Platone Contro la democrazia

 Nel pensiero sociale per Popper Platone non fu il successore di Socrate ma il suo traditore per aver abbandonato l'individualismo e l'egualitarismo (di fronte alla legge) a favore di una società organicistica (società chiusa), antiliberale e tendenzialmente tribale e decisamente totalitaria. Ciò non toglie valore a molte delle critiche di Platone alla democrazia, che ne delineano i limiti e i pericoli. La capacità politica, secondo gli antichi (Protagora), non si basa sul sapere tecnico, che non è distribuito equamente nella popolazione, ma sulla giustizia (dike) e sul rispetto reciproco (aidos), che invece lo sono, fondamento ideologico della democrazia. Platone contrasta questo assunto ritenendo la competenza l'elemento fondante della capacità politica e che le persone non siano realmente consapevoli di capire quali siano i propri interessi e che non abbiano una attitudine morale: solo pochi hanno la capacità di esercitare il pieno controllo della ragione sulle istanze irrazionali (passioni, ambizioni, appetiti). Secondo Platone, le istanze irrazionali lasciano la società in preda ai demagoghi, all'arte della persuasione e dell'ottenimento del consenso. La libertà e l'uguaglianza possono portare gli uomini a scegliere di essere governati da un tiranno (paradosso della libertà). La società fondata sulla competenza e sulla virtù non può essere democratica: l'eguaglianza (delle capacità) deve essere un obiettivo della società, non il suo presupposto.
    Secondo Platone nella democrazia ("un mantello variopinto ricamato con ogni sorta di fiori") ogni desiderio ha la stessa dignità, il piacere si sostituisce al bene, alla libertà la licenza e la tolleranza disperde la gerarchia dei valori. Una situazione di anarchia in cui è assente un progetto di miglioramento etico-morale, che preclude al ripristino dell'ordine e all'autoritarismo.
    Il principio della competenza (dei politici) è sicuramente una critica applicabile alla società moderna; il rischio della demagogia è sicuramente attuale, enfatizza le paure e che sfrutta i mezzi di comunicazione di massa.

Castells M. Saperi e poteri

 Il modo di pensare delle persone determina il destino delle norme e dei valori su cui le società si fondano. La comunicazione e l'informazione hanno un ruolo importante nel controllo delle menti, tanto più nella società in rete, dove i media estendono la loro portata a tutti i campi della vita sociale. Il sistema politico viene messo in scena dai media per i consumatori della politica: è nello spazio dei media che si proietta, si svolge e si decide la lotta per il potere. Il rischio demagogico aumenta perché si tende a proporre quello che il consumatore desidera. Il linguaggio dei media è costruito su immagini non necessariamente visuali, e il messaggio più semplice è il volto umano. La politica si  personalizza intorno ai valori propugnati e impersonati dal leader. La distruzione della credibilità e dell'immagine è l'arma più potente, ma la politica scandalistica delegittima tutta la politica. Se il potere deriva dalla capacità di influenzare i cittadini, i nuovi strumenti tecnologici (internet, telefonia mobile, social network) aiutano la democrazia, creando reti di comunicazioni orizzontali, peer to peer, l'auto-comunocazione di massa, che rielabora qualsiasi contenuto per un'audience globale. Un medium autonomo, straordinario, ispirato a valori assai diversi che può contrapporsi alle istituzioni e ai poteri economici e politici consolidati, mobilitandosi in qualsiasi luogo virtuale o reale. È essenziale, però, che i cittadini abbiano una buona istruzione.
  
La campagna di Obama ha cambiato il modo di fare politica. E’ riuscito a coinvolgere larghe masse di popolazione prima escluse o disinteressate che hanno diffuso le sue idee tramite i social network. Ciò gli ha consentito di raccogliere fondi senza doversi rivolgere alle lobby di potere. Ovviamente non contano solo gli strumenti: i contenuti veicolati sono stati ritenuti convincenti, credibili o entusiasmanti. La realtà ha ancora la sua importanza. La società è più aperta perché non tutto è manipolabile, non tutto è mera rappresentazione. Conta molto l'istruzione: più l'opinione pubblica è istruita più è sganciata dall’appartenenza.
  
Il rischio è che questi sistemi possano diventare il volano dell'irrazionalità. La rete contiene una grande quantità di sciocchezze, anche perché gli intellettuali l'hanno snobbata. Deve costruire una credibile gerarchia di valori.
  
Un altro problema dei social network è che essi rimasticano le notizie scoperte dai giornalisti. La gratuità di internet a scapito della carta stampata può rendere poco remunerativo il giornalismo da prima linea.

 Turner G. The credit crunch

 Non è l'inflazione il principale problema, ma la caduta dei prezzi che porta alla trappola del debito. Il rapido sviluppo della globalizzazione senza contrappesi al potere delle corporation, ha accelerato l'insostenibile crescita dei profitti e il declino dei salari, che si è cercato di contrastare con la politica a favore del finanziamento del consumo e degli immobili. Il libero scambio deve essere accompagnato da appropriati diritti del lavoro, per aumentare i consumi senza provocare una inflazione degli asset come sussidiario della crescita. La caduta dei prezzi degli asset e l'insostenibilità del debito hanno creato pressioni sul reddito dei salariati e la riduzione dei consumi. Deve essere riequilibrato il potere tra capitale e lavoro. La vera causa della crisi finanziaria consiste nella deflazione conseguente dall'eccesso di offerta dipendente dal potere delle grandi imprese che, nonostante la crescita economica, sono riuscite a mantenere bassi i salari. La politica cinese di bassi salari e elevati investimenti non riequilibra la domanda. La Cina è cresciuta rapidamente non per l'innovazione, ma grazie alla scarsa regolamentazione, alla politica di mantenere bassi i salari che ha creato le opportunità delle multinazionali di tagliare i costi del lavoro, e la favore nei confronti dei flussi di capitale, I costi ambientali sono stati elevati, così pure la redistribuzione del reddito. La crisi ha fatto cadere i prezzi di molti beni di consumo e degli immobili, generando un effetto ricchezza.
  
L'aumento del debito è stato favorito dalla politica monetaria orientata alla crescita attraverso bassi tassi e il credito facile. La bolla immobiliare  assicurava guadagni netti in conto capitale. Quando arriva inevitabilmente il crunch, l'attivo cade molto più velocemente del passivo e porta ad un'ulteriore caduta dei prezzi immobiliari. I guadagni sono persi. A quel punto si è formata una trappola della liquidità:  ulteriori riduzioni dei tassi non hanno efficacia.
  
Il libero scambio è positivo quando le corporation non ne abusano per tagliare i costi e aumentare i profitti, altrimenti è destinato a fallire.

 Talbott J.R. Obanomics

 Le fondamenta istituzionali e i principi etici sono più importanti dell’economia. Senza equità e giustizia le persone non sono motivate a raggiungere i propri fini e l’economia non può prosperare. La giustizia economica consente alle persone di vivere e di diventare membro produttivo della società: tutti vogliono essere trattati equamente ed essere giudicati secondo i propri meriti per realizzare liberamente le proprie aspirazioni. Le società giuste sono quelle economicamente più robuste.
    L’economia dal basso è un sistema giusto che motiva a lavorare e a istruirsi, ricompensa equamente e realizza il vero cambiamento. Ma è lo Stato che deve agire per esprimere i valori comuni, il senso di responsabilità, la solidarietà e la giustizia economica. Il libero mercato premia il lavoro, lo sforzo, la dedizione e l’intelligenza solo se adeguatamente regolato e se lo Stato affronta i problemi della sicurezza sociale, della salute pubblica, dell’ambiente e delle altre esternalità. E’ inoltre fondamentale la cooperazione e l’azione dei cittadini che deve essere incoraggiata dall’azione dello Stato.
  
Wall Street deve essere riformata, i mercati sono troppo poco regolamentati:
   -  
non deve esserci posto per le manipolazioni;
   -  
gli hedge fund e le compagnie assicurative monoline non hanno capitali sufficienti;
   -  
le banche devono onorare i contratti con i clienti;
   -  
le corporation rappresentano un’indebita pressione sul Congresso;
   -  
le situazioni monopolistiche non sono mai giustificate ed esprimono troppo potere.

    Le pari opportunità sono racchiuse nel diritto di ogni individuo alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità: questo è quello che rende l’America differente dai suoi antenati europei. Una restrizione delle opportunità economiche rallenta la crescita. Attualmente la disuguaglianza prende corpo al momento della nascita in relazione alla ricchezza, alla razza, ecc.. Una tassa sulle eredità dei cittadini più ricchi riduce l’ereditarietà dei privilegi legati alla ricchezza; garantire un salario dignitoso a chi lavora; espandere l’imposta negativa sul reddito e la malattia retribuita, i congedi parentali e per malattia, il credito d’imposta per bambini a carico.  L’istruzione è la chiave delle opportunità: garantire l’istruzione prescolare universale, migliorare il sistema educativo specie in matematica e nelle scienze, premiare gli insegnanti, incoraggiare e favorire l’istruzione universitaria, soprattutto ai meritevoli. Eliminare le barriere all’avanzamento nel lavoro nei confronti delle donne e delle minoranze motiva a lavorare sodo per se stessi e per la collettività.

