elevati. Si propone di
creare le condizioni perché ciascun lavoratore possa compiere una scelta
genuinamente libera circa le condizioni del proprio lavoro. Scommette con il
management sul raggiungimento di determinati risultati dell’impresa, di cui i
lavoratori sono i principali stakeholders, attrezzandosi per il rigoroso controllo della corretta
spartizione della posta quando i risultati sono stati raggiunti. Ricerca la
soluzione non conflittuale delle vertenze. Non si oppone allo stimolo
all’impegno individuale e collettivo e ad una maggiore flessibilità sul piano
organizzativo e del dimensionamento dei costi del lavoro, consentendo una
migliore allocazione delle risorse umane, margini di intrapresa e di guadagno per i lavoratori al costo di uno
stress più intenso, ovviamente se il management
è affidabile.
Il contesto istituzionale italiano di fatto limita fortemente
la possibilità di confronto tra i due modelli di sindacato, rendendo
incompatibile il secondo.
Nella tradizione giuslavoristica si è voluto leggere
nell’art. 36 della Costituzione un diritto universale a una retribuzione
fissa, pari al minimo previsto dal contratto collettivo nazionale,
sottovalutando l’art. 35 che garantisce cittadinanza al lavoro in tutte le sue
forme e manifestazioni e accantonando l’art. 46 in materia di partecipazione
del lavoratore all’impresa. Negli artt. 35 e 46 deve invece leggersi una
garanzia della possibilità che il modello assicurativo e il modello
partecipativo si combinino tra di loro in molti modi diversi, con un
ampliamento, anche notevole, della retribuzione variabile in relazione alla
redditività o alla produttività dell’impresa o
in relazione alle performance
del singolo lavoratore.
M.C.
Taylor Il momento della complessità
Negli ultimi anni si è prodotto un crescente interesse per il ruolo delle reti
di interazione sociale e per le possibili applicazioni alle discipline sociali e
umane della teoria della complessità. Questa si è sviluppata intorno al
paradigma che incessanti processi di interazione a livello disaggregato sono
suscettibili di modificare i comportamenti degli aggregati e di alterare le
condizioni strutturali del sistema, producendo effetti non deterministici. La
dinamica di sistema diventa caratterizzata da forti elementi di discontinuità
con mutamenti irregolari e punti critici di cambiamento. La teoria economica
supera l’individualismo metodologico e riesce così a spiegare in modo
analiticamente soddisfacente il cambiamento, la crescita, lo sviluppo,
l’innovazione. I processi di comunicazione, le reti, divengono fondamentali,
gli agenti sono indotti a cambiare e a reagire, si produce conoscenza.
L’enfasi dell’intervento si pone sui
sistemi di relazione sui meccanismi di interdipendenza, sulle strutture e sulle
reti, anziché sugli incentivi e sui processi di scelta.
Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione
hanno un impatto sociale, politico, economico
e culturale. Al crescere delle reti i muri crollano, le reti collegano,
il cambiamento accelera e porta a margine del caos. Questo è il momento della
complessità: i sistemi diventano aperti e non hanno più una logica lineare,
gli effetti diventano non proporzionati alle cause. Emergono sistemi che si
autoorganizzano.
L’economia e i media diventano indistinguibili. I nuovi
strumenti finanziari, ad esempio, diventano capitali a circolazione pura che
proliferano con la loro velocità; la moda diventa il consumo; tutti gli eventi,
gli spazi e le memorie diventano informazione.
L’opposizione tra forma e contenuto o tra informazione e
materia non è più legittima nell’era dell’informazione, in quanto
l’informazione è materiale e la materia informazione. L’informazione si
volge verso sé stessa, diventa autoriflessiva e genera complessità.
L’eccesso di informazione crea rumore. L’informazione presuppone qualcosa di
inatteso, è inversamente proporzionale alla probabilità: più qualcosa è
probabile meno è informativa, più è ridondanza che aumenta la certezza.
Troppo o troppo poca informazione crea incertezza. L’informazione aumenta la
conoscenza e l’ordine e riduce l’entropia, il rumore, l’interferenza, il
disturbo. Ma dal rumore può nascere la novità, la creatività. L’intreccio
tra rumore e informazione crea le condizioni per l’emergere della complessità.
Il rumore distrugge l’ordine creando simultaneamente le
condizioni per un nuovo ordine più complesso: ciò che è rumore in un
contesto, può essere informazione in un altro, emerge la complessità che segna
il tempo in quanto irreversibile e da cui è impossibile prescindere per
soddisfare il nostro desiderio di semplicità. I sistemi complessi si
autoorganizzano diventando simili alla vita, sono non lineari e quindi
impredicibili. Retrospettivamente si può costruire la storia, si può capire la
vita, ma non si può viverla che guardando avanti, possiedono memoria in quanto
un cambiamento presente deve derivare dal passato, progredisce attraverso la
crescita della complessità e si adatta alla rete dei sistemi ambientali,
evolvendosi.
Le reti si complicano, la velocità del cambiamento accelera,
la turbolenza diviene una condizione permanente. L’eccesso informativo deve
essere distrutto dall’intelligenza. L’apprendimento è l’aspetto
fondamentale dell’intelligenza. L’istintivo atteggiamento di proteggere il
simbolico ed il mitico ha fatto nascere i nazionalismi e i fondamentalismi: la
permeabilità dei muri li rende destinati a fallire. L’espandersi della densità
delle risorse mitiche e simboliche fa nascere il dubbio, fonte della conoscenza,
rende possibile l’innovazione culturale.
