Nel
pensiero sociale per Popper Platone non fu il successore di Socrate ma il suo
traditore per aver abbandonato l'individualismo e l'egualitarismo (di fronte
alla legge) a favore di una società organicistica (società chiusa),
antiliberale e tendenzialmente tribale e decisamente totalitaria. Ciò non
toglie valore a molte delle critiche di Platone alla democrazia, che ne
delineano i limiti e i pericoli. La capacità politica, secondo gli antichi (Protagora),
non si basa sul sapere tecnico, che non è distribuito equamente nella
popolazione, ma sulla giustizia (dike) e sul rispetto reciproco (aidos), che
invece lo sono, fondamento ideologico della democrazia. Platone contrasta questo
assunto ritenendo la competenza l'elemento fondante della capacità politica e
che le persone non siano realmente consapevoli di capire quali siano i propri
interessi e che non abbiano una attitudine morale: solo pochi hanno la capacità
di esercitare il pieno controllo della ragione sulle istanze irrazionali
(passioni, ambizioni, appetiti). Secondo Platone, le istanze irrazionali
lasciano la società in preda ai demagoghi, all'arte della persuasione e
dell'ottenimento del consenso. La libertà e l'uguaglianza possono portare gli
uomini a scegliere di essere governati da un tiranno (paradosso della libertà).
La società fondata sulla competenza e sulla virtù non può essere democratica:
l'eguaglianza (delle capacità) deve essere un obiettivo della società, non il
suo presupposto.
Secondo Platone nella democrazia ("un mantello
variopinto ricamato con ogni sorta di fiori") ogni desiderio ha la stessa
dignità, il piacere si sostituisce al bene, alla libertà la licenza e la
tolleranza disperde la gerarchia dei valori. Una situazione di anarchia in cui
è assente un progetto di miglioramento etico-morale, che preclude al ripristino
dell'ordine e all'autoritarismo.
Il principio della competenza (dei politici) è sicuramente
una critica applicabile alla società moderna; il rischio della demagogia è
sicuramente attuale, enfatizza le paure e che sfrutta i mezzi di comunicazione
di massa.
Il
modo di pensare delle persone determina il destino delle norme e dei valori su
cui le società si fondano. La comunicazione e l'informazione hanno un ruolo
importante nel controllo delle menti, tanto più nella società in rete, dove i
media estendono la loro portata a tutti i campi della vita sociale. Il sistema
politico viene messo in scena dai media per i consumatori della politica: è
nello spazio dei media che si proietta, si svolge e si decide la lotta per il
potere. Il rischio demagogico aumenta perché si tende a proporre quello che il
consumatore desidera. Il linguaggio dei media è costruito su immagini non
necessariamente visuali, e il messaggio più semplice è il volto umano. La
politica si personalizza intorno ai
valori propugnati e impersonati dal leader. La distruzione della credibilità e
dell'immagine è l'arma più potente, ma la politica scandalistica delegittima
tutta la politica. Se il potere deriva dalla capacità di influenzare i
cittadini, i nuovi strumenti tecnologici (internet, telefonia mobile, social
network) aiutano la democrazia, creando reti di comunicazioni orizzontali, peer
to peer, l'auto-comunocazione di massa, che rielabora qualsiasi contenuto
per un'audience globale. Un medium autonomo, straordinario, ispirato a valori
assai diversi che può contrapporsi alle istituzioni e ai poteri economici e
politici consolidati, mobilitandosi in qualsiasi luogo virtuale o reale. È
essenziale, però, che i cittadini abbiano una buona istruzione.
La
campagna di Obama ha cambiato il modo di fare politica. E’ riuscito a
coinvolgere larghe masse di popolazione prima escluse o disinteressate che hanno
diffuso le sue idee tramite i social network. Ciò gli ha consentito di
raccogliere fondi senza doversi rivolgere alle lobby di potere.
Ovviamente non contano solo gli strumenti: i contenuti veicolati sono stati
ritenuti convincenti, credibili o entusiasmanti. La realtà ha ancora la sua
importanza. La società è più aperta perché non tutto è manipolabile, non
tutto è mera rappresentazione. Conta molto l'istruzione: più l'opinione
pubblica è istruita più è sganciata dall’appartenenza.
Il
rischio è che questi sistemi possano diventare il volano dell'irrazionalità.
La rete contiene una grande quantità di sciocchezze, anche perché gli
intellettuali l'hanno snobbata. Deve costruire una credibile gerarchia di
valori.
Un
altro problema dei social network è che essi rimasticano le notizie
scoperte dai giornalisti. La gratuità di internet a scapito della carta
stampata può rendere poco remunerativo il giornalismo da prima linea.
Non
è l'inflazione il principale problema, ma la caduta dei prezzi che porta alla
trappola del debito. Il rapido sviluppo della globalizzazione senza contrappesi
al potere delle corporation, ha accelerato l'insostenibile crescita dei
profitti e il declino dei salari, che si è cercato di contrastare con la
politica a favore del finanziamento del consumo e degli immobili. Il libero
scambio deve essere accompagnato da appropriati diritti del lavoro, per
aumentare i consumi senza provocare una inflazione degli asset come
sussidiario della crescita. La caduta dei prezzi degli asset e
l'insostenibilità del debito hanno creato pressioni sul reddito dei salariati e
la riduzione dei consumi. Deve essere riequilibrato il potere tra capitale e
lavoro. La vera causa della crisi finanziaria consiste nella deflazione
conseguente dall'eccesso di offerta dipendente dal potere delle grandi imprese
che, nonostante la crescita economica, sono riuscite a mantenere bassi i salari.
La politica cinese di bassi salari e elevati investimenti non riequilibra la
domanda. La Cina è cresciuta rapidamente non per l'innovazione, ma grazie alla
scarsa regolamentazione, alla politica di mantenere bassi i salari che ha creato
le opportunità delle multinazionali di tagliare i costi del lavoro, e la favore
nei confronti dei flussi di capitale, I costi ambientali sono stati elevati, così
pure la redistribuzione del reddito. La crisi ha fatto cadere i prezzi di molti
beni di consumo e degli immobili, generando un effetto ricchezza.
L'aumento
del debito è stato favorito dalla politica monetaria orientata alla crescita
attraverso bassi tassi e il credito facile. La bolla immobiliare
assicurava guadagni netti in conto capitale. Quando arriva
inevitabilmente il crunch, l'attivo cade molto più velocemente del
passivo e porta ad un'ulteriore caduta dei prezzi immobiliari. I guadagni sono
persi. A quel punto si è formata una trappola della liquidità:
ulteriori riduzioni dei tassi non hanno efficacia.
Il
libero scambio è positivo quando le corporation non ne abusano per
tagliare i costi e aumentare i profitti, altrimenti è destinato a fallire.
Le fondamenta istituzionali e i
principi etici sono più importanti dell’economia. Senza equità e giustizia
le persone non sono motivate a raggiungere i propri fini e l’economia non può
prosperare. La giustizia economica consente alle persone di vivere e di
diventare membro produttivo della società: tutti vogliono essere trattati
equamente ed essere giudicati secondo i propri meriti per realizzare liberamente
le proprie aspirazioni. Le società giuste sono quelle economicamente più
robuste.
L’economia dal basso è un sistema giusto che motiva a
lavorare e a istruirsi, ricompensa equamente e realizza il vero cambiamento. Ma
è lo Stato che deve agire per esprimere i valori comuni, il senso di
responsabilità, la solidarietà e la giustizia economica. Il libero mercato
premia il lavoro, lo sforzo, la dedizione e l’intelligenza solo se
adeguatamente regolato e se lo Stato affronta i problemi della sicurezza
sociale, della salute pubblica, dell’ambiente e delle altre esternalità. E’
inoltre fondamentale la cooperazione e l’azione dei cittadini che deve essere
incoraggiata dall’azione dello Stato.
Wall
Street
deve essere riformata, i mercati sono troppo poco regolamentati:
-
non
deve esserci posto per le manipolazioni;
-
gli hedge fund e le compagnie assicurative monoline non hanno capitali sufficienti;
-
le
banche devono onorare i contratti con i clienti;
-
le corporation rappresentano un’indebita pressione sul Congresso;
-
le
situazioni monopolistiche non sono mai giustificate ed esprimono troppo potere.
Le pari opportunità sono racchiuse nel diritto di ogni
individuo alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità: questo è
quello che rende l’America differente dai suoi antenati europei. Una
restrizione delle opportunità economiche rallenta la crescita. Attualmente la
disuguaglianza prende corpo al momento della nascita in relazione alla
ricchezza, alla razza, ecc.. Una tassa sulle eredità dei cittadini più ricchi
riduce l’ereditarietà dei privilegi legati alla ricchezza; garantire un
salario dignitoso a chi lavora; espandere l’imposta negativa sul reddito e la
malattia retribuita, i congedi parentali e per malattia, il credito d’imposta
per bambini a carico. L’istruzione
è la chiave delle opportunità: garantire l’istruzione prescolare universale,
migliorare il sistema educativo specie in matematica e nelle scienze, premiare
gli insegnanti, incoraggiare e favorire l’istruzione universitaria,
soprattutto ai meritevoli. Eliminare le barriere all’avanzamento nel lavoro
nei confronti delle donne e delle minoranze motiva a lavorare sodo per se stessi
e per la collettività.
Il
libero mercato ha il potere di creare lavoro e incoraggiare la creatività, ma
lasciato a se stesso oscilla pericolosamente. È compito dello Stato assicurare
che i mercati finanziari rimangano stabili e forti, soprattutto attraverso una
loro regolamentazione. Alcune proposte concrete riguardano la protezione della
prima casa, la repressione delle frodi e dei comportamenti predatori, la
trasparenza nel settore dei mutui subprime, l'informativa sui prestiti
che consenta confronti, la chiusura delle scappatoie legali nelle bancarotte
delle compagnie di mutui, la riduzione delle pratiche rapaci nelle carte di
credito, mettere un tetto ai tassi di interesse. Inoltre occorre una riforma dei
requisiti delle banche, soprattutto del capitale, della leva finanziaria e dei
loro conflitti di interessa, come pure delle agenzie di rating e dei derivati.