   Il libero mercato ha il potere di creare lavoro e incoraggiare la creatività, ma lasciato a se stesso oscilla pericolosamente. È compito dello Stato assicurare che i mercati finanziari rimangano stabili e forti, soprattutto attraverso una loro regolamentazione. Alcune proposte concrete riguardano la protezione della prima casa, la repressione delle frodi e dei comportamenti predatori, la trasparenza nel settore dei mutui subprime, l'informativa sui prestiti che consenta confronti, la chiusura delle scappatoie legali nelle bancarotte delle compagnie di mutui, la riduzione delle pratiche rapaci nelle carte di credito, mettere un tetto ai tassi di interesse. Inoltre occorre una riforma dei requisiti delle banche, soprattutto del capitale, della leva finanziaria e dei loro conflitti di interessa, come pure delle agenzie di rating e dei derivati.
    La più importante riforma da compiere è quella di sconfiggere gli interessi particolari che corrompono il processo democratico. Obama ha rifiutato denaro dai lobbisti per innalzare il tasso etico della politica. Tra le iniziative in tal senso la riforma sulle campagne di finanziamento e un Google per il governo per informare il cittadino sulle spese del governo. Un database consultabile per il monitoraggio delle regole etiche.
    Il commercio internazionale porta trasparenza e buon governo ma necessita di regole per la sicurezza dei lavoratori e dei consumatori. Occorre evitare una corsa al ribasso dei salari e più basse garanzie sociali, a favore di un salario minimo adeguato, di libertà sindacale e di diritto di sciopero. Se da una relazione commerciale la maggioranza della popolazione non ne beneficia, si dovrebbe porvi fine.
    Occorre individuare nuovi modi di affrontare il trade-off tra ambiente e sviluppo. Il piano di Obama prevede: tetti massimi e incentivi alla riduzione delle emissioni, attraverso un sistema di cap and trade, la lotta alla deforestazione; l’incoraggiamento all'uso di fonti alternative per raggiungere l'indipendenza energetica, attraverso investimenti in energia pulita, il finanziamento della ricerca energetica, la diffusione del carbone pulito, la diffusione dell'etanolo e dell'agrofuel  (che però produce più emissioni e il raddoppio dei prezzi dei cereali); l'aumento del risparmio energetico, attraverso una maggiore efficienza dei veicoli, il miglioramento degli standard energetici, la costruzione di una rete elettrica intelligente; ristabilire il ruolo degli Stati Uniti come paese guida nelle negoziazioni dei gas serra, attraverso la creazione di forum dei paesi maggiormente responsabili delle emissione, l'adesione alla convenzione delle Nazioni Unite.
    La sanità è insufficiente. Occorre ridurre i costi e assicurare una maggiore copertura attraverso la garanzia di una copertura sanitaria agli americani che ne sono privi, la riduzione del costo delle malattie gravi, l'aiuto ai malati, la garanzia della qualità delle cure, l'investimento nelle tecnologia, l'aumento della concorrenza nel mercato farmaceutico e assicurativo, l'abbassamento dei costi dei medicinali, il miglioramento dell'assistenza per i malati mentali, l'eliminazione degli eccessi burocratici.
    La Social Security deve essere accessibile a tutto il popolo americano. Le misure previste sono:
    -   rendere il piano di sicurezza autosufficiente innalzando la soglia di reddito su cui si pagano i contributi e non considerare le erogazioni come un diritto acquisito ma assicurarle solo ai bisognosi. Chiedere agli anziani che non hanno problemi una maggiore contribuzione;
    -   riformare la legge sul fallimento per proteggere lavoratori e pensionati;
    -   eliminare l’imposizione fiscale sui redditi inferiori a 50.000 $ per i lavoratori in età pensionabile;
    -   ridurre il prezzo dei farmaci;
    -   rafforzare l’assistenza sanitaria evitando gli sprechi e i sussidi alle assicurazioni.

  
Privatizzare il sistema previdenziale è dannoso perché non c’è certezza dei rendimenti delle azioni e perché bisogna comunque farsi carico di chi non ha un capitale accantonato.

    La cooperazione è fondamentale per garantire al Paese la prosperità economica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una profonda erosione delle norme e dei principi che hanno permesso al nostro mercato di funzionare e alla nostra economia di crescere. Invece di pensare a ciò che è buono per l’America si è diffusa la mentalità secondo cui se va bene per me il resto non conta, una mentalità che vede nel conflitto di interessi un’opportunità di profitto. Chiudere un occhio sul nepotismo e sui favori personali può metterci tutti nei guai; il mercato non può essere truccato o egemonizzato dai lobbisti. La corruzione è un impedimento alla cooperazione sociale. Quando la comunità è più estesa, l’anonimato è maggiore e non funzionano i meccanismi reputazionali. Se i problemi si collocano  su scala nazionale o internazionale è assai difficile che la cooperazione si sviluppi senza democrazia: solo questa è in grado di coinvolgere i singoli nelle decisioni per loro più importanti.
    E’ necessaria la diffusione di un senso d’indignazione morale per superare i problemi che, per quanto gravi e minacciosi, i popoli affrontano e riescono a superare quando decidono di passare all’azione. E’ l’empatia, che ha carattere razionale, che si spinge all’azione e alla sollecitudine verso il prossimo. Le persone devono essere sufficientemente arrabbiate affinché decidano di attivarsi per cambiare le cose. La cultura scientifica individualistica e scettica del nostro tempo manifesta diffidenza nei confronti dei principi basati più sulla fede che su dimostrazioni razionali. Coloro che abbandonano la religione non riescono poi a sviluppare una comprensione adeguata dei motivi per cui dovrebbero agire in maniera morale ed etica.

  
Barak Obama è l’unica persona consapevole del fatto che per affrontare i problemi che ci stanno di fronte prima di tutto dobbiamo unirci. Chi lo ha sentito parlare o abbia capito la sua visione e la presa che esercita verso il popolo americano è sicuro che riuscirà a portare a termine le riforme. Solo lui può farcela.

 Krugman P. Il ritorno dell'economia della depressione

 La grande depressione degli anni trenta è stata una tragedia che si poteva evitare: nessuno pensava che potesse succedere di nuovo. Sembrava che il problema fosse stato risolto definitivamente, ma negli anni novanta molti dei sintomi erano emersi. La fine improvvisa e misteriosa dell'Unione sovietica, provocata dalla demoralizzazione conseguente alla crescita dell'Asia, ha portato al successo politico e ideologico del capitalismo, al tentativo dei paesi dell'est di transitare al capitalismo e alla scomparsa del sogno socialista. Il diritto di proprietà e il libero mercato sono diventati principi fondamentali.
    L'industria informatica ha cambiato il nostro modo di lavorare ma soprattutto le strutture e le logiche della nostra economia, rilanciando l’iniziativa e la creatività delle persone, prima compresse dalla dominanza delle grandi corporation, e la prosperità. Un misterioso sistema di eventi ha portato alla globalizzazione che permette di trasferire tecnologia e capitali nei paesi con manodopera più a buon mercato, mentre in precedenza i vantaggi dei paesi industrializzati compensavano differenze salariali di dieci o venti volte. C'è stato un innegabile miglioramento nella vita della gente comune senza che l'occidente facesse niente. È però aumentata la disuguaglianza.
  
La crisi messicana e la crisi giapponese non ci hanno messo in allarme. Il capitalismo e i suoi economisti avevano stretto una sorta di patto con l'opinione pubblica: d'ora in poi il libero mercato non ci creerà più problemi, perché ormai sappiamo abbastanza cose per evitare ulteriori Grandi Depressioni (sintesi neoclassica o keynesiana). La paura della speculazione ha, però consigliato politiche assolutamente perverse. Se, per qualche motivo, gli investitori ritirano i propri capitali da un paese, questo ha difficoltà, il mercato azionario crolla, i tassi aumentano e la riduzione del valore degli asset può portare al collasso di banche, anche di quelle considerate sane, alla recessione economica e, alla fine, anche ad instabilità politica. La perdita di fiducia crea una crisi che si autoalimenta e la psicologia del mercato diventa un fattore cruciale: le aspettative e i pregiudizi degli investitori entrano a far parte della situazione economica. Gli attacchi speculativi possono autoalimentarsi e il bisogno, per un paese, di conquistare fiducia può impedire di seguire politiche sensate che, però, potrebbero essere percepite dal mercato come rassicuranti.
  
Con gli hedge fund è tornata la figura dello speculatore. Gli acquisti a termine effettuati con danaro che proviene da operazioni allo scoperto, effettuati per un valore complessivo di centinaia di volte il capitale conferito porta un raddoppio del capitale ad ogni aumento degli attivi o di una riduzione del passivo di un punto percentuale. Le operazioni degli hedge fund oltre ad essere rischiose, sono terribilmente complesse.  Ad un certo punto, la numerosità degli operatori e la competizione hanno reso difficile guadagnare con questo genere di operazioni: gli hedge fund erano il mercato, e hanno creato un circolo vizioso di prezzi  in calo e di bilanci disastrati. I premi sulla liquidità hanno raggiunto livelli inimmaginabili.
  
La bolla speculativa delle abitazioni è stata determinata dai bassi tassi di interessi e dalla convinzione che le vecchie regole non si applicassero più. L'esuberanza irrazionale faceva investire nel mercato immobiliare senza preoccuparsi di come rimborsare il mutuo. Gli enti finanziatori erano convinti che i prezzi delle case avrebbero continuato a crescere all'infinito e non si preoccupavano della qualità dei prenditori . La cartolarizzazione dei prestiti immobiliari subprime attraverso le CDO e il tranching delle operazioni sembrava rendere immuni i titoli senior dal rischio, grazie alle valutazioni delle agenzie di rating. Questo atteggiamento ha aperto ai subprime su larga scala. Finché i prezzi degli immobili continuavano a salire, tutto sembrava andare per il verso giusto, ma la bolla immobiliare ha cominciato a sgonfiarsi.
  
Ci sono istituzioni che agiscono come banche ma che sono molto più opache e non sono regolamentate (sistema bancario-ombra). Questo sistema è diventato enorme nel mercato del credito con asset a lungo termine rischiosi e illiquidi finanziati da passività a breve termine, vulnerabili a fenomeni simili alla corsa agli sportelli e senza la possibilità di usufruire della rete di protezione delle banche centrali. La crisi dell'LTCM avrebbe dovuto costituire una lezione ma è stata ignorata.
  
