Zichichi A. Perché io credo in colui che ha fatto il mondo

 La cultura moderna ha prodotto molte mistificazioni colturali. L’identificazione della Scienza con la Tecnica (l'utilizzo dei ritrovati scientifici), ha reso la prima responsabile dei suoi usi più nefasti. La scienza ha  dei valori (rivoluzione, antirazzismo, universalità, esaltazione dell'individuo stimolo intellettuale, umiltà, verità, riflessione, bontà, tolleranza, generosità, libertà), dei principi etici che deve sostenere per una società diversa da quella moderna (Manifesto di Erice), che non contrastano con quelli religiosi. La Scienza è ricerca di verità, ma non è detentrice di tutte le verità (scientismo): per ben cinque volte ci si era illusi che non ci sarebbe stato più niente da scoprire. La Tecnica può privare l’uomo della sua stessa libertà mentre  la Scienza arricchisce l’uomo e il suo spirito. L’ideologia scientifica è il peggior nemico della Scienza. Occorre demistificare la cultura moderna perché le menzogne culturali hanno permesso a molte falsità di essere considerate verità.
    Tra Fede e Scienza non c'è, perciò, antitesi anche perché operano su due ambiti diversi, la prima nel trascendente, la seconda nell'immanente: Natura e Bibbia sono due opere dello stesso autore. Il libro della Natura, scritto con il linguaggio matematico, ci racconta come è costruito il mondo; la Bibbia ci indica la via trascendente con cui si arriva al Signore. La Scienza è il più potente baluardo della Verità portatrice delle impronte del Creatore.
    La teoria dell'evoluzione biologica della specie umana ha diverse lacune e mancanze: non riesce a spiegare l'evoluzione elle capacità del cervello umano in quanto, dal punto di vista biologico, la specie umana non è cambiata negli ultimi diecimila anni, periodo di enormi conquiste culturali. L'evoluzione biologica, infatti, richiede tempi lunghissimi e riguarda tutti gli esseri viventi (dovremmo aspettarci che anche gli animali inizino a trovare e applicare le tecnologie?). L'evoluzione culturale, invece, non è legata all'evoluzione biologica (non siamo una scimmia nuda), riguarda solo noi ed è opera della Scienza.

   
Il regno della Scienza è la Natura e non può spiegare il Trascendente, l'esistenza di Dio, che deve essere affrontato dalla Fede. Nessuna scoperta scientifica può negare o mettere in dubbio l'esistenza di Dio. La Fede e la Scienza sono entrambi doni di Dio, e la Ragione deve essere applicata sia alla Scienza che alla Fede. Studiare la bellezza della Natura non può che portare l’uomo al Trascendente. L'ateismo nega l'esistenza del Trascendente (non è provata l’esistenza di Dio), ma non riesce a dimostrarlo su basi logiche (sono due ambiti diversi se la scienza scoprisse l'esistenza di Dio, questo non potrebbe più essere il creatore).

Gardner D. Risk

La paura è una emozione positiva, ci tiene in vita allontanandoci dai pericoli. Ma quando è irrazionale produce conseguenza negative e decisioni sbagliate. Questo nasce dal fatto che non siamo in grado di valutare adeguatamente i rischi: alcuni meno pericolosi sono sopravvalutati, mentre altri più gravi li sottovalutiamo. Conseguentemente la prevenzione è mal indirizzata e le risorse sono orientate solo a temperare i rischi percepiti, non quelli effettivi.
   
La società moderna, tecnologica e dominata dai media globalizzati, è particolarmente esposta alla paura . Da una parte la paura rende al business, che viene creato per proteggerci. Ci sono giornalisti, scienziati, politici e attivisti che hanno vantaggio dal diffondere paura. I media raccolgono l'attenzione dell'audience attraverso la paura. Però non giustifica la scarsa attenzione verso altri rischi. Ci sono, infatti, anche componenti culturali e psicologiche. Si diffonde la consapevolezza dell'assenza di certi rischi attraverso il bias di conferma: una volta che una credenza ha il sopravvento, cerchiamo e vediamo solo quelle informazioni che confermano la credenza e ignoriamo le altre.
   
