Kahneman D. Thinking, fast and slow

   Gli errori delle persone hanno configurazioni particolari, errori sistematici derivano dalla corruzione della razionalità da parte delle emozioni. Il dogma della razionalità è inficiato. Quando il pensiero intuitivo sbaglia dobbiamo passare a forme di pensiero più lento, deliberato, faticoso.
   Il pensiero intuitivo (Sistema 1) opera automaticamente e velocemente, quello deliberativo (Sistema 2) avviene attraverso attività mentali faticose. Il Sistema 1 origina, senza sforzi, impressioni e sentimenti che sono le principali fonti del pensiero esplicito e delle scelte deliberate del Sistema 2. Il primo esprime anche gli skill innati, altre attività mentali diventano veloci e automatiche attraverso la pratica prolungata; parecchie di queste attività mentali sono completamente involontarie, altre suscettibili di controllo ma gestite normalmente da un pilota automatico. Il Sistema 2 invece richiede attenzione e ha la capacità i cambiare il funzionamento del Sistema 1, programmando le funzioni di attenzione e memoria. Ma il budget di attenzione è limitato. Entrambi sono spesso attivi ma il Sistema 2 è quasi sempre in situazione di basso sforzo, mentre il Sistema 1 genera in continuazione impressioni, intuizioni e sentimenti che, se approvati dal Sistema 2 produce credenze e azioni volontarie. Quando il Sistema 1 va in difficoltà attiva il Sistema 2 per processi più specifici e dettagliati attraverso uno stimolo di attenzione generato dalla sorpresa. Tutto funziona ottimamente e con efficienza ma, in alcune situazioni il Sistema 1 sbaglia: le illusioni cognitive si verificano quando l'intuizione sovrasta il ragionamento e arriva a conclusioni errate che il Sistema 2 può non essere in grado di valutare o non attivarsi, in quanto i sistemi cognitivi non vanno in conflitto.
   Il Sistema 2 comporta sforzi tali da far diventare cieco il Sistema 1, ha capacità di attenzione limitata e necessita di attenzione allocata efficientemente tra più task. Il Sistema 2 segue le regole, confronta oggetti sotto diversi attributi, compie scelte tra più opzioni, al contrario del Sistema 1 che controlla relazioni semplici senza integrare molti argomenti ed è incapace di analisi statistica. Il Sistema 2 può programmare la memoria per obbedire a istruzioni, riesce a controllare l'attenzione per gestire più task e a evitare il decadimento nel ricordare le cose che servono. Riesce a dividere i problemi complessi in più passaggi semplici.
   Il limitato budget di sforzo per il pensiero deliberativo e il controllo avviene in maniera efficiente minimizzando lo stato della concentrazione (flusso) che fa perdere alcune sensazioni (ad es. il tempo quando si è concentrati). Divide lo sforzo tra la concentrazione sul problema e il controllo dell'attenzione. Chi è preso dell'attenzione su un problema è più sensibile alle tentazioni, si comporta da egoista e compie scelte superficiali (ego depletion): il self control richiede sforzo e consuma glucosio più dello sforzo fisico. Controllare il pensiero e il comportamento è il ruolo del Sistema 2 su risorse condivise utilizzate in successione anziché in contemporanea. Il Sistema 2 controlla il pensiero e le azioni suggerite dal Sistema 1, ma il controllo è faticoso e, per limitare lo sforzo, il Sistema 2 diventa pigro: le persone tendono ad affidarsi troppo all'intuito e cercano argomenti che confermano le proprie credenze (si parte dalle conclusioni). Il Sistema 1 è impulsivo ed emotivo; il Sistema 2 è capace di ragionamento e di prudenza, è la razionalità ma, essendo pigro, pensa lentamente e chiede risorse e non è comunque immune da errori. La razionalità a volte fallisce.