La crisi attuale è molto simile a ciò cha abbiamo visto in precedenza, però tutto insieme:  l’implosione della bolla immobiliare, un’ondata di corsa agli sportelli, un grosso problema di liquidità, una discontinuità dei flussi internazionali dei capitali e un'ondata di crisi valutarie. Il graduale declino dei prezzi immobiliari ha fatto venir meno gli assunti su cui si basava il boom dei mutui subprime: gli immobili sono divenuti invendibili e i tassi di insolvenza hanno iniziato a crescere. Il pignoramento è divenuto un pessimo affare anche perché la gestione dei mutui è stata lasciata ad entità assolutamente insufficienti e per la complessità dell'engineering delle operazioni che creava una complessità giuridica e l'impossibilità di ristrutturare i crediti. Quando le quote dei titoli della cartolarizzazione meno affidabili hanno subito pesanti perdite, l'erogazione dei mutui è cessata eliminando un forte elemento di domanda di immobili e peggiorando la crisi. Anche le quote senior delle cartolarizzazioni e i mutui concessi a persone solvibili non erano più sicure. Il sistema bancario-ombra ha subito un tracollo. Queste istituzioni, con asset illiquidi e passività a breve, e i loro veicoli, hanno subìto una sorta di corsa agli sportelli senza le tutele del sistema bancario. La perdita di  fiducia ha innescato il deleveraging: il ritiro degli investimenti ha forzato la liquidazione degli asset, anche di quelli migliori  e la riduzione dei loro prezzi; la liquidità si è assottigliata e le perdite sono aumentate. Il sistema bancario-ombra si è ridimensionato e i tassi sui bond USA si sono azzerati e, in alcuni casi, sono diventati negativi. La FED ha tagliato i tassi e ha finanziato le banche, ma ha perso efficacia perché le aziende  con più basso rating pagavano comunque tassi molto più elevati. I finanziatori dei mutui sono spariti lasciando sole Fannie Mae e Freddie Mac, male gestite. La FED non poteva finanziare le banche non tradizionali e ha dovuto fronteggiare la crisi di liquidità con una politica monetaria che aveva perso ogni efficacia. Ha cominciato a finanziare direttamente gli altri operatori e ad acquistare commercial paper, ma quando opera nel mercato dei privati, si inserisce in un mercato molto più vasto, su cui può incidere in maniera  molto più limitata. La globalizzazione si è realizzata attraverso istituzioni fortemente indebitate  che hanno trasmesso la crisi tra paesi e settori. Lasciar fallire la Lehman Brothers è stato un grosso errore perché ha fatto diminuire la fiducia, ridurre ulteriormente il valore degli asset e prosciugato la liquidità. La crisi si è estesa, così, all'economia reale.
  
Negli ultimi anni il pensiero economico si è sempre spinto a enfatizzare il ruolo dell'offerta anziché della domanda. Il problema è che i salari e i prezzi non sono in grado di adeguarsi, o lo fanno con molto ritardo, all'aumento della disoccupazione. L'economia dell'offerta si concentra sullo sviluppo tecnologico e sulla crescita di lungo periodo, mentre nel breve si succedono molte crisi. Il problema è mantenere abbastanza elevato il livello della domanda e su questo le tradizionali politiche monetarie e fiscali non bastano più. Nella situazione di scarsità di domanda i liberi mercati non sopravvivono soprattutto nelle economie meno sviluppate. La tentazione è quella di considerare la recessione come un toccasana per il futuro. E' invece importante non cadere nelle trappole della liquidità, non consentendo che l'inflazione scenda sotto una certa soglia (2%) così che i tassi possono scendere sotto questa soglia. Ma occorre evitare le debolezze degli hedge fund e delle istituzioni che operano come le banche ma prive dei sistemi di sicurezza e arrivare al panico e alla sfiducia. E’ difficile immaginare come evitare controlli sui movimenti di capitale: in queste situazioni la politica ha un ruolo determinante per proteggere il mercato. L'analisi economica deve adattare le risposte ad un mondo che non è mai lo stesso, deve capire le situazioni e imparare nuove soluzioni anche da vecchi modelli, evitando che le dottrine annebbino la mente.

 Fede E. Dietro lo schermo

 Il mondo è tutto ciò che accade (Wittgenstein), perciò il cronista fa esistere i fatti anche per chi non c’era e ha una responsabilità per questo: scegliere cosa e come raccontarlo. Non si può essere giornalisti stando seduti alla scrivania davanti allo schermo per seguire le notizie delle agenzia, la notizia va inseguita per raccontare il clima e il contesto, essere testimone rinunciando alla propria soggettività. La televisione è effimera, fa vivere le immagini del presente. La sua potenza è nella trasmissione sempre in diretta, ma ciò non consente la riflessione e ostacola la comunicazione di concetti e informazioni. Far bene la televisione significa far parlare i fatti nelle sue informazioni essenziali, ritratti minimali ed esaustivi facendo parlare i testimoni, i volti, i suoni, i rumori e i luoghi; accorciare le distanze tra i telespettatori e gli eventi. Basta pochissimo per mistificare: il tono della voce, le pause, i rallentamenti, i gesti, le posture. Non è uno strumento che riesce a dar spazio e tempo ai dettagli, alle riflessioni e ai dibattiti.
  
Le caratteristiche della televisione creano dei problemi quando i fatti  sono troppo crudi. Deve esserci un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e censura: se da una parte non ci deve essere mediazione rispetto al telespettatore, questo resta indifeso quando l’immediatezza della crudezza e della violenza non possono essere filtrate dalla riflessione. L‘informazione deve essere completa, ma devono essere evitate immagini gratuite che servono solo a spettacolarizzare l‘informazione. L’etica del giornalista gli fa usare il giusto linguaggio e fasce orarie appropriate, calibrando la forza e la funzione delle parole e delle immagini; il “sofista” dell’informazione spettacolarizza l’informazione, sguazza nel torbido, esalta il macabro e il dolore altrui simulando empatia. Esasperare la notizia è una scelta retorica (televisione “verità”) che vuole sedurre il telespettatore, non fare informazione, facendo leva sulla sua emotività e morbosità.
  
Un altro aspetto della spettacolarizzazione (esasperazione dei toni e dei sentimenti, sensazionalismo) è la provocazione. In televisione entra l’uomo qualunque, il caso umano costruito e confezionato con la retorica delle immagini e delle parole per catturare l’attenzione dei telespettatori, non in grado di metabolizzare le immagini, facendo leva sui suoi sentimenti per fare audience. Si spaccia per vera una manipolazione del reale, per colpire l’emotività che la televisione ingigantisce con eventi, personaggi ed emozioni. La televisione, in quanto può creare bisogni, plasmare desideri, indurre a comportamenti, deve essere pedagogica. E’ giusta l’idea di Popper di una patente per chi fa televisione.
  
Le scelte estetiche (moderare i toni, scegliere le immagini, ponderare il linguaggio, ecc.) hanno una funzione etica in quanto sono funzionali alla verità e realizzano la funzione pedagogica della televisione. E’ impossibile separare forma da contenuto. La televisione è un medium freddo che, se riscaldato dalla drammatizzazione, funziona meno bene perché offre meno possibilità di partecipazione. L’uso virtuoso della televisione realizza quel collegamento tra tecnologia e democrazia che garantisce uno spazio di libertà del cittadino. La televisione offre pulpiti affacciati a masse oceaniche e vulnerabili all’omologazione, esponendo al rischio dell’indottrinamento e dal proselitismo. Il testimone deve essere onesto e deve fare un passo indietro rispetto all’informazione. I valori vivono nelle persone ma si diffondono attraverso gli strumenti. La televisione deve diffondere valori positivi (la speranza non la disperazione) e deve essere usata in modo costruttivo. Anche la politica usa le emozioni come strumento di mobilitazione pubblica e gli individui sono vulnerabili alla retorica. Gli strumenti della comunicazione sono indispensabili per fare interagire correttamente i politici con i cittadini se garantiranno accessibilità e chiarezza dell’informazione.

 Akerlof G.A. Shiller R.J. Animal spirits

L'attuale crisi finanziaria ci ha reso manifesto che quello che credevamo potesse essere una remota possibilità (la Grande Depressione) è divenuta una prospettiva reale. Quella esperienza ci ha insegnato quale denve essere il giusto ruolo dello Stato in un'economia capitalistica. Quando finalmente sono state applicate le politiche keynesiane, la disoccupazione è sparita e il dopoguerra è stato un successo. In quel periodo vi erano due linee economiche: quella dello Stato minimo e il socialismo. La visione keynesiana non si basa su agenti razionali, ma presuppone che l'attività economica sia governata dagli “animal spirits”. Questi sono la principale causa delle fluttuazioni economiche e della disoccupazione involontaria. Il ruolo dello Stato deve essere quello di non essere né permissivo né autoritario, ma di definire i limiti entro i quali gli spiriti animali devono mantenersi per proteggere la libertà. Il capitalismo consente le manifestazioni della creatività, ma gli eccessi creano mania che può essere seguita da panico. La “Teoria generale” è stata interpretata in forma riduttiva per adeguarla alle teorie dell'epoca e gli “animal spirits” sono stati relegati in un angolo. La crisi attuale è una crisi da ubriachezza, da eccessi dati dal comportamento umano: per capire come funziona l'economia realmente, bisogna analizzare i comportamenti.
  
L'economia classica si basa sull'assunto che la libertà delle persone di perseguire razionalmente nel mercato i propri interessi, fa conseguire il benessere e le opportunità per tutti. Ma non riesce a spiegare perché siamo costantemente sulle montagne russe del ciclo economico. Le teorie di Adam Smith non considerano le motivazioni non economiche all'agire delle  persone.