Rossi
G. Il gioco delle regole
L’esaltazione del mercato ha portato alla deregolamentazione selvaggia
attraverso il contrattualismo. Per sopperire alle inefficienze e alle crisi dei
mercati si è prodotta un’alluvione legislativa. L’economia non è più
regolata dai giudici ma dai legislatori, da regole che i principali attori del
sistema di volta in volta scelgono, lasciando come prima vittima il mercato.
La legge disciplina il comportamento comune, il vivere
associato, non la morale, che varia e
non può rivestire carattere di universalità: il diritto nasce da elementi di
etica, ma le due sfere devono
restare distinte. La morale viene chiamata in causa dove e quando il diritto
fallisce, può precedere o orientare la legge. Spesso si abusa dell’etica, può
essere pericoloso fondare orientamenti giuridici sull’etica.
La globalizzazione ha minato alla base il il diritto
internazionale e la possibilità degli Stati di esercitare i propri poteri,
senza sostituire nulla se non un sistema contrattualistico tra le istituzioni.
L’unica vera risposta al terrorismo è lo Stato di diritto, la sicurezza
nazionale non può far premio sui diritti umani. Il terrorismo non è riuscito a
creare regole proprie, neanche il diritto islamico lo può giustificare
E’ il comportamento consensuale a decidere la creazione
della norma, ma non si può identificare il governo della maggioranza con la
democrazia: l’unico governo autenticamente democratico è quello che opera
attraverso al discussione.
Delespaul
D. Costruire la motivazione
globale
Un’azienda
è un delicato equilibrio di elementi diversi (obiettivi, strategia, visione,
mezzi), tra loro coordinati da esaminare in una visione olistica. La componente
umana è fondamentale. Il livello di contribuzione delle persone dipende dalla
loro competenza (sapere acquisito, esperienza) e dalla loro motivazione. Mentre
la competenza rappresenta un apporto potenziale e
può mutare solo in tempi lunghi, l’effettivo contributo dipende molto
dalla motivazione, che rappresenta un moltiplicatore della competenza e su cui
si può incidere anche in tempi brevi attraverso la leva economica o quella
emotiva (ambiente, relazioni, valori).
Il sistema gestionale ideato dall’autore (Iseo), persegue appunto un approccio
complessivo al sistema aziendale, puntando, in particolare, alla motivazione del
personale.
Dare ai collaboratori una visione globale sugli obiettivi da perseguire e una
visione etica sul come perseguirli, i valori su cui l’azienda poggia, è
fondamentale per ottenere buoni risultati. La chiarezza degli obiettivi e sul
come perseguirli aumentano l’efficienza e la motivazione, evitano perdite di
tempo, responsabilizzano le persone perché ognuno sa in che direzione deve
lavorare garantendo il migliore utilizzo dei mezzi dell’azienda, purché la
visione strategica sia declinata fino nei dettagli e questi siano misurabili.
Un altro aspetto motivazionale e organizzativo importante è la condivisione
delle informazioni, inserite in un contesto tecnologico adeguato (intranet
aziendale) affinché la conoscenza sia affrancata dal potere degli esperti e dal
turnover del personale.
L’organizzazione interna deve discendere dal progetto dell’impresa e deve
essere declinata fino all’individuo (definizione delle funzioni, loro
rilevazione in base ai rischi, indicatori affidabili e chiari riferiti agli
obiettivi su cui basare la valutazione). La definizione delle missioni, delle
responsabilità e degli obiettivi di ciascuno serve per dar riferimenti chiari
al personale per definire priorità e criteri di successo individuale e
collettivo. Ma tali elementi devono essere condivisi, non imposti dall’alto,
attraverso il coinvolgimento nella definizione delle mansioni e degli obiettivi.
Definire le priorità è dare importanza al lavoro: spesso si tende a sostituire
l’urgenza all’importanza, distorcendo le priorità. Si possono definire le
priorità solo se si censiscono i rischi e si individuano i necessari controlli.
Questi devono essere percepiti come elementi rassicuranti, protettivi, che
limitano e inquadrano le responsabilità, non come un modo di esercizio
dell’autorità. E’ proprio individuando i rischi che si definiscono
responsabilità e missioni. Una volta chiariti questi, si determinano gli
obiettivi da raggiungere , quali devono essere i risultati attesi e il modo di
misurarli, perché ognuno deve sapere che cosa ci si aspetta da lui. I risultati
attesi devono essere declinati in relazione agli obiettivi strategici e devono
essere concordati: ciascuno deve sapere cosa deve fare per raggiungere gli
obiettivi generali e su quali elementi viene valutato. La valutazione delle
professionalità e dei comportamenti deve basarsi sulle missioni e su obiettivi
misurabili, concordati e condivisi, affinché possano diventare fattore
di motivazione.
Favorire il clima vuol dire far emergere dei valori e raccogliersi intorno ad un
progetto globale per condividere valori collettivi di solidarietà e
responsabilità, anziché stimolare comportamenti eccessivamente
individualistici e competitivi. I manager, soprattutto attraverso il loro
esempio, devono trasmettere i valori e motivare il personale, per creare
un’organizzazione sana e trasparente, sviluppando le competenze dei
collaboratori, facendosi portavoce dei valori, informando il personale,
valutarlo correttamente.