   Il Sistema 1 è una macchina associativa: un'idea evoca altre idee, emozioni e memorie a cascata, tra loro connesse per creare un quadro coerente emozionale, cognitivo e di reazioni fisiche che si autorinforza. Tutto ciò avviene immediatamente e prepara a eventi ritenuti probabili. L'associazione significa rassomiglianza, contiguità nello spazio e nel tempo, causalità, lega idee ad altre in modo silente, nascosto alla nostra coscienza (abbiamo un accesso limitato a come funziona la nostra mente). Il priming effect è il cambiamento prodotto dall'associazione che avviene istintivamente sulla base dell'ambiente circostante e induce a comportamenti, gesti, impressioni, sentimenti in modo inconscio. Le impressioni diventano credenze, le fonti degli impulsi diventano scelte e azioni. Il Sistema 1 fornisce senza consapevolezze l'interpretazione tacita di quello che avviene intorno a noi, collega il presente al passato e alle attese sul futuro prossimo. Costruisce un modello del mondo che valuta istantaneamente gli eventi normali per sorprendersi quando non lo sono. Ma è anche l'origine di molti degli errori sistematici sulle intuizioni.
   Il Sistema 1 controlla se la situazione è normale (cognitive easy) o se è necessario attivare il Sistema 2, spostando l'attenzione su qualche problema sula base dei diversi impulsi. Le situazioni normali sono quelle di cui si ha esperienza che danno una visione chiara, familiare, che mantengono il buon umore, la rilassatezza, la sicurezza. Il Sistema 1 ricerca il cognitive easy, per cui alcune volte ci provoca l'illusione del ricordo, della familiarità e della certezza, o a causa del modo in cui i messaggi ci sono presentati, dalla loro semplicità, che non provocano sforzo e non attivano il Sistema 2. Quando la nostra attenzione è attivata, il Sistema 2 sposta l'approccio mentale (anziché rispondere istintivamente a una domanda, ci costringe a riflettere). I meccanismi associativi, che a volte sono fonte di creatività, sono influenzati dalla percezione della situazione. Ad esempio, il buon umore è coerente con una situazione di normalità che limita il controllo mentale e ci rende più istintivi e meno vigili. Normalità, buon umore, intuizione sono tra loro coerenti e si manifestano insieme ma non sono legati da causa ed effetto, si influenzano l'un l'altro.
   Lo scopo del Sistema 1 è quello di mantenere aggiornato il modello personale di interpretazione del mondo che accettiamo passivamente e cosa in esso è normale sulla base delle regolarità: questa configurazione rappresenta la struttura degli eventi della vita e determina l'interpretazione del presente e le aspettative future. Siamo pronti in modo innato a cercare la causalità e assegnare specifiche intenzioni (per esempio alle persone sulla base dei tratti e dei gesti). Talvolta, però, li applichiamo in maniera impropria.
   Il Sistema 1 tende a saltare alle conclusioni e solo dopo a cercare le conferme. Il comportamento è efficiente se le probabilità che le risposte siano corrette è alta e se i costi degli errori occasionali sono accettabili. Si risparmia tempo e sforzo. La situazione è più rischiosa quando non è familiare e quando non abbiamo informazioni. In questi casi è preferibile attivare il Sistema 2. Il Sistema 1, infatti, sceglie una sola decisione sulla base dell'esperienza recente che potrebbe non essere quella adeguata; non riesce ad aver dubbi, il regno dell'incertezza e delle ipotesi da verificare è del Sistema 2. Non credere in qualcosa è di pertinenza della razionalità mentre l'istinto si dà sempre una spiegazione plausibile e una conferma e non riesce ad analizzare i fatti che disconfermano. E' il caso dell'"effetto alone" (halo effect) per cui di una persona abbiamo un’opinione univoca (ci piace o non ci piace). La prima impressione ci condiziona perché i primi aspetti che analizziamo qualificano i successivi di cui ricerchiamo la coerenza. La sequenza con cui osserviamo le caratteristiche di un fenomeno sono quasi sempre casuali ma influenzano il nostro giudizio. Occorrerebbe rendere indipendenti le fonti informative. Le informazioni che non sono rintracciate nella mente non possono essere prese in considerazione dal Sistema 1, che costruisce una storia coerente sulla base dei dati attivati prescindendo dalla loro quantità e qualità. La combinazione della ricerca di coerenza del Sistema 1 e della pigrizia del Sistema 2 favorisce il pensiero intuitivo e il salto alle conclusioni, accettando per vere molte cose che possono non esserlo. Siamo eccessivamente fiduciosi, soggetti all'effetto framing (come le cose ci sono presentate) e incapaci di usare la statistica di base.