    Il concetto di fiducia “confidence” per gli economisti classici è un concetto di razionalità economica in quanto significa analizzare le informazioni disponibili per fare previsioni e prendere decisioni in base a tutte le opzioni, ai vantaggi e alle probabilità di ognuno. Ma il vero significato va oltre il razionale perché le decisioni vengono prese sulla base delle cose di cui si ha fiducia che siano vere, sulla base delle sensazioni positive, dell'intuito. Questo influenza il ciclo economico in quanto nei tempi buoni la gente ha fiducia. Ma  quando la fiducia scompare, si manifesta la mancanza di fondamento delle decisioni. Un elemento base della teoria keynesiana sono i moltiplicatori (del consumo, degli investimenti, del credito). Ma c'è anche il moltiplicatore della fiducia che riguarda le aspettative di consumo e di reddito, che influenza il ciclo economico e si palesa critica nelle situazioni di crisi. Influenza gli altri moltiplicatori (attraverso la propensione a investire, a consumare, a concedere credito).
  
L'importanza del senso di giustizia (“fairness”) è sempre stata ignorata dagli economisti perché ritenuto di dominio degli psicologi e dei sociologi. In realtà il senso di giustizia va al di là delle motivazioni economiche razionali e influenza molti comportamenti e decisioni, economiche e non economiche, delle persone. Se l'economia spiega le transazioni solo sulla base del valore delle prestazioni e delle controprestazioni, c'è una differenza tra economisti e sociologi su cosa includere negli input e negli output: i sociologi introducono anche elementi soggettivi e relazionali (status, considerazione di sé e degli altri, soddisfazione personale, socialità, ecc.).
  
Per capire il funzionamento dell'economia, dobbiamo comprendere la tendenza verso comportamenti antisociali. L'economia non produce automaticamente quello di cui la gente ha bisogno, ma quello che la gente è disposta a pagare: le persone  possono essere  indotte a comprare cose inutili o fasulle. C'è necessità di proteggere il consumatore soprattutto nei casi in cui non è in grado di valutare adeguatamente il prodotto, come nel caso degli investimenti del proprio risparmio (pezzi di carta che incorporano promesse di pagamenti futuri). La responsabilità limitata, su cui si basa il  capitalismo, pone in capo ai creditori larga parte del rischio di bancarotta. La trasparenza contabile è uno dei mezzi di prevenzione di questi rischi, ma il falso contabile si diffonde in particolari situazioni: gli scandali e le attività predatorie hanno giocato sempre un ruolo determinante nella gravità delle recessioni e nei crack di borsa, e hanno carattere razionale. Certe situazioni, come nel caso delle innovazioni finanziarie non regolamentate e complesse, difficilmente comprensibili dalle persone, dei cambi di tecnologia, di mutamenti culturali che fanno perdere la paura della punizione, influenzano l'attività predatoria con effetti moltiplicativi e influenzano il ciclo economico.
  
L'illusione monetaria si manifesta quando le decisioni sono influenzate dal valore nominale della transazione. La gente è vulnerabile a questa illusione. Secondo la teoria economica, le aspettative sull'inflazione influiscono sulle richieste salariali e sulla determinazione dei  prezzi, e possono condurre a spirali inflazionistiche o deflazionistiche e a effetti sull'occupazione. Ma l'economia è piena di storie di illusione monetaria: i contratti e le contabilità sono registrati in termini monetari; i salari e i contratti finanziari sono pure strutturati quasi sempre termini  monetari, anche quando c'è la possibilità di indicizzarli. La  gente non riesce a vedere oltre il velo dell'inflazione. L'illusione monetaria comporta differenti conclusioni macroeconomiche e politiche.
  
La fiducia non è uno stato emotivo individuale, ma un modo di vedere il mondo e di interpretare gli eventi comune alle persone, diffuso dai media e dalle discussioni. Questi modi di vedere sono ispirate e raccontate in storie  che si diffondono e che hanno effetti sull'economia, sui consumi e sugli investimenti. Nuove storie influenzano le aspettative negli affari. Le storie sono come virus e possono essere analizzate attraverso modelli epidemiologici. La diffusione della fiducia o del pessimismo può sorgere e modificarsi sulla base del cambiamento nel tasso di contagio, che si modifica in base a nuovi modi di pensare.
  
Cadute di fiducia,storie di fallimenti, crescita della corruzione, senso di ingiustizia, illusione monetaria, sono tutti fattori che si manifestano e influiscono nelle situazioni di depressione economica. Anche i surriscaldamenti dell'economia sono determinati da euforia e dagli animal spirit:  fiducia oltre i limiti del normale, spese eccessive, investimenti fatti solo nella convinzione che anche altri li facciano. Ciò che si è verificato nel passato sembrava superato dalle nuove istituzioni (banche centrali, organi di controllo, leggi, assicurazione sui depositi, ecc.) ma, come la crisi attuale dimostra, molti eventi sono causati da comportamenti radicati nella natura umana.
  
L’origine della crisi sta: 1) nel collasso del modi di finanziare con lo scopo di cedere i crediti a terzi; 2) nelle elevate perdite che sono state causate dal finanziamento degli attivi, il cui valore è caduto, con elevata leva finanziaria; 3) nell’utilizzo delle linee di credito già promesse. I modelli macroeconomici correnti non riescono a spiegare la crisi che deriva dalla perdita di fiducia del pubblico: la politica monetaria e fiscale tradizionale non è riuscita a favorire l’erogazione del credito alle imprese. Le operazioni delle banche centrali influenzano i tassi a breve, ma sono limitate quando questi sono bassi, in quanto non possono scendere sotto zero. Il ruolo delle banche centrali, allora, deve essere quello di creare le condizioni creditizie per assicurare il pieno impiego. Sono necessari approcci alternativi per evitare il credit crunch tra cui gli investimenti diretti nelle banche e il credito alle imprese con garanzia statale.
  
Il mercato del lavoro è diverso dal mercato dei beni. Contrariamente alla teoria della disoccupazione, il datore di lavoro può voler pagare un salario più alto rispetto a quello minimo accettato dal lavoratore, per fidelizzarlo. Ciò provoca un eccesso di offerta di lavoro e disoccupazione involontaria. Inoltre, possono esserci ampie differenze nei salari per gli stessi tipi di occupazione, che non dipendono dalle conoscenze e dall’esperienza del lavoratore. L’extra salario, da una parte determina una disoccupazione, ma crea uno stimolo al senso del dovere, alla lealtà e ai valori aziendali. Quando la disoccupazione cala, l’assenteismo aumenta. L’acquisizione di privilegi con l’anzianità determina il rischio, per il lavoratore, di perderli, eludendo le proprie responsabilità . Il senso di ingiustizia percepito sulla base di salari più bassi, spinge ad evitare i propri doveri. Il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore e il mercato del lavoro sono dominati da aspetti estremamente complessi che le teorie tradizionali non considerano.
  
L’andamento dei mercati finanziari è assai volatile e questa volatilità non può essere spiegata con l’affermazione che i prezzi riflettono i fondamentali: la volatilità non è razionale. La gente tende a reagire all’andamento dei prezzi (acquista quando i prezzi aumentano)  creando un feedback che si autoalimenta. Altri feedback si manifestano: quando i prezzi dei titoli e delle case salgono, la gente risparmia meno (effetto ricchezza sui consumi); se le quotazioni  scendono, le società investono meno in impianti e forniture; se gli attivi cadono, i debitori non pagano il loro debito e vengono compromesse le istituzioni finanziarie; queste riducono il credito con ulteriori pressioni sui prezzi degli attivi. inoltre, per effetto dei ratio bancari, se gli attivi in garanzia perdono valore, le banche devono cedere i loro attivi per garantire l’adeguatezza patrimoniale. Tutti questi feedback dipendono dagli animal spirits: diventa difficile fare previsioni accurate. Gli investitori decidono, oltre che sulla base di valutazioni finanziarie, in relazione a fattori psicologici e alle intuizioni, anche in relazione agli elementi di incertezza e di rischio da cui sono circondate. L’irrazionalità dei mercati porta ad eccessi che giustificano l’esistenza di una regolamentazione specifica dei mercati finanziari: a causa delle asimmetrie informative, più degli altri mercati sono soggetti a rischi di comportamenti opportunistici, soprattutto con l’accrescersi della complessità.
  
Anche i mercati immobiliari sono ora divenuti volatili. Sulla base dell’assunto che la quantità di terra sia fisso e che la popolazione cresce si forma l’idea che i valori immobiliari debbano sempre crescere. L’illusione monetaria accresce questa percezione. Non c’è, invece, nulla di razionale in tutto ciò, e queste storie si perpetuano di tempo in tempo, quando i valori crescono. La politica americana degli anni recenti, volta a favorire l’accesso alla proprietà immobiliare ha fatto il resto: mutui facili, insostenibili per molti, comportamenti opportunistici dei finanziatori, assenza di controlli. I prezzi sono aumentati fino all’inevitabile crollo che si è riflesso pesantemente sull’economia. Le cause sono psicologiche, culturale e istituzionali.
  
Il reale problema è la corrente visione dell’economia che non considera gli animal spirits nel modello che oscura le reali cause dei problemi. E’ necessario incorporarli in una teoria economica per sapere come funziona realmente l’economia, altrimenti non si riesce a spiegare l’euforia seguita dal pessimismo. Questa causa grandi variazioni nella domanda, nei salari, nei prezzi e nel livello di occupazione. Il capitalismo non offre ciò che la gente vuole realmente, ma quello che si vuole che essi pensino di volere. Cambia il ruolo del Governo, che deve indirizzare gli spiriti animali verso il bene comune. questi guidano l’economia ora da una parte ora dall’altra con massicce variazioni nell’occupazione. I mercati finanziari vanno nel caos.