Foray
D. L’economia della conoscenza
L’economia
della conoscenza è lo studio della conoscenza quale bene economico, la sua
produzione, acquisizione e il suo trasferimento. La conoscenza è intesa come
capacità di agire e di utilizzare l’informazione, di interpretarla e di
elaborarla, per riprodurla generando apprendimento. La conoscenza può essere
codificata, cioè esteriorizzata per separala da chi la detiene, o rimanere
tacita.
La conoscenza è di difficile osservazione e misurazione. E’, ad esempio,
difficile individuare il suo impatto sulla produzione, e ha enormi esternalità
positive ad effetti cumulativi.
La conoscenza è difficilmente escludibile (renderla esclusiva, controllarla è
possibile a costi assai elevati) e non rivale (non implica la creazione di copie
aggiuntive, non si distrugge con l’uso). Ha, pertanto, le caratteristiche del
bene pubblico. La conoscenza è cumulativa (è input di ulteriore conoscenza,
crea esplosioni combinatorie e non si deteriora, normalmente si arricchisce), può
essere localmente delimitata (prodotta in certi contesti può aver valore solo
in questi) e poco persistente (tendenza ad essere dimenticata, a divenire
obsoleta, ad essere frammentata). La nuova conoscenza è tacita (non articolata,
codificata) e vischiosa (difficile da apprendere, da trasferire). La conoscenza
tende a frammentarsi ed è dispersa: è difficile avere una visione articolata e
generale.
La conoscenza occupa un posto di primo piano nello sviluppo economico,
soprattutto a seguito delle nuove tecnologie dell’informazione e della
comunicazione. Ma gli effetti
dell’implementazione delle nuove tecnologie non sono immediati: l’inerzia
delle forme organizzative, della sostituzione dell’esistente, e il necessario
adattamento delle persone creano,
in principio, ritardi e problemi (paradosso di Solow). Occorre tempo per
assorbire tali problemi attraverso l’istruzione, la formazione e nuovi assetti
organizzativi. In particolare, la natura sempre più collettiva della creazione
di conoscenza implica assetti di imprese a rete. Il cambiamento persistente
impone alle persone formazione, competenze, flessibilità, mobilità, capacità
imprenditoriale, di agire in situazioni di incertezza, creatività.
La codificazione delle conoscenze consiste nella fissazione della conoscenza su
un supporto, divenendo merce e liberandola della persona fisica. Ha costi
iniziali elevati ma costi marginali molto bassi (è facilmente riproducibile).
Le nuove tecnologie di informazione e comunicazione aumentano in modo
considerevole gli ambiti di modificabilità, riducendone i costi.
In relazione alle sue
caratteristiche, la conoscenza presenta notevoli esternalità positive di cui
l’autore difficilmente riesce ad appropriarsene o ottenere una compensazione.
Ciò genera problemi di incentivazione alla sua produzione: produrla è costoso,
il suo valore sociale è legato al più ampio utilizzo; estrarre valore dalla
conoscenza significa limitarne in qualche misura l’uso.
Da qui l’esigenza di attuare una regolamentazione della conoscenza per
favorirne, in alcuni casi, la privatizzazione (brevetti, diritti d’autore,
proprietà intellettuale, segretezza) o, al contrario, la produzione pubblica
(istruzione, Università, centri di ricerca).
Da parte dell’impresa è sempre più importante riuscire a gestire sia la
conoscenza codificata che quella tacita, ai fini dell’innovazione e dello
sviluppo, ma anche collaborare con l’esterno, in quanto sempre più la
conoscenza viene creata in maniera collettiva.
Bruni
L. Porta P.L. Felicità e libertà
La
scienza economica tradizionale, neoclassica, deve essere arricchita e complicata
per comprendere i comportamenti sociali rilevanti, la molteplicità delle
motivazioni umane all’azione e allo scambio, la dimensione relazionale e
interpersonale, oltre a quella individuale e razionale, per superare l’homo oeconomicus utilitarista e per interrogarsi correttamente sui
modelli di sviluppo.
La scienza economica non può fare a meno degli aspetti relazionali umani,
considerando solo le relazioni di scambio.
Il “welfarismo” utilitarista assume una visione limitata del benessere, non
attribuendo nessuna importanza intrinseca a ciò che è diverso
dall’utilità. Non considera le libertà e le privazioni e non consente
confronti interpersonali. Occorre tenere conto anche delle capabilities, ossia le possibilità di realizzare obiettivi dotati
di valore, le condizioni che consentono alle persone di fare delle cose nella
vita.
Ci sono differenze tra il se che vive un’esperienza e il se che ricorda e che
valuta l’esperienza stessa. Questo può determinare errori di valutazione del
benessere se ci si basa su ciò che si ricorda (benessere valutato) rispetto a
quello vissuto (benessere sperimentato). Dimensioni culturali diverse
influenzano la formazione dei giudizi e spiegano differenze nazionali nel
benessere valutato.