   Il Sistema 1, monitorando costantemente quello che succede generando valutazioni senza intenzione e sforzo, ci è servito a farci sopravvivere ma è meno utile nel mondo moderno in cui dobbiamo analizzare molte informazioni. Lavora sulla base di categorie e di medie ma non riesce a effettuare computazioni più complesse.
   Alle domande più complesse il Sistema 1 reagisce spesso con la sostituzione: trova una domanda correlata cui è più facile rispondere (euristica) che può portare a errori seri, specie quando sono coinvolte le emozioni. Il Sistema 2 è pigro e lascia il posto al minor sforzo senza molto scrutinio.
   Il Sistema 1 ha difficoltà nella statistica e spesso applica la legge dei grandi numeri anche ai piccoli numeri. Anche gli esperti, a volte, non danno sufficiente peso all'ampiezza del campione. Non essendo propenso al dubbio, sopprime le ambiguità costruendo spontaneamente storie il più possibile coerenti. Cerchiamo le regolarità anche dove non ci sono e crediamo in un mondo coerente per giungere al più presto alle conclusioni. L'illusione della regolarità influenza molti aspetti della nostra vita, rigettiamo il caso e la fortuna, vediamo il mondo in maniera più semplice e coerente di quello che le informazioni disponibili giustificherebbero. La statistica, invece, ci informa di eventi dovuti al caso, cui diamo comunque una spiegazione causale.
   L'effetto ancoraggio avviene quando una persona attribuisce un valore a una quantità sconosciuta prima di farne una stima, per cui questa si avvicina al numero iniziale. Questo numero ci influenza anche se siamo decisi a resistergli. Ci sono due tipi di effetto ancoraggio, quello del Sistema 2 che parte dal numero considerato e poi l'aggiusta prematuramente per pigrizia; quello del Sistema 1 che è influenzato da numeri e tende a trovare le cause che possono giustificarlo per poi rettificarlo in maniera insufficiente. Per cui se il numero considerato è maggiore di quello reale avviene una sopravvalutazione e viceversa. Anche gli esperti sono influenzati da questo fenomeno. Favorisce la prima offerta nelle contrattazioni. L'ancoraggio funziona anche quando la quantità iniziale non porta nessuna informazione o non ha nessun nesso con il problema, ma influenza comunque le nostre decisioni e il nostro pensiero inconsapevolmente. E' necessario mobilitare il Sistema 2 per contrastarlo.
   La disponibilità euristica si verifica quando le persone stimano la frequenza di una categoria sulla base di esempi che facilmente si presentano alla memoria. Spesso operiamo una sostituzione ovvero sostituiamo a una domanda un'altra correlata per la quale è più facile trovare esempi. Ciò produce errori sistematici: eventi drammatici sono ricordati più facilmente; le esperienze personali sono più vivide. Resistere a questi pregiudizi è difficile e comporta un’intensa attività del Sistema 2. L'idea di disponibilità è rilevante perché il mondo che abbiamo in testa è differente da quello reale: la gravità e l’intensità degli eventi è distorta dall’intensità delle emozioni incorporate nel messaggio che influiscono sul rischio percepito. Il fenomeno si manifesta in forma esasperata negli interventi pubblici in cui i report dei media provocano risposte emotive, paura, a loro volta riprese dai media e che provocano interventi governativi su larga scala (cascata della disponibilità) che prescinde dai costi e dai benefici reali e che distorce l'impiego di risorse pubbliche.
   Le nostre decisioni si basano su stereotipi (rappresentatività) che prescindono dall'accuratezza delle descrizioni e dalle probabilità semplici, anche negli esperti. Per la gente comune la probabilità significa similarità, propensione, plausibilità, è un’impressione intuitiva. In alcuni casi queste sono false perché non incorporano le probabilità di riferimento, e perché il Sistema 2 non si attiva. Rappresentano l'eccessiva tendenza a predire il verificarsi di un evento basandosi solo su quello che si sa.  La rappresentatività crea storie più coerenti della realtà che sono ritenute le più probabili. Ciò ha effetti perniciosi sulle decisioni (le probabilità composte sono inferiori a quelle semplici; i giudizi sono più probabili per gli scenari più dettagliati). La rappresentatività può bloccare l'applicazione di regole logiche: è l'intuizione che governa il giudizio e provoca evidenti violazioni della logica della probabilità. Il fenomeno della regressione verso la media, per esempio, ci fa credere che il miglioramento di una performance negativa attraverso un rimprovero (e viceversa) sia un fatto casuale, mentre è solo un fatto statistico. Esiste in moltissime situazioni ma spesso non le vediamo. La fortuna non fa parte del nostro ragionamento.