La più importante riforma da compiere è quella di
sconfiggere gli interessi particolari che corrompono il processo democratico.
Obama ha rifiutato denaro dai lobbisti per innalzare il tasso etico della
politica. Tra le iniziative in tal senso la riforma sulle campagne di
finanziamento e un Google per il governo per informare il cittadino sulle spese
del governo. Un database consultabile per il monitoraggio delle regole etiche.
Il commercio internazionale porta trasparenza e buon governo
ma necessita di regole per la sicurezza dei lavoratori e dei consumatori.
Occorre evitare una corsa al ribasso dei salari e più basse garanzie sociali, a
favore di un salario minimo adeguato, di libertà sindacale e di diritto di
sciopero. Se da una relazione commerciale la maggioranza della popolazione non
ne beneficia, si dovrebbe porvi fine.
Occorre individuare nuovi modi di affrontare il trade-off tra ambiente e sviluppo. Il piano di Obama prevede: tetti
massimi e incentivi alla riduzione delle emissioni, attraverso un sistema di cap
and trade, la lotta alla deforestazione; l’incoraggiamento all'uso di
fonti alternative per raggiungere l'indipendenza energetica, attraverso
investimenti in energia pulita, il finanziamento della ricerca energetica, la
diffusione del carbone pulito, la diffusione dell'etanolo e dell'agrofuel
(che però produce più emissioni e il raddoppio dei prezzi dei cereali);
l'aumento del risparmio energetico, attraverso una maggiore efficienza dei
veicoli, il miglioramento degli standard energetici, la costruzione di una rete
elettrica intelligente; ristabilire il ruolo degli Stati Uniti come paese guida
nelle negoziazioni dei gas serra, attraverso la creazione di forum dei paesi
maggiormente responsabili delle emissione, l'adesione alla convenzione delle
Nazioni Unite.
La sanità è insufficiente. Occorre ridurre i costi e
assicurare una maggiore copertura attraverso la garanzia di una copertura
sanitaria agli americani che ne sono privi, la riduzione del costo delle
malattie gravi, l'aiuto ai malati, la garanzia della qualità delle cure,
l'investimento nelle tecnologia, l'aumento della concorrenza nel mercato
farmaceutico e assicurativo, l'abbassamento dei costi dei medicinali, il
miglioramento dell'assistenza per i malati mentali, l'eliminazione degli eccessi
burocratici.
La Social Security deve essere accessibile a tutto il popolo
americano. Le misure previste sono:
-
rendere il piano di sicurezza autosufficiente innalzando la soglia di
reddito su cui si pagano i contributi e non considerare le erogazioni come un
diritto acquisito ma assicurarle solo ai bisognosi. Chiedere agli anziani che
non hanno problemi una maggiore contribuzione;
-
riformare la legge sul fallimento per proteggere lavoratori e pensionati;
-
eliminare l’imposizione fiscale sui redditi inferiori a 50.000 $ per i
lavoratori in età pensionabile;
-
ridurre il prezzo dei farmaci;
-
rafforzare l’assistenza sanitaria evitando gli sprechi e i sussidi alle
assicurazioni.
Privatizzare il sistema previdenziale è dannoso perché non c’è
certezza dei rendimenti delle azioni e perché bisogna comunque farsi carico di
chi non ha un capitale accantonato.
La cooperazione è fondamentale per garantire al Paese la
prosperità economica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una profonda
erosione delle norme e dei principi che hanno permesso al nostro mercato di
funzionare e alla nostra economia di crescere. Invece di pensare a ciò che è
buono per l’America si è diffusa la mentalità secondo cui se va bene per me
il resto non conta, una mentalità che vede nel conflitto di interessi
un’opportunità di profitto. Chiudere un occhio sul nepotismo e sui favori
personali può metterci tutti nei guai; il mercato non può essere truccato o
egemonizzato dai lobbisti. La corruzione è un impedimento alla cooperazione
sociale. Quando la comunità è più estesa, l’anonimato è maggiore e non
funzionano i meccanismi reputazionali. Se i problemi si collocano
su scala nazionale o internazionale è assai difficile che la
cooperazione si sviluppi senza democrazia: solo questa è in grado di
coinvolgere i singoli nelle decisioni per loro più importanti.
E’ necessaria la diffusione di un senso d’indignazione
morale per superare i problemi che, per quanto gravi e minacciosi, i popoli
affrontano e riescono a superare quando decidono di passare all’azione. E’
l’empatia, che ha carattere razionale, che si spinge all’azione e alla
sollecitudine verso il prossimo. Le persone devono essere sufficientemente
arrabbiate affinché decidano di attivarsi per cambiare le cose. La cultura
scientifica individualistica e scettica del nostro tempo manifesta diffidenza
nei confronti dei principi basati più sulla fede che su dimostrazioni
razionali. Coloro che abbandonano la religione non riescono poi a sviluppare una
comprensione adeguata dei motivi per cui dovrebbero agire in maniera morale ed
etica.
Barak Obama è l’unica persona consapevole del fatto che per affrontare
i problemi che ci stanno di fronte prima di tutto dobbiamo unirci. Chi lo ha
sentito parlare o abbia capito la sua visione e la presa che esercita verso il
popolo americano è sicuro che riuscirà a portare a termine le riforme. Solo
lui può farcela.
Krugman
P. Il ritorno dell'economia della depressione
La
grande depressione degli anni trenta è stata una tragedia che si poteva
evitare: nessuno pensava che potesse succedere di nuovo. Sembrava che il
problema fosse stato risolto definitivamente, ma negli anni novanta molti dei
sintomi erano emersi. La fine improvvisa e misteriosa dell'Unione sovietica,
provocata dalla demoralizzazione conseguente alla crescita dell'Asia, ha portato
al successo politico e ideologico del capitalismo, al tentativo dei paesi
dell'est di transitare al capitalismo e alla scomparsa del sogno socialista. Il
diritto di proprietà e il libero mercato sono diventati principi fondamentali.
L'industria informatica ha cambiato il nostro modo di
lavorare ma soprattutto le strutture e le logiche della nostra economia,
rilanciando l’iniziativa e la creatività delle persone, prima compresse dalla
dominanza delle grandi corporation, e la prosperità. Un misterioso
sistema di eventi ha portato alla globalizzazione che permette di trasferire
tecnologia e capitali nei paesi con manodopera più a buon mercato, mentre in
precedenza i vantaggi dei paesi industrializzati compensavano differenze
salariali di dieci o venti volte. C'è stato un innegabile miglioramento nella
vita della gente comune senza che l'occidente facesse niente. È però aumentata
la disuguaglianza.
La crisi messicana e la crisi
giapponese non ci hanno messo in allarme. Il capitalismo e i suoi economisti
avevano stretto una sorta di patto con l'opinione pubblica: d'ora in poi il
libero mercato non ci creerà più problemi, perché ormai sappiamo abbastanza
cose per evitare ulteriori Grandi Depressioni (sintesi neoclassica o keynesiana).
La paura della speculazione ha, però consigliato politiche assolutamente
perverse. Se, per qualche motivo, gli investitori ritirano i propri capitali da
un paese, questo ha difficoltà, il mercato azionario crolla, i tassi aumentano
e la riduzione del valore degli asset può portare al collasso di banche,
anche di quelle considerate sane, alla recessione economica e, alla fine, anche
ad instabilità politica. La perdita di fiducia crea una crisi che si
autoalimenta e la psicologia del mercato diventa un fattore cruciale: le
aspettative e i pregiudizi degli investitori entrano a far parte della
situazione economica. Gli attacchi speculativi possono autoalimentarsi e il
bisogno, per un paese, di conquistare fiducia può impedire di seguire politiche
sensate che, però, potrebbero essere percepite dal mercato come rassicuranti.
Con gli hedge fund è
tornata la figura dello speculatore. Gli acquisti a termine effettuati con
danaro che proviene da operazioni allo scoperto, effettuati per un valore
complessivo di centinaia di volte il capitale conferito porta un raddoppio del
capitale ad ogni aumento degli attivi o di una riduzione del passivo di un punto
percentuale. Le operazioni degli hedge fund oltre ad essere rischiose,
sono terribilmente complesse. Ad un
certo punto, la numerosità degli operatori e la competizione hanno reso
difficile guadagnare con questo genere di operazioni: gli hedge fund erano
il mercato, e hanno creato un circolo vizioso di prezzi
in calo e di bilanci disastrati. I premi sulla liquidità hanno raggiunto
livelli inimmaginabili.
La bolla speculativa delle
abitazioni è stata determinata dai bassi tassi di interessi e dalla convinzione
che le vecchie regole non si applicassero più. L'esuberanza irrazionale faceva
investire nel mercato immobiliare senza preoccuparsi di come rimborsare il
mutuo. Gli enti finanziatori erano convinti che i prezzi delle case avrebbero
continuato a crescere all'infinito e non si preoccupavano della qualità dei
prenditori . La cartolarizzazione dei prestiti immobiliari subprime
attraverso le CDO e il tranching delle operazioni sembrava rendere
immuni i titoli senior dal rischio, grazie alle valutazioni delle agenzie
di rating. Questo atteggiamento ha aperto ai subprime su larga
scala. Finché i prezzi degli immobili continuavano a salire, tutto sembrava
andare per il verso giusto, ma la bolla immobiliare ha cominciato a sgonfiarsi.
Ci sono istituzioni che agiscono
come banche ma che sono molto più opache e non sono regolamentate (sistema
bancario-ombra). Questo sistema è diventato enorme nel mercato del credito con asset
a lungo termine rischiosi e illiquidi finanziati da passività a breve termine,
vulnerabili a fenomeni simili alla corsa agli sportelli e senza la possibilità
di usufruire della rete di protezione delle banche centrali. La crisi dell'LTCM
avrebbe dovuto costituire una lezione ma è stata ignorata.