Sachs J.D. La fine della povertà
Le
risorse dei paesi ricchi, le potenzialità dell’immenso patrimonio di
conoscenze accumulate e la progressiva riduzione delle zone del mondo che
necessitano di aiuto per sfuggire alla morsa dell’indigenza, rendono la fine
della povertà entro il 2025 una possibilità realistica.
Gli ultimi due secoli hanno visto l’esplosione della popolazione mondiale (da
800 mln. a 6.1 mld.) ma è ancorpiù cresciuto il reddito. Il divario economico
è un fatto relativamente recente: il divario tecnologico ha determinato il
differenziale di crescita.
Attualmente circa 1 mld di persone vive al di sotto della soglia di povertà. La
mancata crescita economica per costoro dipende dal fatto che si trovano
all’interno di una trappola, un circolo vizioso: se la povertà è estrema,
tutto il reddito è speso per la sopravvivenza e non si riesce a risparmiare
quel minimo necessario per investire nel futuro. Uscirne può essere un problema
in relazione a fattori geografici (clima, siccità), fiscali (entrate pubbliche
troppo limitate per lo sviluppo), per l’incapacità dello Stato e della
politica ad assolvere ai propri compiti (guerre, carestie), in relazione al
contesto culturale avverso (norme religiose, e sociali, diritti delle donne), a
barriere commerciali o politiche avverse da parte dei paesi esteri, alla
impossibilità di usufruire di nuove tecnologie (vaccini, nuove colture), a
problemi demografici (eccesso di tasso di fertilità). Per uscire dalla trappola
è necessaria una piccola scintilla insieme a certe iniziative pubbliche.
Normalmente è importante incidere inizialmente sulla resa cerealicola, sull’alfabetizzazione,
sulla riduzione della mortalità infantile e della natalità,
sull’emancipazione delle donne.
L’analisi economica per lo sviluppo deve prendere insegnamento dalla clinica
medica (economia clinica): il sistema economico, come il corpo umano, è un
sistema complesso, frutto dell’interazione di sistemi diversi. La complessità
impone una diagnosi differenziale: ogni sintomo può avere cause molto diverse
dipendenti dal contesto e non può essere trattato sempre allo stesso modo.
Conseguentemente non esiste un’unica medicina, ma un insieme di iniziative
correlate per risolvere lo specifico problema. Sono inoltre necessari controlli
e valutazioni periodiche sul raggiungimento dei risultati. Non ci si può
fermare ad approcci superficiali.
La chiave per cancellare la miseria estrema è dare ai più poveri la capacità
di compiere il primo passo sulla scala dello sviluppo economico: il loro saggio
del capitale si riduce nel tempo, occorre fornire capitale umano (salute,
alimentazione), capitale produttivo (macchine, attrezzi), capitale
infrastrutturale (strade, energia), capitale naturale (suolo fertile, ecosistemi
funzionanti), capitale istituzionale (un ordinamento giudiziario), capitale
intellettuale (conoscenze scientifiche e tecnologiche). La crescita della
popolazione e il deprezzamento del capitale riducono il capitale pro-capite nel
tempo. Superata invece una certa soglia, l’economia cresce attraverso forme di
risparmio e di accumulazione. Una efficace strategia per il superamento della
povertà dipende da una analisi differenziale rigorosa che individui la corretta
divisione dei compiti tra settore privato e pubblico.
Per sconfiggere la povertà entro il 2025, occorre l’azione concertata di
tutti i paesi del mondo: i paesi poveri devono dedicare più risorse allo
sviluppo di quante ne impiegano per la guerra; quelli ricchi devono mantenere le
promesse pattuite: quando si passa ai fatti, mancano sempre i programmi
operativi. Ci sono inoltre questioni che devono
essere risolte a livello globale: la crisi del debito, la politica commerciale
(barriere commerciali dei paesi ricchi), la scienza per lo sviluppo (per non
escludere i poveri dalla comunità scientifica internazionale), il rispetto per
l’ambiente.
Oggi il costo per i paesi ricchi per eliminare la povertà
entro il 2025. è minimo: non sarebbe superiore allo 0,7% del PIL. Non si
tratta di attuare degli inefficaci trasferimenti, ma di realizzare investimenti
indispensabili.
Alesina
A. Giavazzi F. Goodby Europa
Senza
riforme serie e di vasta portata l’Europa andrà inesorabilmente incontro al
declino, sia sul piano economico sia su quello politico. Negli anni ’50 e
’60 gli europei lavoravano moltissimo, alla fine degli anni ’60 iniziarono a
chiedere meno lavoro per gli stessi salari, una legislazione per impedire i
licenziamenti, istruzione, assistenza sanitaria gratuita e pensioni generose,
l’abolizione della meritocrazia nello studio. Il welfare, anche per la crisi
petrolifera, è stato pagato con il debito pubblico. L’incremento delle
aliquote fiscali negli anni successivi ha rallentato la crescita. Negli anni
’50 – ’60 la rincorsa (imitazione) tecnologica era sufficiente a garantire
la crescita ma, raggiunta la frontiera tecnologica, diventava necessario saper
innovare. Invece è stata perseguita una politica dirigista che non ha
consentito la distruzione creativa delle aziende. I gruppi di interesse, che
proteggono i propri vantaggi e sono avversi al liberismo, rendono incapace il
sistema politico a produrre riforme.