 Visco I. Investire in conoscenza

 Il capitale umano è rappresentato dal patrimonio di abilità, capacità tecniche e conoscenze degli individui, la cui importanza è determinata dal paradigma tecnologico del momento. Nell’attuale contesto tecnologico, la caratteristica più importante è data dal bagaglio culturale (competenze linguistiche, di analisi quantitativa), dalle specializzazioni  e dalla capacità di eseguire compiti complessi e di lavorare con tecnologie sofisticate. Il capitale umano accresce il prodotto pro-capite sia direttamente che attraverso miglioramenti organizzativi, gestionali e un più alto tasso di innovazione.
  
L’Italia è caratterizzata da un basso livello di capitale umano perché non si valorizza adeguatamente  il merito, non sono adeguatamente remunerati gli investimenti in istruzione, non si individua cosa e come studiare, non si stimola la capacità di adattamento allenando gli studenti alla capacità di imparare. A ciò si aggiunge l’eccesso di regolamentazione, l’inefficienza della Pubblica amministrazione, la modesta cultura della concorrenza.
    Il merito dovrebbe essere valorizzato, prima di tutto, nelle scuole. Questo non avviene in Italia perché è bassa la qualità dell’istruzione e i titoli di studio non segnalano l’abilità dei singoli individui. I deludenti risultati della scuola italiana non sono imputabili alla carenza di risorse ma alla disorganizzazione, agli scarsi incentivi ad apprendere e ad insegnare, alla forte centralizzazione dei programmi di studio e alla mancanza di valorizzazione dei risultati degli insegnanti e delle scuole. Manca un metro di valutazione uniforme degli studenti (test) e, conseguentemente, un sistema di valutazione delle stesse scuole. Il collegamento tra qualità dell’insegnamento e finanziamenti, stimolerebbe il miglioramento dell’insegnamento, la trasparenza delle valutazioni, aiuterebbe le famiglie nella scelta. I sistemi di voucher sono stati sperimentati all’estero con qualche successo.
    La situazione scoraggia l’investimento in capitale umano e, alla fine, le decisioni su quanto investire in istruzione dipende dalla scelta delle famiglie di origine e non dai risultati e dalle abilità. Aumenta la correlazione dell’istruzione tra generazioni, riduce la mobilità sociale, discrimina e non seleziona i migliori, abbassa la retribuzione delle imprese rispetto ai livelli di istruzione. I differenziali retributivi rispetto all’istruzione in Italia sono inferiori rispetto agli altri Paesi. Il valore legale del titolo di studio distorce l’informazione tra chi domanda e chi offre lavoro. La scarsa dotazione di capitale umano non favorisce la capacità di innovare e di adottare le nuove tecnologie. I meccanismi di regolazione del mercato sono stati rivolti solo a proteggere i lavoratori più deboli, che sono anche i meno istruiti.
  
La spesa per studente nelle università è più bassa che all’estero: è necessario allineare le tasse universitarie ai costi effettivi del servizio e utilizzare le risorse così liberate per prestiti e borse dei studio a favore dei meritevoli. Il collegamento tra merito e finanziamenti incentiverebbe i buoni risultati e ridurrebbe i fuori corso.
  
L’economia italiana risente pienamente della crisi in atto perché non è riuscita a cogliere i benefici dell’apertura dei mercati e del cambiamento tecnologico in atto.  Le nostre imprese continuano ad essere troppo piccole per garantire un’economia basata sull’innovazione, sulla conoscenza, sulla ricerca.

 

 Benedetto XVI Caritas in veritate

 Senza verità e amore per il vero non c'è coscienza, responsabilità sociale, azione morale, giustizia e bene comune. Solo la carità, illuminata dalla ragione e dalla fede, consente lo sviluppo umano dell'uomo in tutte le sue dimensioni. La creatura umana è spirituale e si realizza nelle relazioni interpersonali: la comunità non assorbe gli uomini ma li valorizza. Lo sviluppo umano deve essere inclusivo e realizzarsi nella solidarietà, nella giustizia e nella pace.
  
 L'uomo libero e responsabile come fine e non come mezzo dello sviluppo. Se l'uomo fosse solo il frutto del caso o della necessità riduce le aspirazioni alla vita in cui vive; se l'uomo fosse solo storia e cultura non avrebbe natura destinata alla trascendenza. Si potrebbe allora parlare di evoluzione ma non di sviluppo. Il sapere umano non può, da solo, indicare la via dello sviluppo integrale dell'uomo, le valutazioni morali e la scienza devono crescere insieme. La tecnica, i media, sono lo strumento per l'autonomia e la libertà dell'uomo, la creazione del proprio genio e la condizione per il suo sviluppo. Deve essere il frutto, però, anche della propria responsabilità morale: lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, orientati al bene comune. In questo la religione deve avere la  libertà di avere un ruolo sociale, deve favorire il dialogo interreligioso, con i non credenti e con la politica.
  
La globalizzazione ci rende più vicini ma non più fraterni e solidali. L'eclettismo culturale rende equivalenti e interscambiabili le culture, cede ad un relativismo che non aiuta il dialogo. Gli stili di vita si omologano e si appiattiscono. La globalizzazione è anche una grande opportunità di sviluppo. Se guidata dalla carità nella verità eviterà di creare rischi sconosciuti e nuove divisioni. Deve riconoscere che siamo una sola famiglia e favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza e all'integrazione planetaria.
  
La convinzione di essere autosufficiente ha indotto l'uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con il benessere materiale, abusando dello strumento economico. 
   
Il mercato è basato sulla fiducia ma non riesce a produrre la coesione sociale di cui ha bisogno per funzionare: senza forme di solidarietà e di fiducia il mercato non può espletare la propria funzione economica. La logica del mercato va finalizzata al bene comune. La coscienza morale, la responsabilità, l'inclusione  e la giustizia devono guidare l'azione economica e il funzionamento del mercato affinché lo sviluppo sia integrale e sia vinto il sottosviluppo.
  
Il profitto è utile se orientato ad un fine che gli fornisca un senso (sviluppo esteso e sostenibile). L'impresa ha una funzione sociale e ha responsabilità verso tutti i portatori di interesse. Investire ha un senso morale oltre che economico: deve evitare lo sfruttamento e la speculazione (la delocalizzazione deve favorire lo sviluppo della popolazione che ospita l'impresa).
   La finanza deve ritornare ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo, uno strumento utilizzato in modo etico.
  
Lo Stato ha un ruolo solidale destinato a crescere, soprattutto attraverso l'aiuto internazionale.
  
La crisi richiede uno sforzo per una nuova visione umanistica, un rinnovamento culturale e la riscoperta dei valori di fondo. La riduzione delle reti di sicurezza sociale, la deregolamentazione, la mobilità lavorativa creano difficoltà e forme di instabilità psicologica. Impediscono lo sviluppo di lunga durata. Vanno valutate attentamente le tendenze dell'economia del breve termine, dei suoi fini. È necessaria una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo. L'economia ha bisogno dell'etica, di un trascendente sistema morale di riferimento che metta al centro la persona umana, la giustizia, l'ambiente donato da Dio, la solidarietà e la responsabilità.

  

   Lehrer J. Come decidiamo

 La presunzione di razionalità, su cui è basata l'economia moderna, è sbagliata. La mente è una rete caotica di aree diverse molte delle quali sono dedicate alle emozioni che influenzano il giudizio.
    Siamo completamente ignari su quel che accade nella nostra testa durante il decision-making, l'idea che la razionalità debba prevalere sulle emozioni ha dominato a lungo. Invece le emozioni sono parte fondamentale delle nostre decisioni. Le emozioni sono una risposta viscerale alle informazioni cui non possiamo accedere direttamente.

  
Il cervello è progettato per amplificare gli shock sugli errori di predizione che ci obbliga a reagire alla situazione e a ricalibrare le aspettative (apprendimento dagli errori). Le sensazioni non sono riflesso di istinti innati ma hanno origine dalle predizioni della mente e sono così flessibili da adattarsi alla realtà. Sono profondamente empiriche. Il cervello genera previsioni e poi misura la differenza tra le aspettative e la realtà in maniera inconscia, traducendola in emozioni. Queste sensazioni sono una parte essenziale delle nostre decisioni. Si impara dagli errori. Ma le emozioni non sono perfette e possono spingerci a prendere decisioni sbagliate.
  
Quando le emozioni sfuggono al controllo, le conseguenze possono essere devastanti. Quando abbiamo a che fare con la casualità, le nostre sensazioni cercano dei modelli inesistenti e codifica fictive-error learning, apprendimento da scenari ipotetici (es. mancati guadagni da rialzi in borsa). Il difetto mentale consiste nella loss aversion, consistente nella maggiore sensibilità alle perdite rispetto alle vincite: non si riesce ad accettare una prospettiva di perdita, si è inclini ad un rendimento misero, viene meno il buon senso e si calcola male il rischio. L'utilizzo delle carte di credito, ad esempio, altera il calcolo delle nostre decisioni finanziarie perché non fanno percepire il lato negativo della transazione, il dolore del pagamento, sopravvalutando i guadagni immediati. Le nostre emozioni sono programmate per risolvere problemi importanti del passato e non sempre sono adatte alla decisione della vita moderna. Ci ingannano e dobbiamo risolvere questi problemi con la componente razionale della nostra mente.
  