La crisi attuale è molto simile
a ciò cha abbiamo visto in precedenza, però tutto insieme: l’implosione
della bolla immobiliare, un’ondata di corsa agli sportelli, un grosso problema
di liquidità, una discontinuità dei flussi internazionali dei capitali e
un'ondata di crisi valutarie. Il graduale declino dei prezzi immobiliari ha
fatto venir meno gli assunti su cui si basava il boom dei mutui subprime:
gli immobili sono divenuti invendibili e i tassi di insolvenza hanno iniziato a
crescere. Il pignoramento è divenuto un pessimo affare anche perché la
gestione dei mutui è stata lasciata ad entità assolutamente insufficienti e
per la complessità dell'engineering delle operazioni che creava una
complessità giuridica e l'impossibilità di ristrutturare i crediti. Quando le
quote dei titoli della cartolarizzazione meno affidabili hanno subito pesanti
perdite, l'erogazione dei mutui è cessata eliminando un forte elemento di
domanda di immobili e peggiorando la crisi. Anche le quote senior delle
cartolarizzazioni e i mutui concessi a persone solvibili non erano più sicure.
Il sistema bancario-ombra ha subito un tracollo. Queste istituzioni, con asset
illiquidi e passività a breve, e i loro veicoli, hanno subìto una sorta di
corsa agli sportelli senza le tutele del sistema bancario. La perdita di fiducia
ha innescato il deleveraging: il ritiro degli investimenti ha forzato la
liquidazione degli asset, anche di quelli migliori
e la riduzione dei loro prezzi; la liquidità si è assottigliata e le
perdite sono aumentate. Il sistema bancario-ombra si è ridimensionato e i tassi
sui bond USA si sono azzerati e, in alcuni casi, sono diventati negativi. La FED
ha tagliato i tassi e ha finanziato le banche, ma ha perso efficacia perché le
aziende con più basso rating
pagavano comunque tassi molto più elevati. I finanziatori dei mutui sono
spariti lasciando sole Fannie Mae e Freddie Mac, male gestite. La FED non poteva
finanziare le banche non tradizionali e ha dovuto fronteggiare la crisi di
liquidità con una politica monetaria che aveva perso ogni efficacia. Ha
cominciato a finanziare direttamente gli altri operatori e ad acquistare commercial
paper, ma quando opera nel mercato dei privati, si inserisce in un mercato
molto più vasto, su cui può incidere in maniera
molto più limitata. La globalizzazione si è realizzata attraverso
istituzioni fortemente indebitate che
hanno trasmesso la crisi tra paesi e settori. Lasciar fallire la Lehman Brothers
è stato un grosso errore perché ha fatto diminuire la fiducia, ridurre
ulteriormente il valore degli asset e prosciugato la liquidità. La crisi
si è estesa, così, all'economia reale.
Negli ultimi anni il pensiero
economico si è sempre spinto a enfatizzare il ruolo dell'offerta anziché della
domanda. Il problema è che i salari e i prezzi non sono in grado di adeguarsi,
o lo fanno con molto ritardo, all'aumento della disoccupazione. L'economia
dell'offerta si concentra sullo sviluppo tecnologico e sulla crescita di lungo
periodo, mentre nel breve si succedono molte crisi. Il problema è mantenere
abbastanza elevato il livello della domanda e su questo le tradizionali
politiche monetarie e fiscali non bastano più. Nella situazione di scarsità di
domanda i liberi mercati non sopravvivono soprattutto nelle economie meno
sviluppate. La tentazione è quella di considerare la recessione come un
toccasana per il futuro. E' invece importante non cadere nelle trappole della
liquidità, non consentendo che l'inflazione scenda sotto una certa soglia (2%)
così che i tassi possono scendere sotto questa soglia. Ma occorre evitare le
debolezze degli hedge fund e delle istituzioni che operano come le banche
ma prive dei sistemi di sicurezza e arrivare al panico e alla sfiducia. E’
difficile immaginare come evitare controlli sui movimenti di capitale: in queste
situazioni la politica ha un ruolo determinante per proteggere il mercato.
L'analisi economica deve adattare le risposte
ad un mondo che non è mai lo stesso, deve capire le situazioni e imparare nuove
soluzioni anche da vecchi modelli, evitando che le dottrine annebbino la mente.
Il
mondo è tutto ciò che accade (Wittgenstein), perciò il cronista fa esistere i
fatti anche per chi non c’era e ha una responsabilità per questo: scegliere
cosa e come raccontarlo. Non si può essere giornalisti stando seduti alla
scrivania davanti allo schermo per seguire le notizie delle agenzia, la notizia
va inseguita per raccontare il clima e il contesto, essere testimone rinunciando
alla propria soggettività. La televisione è effimera, fa vivere le immagini
del presente. La sua potenza è nella trasmissione sempre in diretta, ma ciò
non consente la riflessione e ostacola la comunicazione di concetti e
informazioni. Far bene la televisione significa far parlare i fatti nelle sue
informazioni essenziali, ritratti minimali ed esaustivi facendo parlare i
testimoni, i volti, i suoni, i rumori e i luoghi; accorciare le distanze tra i
telespettatori e gli eventi. Basta pochissimo per mistificare: il tono della
voce, le pause, i rallentamenti, i gesti, le posture. Non è uno strumento che
riesce a dar spazio e tempo ai dettagli, alle riflessioni e ai dibattiti.
Le
caratteristiche della televisione creano dei problemi quando i fatti
sono troppo crudi. Deve esserci un giusto equilibrio tra diritto di
cronaca e censura: se da una parte non ci deve essere mediazione rispetto al
telespettatore, questo resta indifeso quando l’immediatezza della crudezza e
della violenza non possono essere filtrate dalla riflessione. L‘informazione
deve essere completa, ma devono essere evitate immagini gratuite che servono
solo a spettacolarizzare l‘informazione. L’etica del giornalista gli fa
usare il giusto linguaggio e fasce orarie appropriate, calibrando la forza e la
funzione delle parole e delle immagini; il “sofista” dell’informazione
spettacolarizza l’informazione, sguazza nel torbido, esalta il macabro e il
dolore altrui simulando empatia. Esasperare la notizia è una scelta retorica
(televisione “verità”) che vuole sedurre il telespettatore, non fare
informazione, facendo leva sulla sua emotività e morbosità.
Un
altro aspetto della spettacolarizzazione (esasperazione dei toni e dei
sentimenti, sensazionalismo) è la provocazione. In televisione entra l’uomo
qualunque, il caso umano costruito e confezionato con la retorica delle immagini
e delle parole per catturare l’attenzione dei telespettatori, non in grado di
metabolizzare le immagini, facendo leva sui suoi sentimenti per fare audience.
Si spaccia per vera una manipolazione del reale, per colpire l’emotività che
la televisione ingigantisce con eventi, personaggi ed emozioni. La televisione,
in quanto può creare bisogni, plasmare desideri, indurre a comportamenti, deve
essere pedagogica. E’ giusta l’idea di Popper di una patente per chi fa
televisione.
Le scelte estetiche (moderare i toni, scegliere le
immagini, ponderare il linguaggio, ecc.) hanno una funzione etica in quanto sono
funzionali alla verità e realizzano la funzione pedagogica della televisione.
E’ impossibile separare forma da contenuto. La televisione è un medium freddo
che, se riscaldato dalla drammatizzazione, funziona meno bene perché offre meno
possibilità di partecipazione. L’uso virtuoso della televisione realizza quel
collegamento tra tecnologia e democrazia che garantisce uno spazio di libertà
del cittadino. La televisione offre pulpiti affacciati a masse oceaniche e
vulnerabili all’omologazione, esponendo al rischio dell’indottrinamento e
dal proselitismo. Il testimone deve essere onesto e deve fare un passo indietro
rispetto all’informazione. I valori vivono nelle persone ma si diffondono
attraverso gli strumenti. La televisione deve diffondere valori positivi (la
speranza non la disperazione) e deve essere usata in modo costruttivo. Anche la
politica usa le emozioni come strumento di mobilitazione pubblica e gli
individui sono vulnerabili alla retorica. Gli strumenti della comunicazione sono
indispensabili per fare interagire correttamente i politici con i cittadini se
garantiranno accessibilità e chiarezza dell’informazione.
Akerlof G.A. Shiller R.J. Animal
spirits
L'attuale
crisi finanziaria ci ha reso manifesto che quello che credevamo potesse essere
una remota possibilità (la Grande Depressione) è divenuta una prospettiva
reale. Quella esperienza ci ha insegnato quale denve essere il giusto ruolo
dello Stato in un'economia capitalistica. Quando finalmente sono state applicate
le politiche keynesiane, la disoccupazione è sparita e il dopoguerra è stato
un successo. In quel periodo vi erano due linee economiche: quella dello Stato
minimo e il socialismo. La visione keynesiana non si basa su agenti razionali,
ma presuppone che l'attività economica sia governata dagli “animal spirits”.
Questi sono la principale causa delle fluttuazioni economiche e della
disoccupazione involontaria. Il ruolo dello Stato deve essere quello di non
essere né permissivo né autoritario, ma di definire i limiti entro i quali gli
spiriti animali devono mantenersi per proteggere la libertà. Il capitalismo
consente le manifestazioni della creatività, ma gli eccessi creano mania che può
essere seguita da panico. La “Teoria generale” è stata interpretata in
forma riduttiva per adeguarla alle teorie dell'epoca e gli “animal spirits”
sono stati relegati in un angolo. La crisi attuale è una crisi da ubriachezza,
da eccessi dati dal comportamento umano: per capire come funziona l'economia
realmente, bisogna analizzare i comportamenti.
L'economia
classica si basa sull'assunto che la libertà delle persone di perseguire
razionalmente nel mercato i propri interessi, fa conseguire il benessere e le
opportunità per tutti. Ma non riesce a spiegare perché siamo costantemente
sulle montagne russe del ciclo economico. Le teorie di Adam Smith non
considerano le motivazioni non economiche all'agire delle
persone.