Americani ed europei sono diversi. I primi pensano che i poveri debbano aiutarsi
da sé, i secondi che è compito dello Stato; la disuguaglianza non sconvolge
gli americani poveri ma turba gli europei ricchi. Ciò porta conseguenze
politiche nell’intervento pubblico, nella tassazione, una cultura, in Europa,
di dipendenza e un atteggiamento non propenso ad assumere rischi. Una
regolamentazione eccessiva non ridistribuisce risorse e crea categorie protette.
Gli europei sono più influenzati degli americani dalla tradizione classista
marxista (nata in Europa, mai attecchita in America) e considerano la
disuguaglianza indotta dal mercato come un male sociale. Ma i sistemi di welfare
troppo generosi creano un problema fiscale, una regolamentazione eccessiva,
privilegi che non consentono il cambiamento e soffocano l’iniziativa
individuale. Quanto più si tassa e si regola, meno la società è mobile
(passaggi tra le classi) e meritocratica.
Il minore numero delle ore lavorate in
Italia, dipende principalmente dalla bassa partecipazione al lavoro delle donne
e degli uomini inferiori a 30 anni e superiori ai 50. Un elevato prelievo
fiscale induce a lavorare meno, sia da parte delle donne, che preferiscono
lavorare a casa, che degli uomini, che preferiscono lavorare in nero. Ci sono
poi le regolamentazioni e i sindacati che proteggono chi già lavora (riduzione
delle ore lavorate, pensionamenti anticipati). Gli americani sono felici di
lavorare di più per guadagnare meglio.
L’elevata disoccupazione in Europa dipende dalla eccessiva regolamentazione:
il divieto di licenziare, la politica dei sindacati di tutela di chi già lavora
(per ogni lavoratore assenteista ce n’è uno giovane e produttivo che non
lavora). L’esistenza di lavoratori superprotetti e di lavorato temporanei
senza nessuna protezione induce le aziende a dare lavoro nella seconda modalità
e a non assumere a tempo indeterminato i giovani capaci alla fine del lavoro
temporaneo perché diventerebbero inamovibili.
La differenza fondamentale tra aziende americane ed europee è che le prime
cambiano rapidamente la propria organizzazione per adattarle alle nuove
tecnologie, le seconde sono sussidiate dallo Stato anche se improduttive. Le
Università europee sono pagate dai contribuenti: dare loro più soldi significa
rafforzare le lobbing dei professori,
regolati dal pubblico impiego, che non consente una valutazione basata sul
merito. Le risorse pagate in Europa per le Università sono maggiori che negli
Stati Uniti, ma la ricerca e la qualità dell’insegnamento è nettamente
inferiore. Questo rende difficoltosa la concorrenza delle Università private.
Le nomine e i controlli centralizzati creano solo burocrazia e mediocrità: la
qualità si ottiene con la competizione.
In Europa c’è scarsa concorrenza. L’eccessiva interferenza dello Stato
nell’economia crea grandi rendite alle imprese consolidate che, quando cessano
di essere efficienti, raramente scompaiono, mentre le imprese potenzialmente in
grado di competere, trovano barriere all’entrata. La legislazione distorce gli
incentivi. Le distorsioni nel mercato dei prodotti si riflettono sul mercato del
lavoro: i sindacati tendono ad appropriarsi di parte delle rendite delle
aziende.
Una giustizia civile efficiente, regole per la tutela della sicurezza e dei
consumatori che non creino inutili costi sono alla base del buon funzionamento
del mercato, dello sviluppo degli scambi. Pene severe non saranno mai applicate,
procedure formali lunghe ed eccessive stimolano l’elusione e la corruzione,
oltre a deprimere l’iniziativa economica.
Il mercato finanziario italiano è dominato da un piccolo cartello di grandi
banche che non si fanno concorrenza fra loro e che premono affinché i
regolatori facciano in modo che le
società indipendenti non riescano ad espandersi. Le banche centrali nazionali
sbagliano a spingere affinché il consolidamento avvenga all’interno dei
confini nazionali a danno dei consumatori.
Il disegno della Unione Europea non prevede la separazione dei poteri. Bruxelles
fa troppo in alcuni campi e troppo poco in altri. Il numero degli atti
legislativi è impressionante ed in crescita. I dirigenti dell’Europa la
vogliono protetta dall’eccessiva concorrenza (soprattutto nell’agricoltura),
e con uno Stato con un ruolo importante per lo sviluppo, recependo l’ideale
francese. C’è timore della globalizzazione: l’Europa aperta all’interno
(ma solo per i prodotti, non per i servizi e per il mercato del lavoro) e chiusa
all’esterno. L’Unione ha avuto un impatto importante nella
deregolamentazione di alcuni settori, nell’euro e nella disciplina fiscale dei
singoli paesi, ma produce troppa retorica dirigistica (processo di Lisbona) in
cui gli obiettivi sono eccessivamente dettagliati e spesso contraddittori, con
una logica dirigistica di programmazione.
La politica fiscale in Europa deve agire sul fronte delle spese, che ha effetti
duraturi sul bilancio dello Stato, in particolare
per quelle riguardanti stipendi e pensioni. I tagli alla spesa portano
benefici per tutti, l’aumento delle spese provoca redistribuzione di costi e
benefici a vantaggio delle categorie protette.