Le emozioni forti (il panico) offuscano la mente e restringono le percezioni (perceptual narrowing). In questo caso occorre respingere gli istinti e rivolgersi alla mente cosciente, capace di pensiero deliberativo e creativo. Un effetto della loss aversion è il framing effect, consistente nella diversa percezione e decisione in relazione al modo in cui viene presentato il problema, se in relazione ai benefici o ai costi. In questo caso occorre dominare e riconoscere le emozioni e ignorare quelle irrazionali. Attraverso il controllo esecutivo bisogna dominare le emozioni, esercitare l'autorità sul processo decisionale e cambiare strategie. Le emozioni sono esperte nel trovare schemi basati sull’esperienza, ma se il problema è sconosciuto è essenziale ignorare le sensazioni e basarsi sulla creatività della mente razionale: la memoria di lavoro concentra informazioni che possono essere analizzate e crea connessioni mai tentate generando l'intuizione.
    Ma anche la razionalità non è sempre la soluzIone, può portarci fuori strada. Pensare troppo, può far esaminare attentamente situazioni che sarebbe meglio compiere automaticamente, fidandoci delle emozioni. Lo stress, l'ansia da prestazione portano il cervello razionale ad interferire con decisioni che normalmente sono prese senza pensare. Il cervello può distorcere la realtà, i nostri segnali corporei (effetto placebo),  fidarsi degli stereotipi, di falsi assunti. La capacità di valutare le alternative viene meno. Il cervello cosciente riesce a gestire un numero limitato (5-7) di informazioni per volta: lavorare su molte informazioni sottrae risorse al controllo degli impulsi. Un'altra distorsione deriva dal mental accounting, la tendenza a pensare per numero di grandezze contabili anche quando non sono equivalenti. L'effetto ancoraggio (anchoring effect) lega il pensiero a quantità prive di significato, che occupavano la nostra mente. Un'informazione eccessiva può interferire con la comprensione e inibire il pensiero può paralizzare
.
  
Il giudizio morale non ha nulla di razionale: sono emozioni innate, sappiamo all'istante cosa è giusto. Il giudizio razionale costruisce argomenti convincenti per giustificarlo. Nelle decisioni morali bisogna tener conto degli altri, rispecchiare le emozioni del prossimo. I neuroni specchio hanno questa funzione, riflettono i movimenti delle altre persone e ci permettono di capire la mente degli altri non con il ragionamento ma con la simulazione. L'isolamento porta all'egoismo. Questo è il motivo per cui non ci toccano le statistiche sulla povertà ma le immagini dei singoli poveri.
    Il processo decisionale, nel nostro cervello, avviene attraverso un inconscio contrasto di emozioni e di queste con la razionalità. Ciò determina incertezza, dubbio, fecondi di decisioni giuste. Il senso di sicurezza, può limitare il dibattito interno e farci prendere decisioni sbagliate. L'intervento della ragione può essere un autoinganno quando è volto solo a giustificare le convinzioni e non i fatti. Si inibisce l'apprendimento dagli errori. L'accesso alle informazioni non basta, occorre favorire la dissonanza interiore
.
    Sistemi cerebrali diversi andrebbero usati in situazioni differenti:
         problemi semplici richiedono l'uso della ragione. Il cervello ha dei limiti e alcuni istinti sono diventati obsoleti. Per capire se un problema è semplice aiuta valutare se può essere riassunto in termini numerici;
        
i problemi inediti richiedono l'uso della ragione. L'istinto si costruisce sull'esperienza;
        
accettate l'incertezza, che apre la mente, estende il decision making, le prospettive considerate;
        
sapete più di quanto crediate le emozioni sono rappresentazioni viscerali inconsce di tutte le informazioni che elaboriamo, utili nelle decisioni difficili e che trasformano gli errori in apprendimento. Non cercate di analizzare troppe informazioni con la mente cosciente;
- pensate a come pensate, siate consapevoli del tipo di decisione che state prendendo e il tipo di pensiero che richiede.

 Taleb N.N. Giocati dal caso

 Le situazioni della nostra vita sono dovute spesso al caso. I risultati vanno valutati sulla base delle possibili "storie alternative": solo una delle storie viene di fatto osservata rispetto a quelle possibili. L'idea delle "storie alternative" ci costringe alla valutazione delle probabilità, una situazione controintuitiva.
  
 La probabilità è controintuitiva. La nostra mente è incapace a comprenderla a causa delle distorsioni cognitive. Ad esempio, non è compreso che le proprietà della casualità sono legate alla scala temporale di riferimento: sui tempi brevi prevale il rumore (una probabilità annua del 93% si traduce nel 50,2% al secondo). Un’altra distorsione è quella da sopravvivenza: sopravvive solo l'evento positivo, quello di successo, dimenticando che ce ne sono altri che non vediamo e che non consideriamo. La dimensione del campione è determinante: una probabilità del 2% è diversa se applicata ad un caso singolo o a 10.000. La dipendenza dall'esito del percorso fa sì che lo standard che si afferma prevale su tutti gli altri. La nostra mente, infine riesce ad occuparsi di una sola cosa alla volta, perchè l'habitat naturale, durante la gran parte della nostra evoluzione, non conteneva molte informazioni: solo di recente ci siamo dovuti occupare di questioni complesse. Non siamo progettati per capire le cose ma per sopravvivere e procreare e, per sopravvivere, dobbiamo sovrastimare le probabilità negative. Le distorsioni possono, però, fuorviarci in un ambiente più complesso.
  
Spesso non si riesce a distinguere l'informazione dal rumore, anche perché i media cercano di attrarre la nostra attenzione con informazioni eclatanti e non distillate. Producono molto rumore e non sono disponibili meccanismi che lo separano dall'informazione. Ciò crea irrazionalità.
    Non si tiene spesso conto degli eventi rari, che però sono distruttivi: non conta solo la probabilità dell'evento, ma anche la sua posta. Le analisi del passato li ignorano, leggiamo troppo nella storia recente anche quando non è rappresentativa. Prendiamo la storia come stazionaria, mentre gli eventi rari sono inattesi ma accadono e non si possono ignorare. Se le persone fossero razionali individuerebbero nel passato le regolarità prevedibili a ci si adatterebbero in modo tale che l'informazione passata sarebbe completamente inutile. In un contesto in cui la condizioni possono cambiare con eventi rari e improvvisi, a sopravvivere non sono necessariamente i più adatti: saranno semplicemente quelli che sopravvivono.
  
Il cuore e il cervello non agiscono di concerto, siamo esseri emotivi più che razionali: le nostre azioni sono guidate dalle emozioni più che dalla razionalità. Così non distinguiamo l'informazione dal rumore o creiamo semplici nessi di causalità in fenomeni che invece sono complessi e multivariati, senza considerare il livello di confidenza. Siamo fatti per vedere relazioni di dipendenza tra le cose che succedono, creando legami di causa-effetto che non esistono o, addirittura, superstizioni.
    Le emozioni ci servono per formulare le idee e avere l'energia per metterle in pratica. Se siamo consapevoli di questo, possiamo applicare degli accorgimenti per evitare errori. Il nostro sapere è sempre provvisorio: si possono utilizzare dati e informazioni per confutare una proposizione, mai per confutarla. Per gestire la casualità occorre avere mente aperta e critica, consapevolezza di essere fallibile. Lo scettico sostiene che nulla può essere accettato con certezza e che è possibile trarre conclusioni con diversi gradi di probabilità da usare come guida. Non esiste dipendenza dal passato, siamo liberi di rivedere le nostre opinioni e non dobbiamo affezionarci alle nostre idee. Di fronte al caso dobbiamo comportarci con dignità, non attribuire al caso le nostre colpe e dei nostri fallimenti e assumerci il merito dei successi fortunosi. Quel che si ottiene senza l'aiuto della fortuna è più resistente rispetto a quello dovuto al caso. Raggiungere i medesimi risultati senza il ricorso alla fortuna ha una valenza diversa.

 Stewart I. Dio gioca a dadi?

 Il caos è definito “un comportamento stocastico che si verifica in un sistema deterministico”: sistemi non lineari semplici non necessariamente possiedono proprietà dinamiche semplici. E’ davvero comune e concreto, ma non lo conosciamo ancora abbastanza perché è sottile e complicato ed è un concetto che oltrepassa tutti i confini disciplinari della scienza, unifica ordine e disordine.
    L’umanità si sforza di comprendere le regolarità della natura, le leggi della complessità dell’universo, di creare ordine dal caos. I matematici erano riusciti a capire una parte dell’ordine presente nell’universo e ritenevano che la parte restante non fosse conosciuta per la sua complessità. I fenomeni complessi erano ritenuti comprensibili nelle loro regolarità del comportamento medio e delle probabilità, non nei dettagli. La matematica classica, ritenendo che l’universo fosse meccanicistico, si è concentrata sulle equazioni lineari, più facilmente risolvibili, ma la natura è inesorabilmente non lineare. Il caos è una combinazione meravigliosa tra imprevedibilità e stabilità. Il movimento a lungo termine di un sistema complesso è indeterminato in quanto è possibile predirlo solo se conosciamo il punto di partenza con precisione infinita. Piccole imprecisioni (quali l’arrotondamento al decimo decimale dei calcoli dei computer) o perturbazioni hanno effetti molto ampi nel lungo termine (effetto farfalla). Ma l’altro aspetto del caos, la stabilità, è caratterizzato dalla presenza di motivi ricorsivi (attrattori), strutture caratteristiche che a volte si presentano in sistemi diversi.
    La relazione tra caso e caos è complessa e spesso poco chiara. Il caos quando si manifesta ci avverte che la nostra conoscenza del fenomeno è imperfetta e imprecisa. Un sistema dinamico reale, che cambia il proprio stato nel tempo, appare deterministico se, ignorando gli effetti esterni imprevisti, riportato ad uno stato che assomiglia a quello iniziale si comporta, per scale temporali brevi, per lo più nello stesso modo. La casualità nasce dalla mancanza di informazione su un sistema più ampio e per scale temporali più lunghe. Gli errori, le approssimazioni, i limiti delle misurazioni si accrescono col tempo secondo una certa velocità di crescita: più è elevata e più il sistema diventa caotico. Il sistema probabilistico offre rappresentazioni grossolane delle dinamiche deterministiche complesse. Le probabilità sono regolarità che originano da una dinamica deterministica, mentre il caos deterministico basa le proprie regolarità sulla ricorrenza.
    Quando la dinamica di un sistema diventa caotica, è necessario un compromesso tra precisione della conoscenza dello stato corrente e il periodo di tempo in cui possiamo fare previsioni. I fenomeni irregolari non richiedono necessariamente equazioni complesse in quanto anche equazioni semplici possono spiegare comportamenti complessi. Il problema è che per studiare sistemi caotici si devono cambiare i metodi sperimentali, perché i fenomeni sono sensibili ai lievi mutamenti delle condizioni iniziali si presentano inadeguati ai tradizionali controlli sperimentali.
  