Il concetto di fiducia “confidence” per gli
economisti classici è un concetto di razionalità economica in quanto significa
analizzare le informazioni disponibili per fare previsioni e prendere decisioni
in base a tutte le opzioni, ai vantaggi e alle probabilità di ognuno. Ma il
vero significato va oltre il razionale perché le decisioni vengono prese sulla
base delle cose di cui si ha fiducia che siano vere, sulla base delle sensazioni
positive, dell'intuito. Questo influenza il ciclo economico in quanto nei tempi
buoni la gente ha fiducia. Ma quando
la fiducia scompare, si manifesta la mancanza di fondamento delle decisioni. Un
elemento base della teoria keynesiana sono i moltiplicatori (del consumo, degli
investimenti, del credito). Ma c'è anche il moltiplicatore della fiducia che
riguarda le aspettative di consumo e di reddito, che influenza il ciclo
economico e si palesa critica nelle situazioni di crisi. Influenza gli altri
moltiplicatori (attraverso la propensione a investire, a consumare, a concedere
credito).
L'importanza del senso di giustizia (“fairness”)
è sempre stata ignorata dagli economisti perché ritenuto di dominio degli
psicologi e dei sociologi. In realtà il senso di giustizia va al di là delle
motivazioni economiche razionali e influenza molti comportamenti e decisioni,
economiche e non economiche, delle persone. Se l'economia spiega le transazioni
solo sulla base del valore delle prestazioni e delle controprestazioni, c'è una
differenza tra economisti e sociologi su cosa includere negli input e negli
output: i sociologi introducono anche elementi soggettivi e relazionali (status,
considerazione di sé e degli altri, soddisfazione personale, socialità, ecc.).
Per capire il funzionamento dell'economia, dobbiamo
comprendere la tendenza verso comportamenti antisociali. L'economia non produce
automaticamente quello di cui la gente ha bisogno, ma quello che la gente è
disposta a pagare: le persone possono
essere indotte a comprare cose
inutili o fasulle. C'è necessità di proteggere il consumatore soprattutto nei
casi in cui non è in grado di valutare adeguatamente il prodotto, come nel caso
degli investimenti del proprio risparmio (pezzi di carta che incorporano
promesse di pagamenti futuri). La responsabilità limitata, su cui si basa il
capitalismo, pone in capo ai creditori larga parte del rischio di
bancarotta. La trasparenza contabile è uno dei mezzi di prevenzione di questi
rischi, ma il falso contabile si diffonde in particolari situazioni: gli
scandali e le attività predatorie hanno giocato sempre un ruolo determinante
nella gravità delle recessioni e nei crack di borsa, e hanno carattere
razionale. Certe situazioni, come nel caso delle innovazioni finanziarie non
regolamentate e complesse, difficilmente comprensibili dalle persone, dei cambi
di tecnologia, di mutamenti culturali che fanno perdere la paura della
punizione, influenzano l'attività predatoria con effetti moltiplicativi e
influenzano il ciclo economico.
L'illusione monetaria si manifesta quando le
decisioni sono influenzate dal valore nominale della transazione. La gente è
vulnerabile a questa illusione. Secondo la teoria economica, le aspettative
sull'inflazione influiscono sulle richieste salariali e sulla determinazione dei
prezzi, e possono condurre a spirali inflazionistiche o deflazionistiche
e a effetti sull'occupazione. Ma l'economia è piena di storie di illusione
monetaria: i contratti e le contabilità sono registrati in termini monetari; i
salari e i contratti finanziari sono pure strutturati quasi sempre termini
monetari, anche quando c'è la possibilità di indicizzarli. La
gente non riesce a vedere oltre il velo dell'inflazione. L'illusione
monetaria comporta differenti conclusioni macroeconomiche e politiche.
La fiducia non è uno stato emotivo individuale, ma
un modo di vedere il mondo e di interpretare gli eventi comune alle persone,
diffuso dai media e dalle discussioni. Questi modi di vedere sono ispirate e
raccontate in storie che si
diffondono e che hanno effetti sull'economia, sui consumi e sugli investimenti.
Nuove storie influenzano le aspettative negli affari. Le storie sono come virus
e possono essere analizzate attraverso modelli epidemiologici. La diffusione
della fiducia o del pessimismo può sorgere e modificarsi sulla base del
cambiamento nel tasso di contagio, che si modifica in base a nuovi modi di
pensare.
Cadute di fiducia,storie di fallimenti, crescita
della corruzione, senso di ingiustizia, illusione monetaria, sono tutti fattori
che si manifestano e influiscono nelle situazioni di depressione economica.
Anche i surriscaldamenti dell'economia sono determinati da euforia e dagli animal
spirit: fiducia oltre i limiti
del normale, spese eccessive, investimenti fatti solo nella convinzione che
anche altri li facciano. Ciò che si è verificato nel passato sembrava superato
dalle nuove istituzioni (banche centrali, organi di controllo, leggi,
assicurazione sui depositi, ecc.) ma, come la crisi attuale dimostra, molti
eventi sono causati da comportamenti radicati nella natura umana.
L’origine della crisi sta: 1) nel collasso del
modi di finanziare con lo scopo di cedere i crediti a terzi; 2) nelle elevate
perdite che sono state causate dal finanziamento degli attivi, il cui valore è
caduto, con elevata leva finanziaria; 3) nell’utilizzo delle linee di credito
già promesse. I modelli macroeconomici correnti non riescono a spiegare la
crisi che deriva dalla perdita di fiducia del pubblico: la politica monetaria e
fiscale tradizionale non è riuscita a favorire l’erogazione del credito alle
imprese. Le operazioni delle banche centrali influenzano i tassi a breve, ma
sono limitate quando questi sono bassi, in quanto non possono scendere sotto
zero. Il ruolo delle banche centrali, allora, deve essere quello di creare le
condizioni creditizie per assicurare il pieno impiego. Sono necessari approcci
alternativi per evitare il credit crunch
tra cui gli investimenti diretti nelle banche e il credito alle imprese con
garanzia statale.
Il mercato del lavoro è diverso dal mercato dei
beni. Contrariamente alla teoria della disoccupazione, il datore di lavoro può
voler pagare un salario più alto rispetto a quello minimo accettato dal
lavoratore, per fidelizzarlo. Ciò provoca un eccesso di offerta di lavoro e
disoccupazione involontaria. Inoltre, possono esserci ampie differenze nei
salari per gli stessi tipi di occupazione, che non dipendono dalle conoscenze e
dall’esperienza del lavoratore. L’extra salario, da una parte determina una
disoccupazione, ma crea uno stimolo al senso del dovere, alla lealtà e ai
valori aziendali. Quando la disoccupazione cala, l’assenteismo aumenta.
L’acquisizione di privilegi con l’anzianità determina il rischio, per il
lavoratore, di perderli, eludendo le proprie responsabilità . Il senso di
ingiustizia percepito sulla base di salari più bassi, spinge ad evitare i
propri doveri. Il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore e il mercato del
lavoro sono dominati da aspetti estremamente complessi che le teorie
tradizionali non considerano.
L’andamento dei mercati finanziari è assai
volatile e questa volatilità non può essere spiegata con l’affermazione che
i prezzi riflettono i fondamentali: la volatilità non è razionale. La gente
tende a reagire all’andamento dei prezzi (acquista quando i prezzi aumentano)
creando un feedback che si autoalimenta. Altri feedback si manifestano: quando i prezzi dei titoli e delle case
salgono, la gente risparmia meno (effetto ricchezza sui consumi); se le
quotazioni scendono, le società
investono meno in impianti e forniture; se gli attivi cadono, i debitori non
pagano il loro debito e vengono compromesse le istituzioni finanziarie; queste
riducono il credito con ulteriori pressioni sui prezzi degli attivi. inoltre,
per effetto dei ratio bancari, se gli attivi in garanzia perdono valore, le
banche devono cedere i loro attivi per garantire l’adeguatezza patrimoniale.
Tutti questi feedback dipendono dagli animal
spirits: diventa difficile fare previsioni accurate. Gli investitori
decidono, oltre che sulla base di valutazioni finanziarie, in relazione a
fattori psicologici e alle intuizioni, anche in relazione agli elementi di
incertezza e di rischio da cui sono circondate. L’irrazionalità dei mercati
porta ad eccessi che giustificano l’esistenza di una regolamentazione
specifica dei mercati finanziari: a causa delle asimmetrie informative, più
degli altri mercati sono soggetti a rischi di comportamenti opportunistici,
soprattutto con l’accrescersi della complessità.
Anche i mercati immobiliari sono ora divenuti
volatili. Sulla base dell’assunto che la quantità di terra sia fisso e che la
popolazione cresce si forma l’idea che i valori immobiliari debbano sempre
crescere. L’illusione monetaria accresce questa percezione. Non c’è,
invece, nulla di razionale in tutto ciò, e queste storie si perpetuano di tempo
in tempo, quando i valori crescono. La politica americana degli anni recenti,
volta a favorire l’accesso alla proprietà immobiliare ha fatto il resto:
mutui facili, insostenibili per molti, comportamenti opportunistici dei
finanziatori, assenza di controlli. I prezzi sono aumentati fino
all’inevitabile crollo che si è riflesso pesantemente sull’economia. Le
cause sono psicologiche, culturale e istituzionali.
Il reale
problema è la corrente visione dell’economia che non considera gli animal
spirits nel modello che oscura le reali cause dei problemi. E’ necessario
incorporarli in una teoria economica per sapere come funziona realmente
l’economia, altrimenti non si riesce a spiegare l’euforia seguita dal
pessimismo. Questa causa grandi variazioni nella domanda, nei salari, nei prezzi
e nel livello di occupazione. Il capitalismo non offre ciò che la gente vuole
realmente, ma quello che si vuole che essi pensino di volere. Cambia il ruolo
del Governo, che deve indirizzare gli spiriti animali verso il bene comune.
questi guidano l’economia ora da una parte ora dall’altra con massicce
variazioni nell’occupazione. I mercati finanziari vanno nel caos.