Rizzi
P. Scaccheri A. (a cura di) Promuovere il territorio
E’
in atto un fenomeno di crescita della competitività fra territori per attrarre
e generare nuovi investimenti e per aumentare la competitività delle imprese
locali. Compito dei policy maker è
quello di rendere visibile e attraente il territorio, massimizzare le sue
potenzialità e il suo valore.
La despazializzazione introdotta dalle reti nella competizione globale tra le
imprese crea un mercato tra i territori per la localizzazione delle imprese.
Occorre trasformare il problema in opportunità per generare occupazione,
benessere e ricchezza per il cittadino e la comunità locale, attraverso
interventi che possono riguardare il prelievo fiscale locale, le infrastrutture,
i servizi, al fine di attrarre le imprese, motore dello sviluppo del territorio.
Per realizzare operazioni di marketing
territoriale occorre la concertazione e la diretta partecipazione di tutti gli
attori coinvolti (imprese, associazioni, Pubblica amministrazione, ecc.).
aggregati dal consenso sugli obiettivi e sui valori.
Il territorio deve essere inteso
non solo in termini fisici ma anche in termini sociali, come luogo di:
‾
creazione della tecnologia e
dell’innovazione;
‾
coordinamento delle attività
industriali;
‾
decisione politica;
‾
espressione ed evoluzione di
relazioni tra attori diversi.
per creare vantaggi competitivi derivanti dalla localizzazione dove coesistono
competizione e cooperazione.
Il
sentimento di identità di un gruppo può essere trasformato in un’arma
potentissima per esercitare violenza su un altro gruppo: la violenza è
fomentata da identità univoche del gruppo, a volte imposte da una logica
comunitarista. La forza di una identità bellicosa può essere contrastata dalle
identità concorrenti negli stessi individui: ognuno di noi è caratterizzato da
una identità plurale, ciascuna delle quali prevale a seconda del contesto
sociale e della situazione particolare. Le nostre identità non dipendono solo
dall’ambiente e dalla cultura in cui viviamo, in quanto possiamo scegliere di
contestare le identità proposteci, se ne abbiamo l’opportunità e i mezzi
della conoscenza: la ragione è la fonte delle scelte.
Il multiculturalismo genera diversità e libertà di scelta quando è tollerante
e inclusivo in modo che le culture vengano ibridizzate. Il multiculturalismo non
va confuso con il monoculturalismo plurale, che si verifica quando le culture
vivono fianco a fianco senza integrarsi e ciascun individuo agisce attraverso la
propria identità culturale.
L’autore critica l’univoco criterio di classificazione delle civiltà sulla
base delle identità religiose: gli abitanti del pianeta possono essere
suddivisi secondo molti altri sistemi di classificazione. Il primo criterio
amplifica invece la voce delle autorità religiose distorte a scopi violanti e
ha implicazioni politiche rilevanti.
Si tende a mettere i progressi scientifici e della conoscenza nelle
caratteristiche dell’occidente, trascurando i contributi delle altre civiltà
(araba nella matematica, cinese nelle scienze, ecc.) e l’interazione tra le
civiltà medesime: il progresso nasce dalle interazioni tra le diverse culture.
Anche la democrazia e la globalizzazione non sono una prerogativa della civiltà
occidentale. L’antioccidentalismo ha le sue cause nel colonialismo e nel
sentimento di umiliazione , di aver subito un trattamento ingiusto, da parte dei
popoli colonizzati e nell’appropriazione del progresso scientifico,
tecnologico e filosofico da parte dell’occidente.
La
tecnologia dell’informazione è l’equivalente odierno dell’elettricità
nell’era industriale. Internet è il network che rappresenta la base
organizzativa dell’età dell’informazione. Permette l’adattabilità e la
flessibilità. Nell’ultimo quarto del XX secolo si sono sviluppati tre
processi: i bisogni di flessibilità gestionale e la globalizzazione del
capitale; i valori della libertà individuale e della comunicazione aperta; gli
straordinari avanzamenti nelle prestazioni dei computer e delle
telecomunicazioni. Questi hanno influito sulle imprese, sulla società e sulla
cultura, in quanto sono cambiati i modi di comunicare.
La cultura di Internet è formata da quattro aspetti:
‾
quello tecno-meritocratico, che
crede nella bontà dello sviluppo tecnologico e scientifico, che si è formato
negli ambienti accademici e scientifici, dove le persone si riconoscono come
pari e condividono le conoscenze;
‾
quello hacker, formato dai
programmatori che cooperano per l’open source al di fuori di ogni
controllo e condizionamento istituzionale, fondato sulle competenze;
‾
quello delle comunità virtuali
degli utenti, che ne caratterizzano l’aspetto sociale, di appartenenza e di
comunanza di interessi;
‾
quello imprenditoriale, in quanto Internet si è modellato intorno agli utilizzi
commerciali e ha avuto un importante influsso sul mondo degli affari, spingendo
sull’innovazione e sulla forza delle idee e sulla loro capacità di attirare
capitali di rischio, fonte dell’innovazione tecnologica.
Quella che sta emergendo è un’economia in network, con un sistema nervoso
elettronico, in cui Internet è il mezzo fondamentale di comunicazione e di
elaborazione delle informazioni. Le aziende adottano il network come propria
forma organizzativa: le componenti interne ed esterne si collegano in rete per
la durata del progetto. Ciò porta al decentramento, alla collaborazione tra
piccole imprese e alla loro connessione con le grandi aziende.