   Il giudizio intuitivo è insensibile alla qualità dell'evidenza (rappresentatività della realtà). Il Sistema 1 non si basa sulle evidenze ma sulle valutazioni, affette da errori sistematici, mentre il Sistema 2 entra in gioco solo quando abbiamo dei dubbi sulla correlazione tra verità e giudizio intuitivo, cioè quando l'interesse è alto e c'è molta attenzione a non fare errori. Seguire l'intuizione è naturale, piacevole, rispetto ad agire contro di essa.
   Ci costruiamo storie errate del passato per dare senso coerente al mondo e formare le nostre aspettative sul futuro. Il mondo che ci creiamo ha senso perché ignoriamo la nostra ignoranza. Conosciamo il passato molto meno di quel che crediamo, ci illudiamo di conoscere la realtà per avere più chiaro il futuro. Una volta che una situazione inaspettata ci sorprende, adattiamo la nostra visione del mondo e perdiamo la capacità di ricostruire il modo di pensare di prima: sottostimiamo quello che ci ha sorpreso in passato; esageriamo le probabilità di un evento che ci ha sorpreso (illusione cognitiva); diamo troppo peso alle decisioni che hanno dato risultati anche se non sono quelle giuste, giustificando anche scelte azzardate. Vediamo il mondo più chiaro e coerente di quello che effettivamente è: l'illusione ci conforta.
   Il Sistema 1 è strutturato per saltare alle conclusioni da piccole evidenze. Le nostre idee riflettono la coerenza della narrativa che può essere illusoria (illusione di validità). La nostra fiducia sui giudizi è un sentimento che riflette la coerenza delle informazioni, non se la storia è vera. L'illusione di capire il passato ci dà eccessiva fiducia sulla capacità di predire il futuro soprattutto quando riferito dagli esperti (rilevazioni hanno verificato il contrario).
   Il pensiero umano è inaffidabile, dà giudizi sommari a problemi complessi anche quando la statistica funzionerebbe meglio. Siamo eccessivamente fiduciosi del nostro intuito e diamo poco peso alle informazioni e ai calcoli. Giudizi corretti possono riguardare solo il breve termine, il mondo reale è estremamente complesso.
   L'intuizione è conoscenza senza sapere come. E' basata sulle sensazioni derivanti dalle passate esperienze similari ripetute. Quest’apprendimento emotivo è veloce. La conoscenza professionale esperienziale, invece, necessita di molto tempo. Per acquisire degli skill che producono intuizioni è necessario che le esperienze si svolgano in un ambiente stabile e prevedibile e che le opportunità di imparare siano abbastanza lunghe. Nel lungo termine, però, l'ambiente non è mai stabile, gli skill hanno dei limiti spesso sottovalutati.
   La fallacia della pianificazione consiste nella previsione irrealistica vicina allo scenario migliore che può essere migliorata consultando le statistiche di casi simili. Una visione esterna può mitigare la fallacia della pianificazione, come l'identificazione della categoria di riferimento del fenomeno su cui ottenere statistiche.
   Crediamo di essere prudenti ma in realtà non lo siamo (errore dell'ottimismo). L'ottimismo riesce a influenzare gli altri, aiuta ad affrontare gli ostacoli ma alla lunga può essere costoso. Si basa sui propri obiettivi, sui propri piani e su quello che sappiamo senza considerare le statistiche, i piani degli altri, quello che non sappiamo. Crediamo di avere il destino nelle nostre mani senza considerare i competitori, i mutamenti di mercato. Anche in questo caso ci basiamo su quello che sappiamo e ci costruiamo una storia coerente. L'insicurezza, il dubbio sono considerati segni di debolezza e sono soppressi. Il dubbio, invece, è legittimo e ci aiuta a ricercare le minacce.