Visco
I. Investire in conoscenza
Il capitale umano è rappresentato dal patrimonio di
abilità, capacità tecniche e conoscenze degli individui, la cui importanza è
determinata dal paradigma tecnologico del momento. Nell’attuale contesto
tecnologico, la caratteristica più importante è data dal bagaglio culturale
(competenze linguistiche, di analisi quantitativa), dalle specializzazioni
e dalla capacità di eseguire compiti complessi e di lavorare con
tecnologie sofisticate. Il capitale umano accresce il prodotto pro-capite sia
direttamente che attraverso miglioramenti organizzativi, gestionali e un più
alto tasso di innovazione.
L’Italia è caratterizzata da un basso livello di capitale
umano perché non si valorizza adeguatamente
il merito, non sono adeguatamente remunerati gli investimenti in
istruzione, non si individua cosa e come studiare, non si stimola la capacità
di adattamento allenando gli studenti alla capacità di imparare. A ciò si
aggiunge l’eccesso di regolamentazione, l’inefficienza della Pubblica
amministrazione, la modesta cultura della concorrenza.
Il merito dovrebbe essere valorizzato, prima di tutto, nelle
scuole. Questo non avviene in Italia perché è bassa la qualità
dell’istruzione e i titoli di studio non segnalano l’abilità dei singoli
individui. I deludenti risultati della scuola italiana non sono imputabili alla
carenza di risorse ma alla disorganizzazione, agli scarsi incentivi ad
apprendere e ad insegnare, alla forte centralizzazione dei programmi di studio e
alla mancanza di valorizzazione dei risultati degli insegnanti e delle scuole.
Manca un metro di valutazione uniforme degli studenti (test) e,
conseguentemente, un sistema di valutazione delle stesse scuole. Il collegamento
tra qualità dell’insegnamento e finanziamenti, stimolerebbe il miglioramento
dell’insegnamento, la trasparenza delle valutazioni, aiuterebbe le famiglie
nella scelta. I sistemi di voucher
sono stati sperimentati all’estero con qualche successo.
La situazione scoraggia l’investimento in capitale umano e,
alla fine, le decisioni su quanto investire in istruzione dipende dalla scelta
delle famiglie di origine e non dai risultati e dalle abilità. Aumenta la
correlazione dell’istruzione tra generazioni, riduce la mobilità sociale,
discrimina e non seleziona i migliori, abbassa la retribuzione delle imprese
rispetto ai livelli di istruzione. I differenziali retributivi rispetto
all’istruzione in Italia sono inferiori rispetto agli altri Paesi. Il valore
legale del titolo di studio distorce l’informazione tra chi domanda e chi
offre lavoro. La scarsa dotazione di capitale umano non favorisce la capacità
di innovare e di adottare le nuove tecnologie. I meccanismi di regolazione del
mercato sono stati rivolti solo a proteggere i lavoratori più deboli, che sono
anche i meno istruiti.
La spesa per studente nelle università è più bassa che
all’estero: è necessario allineare le tasse universitarie ai costi effettivi
del servizio e utilizzare le risorse così liberate per prestiti e borse dei
studio a favore dei meritevoli. Il collegamento tra merito e finanziamenti
incentiverebbe i buoni risultati e ridurrebbe i fuori corso.
L’economia italiana risente pienamente della crisi in atto
perché non è riuscita a cogliere i benefici dell’apertura dei mercati e del
cambiamento tecnologico in atto. Le
nostre imprese continuano ad essere troppo piccole per garantire un’economia
basata sull’innovazione, sulla conoscenza, sulla ricerca.
Benedetto
XVI Caritas in veritate Senza
verità e amore per il vero non c'è coscienza, responsabilità sociale, azione
morale, giustizia e bene comune. Solo la carità, illuminata dalla ragione e
dalla fede, consente lo sviluppo umano dell'uomo in tutte le sue dimensioni. La
creatura umana è spirituale e si realizza nelle relazioni interpersonali: la
comunità non assorbe gli uomini ma li valorizza. Lo sviluppo umano deve essere
inclusivo e realizzarsi nella solidarietà, nella giustizia e nella pace.
L'uomo
libero e responsabile come fine e non come mezzo dello sviluppo. Se l'uomo fosse
solo il frutto del caso o della necessità riduce le aspirazioni alla vita in
cui vive; se l'uomo fosse solo storia e cultura non avrebbe natura destinata
alla trascendenza. Si potrebbe allora parlare di evoluzione ma non di sviluppo.
Il sapere umano non può, da solo, indicare la via dello sviluppo integrale
dell'uomo, le valutazioni morali e la scienza devono crescere insieme. La
tecnica, i media, sono lo strumento per l'autonomia e la libertà dell'uomo, la
creazione del proprio genio e la condizione per il suo sviluppo. Deve essere il
frutto, però, anche della propria responsabilità morale: lo sviluppo è
impossibile senza uomini retti, orientati al bene comune. In questo la religione
deve avere la libertà di avere un
ruolo sociale, deve favorire il dialogo interreligioso, con i non credenti e con
la politica.
La globalizzazione ci rende più
vicini ma non più fraterni e solidali. L'eclettismo culturale rende equivalenti
e interscambiabili le culture, cede ad un relativismo che non aiuta il dialogo.
Gli stili di vita si omologano e si appiattiscono. La globalizzazione è anche
una grande opportunità di sviluppo. Se guidata dalla carità nella verità
eviterà di creare rischi sconosciuti e nuove divisioni. Deve riconoscere che
siamo una sola famiglia e favorire un orientamento culturale personalista e
comunitario, aperto alla trascendenza e all'integrazione planetaria.
La convinzione di essere
autosufficiente ha indotto l'uomo a far coincidere la felicità e la salvezza
con il benessere materiale, abusando dello strumento economico.
Il mercato è
basato sulla fiducia ma non riesce a produrre la coesione sociale di cui ha
bisogno per funzionare: senza forme di solidarietà e di fiducia il mercato non
può espletare la propria funzione economica. La logica del mercato va
finalizzata al bene comune. La coscienza morale, la responsabilità,
l'inclusione e la giustizia devono guidare l'azione economica e il
funzionamento del mercato affinché lo sviluppo sia integrale e sia vinto il
sottosviluppo.
Il
profitto è utile se orientato ad un fine che gli fornisca un senso (sviluppo
esteso e sostenibile). L'impresa ha una funzione sociale e ha responsabilità
verso tutti i portatori di interesse. Investire ha un senso morale oltre che
economico: deve evitare lo sfruttamento e la speculazione (la delocalizzazione
deve favorire lo sviluppo della popolazione che ospita l'impresa).
La finanza deve
ritornare ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di
ricchezza e allo sviluppo, uno strumento utilizzato in modo etico.
Lo Stato ha un ruolo solidale
destinato a crescere, soprattutto attraverso l'aiuto internazionale.
La
crisi richiede uno sforzo per una nuova visione umanistica, un rinnovamento
culturale e la riscoperta dei valori di fondo. La riduzione delle reti di
sicurezza sociale, la deregolamentazione, la mobilità lavorativa creano
difficoltà e forme di instabilità psicologica. Impediscono lo sviluppo di
lunga durata. Vanno valutate attentamente le tendenze dell'economia del breve
termine, dei suoi fini. È necessaria una revisione profonda e lungimirante del
modello di sviluppo. L'economia ha bisogno dell'etica, di un trascendente
sistema morale di riferimento che metta al centro la persona umana, la
giustizia, l'ambiente donato da Dio, la solidarietà e la responsabilità.
La presunzione di razionalità, su cui è basata
l'economia moderna, è sbagliata. La mente è una rete
caotica di aree diverse molte delle quali sono dedicate alle emozioni
che influenzano il giudizio.
Siamo completamente ignari su quel che accade nella nostra
testa durante il decision-making,
l'idea che la razionalità debba prevalere sulle emozioni ha dominato a lungo.
Invece le emozioni sono parte fondamentale delle nostre decisioni. Le emozioni
sono una risposta viscerale alle informazioni cui non possiamo accedere
direttamente.
Il cervello è progettato per
amplificare gli shock sugli errori di predizione che ci obbliga a reagire alla
situazione e a ricalibrare le aspettative (apprendimento dagli errori). Le
sensazioni non sono riflesso di istinti innati ma hanno origine dalle predizioni
della mente e sono così flessibili da adattarsi alla realtà. Sono profondamente empiriche.
Il cervello genera previsioni e poi misura la differenza tra le aspettative e la
realtà in maniera inconscia, traducendola in emozioni. Queste sensazioni sono
una parte essenziale delle nostre decisioni. Si impara dagli errori. Ma le
emozioni non sono perfette e possono spingerci a prendere decisioni sbagliate.
Quando le emozioni sfuggono al
controllo, le conseguenze possono essere devastanti. Quando abbiamo a che fare
con la casualità, le nostre sensazioni cercano dei modelli inesistenti e
codifica fictive-error learning,
apprendimento da scenari ipotetici (es. mancati guadagni da rialzi in borsa). Il
difetto mentale consiste nella loss
aversion, consistente nella maggiore sensibilità alle perdite rispetto alle
vincite: non si riesce ad accettare una prospettiva di perdita, si è inclini ad
un rendimento misero, viene meno il buon senso e si calcola male il rischio.
L'utilizzo delle carte di credito, ad esempio, altera il calcolo delle nostre
decisioni finanziarie perché non fanno percepire il lato negativo della
transazione, il dolore del pagamento, sopravvalutando i guadagni immediati. Le
nostre emozioni sono programmate per risolvere problemi importanti del passato e
non sempre sono adatte alla decisione della vita moderna. Ci ingannano e
dobbiamo risolvere questi problemi con la componente razionale della nostra
mente.
Le emozioni forti (il panico)
offuscano la mente e restringono le percezioni (perceptual narrowing). In questo caso occorre respingere gli istinti
e rivolgersi alla mente cosciente, capace di pensiero deliberativo e creativo.