La complessità dà luogo all’emergenza di regolarità più semplici in cui il tutto è maggiore della somma delle parti, ad autorganizzazioni (adattive) con proprietà nuove che possono anche apprendere dall’ambiente. La nostra comprensione della maggior parte dei fenomeni deve riguardare ambiti definiti e deve necessariamente essere indipendente dai dettagli fini.

 Taleb N.N. Il cigno nero

 Una sola osservazione può confutare un’asserzione generale. In questo si palesa la fragilità della nostra conoscenza. Un cigno nero è raro, ha un impatto enorme ed è prevedibile solo retrospettivamente: è un evento isolato che non rientra nelle nostre normali aspettative ma ha un impatto enorme e ci spinge ad elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa. Tendiamo a ricercare conferme delle nostre conoscenze (empirismo ingenuo) a comportarci come se i cigni neri non esistessero, come se potessimo interpretare e mutare il corso della storia. Ma in realtà gli eventi comuni (ciò che si sa, quello che appare sensato) diventano irrilevanti e il mondo diventa più complicato (ciò che non si sa diventa molto più importante), dominato da ciò che è estremo, sconosciuto, molto improbabile. Dobbiamo accettare la loro esistenza, diffidare degli “esperti” e cercare di collezionare il maggior numero di opportunità, focalizzarsi sugli estremi. La rappresentazione mentale della realtà sulla base di schemi (platonicità) ci fa credere di conoscerla meglio di quella effettiva, ma non sappiamo dove la mappa sia sbagliata: il divario tra quello che si sa e quello che si crede di sapere può essere pericolosamente ampio. Categorizziamo per capire, per ridurre la complessità del reale, ma queste categorie hanno natura arbitraria, confini indeterminati, e dobbiamo essere in grado di modificarle.
    La storia è opaca, si osservano gli eventi ma non ciò che li genera: ci illudiamo di comprenderla, ma il mondo è più complicato di quello che pensiamo, la possiamo valutare solo retrospettivamente. Escogitiamo giustificazioni per trovare senso in ogni cosa e non accettiamo l’imprevedibilità, per cui l’esame del passato ci dà solo un’illusione di capire la storia. Guardiamo all’indietro in modo distorto, tendiamo a ricordare le informazioni che in seguito confermano i fatti dimenticando il resto e ingannando noi stessi. 
  
Siamo ciechi agli eventi estremi in relazione a diversi difetti cognitivi: l’”errore di conferma”, la “fallacia narrativa”, l’”illusione di regolarità”, la “distorsione delle prove silenziose”.
    L’”errore di conferma” consiste nel cercare solo le conferme alle nostre idee, perché la nostra mente non è stata progettata per un ambiente complicato: la terminologia usata o la disposizione delle parole cambia la nostra percezione e le nostre decisioni; tendiamo ad avere difficoltà a comprendere e ad applicare di concetti statistici più complessi, anche se astrattamente conosciuti; cerchiamo casi che confermano la nostra storia o la nostra visione del mondo, mentre non cerchiamo casi negativi, epistemologicamente più importanti. Abbiamo ereditato meccanismi mentali adatti ad un ambiente molto più semplice.
    La “fallacia narrativa” è la predilezione di storie che hanno una spiegazione, un filo logico che tiene insieme i fatti, rispetto ai fatti grezzi. Li rendono sensati e facilmente memorizzabili e rafforza la convinzione della comprensione, ma ostacola la percezione dei fatti, dei dettagli, della casualità, degli eventi imprevedibili. Siamo inclini a dimenticare i fatti che non hanno un ruolo nella narrazione e, quindi, la vera sequenza degli eventi. Anche i media tendono a dare una narrazione dei fatti per renderli più credibili.
    L’”illusione della regolarità” si basa sul fatto che le nostre intuizioni, le nostre emozioni sono fatte per la linearità: ci gratificano le positività piccole ma stabili. Il mondo è, invece, molto più non lineare di quanto crediamo.
    La distorsione delle “prove silenziose” è il bias tra ciò che si percepisce e ciò che esiste: si raccontano solo le storie di successo, di quelli che vincono (chi fallisce non scrive le proprie memorie). Riusciamo così a vedere la conseguenze ovvie e visibili, ma non quelle che lo sono meno e che possono essere più significative. Ciò diminuisce la nostra percezione dei rischi.
  
Il pensiero umano è sprofondato nella mentalità scientifica dall’illuminismo. Calcoliamo invece di pensare e di dubitare delle nostre credenze, di capire la vaghezza dell’incertezza.
    Pensiamo di sapere più di quello che affettivamente sappiamo (”arroganza epistemica”), ma le nostre previsioni risulteranno errate in quanto sottovalutiamo l’incertezza. Le nostre idee sono vischiose, cambiamo opinione con difficoltà perché cerchiamo soltanto le conferme e più informazioni abbiamo, più siamo in grado di formulare ipotesi che di conferma. Quanto più l’ambiente di riferimento è mutevole più sbagliamo perché siamo in grado di prevedere solo l’ordinario e non l’irregolare. Quando abbiamo ragione la attribuiamo alle nostre competenze, negli altri casi o non lo ammettiamo o l’attribuiamo a fattori imprevedibili, al caso. Le decisioni devono essere prese in relazione agli eventi estremi, poco probabili ma molto dannosi.
  
L’approccio mentale da seguire è quello di diffidare della nostra conoscenza (“umiltà epistemica”), essere sicuri di ciò che è sbagliato, non di ciò che è giusto, sospendere il giudizio.
    Le strategie da utilizzare sono quelle di capire le cose che non si sanno, distinguere le conseguenze negative  da quelle positive, massimizzare la serendipità, concentrarsi sulle conseguenze, non sulle probabilità.
    La globalizzazione accentua l’effetto contagio, l’effetto rete, amplificando le conseguenze negative degli eventi imprevedibili, sono più rilevanti gli eventi estremi.

  Onado M. I nodi al pettine

Il credito è cresciuto ad un ritmo mai conosciuto, fino a perdere ogni riferimento con la realtà produttiva. Grazie al credito molte famiglie hanno consumato più di quanto guadagnavano. L’aumento della ricchezza in azioni è stato il fattore decisivo che ha indotto le famiglie ad aumentare in modo significativo il proprio indebitamento.
    Non si tratta di scegliere tra Stato e mercato, ma di avere più Stato per scrivere le regole necessarie al funzionamento efficace del mercato e per farle rispettare. Occorre adeguare la normativa finanziaria ad una realtà che cambia alla velocità della luce. La crisi, infatti, è venuta essenzialmente dai prodotti della nuova finanza: “attività tossiche”, “mercati oscuri”, “sistema bancario ombre”. Le autorità di Vigilanza non sono state consapevoli dei rischi che il sistema finanziario si stava assumendo e non conoscevano la loro situazione. Ci sono voluti venti anni da Basilea 1 a Basilea 2, entrata in vigore nel bel mezzo della crisi.
    I banchieri sono impopolari: il settore è, per sua natura, intrinsecamente predisposto a crisi e per questo motivo è protetto. Le banche in crisi sono oggetto di provvedimenti di salvataggio occulto o palese; le truffe sono frequenti; la finanza sembra essere sempre dalal parte dei più forti e dei privilegiati e cade sempre in piedi.
    I mercati azionari sono passati dall’ottimismo all’euforia, che abbassa il livello di critica; i tassi sono stati portati al di sotto dei valori di equilibrio. Le famiglie sono diventate più ricche ma anche più indebitate: la casa è diventata un bancomat e hanno considerato accettabili oneri e rischi insostenibili. Il castello di carta della finanza, la trasformazione dei crediti in titoli, sono cresciute troppo ; l’innovazione finanziaria ha fatto perdere i punti di riferimento reali. Le autorità di Vigilanza hanno permesso che ciò avvenisse senza regolamentare la nuova finanza ed esercitando il loro potere su un segmento limitato del sistema finanziario mondiale, ritenendo che la nuova finanza riguardasse solo gli operatori qualificati.
  