   L'agente economico è razionale, egoista e non cambia mai i suoi gusti. Per lo psicologo è evidente che l'uomo non è pienamente razionale né completamente egoista e che i suoi gusti non hanno niente di stabile. Questa diversità ha conseguenze notevoli nel decision making. Queste teorie sono sopravvissute perché una volta accettate diventano un utile strumento di ragionamento e diventa difficile notare gli errori.
    Non sempre le persone sono avverse al rischio, diventano propense al rischio quando tutte le opzioni non sono buone e rileva, perciò, la situazione di partenza. La teoria della prospettiva tiene conto di questo e dei problemi cognitivi (percezione, giudizio, emozione), per cui le perdite preoccupano più dei guadagni e la sensibilità alle prime è più forte (di un fattore tra 1,5 e 2,5).
   Attraverso le emozioni siamo più sensibili alle negatività e a non affrontare i rischi: il nostro cervello bypassa l'esperienza visiva e dà priorità alle brutte notizie e ai pericoli. Siamo più propensi ad evitare perdite, per questo è importante il punto di riferimento di partenza. E' una potente forza conservatrice.
   Quando affrontiamo un problema complesso assegniamo un peso alle sue caratteristiche, ma i pesi che la gente assegna ai risultati possibili sono differenti dalle probabilità e le scelte sono diverse a seconda che si tratti di guadagni o di perdite: la gente è avversa al rischio quando ha una grande chance di avere un grande guadagno (95% di vincere 100) o una piccola chance di perdere molto (5% di perdere 100, si paga più del dovuto per un'assicurazione). E' invece propensa al rischio quando piccola chance di vincere molto (lotteria) o quando c'è una grande probabilità di perdere molto (scommesse disperate per evitare grosse perdite), che portano al disastro.
   La psicologia del terrorismo e delle lotterie è la medesima: la creazione della prospettiva di un grosso evento emozionale rinforzato dai media e dalle comunicazioni personali. Diamo una eccessiva risposta emozionale agli eventi rari perché sovrastimiamo le probabilità e creiamo uno scenario plausibile per scelte sbagliate. Gli effetti discorsivi si verificano anche quando le differenti prospettive sono solo apparenti e dipendono solo dal modo in cui il problema è posto. Le scelte vengono fatte, in questo caso, sulle descrizioni della realtà, non sulla realtà. Non ci accorgiamo di situazioni identiche presentate al contrario (una come una perdita e l'altra come un guadagno), perché diamo enfasi ad alcuni aspetti e non ci curiamo dei dettagli, siamo influenzati dalla situazione del momento, siamo influenzati dalle descrizione dei fenomeni; le nostre menti sono manipolabili. Nel prendere decisioni complesse, siamo propensi a seguire una sequenza di decisioni semplici invece di un'unica decisione onnicomprensiva basata su una visione d'insieme che porterebbe a scelte diverse e più razionali. Cerchiamo di evitare il dispiacere, un'emozione che punisce noi stessi e ci fa essere avversi al rischio, che non sempre ci fa agire secondo convenienza in quanto rappresenta un costo emozionale nascosto. Può determinare problemi di agenzia e difficoltà a cambiare una situazione negativa (lavoro, matrimonio).
   Le persone misurano le esperienze negative sulla base del livello massimo della sofferenza e livello finale, mentre alla durata non viane data rilevanza. Anche le storie, le vite, sono spesso valutate sulla base del finale. Il benessere delle persone è percepito e misurato sulla base degli obiettivi che ci si pone e dal momento in cui lo si valuta. Le esperienze forti sono valutate a prescindere dalla loro durata e dal resto delle esperienze meno rilevanti. E' il ricordo che poi determina le scelte successive della vita.

 Rodrik D. The Globalization Paradox

   I mercati sono predisposti alle bolle, leve non regolate creano rischi sistemici, la mancanza di trasparenza mina la fiducia. Tutto questo era prevedibile ma non è stato previsto per la troppa fiducia nel pensiero del momento: l'efficienza dei mercati, l'innovazione finanziaria consente di trasferire i rischi su chi può sopportarli; l'auto-regolamentazione funziona meglio e gli interventi del governo sono inefficaci o dannosi. La crisi ha dimostrato il contrario: una regolamentazione debole del mercato lo rende instabile e inefficiente; la globalizzazione richiede un bilanciamento tra mercato e istituzioni, tra loro complementari. Ciò determina il dilemma che globalizzazione, democrazia e interventi nazionali non possono essere perseguiti insieme. Abbiamo bisogno non della massima globalizzazione, ma della migliore globalizzazione compatibile con la democrazia gli interventi sociali e limitate regole internazionali entro cui possano esplicarsi quelle nazionali.