Un effetto della loss aversion è il framing
effect, consistente nella diversa percezione e decisione in relazione al
modo in cui viene presentato il problema, se in relazione ai benefici o ai
costi. In questo caso occorre dominare e riconoscere le emozioni e ignorare
quelle irrazionali. Attraverso il controllo esecutivo bisogna dominare le
emozioni, esercitare l'autorità sul processo decisionale e cambiare strategie.
Le emozioni sono esperte nel trovare schemi basati sull’esperienza, ma se il
problema è sconosciuto è essenziale ignorare le sensazioni e basarsi sulla
creatività della mente razionale: la memoria di lavoro concentra informazioni
che possono essere analizzate e crea connessioni mai tentate generando
l'intuizione.
Ma anche la razionalità non è sempre la soluzIone, può portarci
fuori strada. Pensare troppo, può far esaminare attentamente situazioni che
sarebbe meglio compiere automaticamente, fidandoci delle emozioni. Lo stress,
l'ansia da prestazione portano il cervello razionale ad interferire con
decisioni che normalmente sono prese senza pensare. Il cervello può distorcere
la realtà, i nostri segnali corporei (effetto placebo),
fidarsi degli stereotipi, di falsi assunti. La capacità di valutare le
alternative viene meno. Il cervello cosciente riesce a gestire un numero
limitato (5-7) di informazioni per volta: lavorare su molte informazioni sottrae
risorse al controllo degli impulsi. Un'altra distorsione deriva dal mental
accounting, la tendenza a pensare per numero di grandezze contabili anche
quando non sono equivalenti. L'effetto ancoraggio (anchoring effect) lega il pensiero a quantità prive di significato,
che occupavano la nostra mente. Un'informazione eccessiva può interferire con
la comprensione e inibire il pensiero può paralizzare.
Il giudizio morale non ha nulla di
razionale: sono emozioni innate, sappiamo all'istante cosa è giusto. Il
giudizio razionale costruisce argomenti convincenti per giustificarlo. Nelle
decisioni morali bisogna tener conto degli altri, rispecchiare le emozioni del
prossimo. I neuroni specchio hanno questa funzione, riflettono i movimenti delle
altre persone e ci permettono di capire la mente degli altri non con il
ragionamento ma con la simulazione. L'isolamento porta all'egoismo. Questo è il
motivo per cui non ci toccano le statistiche sulla povertà ma le immagini dei
singoli poveri.
Il processo decisionale, nel nostro cervello, avviene
attraverso un inconscio contrasto di emozioni e di queste con la razionalità.
Ciò determina incertezza, dubbio, fecondi di decisioni giuste. Il senso di
sicurezza, può limitare il dibattito interno e farci prendere decisioni
sbagliate. L'intervento della ragione può essere un autoinganno quando è volto
solo a giustificare le convinzioni e non i fatti. Si inibisce l'apprendimento
dagli errori. L'accesso alle informazioni non basta, occorre favorire la
dissonanza interiore.
Sistemi cerebrali diversi andrebbero usati in situazioni
differenti:
–
problemi semplici richiedono l'uso della ragione. Il cervello
ha dei limiti e alcuni istinti sono diventati obsoleti. Per capire se un
problema è semplice aiuta valutare se può essere riassunto in termini
numerici;
–
i problemi inediti richiedono l'uso della ragione. L'istinto
si costruisce sull'esperienza;
–
accettate l'incertezza, che apre la mente, estende il decision
making, le prospettive considerate;
–
sapete più di quanto crediate le emozioni sono
rappresentazioni viscerali inconsce di tutte le informazioni che elaboriamo,
utili nelle decisioni difficili e che trasformano gli errori in apprendimento.
Non cercate di analizzare troppe informazioni con la mente cosciente;
- pensate a come pensate, siate consapevoli del tipo di decisione che state
prendendo e il tipo di pensiero che richiede.
Le situazioni della nostra vita sono dovute spesso al caso. I
risultati vanno valutati sulla base delle possibili "storie
alternative": solo una delle storie viene di fatto osservata rispetto a
quelle possibili. L'idea delle "storie alternative" ci costringe alla
valutazione delle probabilità, una situazione controintuitiva.
La
probabilità è controintuitiva. La nostra mente è incapace a comprenderla a
causa delle distorsioni cognitive. Ad esempio, non è compreso che le proprietà
della casualità sono legate alla scala temporale di riferimento: sui tempi
brevi prevale il rumore (una probabilità annua del 93% si traduce nel 50,2% al
secondo). Un’altra distorsione è quella da sopravvivenza: sopravvive solo
l'evento positivo, quello di successo, dimenticando che ce ne sono altri che non
vediamo e che non consideriamo. La dimensione del campione è determinante: una
probabilità del 2% è diversa se applicata ad un caso singolo o a 10.000. La
dipendenza dall'esito del percorso fa sì che lo standard che si afferma prevale
su tutti gli altri. La nostra mente, infine riesce ad occuparsi di una sola cosa
alla volta, perchè l'habitat naturale, durante la gran parte della nostra
evoluzione, non conteneva molte informazioni: solo di recente ci siamo dovuti
occupare di questioni complesse. Non siamo progettati per capire le cose ma per
sopravvivere e procreare e, per sopravvivere, dobbiamo sovrastimare le
probabilità negative. Le distorsioni possono, però, fuorviarci in un ambiente
più complesso.
Spesso non si riesce a distinguere l'informazione dal rumore,
anche perché i media cercano di attrarre la nostra attenzione con informazioni
eclatanti e non distillate. Producono molto rumore e non sono disponibili
meccanismi che lo separano dall'informazione. Ciò crea irrazionalità.
Non si tiene spesso conto degli eventi rari, che però sono
distruttivi: non conta solo la probabilità dell'evento, ma anche la sua posta.
Le analisi del passato li ignorano, leggiamo troppo nella storia recente anche
quando non è rappresentativa. Prendiamo la storia come stazionaria, mentre gli
eventi rari sono inattesi ma accadono e non si possono ignorare. Se le persone
fossero razionali individuerebbero nel passato le regolarità prevedibili a ci
si adatterebbero in modo tale che l'informazione passata sarebbe completamente
inutile. In un contesto in cui la condizioni possono cambiare con eventi rari e
improvvisi, a sopravvivere non sono necessariamente i più adatti: saranno
semplicemente quelli che sopravvivono.
Il cuore e il cervello non agiscono di concerto, siamo esseri
emotivi più che razionali: le nostre azioni sono guidate dalle emozioni più
che dalla razionalità. Così non distinguiamo l'informazione dal rumore o
creiamo semplici nessi di causalità in fenomeni che invece sono complessi e
multivariati, senza considerare il livello di confidenza. Siamo fatti per vedere
relazioni di dipendenza tra le cose che succedono, creando legami di
causa-effetto che non esistono o, addirittura, superstizioni.
Le emozioni ci servono per formulare le idee e avere
l'energia per metterle in pratica. Se siamo consapevoli di questo, possiamo
applicare degli accorgimenti per evitare errori. Il nostro sapere è sempre
provvisorio: si possono utilizzare dati e informazioni per confutare una
proposizione, mai per confutarla. Per gestire la casualità occorre avere mente
aperta e critica, consapevolezza di essere fallibile. Lo scettico sostiene che
nulla può essere accettato con certezza e che è possibile trarre conclusioni
con diversi gradi di probabilità da usare come guida. Non esiste dipendenza dal
passato, siamo liberi di rivedere le nostre opinioni e non dobbiamo affezionarci
alle nostre idee. Di fronte al caso dobbiamo comportarci con dignità, non
attribuire al caso le nostre colpe e dei nostri fallimenti e assumerci il merito
dei successi fortunosi. Quel che si ottiene senza l'aiuto della fortuna è più
resistente rispetto a quello dovuto al caso. Raggiungere i medesimi risultati
senza il ricorso alla fortuna ha una valenza diversa.
Il caos è definito “un comportamento stocastico che
si verifica in un sistema deterministico”: sistemi non lineari semplici non
necessariamente possiedono proprietà dinamiche semplici. E’ davvero comune e
concreto, ma non lo conosciamo ancora abbastanza perché è sottile e complicato
ed è un concetto che oltrepassa tutti i confini disciplinari della scienza,
unifica ordine e disordine.
L’umanità si sforza di comprendere le regolarità della
natura, le leggi della complessità dell’universo, di creare ordine dal caos.
I matematici erano riusciti a capire una parte dell’ordine presente
nell’universo e ritenevano che la parte restante non fosse conosciuta per la
sua complessità. I fenomeni complessi erano ritenuti comprensibili nelle loro
regolarità del comportamento medio e delle probabilità, non nei dettagli. La
matematica classica, ritenendo che l’universo fosse meccanicistico, si è
concentrata sulle equazioni lineari, più facilmente risolvibili, ma la natura
è inesorabilmente non lineare. Il caos è una combinazione meravigliosa tra
imprevedibilità e stabilità. Il movimento a lungo termine di un sistema
complesso è indeterminato in quanto è possibile predirlo solo se conosciamo il
punto di partenza con precisione infinita. Piccole imprecisioni (quali
l’arrotondamento al decimo decimale dei calcoli dei computer) o perturbazioni
hanno effetti molto ampi nel lungo termine (effetto farfalla). Ma l’altro
aspetto del caos, la stabilità, è caratterizzato dalla presenza di motivi
ricorsivi (attrattori), strutture caratteristiche che a volte si presentano in
sistemi diversi.
La relazione tra caso e caos è complessa e spesso poco
chiara. Il caos quando si manifesta ci avverte che la nostra conoscenza del
fenomeno è imperfetta e imprecisa. Un sistema dinamico reale, che cambia il
proprio stato nel tempo, appare deterministico se, ignorando gli effetti esterni
imprevisti, riportato ad uno stato che assomiglia a quello iniziale si comporta,
per scale temporali brevi, per lo più nello stesso modo. La casualità nasce
dalla mancanza di informazione su un sistema più ampio e per scale temporali più
lunghe. Gli errori, le approssimazioni, i limiti delle misurazioni si accrescono
col tempo secondo una certa velocità di crescita: più è elevata e più il
sistema diventa caotico. Il sistema probabilistico offre rappresentazioni
grossolane delle dinamiche deterministiche complesse. Le probabilità sono
regolarità che originano da una dinamica deterministica, mentre il caos
deterministico basa le proprie regolarità sulla ricorrenza.