Flessibilità e adattabilità sono le parole d’ordine che consentono la differenziazione del
marchio e la personalizzazione del prodotto. Ma la trasformazione rilevante ha
riguardato i mercati finanziari: deregulation, liberalizzazione, tecnologia e
ristrutturazione delle imprese hanno creato un mercato globale in cui le
aspettative di alta crescita delle imprese innovative hanno permesso il
finanziamento della creatività e della innovazione. L’alto rischio connesso
all’innovazione ha anche determinato il verificarsi di una elevata volatilità
sistemica. E’ cambiato anche il lavoro: è necessaria più istruzione,
talento, iniziativa; deve adattarsi continuamente al contesto mutevole. Le
risorse umane lavorano per progetti i team diversi e sempre nuovi; é necessaria
cooperazione, condivisione e libero accesso alle informazioni.
Internet pare avere un effetto positivo sull’integrazione sociale e
tende ad incrementare l’utilizzo di altre fonti di informazione. Ridefinisce
la socialità incentrandola sull’individuo ed è efficace nel creare rapporti
deboli, basati sulla comunità di interessi e di competenze, e nel rafforzare
quelli forti, ma non riesce a creare legami forti.
Alcune organizzazioni politiche, mobilitate su valori culturali, hanno
trovato una loro organizzazione appropriata attraverso Internet, che consente un
dibattito continuo non paralizzante e bypassando le istituzioni nazionali
attraverso il network.
Internet ha decisamente indebolito la sovranità nazionale ed il controllo
statale: il controllo dell’informazione è sempre stato l’essenza del
potere. Ma la privacy può essere violata e il controllo può essere
effettuato sulle persone collegate in rete per fini politici o commerciali. Le
tecnologie volte al controllo possono essere fronteggiate con le tecnologie di
libertà (crittazione, firewall, ecc.) e le informazioni su Internet
possono facilitare il controllo sui governi.
La geografia di Internet (server, contenuti, utenti) è concentrata in pochi
paesi e nelle aree metropolitane, per l’alta specializzazione che comporta.
Anche l’economia dell’era di Internet tende ad essere concentrata nello
stesso modo. Emerge il problema del “digital divide”: lo spazio dei flussi
collega luoghi distanti sulla base del loro valore; lo spazio dei luoghi isola
persone che non possono accedere alla globalità (per reddito, istruzione,
status), nei loro quartieri.
Stiglitz J.E. La globalizzazione che funziona
La
grande speranza della globalizzazione è quella di migliorare il tenore di vita
in tutto il mondo. Non ha funzionato fino in fondo per il modo con cui è stata
gestita. Non sono stati adeguatamente affrontati le tutele dei lavoratori,
dell’ambiente, delle disuguaglianza, lo sviluppo dei paesi più arretrati, la
legalità internazionale, il commercio equo, il problema della povertà,
l’assistenza sanitaria, la diffusione della democrazia. Mancano, a livello
internazionale, adeguate istituzioni in grado di affrontare le sfide poste dalla
globalizzazione.
La globalizzazione ha portato in generale maggiore prosperità, ma anche
maggiori problemi. L’apertura dell’economia, per alcuni paesi, ha avuto
effetti devastanti per la mancanza di regolazione dei mercati che sono per
natura imperfetti: strumenti di tutela dell’occupazione, di giustizia sociale,
di regolazione delle privatizzazione (es. Russia). Occorre un approccio
onnicomprensivo allo sviluppo (non solo crescita del reddito, ma anche salute,
istruzione, ambiente, ecc.) attraverso un mix tra stato e mercato.
La liberalizzazione del commercio può migliorare le condizioni di vita di
tutti, ma se la globalizzazione è asimmetrica, avvantaggia alcuni paesi
rispetto ad altri. Trattati
commerciali iniqui, differenze nella dotazione di infrastrutture, nella tutela
dei diritti della proprietà intellettuale, nelle garanzie sociali, aumentano le
differenze tra paesi e tra persone. I più ricchi devono aprire i propri mercati
senza imporre condizioni , senza sovvenzionare le proprie industrie e senza
imporre la propria agenda nelle istituzioni internazionali.
I diritti di proprietà intellettuale tendono a creare situazioni di monopolio
temporaneo volte a stimolare l’innovazione ma limitano l’efficienza
economica che si avrebbe con la libera circolazione della conoscenza. I brevetti
limitano l’innovazione basata sull’innovazione e, quindi, il progresso. Il
regime di proprietà intellettuale deve essere equilibrato e orientato allo
sviluppo, anche perché i meccanismi di mercato non sempre raggiungono i
risultati migliori, come nel caso dei farmaci salvavita per i paesi in via di
sviluppo.
Il paradosso dell’abbondanza sostiene che paesi ricchi di risorse naturali
registrano tassi di crescita bassi e una maggiore povertà, fattori associati
all’assenza di democrazia, al cattivo uso delle risorse. La ricchezza non
viene dal lavoro o dalla creatività ma dall’accaparramento. L’afflusso di
pagamenti esteri per le materie prime rivaluta il cambio e sfavorisce
l’esportazione di manufatti e l’occupazione. Il sistema di contabilità
nazionale, basato sul PIL, non tiene conto del depauperamento dell’ambiente e
delle risorse nazionali.