   Il mercato ha bisogno di istituzioni per ridurre i costi transazionali. Queste istituzioni hanno tre forme: relazioni di lungo termine basate sulla reciprocità e fiducia, sistemi di credenze e imposizione di terze parti, cioè regole e istituzioni formali creati dalle strutture statali. Il mix tra stato e mercato dipende dall'apertura internazionale, dalla storia, dalle preferenze politiche ma, in generale, più forte è l'esposizione al commercio internazionale e più avanzate le economie, più intensa la presenza di queste istituzioni.
   La prima globalizzazione (dalla seconda metà del 1800 fino al 1914), è stata sostenuta non solo dalle nuove tecnologie nei trasporti e nelle comunicazioni (strade, ferrovie, navi a vapore, telegrafo), ma anche dall'adozione del gold standard che ha ridotto i costi di transazione, dalle nuove idee liberali di Adam Smith e di David Ricardo che hanno mutato il sistema delle credenze economiche e dall'imperialismo, che ha consentito l'imposizione di regole globali da parte delle nazioni metropolitane. La fine ella prima globalizzazione è stata determinata dalla democratizzazione della società (sindacati, diritto di voto, ecc.), incompatibile con le regole del gold standard e con il liberismo, e ha dato maggiore potere agli Stati nazionali che dovevano rispondere alle esigenza di una maggiore protezione economica.
   L’idea del libero scambio sta mutando per considerare i costi sociali (ambiente, qualità del lavoro, salute, sicurezza). Il vantaggio del libero scambio quale maggiore efficienza, ha come contropartita la redistribuzione del reddito che non assicura la giustizia retributiva nemmeno a lungo termine. Le società che hanno un vantaggio competitivo non lo sono sempre perché più efficienti, ma anche perché non garantiscono standard sociali e la presenza di valide istituzioni. Affinché siano assicurati i vantaggi del libero scambio, è necessaria la compresenza di una serie di complesse condizioni che difficilmente possono essere comprese nella sinteticità del discorso pubblico.
   Il sistema nato da Bretton Woods è un delicato compromesso che lascia spazio al libero scambio nell’ambito di una disciplina e di istituzioni internazionali ma che lo subordina alle politiche governative che devono rispondere alle esigenze economiche e sociali nazionali di equità, giustizia, stabilità e sicurezza, attraverso approcci al capitalismo che sono scelti a livello nazionale. Dal 1995 il WTO persegue invece l’obiettivo della iperglobalizzazione, invertendo le priorità che richiede una vincoli strategici nazionali di basse tasse societarie, politica fiscale leggera, deregulation e riduzione del potere sindacale. Tale nuovo sistema nasce dalla nuova ideologia liberista (Thatcher, Reagan) che attribuisce ampia fiducia ai mercati. Il WTO ha lo scopo di ridurre i costi di transazione, anche gestendo le dispute tra Stati al disopra delle legislazioni nazionali, definendo, di fatto, regole globali. La globalizzazione ha aumentato la disuguaglianza e le pressioni sul lavoro, che diventa sempre più insicuro (outsourcing).
   Il tallone d’Achille del sistema di Bretton Woods è stato il sistema monetario internazionale basato sul dollaro che ha alimentato ampi squilibri della bilancia dei pagamenti americana. Questo elemento di debolezza e il cambiamento delle credenze ha dissolto il sistema e ha cambiato i mercati finanziari internazionali. I flussi dei capitali privati sono diventati più importanti e gli Stati ora devono tenerne conto nel gestire i deficit, mantenendo la fiducia dei mercati nei loro confronti. Ma c’è stata un’eccessiva separazione tra mercati finanziari, che ragionano nel brevissimo termine, e mondo della produzione, che ha portato ad elevata volatilità e a crisi. Il nuovo sistema si basa sui comportamenti razionali dei mercati in assenza di istituzioni regolatrici. I governi nazionali non sono più in grado di compensare i grandi movimenti di fondi nemmeno con i tassi di cambio senza provocare eccessivi sacrifici interni. La crescita globale non compensa gli elevati rischi della globalizzazione.