Quando la dinamica di un sistema diventa caotica, è
necessario un compromesso tra precisione della conoscenza dello stato corrente e
il periodo di tempo in cui possiamo fare previsioni. I fenomeni irregolari non
richiedono necessariamente equazioni complesse in quanto anche equazioni
semplici possono spiegare comportamenti complessi. Il problema è che per
studiare sistemi caotici si devono cambiare i metodi sperimentali, perché i
fenomeni sono sensibili ai lievi mutamenti delle condizioni iniziali si
presentano inadeguati ai tradizionali controlli sperimentali.
La complessità dà luogo all’emergenza di regolarità più
semplici in cui il tutto è maggiore della somma delle parti, ad
autorganizzazioni (adattive) con proprietà nuove che possono anche apprendere
dall’ambiente. La nostra comprensione della maggior parte dei fenomeni deve
riguardare ambiti definiti e deve necessariamente essere indipendente dai
dettagli fini.
Taleb N.N. Il cigno nero Una sola osservazione può confutare un’asserzione
generale. In questo si palesa la fragilità della nostra conoscenza. Un cigno
nero è raro, ha un impatto enorme ed è prevedibile solo retrospettivamente: è
un evento isolato che non rientra nelle nostre normali aspettative ma ha un
impatto enorme e ci spinge ad elaborare a posteriori giustificazioni della sua
comparsa. Tendiamo a ricercare conferme delle nostre conoscenze (empirismo
ingenuo) a comportarci come se i cigni neri non esistessero, come se potessimo
interpretare e mutare il corso della storia. Ma in realtà gli eventi comuni (ciò
che si sa, quello che appare sensato) diventano irrilevanti e il mondo diventa
più complicato (ciò che non si sa diventa molto più importante), dominato da
ciò che è estremo, sconosciuto, molto improbabile. Dobbiamo accettare la loro
esistenza, diffidare degli “esperti” e cercare di collezionare il maggior
numero di opportunità, focalizzarsi sugli estremi. La rappresentazione mentale
della realtà sulla base di schemi (platonicità) ci fa credere di conoscerla
meglio di quella effettiva, ma non sappiamo dove la mappa sia sbagliata: il
divario tra quello che si sa e quello che si crede di sapere può essere
pericolosamente ampio. Categorizziamo per capire, per ridurre la complessità
del reale, ma queste categorie hanno natura arbitraria, confini indeterminati, e
dobbiamo essere in grado di modificarle.
La storia è opaca, si osservano gli eventi ma non ciò che
li genera: ci illudiamo di comprenderla, ma il mondo è più complicato di
quello che pensiamo, la possiamo valutare solo retrospettivamente. Escogitiamo
giustificazioni per trovare senso in ogni cosa e non accettiamo
l’imprevedibilità, per cui l’esame del passato ci dà solo un’illusione
di capire la storia. Guardiamo all’indietro in modo distorto, tendiamo a
ricordare le informazioni che in seguito confermano i fatti dimenticando il
resto e ingannando noi stessi.
Siamo
ciechi agli eventi estremi in relazione a diversi difetti cognitivi:
l’”errore di conferma”, la “fallacia narrativa”, l’”illusione di
regolarità”, la “distorsione delle prove silenziose”.
L’”errore di conferma” consiste nel cercare solo le
conferme alle nostre idee, perché la nostra mente non è stata progettata per
un ambiente complicato: la terminologia usata o la disposizione delle parole
cambia la nostra percezione e le nostre decisioni; tendiamo ad avere difficoltà
a comprendere e ad applicare di concetti statistici più complessi, anche se
astrattamente conosciuti; cerchiamo casi che confermano la nostra storia o la
nostra visione del mondo, mentre non cerchiamo casi negativi,
epistemologicamente più importanti. Abbiamo ereditato meccanismi mentali adatti
ad un ambiente molto più semplice.
La “fallacia narrativa” è la predilezione di storie che
hanno una spiegazione, un filo logico che tiene insieme i fatti, rispetto ai
fatti grezzi. Li rendono sensati e facilmente memorizzabili e rafforza la
convinzione della comprensione, ma ostacola la percezione dei fatti, dei
dettagli, della casualità, degli eventi imprevedibili. Siamo inclini a
dimenticare i fatti che non hanno un ruolo nella narrazione e, quindi, la vera
sequenza degli eventi. Anche i media tendono a dare una narrazione dei fatti per
renderli più credibili.
L’”illusione della regolarità” si basa sul fatto che
le nostre intuizioni, le nostre emozioni sono fatte per la linearità: ci
gratificano le positività piccole ma stabili. Il mondo è, invece, molto più
non lineare di quanto crediamo.
La distorsione delle “prove silenziose” è il bias
tra ciò che si percepisce e ciò che esiste: si raccontano solo le storie di
successo, di quelli che vincono (chi fallisce non scrive le proprie memorie).
Riusciamo così a vedere la conseguenze ovvie e visibili, ma non quelle che lo
sono meno e che possono essere più significative. Ciò diminuisce la nostra
percezione dei rischi.
Il pensiero umano è sprofondato nella mentalità scientifica
dall’illuminismo. Calcoliamo invece di pensare e di dubitare delle nostre
credenze, di capire la vaghezza dell’incertezza.
Pensiamo di sapere più di quello che affettivamente sappiamo
(”arroganza epistemica”), ma le nostre previsioni risulteranno errate in
quanto sottovalutiamo l’incertezza. Le nostre idee sono vischiose, cambiamo
opinione con difficoltà perché cerchiamo soltanto le conferme e più
informazioni abbiamo, più siamo in grado di formulare ipotesi che di conferma.
Quanto più l’ambiente di riferimento è mutevole più sbagliamo perché siamo
in grado di prevedere solo l’ordinario e non l’irregolare. Quando abbiamo
ragione la attribuiamo alle nostre competenze, negli altri casi o non lo
ammettiamo o l’attribuiamo a fattori imprevedibili, al caso. Le decisioni
devono essere prese in relazione agli eventi estremi, poco probabili ma molto
dannosi.
L’approccio mentale da seguire è quello di diffidare della
nostra conoscenza (“umiltà epistemica”), essere sicuri di ciò che è
sbagliato, non di ciò che è giusto, sospendere il giudizio.
Le strategie da utilizzare sono quelle di capire le cose che
non si sanno, distinguere le conseguenze negative da quelle positive, massimizzare la serendipità,
concentrarsi sulle conseguenze, non sulle probabilità.
La globalizzazione accentua l’effetto contagio, l’effetto
rete, amplificando le conseguenze negative degli eventi imprevedibili, sono più
rilevanti gli eventi estremi.
Il credito è cresciuto ad un ritmo mai conosciuto, fino a
perdere ogni riferimento con la realtà produttiva. Grazie al credito molte
famiglie hanno consumato più di quanto guadagnavano. L’aumento della
ricchezza in azioni è stato il fattore decisivo che ha indotto le famiglie ad
aumentare in modo significativo il proprio indebitamento.
Non si tratta di scegliere tra Stato e mercato, ma di avere
più Stato per scrivere le regole necessarie al funzionamento efficace del
mercato e per farle rispettare. Occorre adeguare la normativa finanziaria ad una
realtà che cambia alla velocità della luce. La crisi, infatti, è venuta
essenzialmente dai prodotti della nuova finanza: “attività tossiche”,
“mercati oscuri”, “sistema bancario ombre”. Le autorità di Vigilanza
non sono state consapevoli dei rischi che il sistema finanziario si stava
assumendo e non conoscevano la loro situazione. Ci sono voluti venti anni da
Basilea 1 a Basilea 2, entrata in vigore nel bel mezzo della crisi.
I banchieri sono impopolari: il settore è, per sua natura,
intrinsecamente predisposto a crisi e per questo motivo è protetto. Le banche
in crisi sono oggetto di provvedimenti di salvataggio occulto o palese; le
truffe sono frequenti; la finanza sembra essere sempre dalal parte dei più
forti e dei privilegiati e cade sempre in piedi.
I mercati azionari sono passati dall’ottimismo
all’euforia, che abbassa il livello di critica; i tassi sono stati portati al
di sotto dei valori di equilibrio. Le famiglie sono diventate più ricche ma
anche più indebitate: la casa è diventata un bancomat e hanno considerato
accettabili oneri e rischi insostenibili. Il castello di carta della finanza, la
trasformazione dei crediti in titoli, sono cresciute troppo ; l’innovazione
finanziaria ha fatto perdere i punti di riferimento reali. Le autorità di
Vigilanza hanno permesso che ciò avvenisse senza regolamentare la nuova finanza
ed esercitando il loro potere su un segmento limitato del sistema finanziario
mondiale, ritenendo che la nuova finanza riguardasse solo gli operatori
qualificati.
L’inadeguatezza delle regole rispetto alla realtà porta a
libertà nuove non regolate dalle norme: crescita eccessiva, capitalismo delle
relazioni personali, corruzione, truffe e violazioni delle norme sono una
costante in queste situazioni. Diventa facile costruire situazioni
apparentemente di grande successo, ma in realtà basate su schemi irregolari o
illeciti.
Le autorità di Vigilanza, le agenzie di rating, i
revisori contabili, i controlli interni, i consigli di amministrazione e i
collegi sindacali non sono intervenuti per due sostanziali motivi: il
convincimento che il mercato è fondamentalmente perfetto e l’idea che sia
cosa giusta assecondare la rincorsa ai profitti bancari. Le autorità di
vigilanza hanno sottovalutato i segnali della crisi e sopravvalutato la
resilienza del sistema e degli operatori. Non hanno avuto sufficiente visibilità
della situazione complessiva e si sono affidati troppo al mercato, alimentate
dalle pressioni lobbistiche. I meccanismi di controllo societario non hanno
funzionato: i modelli di business erano troppo rischiosi e sono stati
influenzati dall’ottimismo e dalla tendenza a vedere solo i risultati
reddituali di breve periodo. I conflitti di interesse sono stati sottovalutati.