Le multinazionali hanno portato i vantaggi della globalizzazione nei paesi in
via di sviluppo trasferendo tecnologia, capitale e lavoro. Ma l’economia di
mercato non sempre fa gli interessi della gente, specie quando la responsabilità
limitata delle multinazionali non li rende garanti dei costi smisurati che
possono imporre alla collettività e all’ambiente. Le multinazionali devono
rendersi responsabili dei costi sociali.
Per pagare i propri debiti, i paesi in via di sviluppo devono spesso sacrificare
l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, la crescita. Il FMI ha, finora,
tutelato i creditori, cercando di garantire la restituzione del debito,
riducendo o eliminando il rischio di credito del creditore e dispensandoli dalle
colpe dell’eccessivo credito accordato. In capo al debitore, inoltre, si
scaricano il rischio di cambio e di tasso, molto spesso la causa
dell’insostenibilità dell’onere del debito in relazione all’instabilità
delle economie in sviluppo. Le soluzioni da percorrere sono il condono o la
ristrutturazione del debito, ristabilendo la corretta allocazione del rischio.
La globalizzazione ci rende sempre più interdipendenti. C’è bisogno di una governance mondiale e di istituzioni internazionali che funzionino
in modo più democratico.
Le
idee, i prodotti, i messaggi, i comportamenti si possono diffondere come un
virus perché possono essere contagiosi, determinare cambiamenti improvvisi,
effetti straordinari anche quando consistono in piccoli cambiamenti: tutto può
cambiare rapidamente come una epidemia quando si raggiunge il punto critico. Il
mondo valutato secondo queste regole è un mondo diverso da quello intuitivo,
basato sulla proporzionalità tra causa ed effetto, bensì un mondo a
progressione geometrica in cui domina l’imprevisto e il cambiamento radicale.
Si può raggiungere il punto critico, il punto in cui l’equilibrio viene
sconvolto, per effetto di tre fattori: “a legge dei pochi”, un piccolo
gruppo di persone fuori dall’ordinario (per le conoscenze, l’energia,
l’entusiasmo, la personalità), il “fattore presa”, riguardante alcune
particolarità del messaggio, e “il potere del contesto”, determinato dalle
caratteristiche dell’ambiente, possono far attecchire il contagio: sono i
dettagli che fanno la differenza.
La “legge dei pochi” si basa sul passaparola, sulle relazioni deboli e sulle
“reti di piccolo mondo” quando coinvolgono persone con qualità particolari:
i “connettori”, gli “esperti di mercato” e i “venditori”. I primi
sono quelli che mettono in contatto ambienti e culture differenti (hanno molti
legami deboli) perché hanno l’abilità di muoversi in universi differenti; i
secondi sono quelli che accumulano conoscenze su un determinato argomento che
vogliono condividere disinteressatamente per
risolvere i problemi degli altri; i “venditori” sono quelli che hanno una
grande abilità nel persuaderci per la loro energia, entusiasmo, simpatia,
comunicativa. Queste persone hanno maggiore influenza sugli altri e veicolano
comunicazioni ed emozioni.
Oltre ai messaggeri conta anche il messaggio e il suo “fattore presa”, che
fa sì che la gente lo ricordi e agisca di conseguenza: siamo oberati da
informazioni molte delle quali non le ricordiamo. Gli elementi del messaggio che
fanno presa sono spesso banali, legati alla coerenza del contenuto con la
struttura e il formato, i dettagli e il modo di presentarlo.
Siamo tutti sensibili all’ambiente in cui ci troviamo. L’impulso ad assumere
un determinato comportamento parte dal “potere del contesto”. Intervenendo
su dettagli in apparenza minori dell’ambiente immediatamente circostante, si
influisce sui comportamenti (teoria delle finestre rotte). Spesso non è
necessario intervenire sulle cause. Anche il gruppo influenza il comportamento
degli individui: nella medesima situazione il comportamento individuale cambia
se avviene all’interno di un gruppo. Il gruppo incrementa il potenziale
endemico di un messaggio o un’idea quando non è eccessivamente grande: oltre
un certo limite i singoli non riescono ad avere tra di loro una relazione
individuale sincera (regola del 150). Mantenere il gruppo sotto la soglia
massima è il miglio modo per farlo funzionare. Oltre se ne altera la natura di
comunità e perde la sua contagiosità.
Per capire il senso delle epidemie sociali dobbiamo capire che la comunicazione
umana ha delle regole decisamente fuori dal normale e paradossali. Le persone
possono trasformare radicalmente il proprio comportamento e le proprie
convinzioni se esposte allo stimolo adatto, in quanto siamo fortemente
influenzati dal mondo che ci circonda, dal contesto personale immediato e dalla
personalità di chi ci sta intorno. Il cambiamento sociale è perciò volatile e
inesplicabile: manipolando semplicemente la dimensione di un gruppo possiamo
migliorare in modo straordinario la sua ricettività alle idee; modulando la
forma in cui presentiamo un’informazione possiamo migliorare sensibilmente la
sua capacità di far presa; trovando e raggiungendo quelle persone speciali che
hanno un grande potere sociali possiamo
indirizzare il corso delle epidemie. Basta superare il punto critico per
cambiare il mondo intorno a noi.