   Le economie di mercato hanno bisogno di un’ampia gamma di istituzioni, molte delle quali fornite dallo Stato, che non esistono a livello internazionale. La regolamentazione è una condizione per la libertà in generale ma anche per quella economica; Occorre avere molta attenzione nei confronti dell’innovazione finanziaria e degli eccessi della finanza, anche in relazione alle difficoltà della regolamentazione di stare al passo. Gli economisti sono obbligati a semplificare la realtà: idee come le aspettative razionali, l’efficienza dei mercati sono utili ma non sono tutto quello che sappiamo. Occorre scetticismo e integrare le teorie con la conoscenza esperienziale delle situazioni specifiche, una sorta di sincretismo economico.
   La globalizzazione apre l’accesso ai mercati, ai capitali, alle tecnologie, ma non tutti possono usufruirne alle medesime condizioni: richiede all’interno adeguate istituzioni e infrastrutture, i giusti incentivi, più alti livelli di istruzione delle forze lavoro. La globalizzazione crea divergenze anche forti tra nazione in relazione al grado di raggiungimento dei giusti prerequisiti su cui è importante il ruolo dello Stato volto a dare gli incentivi per favorire le sinergie con il mercato e stimolare sviluppo e produttività senza eccessivi costi sociali e ambientali. La diversificazione, ad esempio, è essenziale soprattutto per evitare che i paesi poveri restino specializzati nelle materie prime esposte alle fluttuazioni dei prezzi (commodity trap).
Il Washinton Consensus (1989) propugnava la deregulation, la liberalizzazione degli scambi, le privatizzazioni, la disciplina fiscale e di evitare sopravvalutazioni del cambio. Col tempo è stato esasperato per diventare un mantra dell’ultraliberalizzazione che definisce la globalizzazione come un fine in sé. Il Washinton Consensus necessiterebbe di una visione complessiva di ampie riforme per la sua realizzazione: l’apertura commerciale deve essere sostenuta da cambiamenti nella pubblica amministrazione; flessibilità nel mercato del lavoro; equi accordi internazionali di scambio; istituzioni fiscali che supportino la la stabilità economica; banche centrali indipendenti; governance e regimi legali equi ed efficaci; adeguati controlli. Il WTO, l’IMF e gli Stati occidentali hanno ristretto lo spazio di intervento delle nazioni sottosviluppate.
   La globalizzazione rende ristretto l’ambito dei governi nazionali di deviare dalle sue regole (libertà di scambio, dei mercati dei capitali, di impresa, ecc.). C’è tensione tra democrazia e globalizzazione spinta che si manifesta nei campi tipici di intervento dello Stato: standard lavorativi (regolamentazione della competizione, condizioni lavorative e minimi salariali minacciate dall’outsourcing), tasse societarie (minacciate dalla mobilità dell’impresa), standard di salute e sicurezza (il WTO non consente pratiche che possono risultare discriminatorie, imponendo, di fatto, standard internazionali non soggetti a controllo democratico), regolamentazione nazionale (i trattati consentono a volte alle imprese di applicare le regole del paese di origine), le politiche industriali dei paesi in via di sviluppo (gli accordi del WTO consentono ai paesi sviluppati di esportare i loro approcci regolamentari). Le tensioni tra democrazia e globalizzazione possono essere gestite in tre modi: minimizzare i costi di transazione, limitare la democrazia, globalizzare la democrazia limitando la sovranità nazionale; non è possibile rendere compatibili contemporaneamente globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale. Se le regole del gioco sono dettate a livello internazionale, le politiche economiche nazionali non possono che essere ristrette e si può mettere da parte la democrazia e globalizzare la governance. Nelle varie fasi dello sviluppo l’economia nazionale è stata costretta tra questi nodi. Queste logiche nascono dalla predominanza delle necessità delle imprese multinazionali, delle grandi banche e delle compagnie di investimento e sono sostenute dalle correnti di pensiero dominanti. Abbiamo anche altre opzioni: globalizzare la governance democratica insieme ai mercati o ripensare gli accordi di libero scambio e investimento per lasciare più spazio alle decisioni democratiche a livello nazionale.