L’autoregolamentazione ha tragicamente fallito, la politica
ha rialzato la testa. Scartata la nazionalizzazione delle banche il compito è
quello di riscrivere le regole, ma non ha ancora dimostrato di avere le idee
chiare. Sono state acquistate le attività tossiche e fatti interventi
sostanziosi da parte delle banche centrali, ma ora occorre restituire il sistema
finanziario al mercato. Le regole devono essere internazionali ma è illusorio
un organismo internazionale di Vigilanza, meglio rafforzare la collaborazione.
Alla BCE devono essere assegnate funzioni di supervisione. Occorrono più
regole, più capitale, meno debiti e, in particolare, più trasparenza e
informazione, soprattutto sui rischi. Le banche hanno deviato dalla loro
missione originaria di finanziare l'economia reale per nuovi modelli di business
che inseguono obiettivi di massimizzazione dei profitti a scapito dell'interesse
generale. Il modello originate to distribuite ha sgretolato le basi del
rapporto finanziatore finanziato, lo ha allentato. Le banche devono mantenere a
proprio carico una certa percentuale di rischio per evitare la
deresponsabilizzazione; la commistione tra investment banking e credito
crea conflitti di interesse; le banche devono essere più vicine agli utenti
finali; i mercati devono tornare a funzionare per l'interesse degli investitori
finali e rafforzare il ruolo degli investitori istituzionali. Il capitalismo
finanziario deve assumere un volto umano.
Castells M. Comunicazione e potere
Il potere è la capacità relazionale che permette ad un
attore sociale di influenzare asimmetricamente le decisioni di altri attori
sociali, in modo tale da favorire la volontà, gli interessi e i valori
dell'attore. Il potere è esercitato con mezzi di coercizione e/o con la
costruzione di significato sulla base dei discorsi. Nella relazione l'influenza
è sempre reciproca, ma in una relazione di potere c'è sempre un maggior grado
di influenza di un attore sull'altro: violenza, costruzione di significato a
favore di interessi e valori specifici che crea potere attraverso il consenso e
un processo di legittimazione. Lo Stato è una comunità che rivendica il
monopolio sull'uso legittimo della violenza all'interno di un territorio; la
nazione è la comunità del sentire. Le relazioni di potere esistono in
specifiche strutture sociali, ma non sono più solo locali: lo stato-nazione
evolve come nodo di una struttura a rete. Una rete è una struttura di
comunicazione complessa, costituita da un insieme
di nodi interconnessi, alcuni dei quali più rilevanti (centri), perché più
capaci di contribuire all'efficacia della rete. La rete ha un unico scopo,
flessibile nell'esecuzione, in modo da potersi continuamente riconfigurare. Le
tecnologie di comunicazione ne fanno le
organizzazioni più efficienti per la flessibilità, scalabilità (cambio di
dimensione) e capacità di sopravvivenza. La società in rete ha una struttura
che ruota intorno a reti attivate da tecnologie di informazione
e della comunicazione ed è potenzialmente globale attraverso la
connessione in rete delle reti. Lo spazio è il supporto materiale nella
pratiche sociali di condivisione del tempo, la costruzione di simultaneità. La
tecnologia consente di creare simultaneità senza contiguità, lo spazio dei
flussi. Questo dissolve il tempo scompigliando la sequenza degli eventi,
rendendoli simultanei (tempo acrono), è il tempo compresso del qui e ora che
cancella la storia, della gratifcazione immediata. La cultura, l'insieme dei
valori e delle credenze che informano, guidano e motivano
il comportamento della gente, è globale ma si specifica in specifiche
identità che comunicano attraverso protocolli: le culture diverse hanno valori
diversi ma condividono i valori della comunicazione. Gli stati nazionali in rete
evolvono: si associano in reti di stati, costituiscono istituzioni
internazionali per affrontare questioni globali, devolvono potere localmente. Lo
stato a rete emergente condivide responsabilità e sovranità con gli altri, è
flessibile nella governance e diversifica i tempi e gli spazi delle
relazioni con i cittadini. Agendo unilateralmente per realizzare gli interessi
nazionali, in un mondo multilaterale, mettono a repentaglio la sicurezza. Il
potere nella società in rete si esplica nel potere retificante, di
inclusione/esclusione, il potere in rete degli standard sulle componenti e il
potere reticolare, di creare, programmare reti
e di connetterne altre (potere di commutazione).
La comunicazione è la condivisione di significato tramite lo
scambio di informazioni. Il processo di comunicazione è definito anche dalla
tecnologia. La comunicazione sociale, di massa, a differenza di quella
interpersonale può essere oltre che interattiva anche unidirezionale (one to
many o many to many). La autocomunicazione di massa è quella
comunicazione di massa autogenerata e autodiretta (sms, You Tube, ecc.). Il
cambiamento tecnologico (wireless, Internet) ha fatto emergere
nuovi media, che influenzano quelli tradizionali e anche le relazioni di potere.
I media operano prevalentemente secondo una logica commerciale, le medesime
logiche che hanno trasformato il business (globalizzazione, digitalizzazione, deregulation)
hanno influenzato anche i media: sono oligopolistiche e concentrano i propri
interessi a livello nazionale ma sono connesse in reti globali organizzate
intorno a partnership strategiche che replicano
e trasferiscono contenuto tra piattaforme di distribuzione (giornali, internet,
televisione, ecc.). I governi hanno progressivamente abbandonato e liberalizzato
il controllo sui media, regolamentandone l'attività. Ma le nuove tecnologie
sono difficili da controllare. Il successo delle reti di comunicazione dipende
dalla capacità di attirare altre reti, come quella della finanza, della
pubblicità, dell'informazione, della politica, ecc.
La comunicazione avviene attivando menti nella condivisione
di significato. La mente è il processo di creazione e manipolazione di immagini
visive nel cervello (idee che corrispondono a modelli neurali) che possono
essere consapevoli o meno. Il cervello elabora segnali che provengono
dall'interno del corpo e dagli organi sensoriali che catturano le alterazioni
dell'ambiente. Le associazioni delle immagini sensoriali sulla base dei modelli
presenti nel cervello che ricostruiscono la realtà sulla base delle emozioni,
idee, sentimenti. Gran parte dell'elaborazione della realtà è inconscia. Ma la
ricostruzione del tempo e dello spazio richiede un livello superiore di
manipolazione delle immagini, richiede la mente conscia per integrare
ragionamenti, sentimenti, emozioni. Le emozioni, in particolare, sono indotte
dalle percezioni degli eventi sulla base di mappe mentali, originate dalla
spinta alla sopravvivenza. Il nostro cervello pensa per metafore, tramite le
quali si costruiscono le narrazioni. Queste sono costituite da frame,
reti neurali di associazioni cui è possibile accedere attraverso il linguaggio, che associa alle parole e alla
comunicazione non verbale dei campi semantici. Le persone selezionano le
informazioni per giungere a decisioni, su cui le emozioni svolgono un ruolo
determinante. Ma anche la comunicazione è importante per attivare
i processi decisionali consci. Sono le emozioni (ansia, rabbia, paura e
entusiasmo), però, che allertano la valutazione razionale soprattutto nelle
decisioni di tipo politico: l'ansia, ad esempio, in un ambiente ad alto pericolo
e se non supera una certa soglia, porta ad una attenta elaborazione delle
informazioni, mentre in situazioni di basso pericolo predomina la rabbia. La
gente cerca informazioni facilmente richiamabili che confermino i propri valori.
La gente crede quello che vuole credere e e le persone più istruite sono più
capaci di elaborare informazioni che sostengono le convinzioni. E' su questi
sentimenti che agiscono le campagne politiche. Per questo emozioni e
informazioni sono collegati. La gente vota per il candidato che suscita i
sentimenti giusti, non quello con gli argomenti migliori.
La
politica è il processo di allocazione del potere nelle istituzioni dello Stato,
in larga misura basato sulla capacità di plasmare la mente umana mediante il
trasferimento di senso indotto dalla costruzione di immagini. I media sono i vettori di comunicazione decisivi. I
media non rappresentano il potere ma sono lo spazio dove si costruisce il
potere. Ma i media non sono neutrali, in quanto gli attori politici devono
accettare le regole dell'intervento mediatico, il linguaggio e gli interessi dei
media (audience, business). Gli attori politici devono assicurarsi
l'accesso ai media per poter trasferire messaggi e produrre immagini. La rete
politica è connessa con quella mediatica e con quella finanziaria (l'accesso ai
media è influenzato dagli interessi commerciali). L'audience cresce con
l'intrattenimento, con il sensazionalismo, non con l'approfondimento, su cui è
basata la democrazia; l'infotainment è la strategia mediatica dominante.
La necessità di incidere sulle emozioni porta alla personalizzazione della
politica, alle storie di successi, a detrimento dei partiti: le persone tendono
a giudicare il carattere più che valutare questioni sempre più complesse. I
messaggi sono costruiti sugli interessi e valori della coalizione, ma questa è
costruita sul personaggio. La parte più importante è l'identificazione di
questi valori e interessi riferiti a segmenti specifici della popolazione, ma il
messaggio è il politico che li impersona. Poi c'è il problema del
finanziamento, risolto diversamente nei vari stati, ma che si basa, comunque,
sul sostegno lobbistico. La politica mediatica, infine, segue le strategie di
stabilire connessioni tra le informazioni per
influenzare i giudizi. La personalizzazione della politica determina l'uso
politico degli scandali, sensazionalistici, emotivi, spettacolari che mettono in
secondo piano i contenuti. Si
percepisce più corruzione e cala la fiducia nella politica e, a volte, anche
nei media. La televisione resta lo strumento mediatico più influente, ma stanno
crescendo gli strumenti indotti dalle nuove tecnologie: internet e wireless.