L’inadeguatezza delle regole rispetto alla realtà porta a libertà nuove non regolate dalle norme: crescita eccessiva, capitalismo delle relazioni personali, corruzione, truffe e violazioni delle norme sono una costante in queste situazioni. Diventa facile costruire situazioni apparentemente di grande successo, ma in realtà basate su schemi irregolari o illeciti.
    Le autorità di Vigilanza, le agenzie di rating, i revisori contabili, i controlli interni, i consigli di amministrazione e i collegi sindacali non sono intervenuti per due sostanziali motivi: il convincimento che il mercato è fondamentalmente perfetto e l’idea che sia cosa giusta assecondare la rincorsa ai profitti bancari. Le autorità di vigilanza hanno sottovalutato i segnali della crisi e sopravvalutato la resilienza del sistema e degli operatori. Non hanno avuto sufficiente visibilità della situazione complessiva e si sono affidati troppo al mercato, alimentate dalle pressioni lobbistiche. I meccanismi di controllo societario non hanno funzionato: i modelli di business erano troppo rischiosi e sono stati influenzati dall’ottimismo e dalla tendenza a vedere solo i risultati reddituali di breve periodo. I conflitti di interesse sono stati sottovalutati.
    L’autoregolamentazione ha tragicamente fallito, la politica ha rialzato la testa. Scartata la nazionalizzazione delle banche il compito è quello di riscrivere le regole, ma non ha ancora dimostrato di avere le idee chiare. Sono state acquistate le attività tossiche e fatti interventi sostanziosi da parte delle banche centrali, ma ora occorre restituire il sistema finanziario al mercato. Le regole devono essere internazionali ma è illusorio un organismo internazionale di Vigilanza, meglio rafforzare la collaborazione. Alla BCE devono essere assegnate funzioni di supervisione. Occorrono più regole, più capitale, meno debiti e, in particolare, più trasparenza e informazione, soprattutto sui rischi. Le banche hanno deviato dalla loro missione originaria di finanziare l'economia reale per nuovi modelli di business che inseguono obiettivi di massimizzazione dei profitti a scapito dell'interesse generale. Il modello originate to distribuite ha sgretolato le basi del rapporto finanziatore finanziato, lo ha allentato. Le banche devono mantenere a proprio carico una certa percentuale di rischio per evitare la deresponsabilizzazione; la commistione tra investment banking e credito crea conflitti di interesse; le banche devono essere più vicine agli utenti finali; i mercati devono tornare a funzionare per l'interesse degli investitori finali e rafforzare il ruolo degli investitori istituzionali. Il capitalismo finanziario deve assumere un volto umano.

  Castells M. Comunicazione e potere

Il potere è la capacità relazionale che permette ad un attore sociale di influenzare asimmetricamente le decisioni di altri attori sociali, in modo tale da favorire la volontà, gli interessi e i valori dell'attore. Il potere è esercitato con mezzi di coercizione e/o con la costruzione di significato sulla base dei discorsi. Nella relazione l'influenza è sempre reciproca, ma in una relazione di potere c'è sempre un maggior grado di influenza di un attore sull'altro: violenza, costruzione di significato a favore di interessi e valori specifici che crea potere attraverso il consenso e un processo di legittimazione. Lo Stato è una comunità che rivendica il monopolio sull'uso legittimo della violenza all'interno di un territorio; la nazione è la comunità del sentire. Le relazioni di potere esistono in specifiche strutture sociali, ma non sono più solo locali: lo stato-nazione evolve come nodo di una struttura a rete. Una rete è una struttura di comunicazione complessa, costituita da un  insieme di nodi interconnessi, alcuni dei quali più rilevanti (centri), perché più capaci di contribuire all'efficacia della rete. La rete ha un unico scopo, flessibile nell'esecuzione, in modo da potersi continuamente riconfigurare. Le tecnologie di comunicazione ne fanno  le organizzazioni più efficienti per la flessibilità, scalabilità (cambio di dimensione) e capacità di sopravvivenza. La società in rete ha una struttura che ruota intorno a reti attivate da tecnologie di informazione  e della comunicazione ed è potenzialmente globale attraverso la connessione in rete delle reti. Lo spazio è il supporto materiale nella pratiche sociali di condivisione del tempo, la costruzione di simultaneità. La tecnologia consente di creare simultaneità senza contiguità, lo spazio dei flussi. Questo dissolve il tempo scompigliando la sequenza degli eventi, rendendoli simultanei (tempo acrono), è il tempo compresso del qui e ora che cancella la storia, della gratifcazione immediata. La cultura, l'insieme dei valori e delle credenze che informano, guidano e motivano  il comportamento della gente, è globale ma si specifica in specifiche identità che comunicano attraverso protocolli: le culture diverse hanno valori diversi ma condividono i valori della comunicazione. Gli stati nazionali in rete evolvono: si associano in reti di stati, costituiscono istituzioni internazionali per affrontare questioni globali, devolvono potere localmente. Lo stato a rete emergente condivide responsabilità e sovranità con gli altri, è flessibile nella governance e diversifica i tempi e gli spazi delle relazioni con i cittadini. Agendo unilateralmente per realizzare gli interessi nazionali, in un mondo multilaterale, mettono a repentaglio la sicurezza. Il potere nella società in rete si esplica nel potere retificante, di inclusione/esclusione, il potere in rete degli standard sulle componenti e il potere reticolare, di creare, programmare  reti e di connetterne altre (potere di commutazione).
    La comunicazione è la condivisione di significato tramite lo scambio di informazioni. Il processo di comunicazione è definito anche dalla tecnologia. La comunicazione sociale, di massa, a differenza di quella interpersonale può essere oltre che interattiva anche unidirezionale (one to many o many to many). La autocomunicazione di massa è quella comunicazione di massa autogenerata e autodiretta (sms, You Tube, ecc.). Il cambiamento tecnologico (wireless, Internet) ha fatto emergere nuovi media, che influenzano quelli tradizionali e anche le relazioni di potere. I media operano prevalentemente secondo una logica commerciale, le medesime logiche che hanno trasformato il business (globalizzazione, digitalizzazione, deregulation) hanno influenzato anche i media: sono oligopolistiche e concentrano i propri interessi a livello nazionale ma sono connesse in reti globali organizzate intorno a partnership strategiche che  replicano e trasferiscono contenuto tra piattaforme di distribuzione (giornali, internet, televisione, ecc.). I governi hanno progressivamente abbandonato e liberalizzato il controllo sui media, regolamentandone l'attività. Ma le nuove tecnologie sono difficili da controllare. Il successo delle reti di comunicazione dipende dalla capacità di attirare altre reti, come quella della finanza, della pubblicità, dell'informazione, della politica, ecc.
    La comunicazione avviene attivando menti nella condivisione di significato. La mente è il processo di creazione e manipolazione di immagini visive nel cervello (idee che corrispondono a modelli neurali) che possono essere consapevoli o meno. Il cervello elabora segnali che provengono dall'interno del corpo e dagli organi sensoriali che catturano le alterazioni dell'ambiente. Le associazioni delle immagini sensoriali sulla base dei modelli presenti nel cervello che ricostruiscono la realtà sulla base delle emozioni, idee, sentimenti. Gran parte dell'elaborazione della realtà è inconscia. Ma la ricostruzione del tempo e dello spazio richiede un livello superiore di manipolazione delle immagini, richiede la mente conscia per integrare ragionamenti, sentimenti, emozioni. Le emozioni, in particolare, sono indotte dalle percezioni degli eventi sulla base di mappe mentali, originate dalla spinta alla sopravvivenza. Il nostro cervello pensa per metafore, tramite le quali si costruiscono le narrazioni. Queste sono costituite da frame, reti neurali di associazioni cui è possibile accedere  attraverso il linguaggio, che associa alle parole e alla comunicazione non verbale dei campi semantici. Le persone selezionano le informazioni per giungere a decisioni, su cui le emozioni svolgono un ruolo determinante. Ma anche la comunicazione è importante per attivare  i processi decisionali consci. Sono le emozioni (ansia, rabbia, paura e entusiasmo), però, che allertano la valutazione razionale soprattutto nelle decisioni di tipo politico: l'ansia, ad esempio, in un ambiente ad alto pericolo e se non supera una certa soglia, porta ad una attenta elaborazione delle informazioni, mentre in situazioni di basso pericolo predomina la rabbia. La gente cerca informazioni facilmente richiamabili che confermino i propri valori. La gente crede quello che vuole credere e e le persone più istruite sono più capaci di elaborare informazioni che sostengono le convinzioni. E' su questi sentimenti che agiscono le campagne politiche. Per questo emozioni e informazioni sono collegati. La gente vota per il candidato che suscita i sentimenti giusti, non quello con gli argomenti migliori.

  
La politica è il processo di allocazione del potere nelle istituzioni dello Stato, in larga misura basato sulla capacità di plasmare la mente umana mediante il trasferimento di senso indotto dalla costruzione di  immagini. I media sono i vettori di comunicazione decisivi. I media non rappresentano il potere ma sono lo spazio dove si costruisce il potere. Ma i media non sono neutrali, in quanto gli attori politici devono accettare le regole dell'intervento mediatico, il linguaggio e gli interessi dei media (audience, business). Gli attori politici devono assicurarsi l'accesso ai media per poter trasferire messaggi e produrre immagini. La rete politica è connessa con quella mediatica e con quella finanziaria (l'accesso ai media è influenzato dagli interessi commerciali). L'audience cresce con l'intrattenimento, con il sensazionalismo, non con l'approfondimento, su cui è basata la democrazia; l'infotainment è la strategia mediatica dominante. La necessità di incidere sulle emozioni porta alla personalizzazione della politica, alle storie di successi, a detrimento dei partiti: le persone tendono a giudicare il carattere più che valutare questioni sempre più complesse. I messaggi sono costruiti sugli interessi e valori della coalizione, ma questa è costruita sul personaggio. La parte più importante è l'identificazione di questi valori e interessi riferiti a segmenti specifici della popolazione, ma il messaggio è il politico che li impersona. Poi c'è il problema del finanziamento, risolto diversamente nei vari stati, ma che si basa, comunque, sul sostegno lobbistico. La politica mediatica, infine, segue le strategie di stabilire connessioni tra le informazioni  per influenzare i giudizi. La personalizzazione della politica determina l'uso politico degli scandali, sensazionalistici, emotivi, spettacolari che mettono in secondo piano i contenuti.  Si percepisce più corruzione e cala la fiducia nella politica e, a volte, anche nei media. La televisione resta lo strumento mediatico più influente, ma stanno crescendo gli strumenti indotti dalle nuove tecnologie: internet e wireless.