   I confini sono spariti, le distanze morte, le nostre identità non sono più legate al luogo di nascita, ci sono nuove forme più fluide e multiple di rappresentazione, le regole sono globali, il potere politico si sposta verso le istituzioni e le NGO internazionali. Ma sono gli Stati nazionali che hanno salvato le banche nella crisi 2007-2008 e hanno stimolato l’economia. Il governo globale, pertanto, non può che nascere da forme di delega dei poteri nazionali a tecnocrati internazionali (IOSCO, Comitato di Basilea) riducendo comunque la democrazia (trasparenza e accountability).    Dall’altra parte ci sono le responsabilità sociali delle imprese e le NGO volte al raggiungimento di scopi sociali globali (ambiente, salute, ecc.). Sorgono problemi di accountability, di organi di regolamentazione comune delel diverse identità. Ciò è evidente nelle difficoltà dell’Unione europea di attuare un’integrazione politica e una governance transnazionale tra paesi che sono diversi, con risposte politiche che sono solo nazionali. La governance globale comporterebbe standard e regolamentazione inadeguate, soluzioni di mercato (certificazioni, etichette) ambigue e non controllabili. Il mondo è troppo diverso per essere costretto da standard comuni; le diversità sono un valore.
   La globalizzazione è l'estensione mondiale del capitalismo che è sempre capace di reinventarsi, come lo ha fatto con l'economia mista (keynesiana) degli ani '70 (capitalismo 2.0). Dobbiamo ora reinventarlo da una versione nazionale a una globalizzata, bilanciando i benefici di una moderata globalizzazione e riconoscendo le virtù delle diversità tra l nazioni. Il capitalismo 3.0 si deve basare su sette principi:i mercati devono essere inquadrati in un sistema di governance (non riescono ad autoregolamentarsi); il potere politico deve rimanere nello Stato nazionale (la governance globale spesso riflette quella degli Stati più potenti e non è democratica); non esiste un'unica via per la prosperità (ogni nazione deve poter sperimentare la propria strada); le nazioni hanno il diritto di proteggere le proprie istituzioni, regole, organizzazione (la globalizzazione non può essere una tecnocrazia non democratica fine a sé ma un mezzo per raggiungere fini economici e sociali, altrimenti diventa una gara al ribasso sulla tassazione, regole e tutele; gli Stati devono poter imporre barriere se necessario); le nazioni non hanno il diritto di imporre le proprie istituzioni ad altri (devono avere il diritto di differenziarsi, non essere obbligate alla convergenza); gli accordi economici internazionali devono solo definire le regole del traffico per gestire le relazioni tra le istituzioni nazionali (le regole devonoe ssere definite guardando alle diversità istituzionali e garantire il diritto ad uscire, perché devono rendere compatibile la globalizzazione con la democrazia); i paesi non democratici non possono avere gli stessi diritti e privilegi nell'ordine economico internazionale (la priorità della democrazia deve essere alla base dell'architettura economica internazionale; la democrazia deve essere una norma globale). La centralità dello Stato nazionale si deve coniugare con l'apertura e la cooperazione internazionale ma non con il protezionismo.
   Il regime di scambio internazionale deve essere riformato per rendere compatibile la globalizzazione con fini sociali: il WTO si deve muovere su un piano procedurale e non sostanziale, deve valutare il grado di democratizzazione delle scelte nazionali che hanno influenza sugli altri paesi (sicurezza, ambiente, condizioni di lavoro, imposizione di costi transazionali). Nel campo della finanza globale il desiderio di coordinare la regolamentazione di nazioni con interessi diversi, produce accordi deboli su un minimo comun denominatore. E' meglio riconoscere le differenze e, per evitare arbitraggi regolamentari, utilizzare delle restrizioni. Basta un minimo di linee guida e un limitato coordinamento per evitare di esportare instabilità (trasparenza, tassa sulle transazioni finanziarie, condivisione di informazioni e consultazioni), ma i requisiti di capitale e la supervisione devono essere nazionali, come pure la possibilità di limitare le transazioni finanziarie internazionali. Questa impostazione aiuterebbe soprattutto i paesi in via di sviluppo. Il mercato del lavoro, invece, non è sufficientemente globalizzato (visti, migrazione clandestina, ecc.). Si potrebbe pensare a schemi di visto per migrazione temporanea (triennale), con obbligo di rientro e rimpiazzo.