Il nostro cervello ha due componenti: quella razionale e quella emotiva. La componente razionale esamina le evidenze e  calcola i risultati. Quella emotiva ci dà delle regole e delle reazioni immediate non coscienti. Non siamo in grado di spiegare alcuni nostri comportamenti automatici, dettati dall'esperienza. Ciò perché la componente emotiva ci ha salvato dai pericoli nella nostra evoluzione ma non è più adatta alla realtà tecnologicamente evoluta di oggi. 
    Diversi sono modi con i quali la nostra mente emotiva distorce la conoscenza. Secondo la regola dell’ancoraggio, quando siamo incerti su una risposta quantitativa che dobbiamo dare, il cervello emotivo prende in considerazione un numero appena sentito anche se non c’entra niente con il problema, a cui si apportano degli aggiustamenti che sono sempre insufficienti. La regola della tipicità delle cose, lega le valutazioni del cervello ai preconcetti, anche se risultano poi del tutto irrazionali. La regola dell’esempio facilmente richiamabile alla memoria ci fa prendere decisioni sulla base dell’esperienza più diretta dell’evento che viviamo, anche se non è pertinente. Sono tutti comportamenti che hanno permesso all’uomo di prendere decisioni immediate in un ambiente diverso da quello attuale. Mentre il nostro cervello non è cambiato molto dall’età della pietre, l’ambiente tecnologico si sviluppa in tempi molto più veloci. La mente razionale non riesce a correggere le distorsioni della mente emotiva.
    Secondo la regola buono-cattivo, quando affrontiamo qualcosa, il cervello emotivo dà subito un giudizio di buon o cattivo, su cui la componente razionale non riesce ad incidere, che guida le valutazioni successive. Questo fa sì che rileva il modo, positivo o negativo, in cui viene presentato il problema, e che non si riesce a tenere conto delle probabilità degli eventi per decidere. Si determinano ampie distorsioni nella percezione delle situazioni. 
   
L’essere umano è sensibile alle storie e sordo ai numeri. Siamo attratti dalle narrazioni, soprattutto quelle che riguardano persone, ma non riusciamo a capire in fondo le statistiche. 
    Siamo animali sociali, vogliamo andare d'accordo con gli altri, anche se sconosciuti. Siamo interessati a quello che gli altri pensano di noi. Siamo influenzati dagli altri e dalle loro paure, abbandoniamo le nostre convinzioni per conformarci alle credenze del gruppo, specie nelle questioni importanti. Inoltre, una volta che abbracciamo una convinzione, cerchiamo tutte le informazioni che la confermano e tralasciamo quelle che la contraddicono. Questo “bias di conferma” ha grosse conseguenze nella politica e nella pubblicità. I media, inoltre, hanno un ruolo chiave nel sostenere questi processi: ci raccontano storie che accendono la nostra attenzione, mentre le informazioni o i fatti rappresentati con i numeri non la raccolgono. Ne discende un comportamento da gregge.
 
   
Il nostro cervello si è evoluto per superare i pericoli dell'età della pietra, e non è adatto alla società moderna dell'informazione. Il cervello emotivo ci fa stare attenti ai pericoli: siamo sensibili agli eventi negativi e alla paura, per tenerci in vita. Ma la paura viene usata per inculcarci delle credenze che non sono sempre vere: i movimenti di opinione, la politica, la pubblicità e gli affari spesso si basano su questo nostro istinto per farci avere delle convinzioni che non corrispondono al vero. Il cervello razionale non riesce, spesso, a correggere queste nostre convinzioni e a valutare correttamente i rischi.  Le nostre paure ci fanno credere che il mondo attuale sia pieno di pericoli, ma se li misuriamo vediamo che i rischi maggiormente all'attenzione del pubblico (terrorismo, malattie, crisi economica) sono quelli che hanno basse probabilità di verificarsi o effetti estremamente contenuti. Viviamo nel mondo migliore che ci sia sempre stato, anche se a volte pensiamo che in passato la vita era piena di certezze. In realtà, pensiamo al passato per le cose che sono realmente accadute, non per l'incertezza che si viveva prima che le cose accadessero.
    La teoria economica è fondata sugli assunti dell'uomo razionale e della efficienza dei mercati, ma poi ci accorgiamo che le persone fanno cose senza senso, si indebitano per importi che non potranno mai ripagare, non valutano adeguatamente i rischi, la complessità della realtà. Una nuova branca dell'economia, l'economia comportamentale, invece, considera gli aspetti psicologici del comportamento umano. 

 Grant J. Co-opportunity

 E' necessario ridisegnare la società intorno a sistemi più cooperativi. La teoria dei giochi insegna che la cooperazione e la competizione non sono opposti: la competizione si basa sui bisogni individuali, la cooperazione su quelli dei gruppi, i beni comuni. Non sempre attraverso il proprio egoismo si raggiungono i migliori risultati. La co-opportunità si riferisce alla possibilità che la cooperazione può portare ad una società migliore, con riferimento ai maggiori problemi attuali (es.: cambiamento climatico). Occorre un cambiamento delle organizzazioni, dell'economia, del governo, delle comunità; le risorse devono essere usate per il massimo bene comune, attraverso radicali cambiamenti. Lo spostamento verso un sistema di cooperazione sposta l'azione a livello di comunità locale, preservando l'iniziativa individuale ma nell'ambito di scopi comuni. L'attuale  economia è basata sulla crescita continua, altrimenti crolla. Ma questo sistema non può durare: una transizione verso un nuovo mondo è inevitabile e sarà improvvisa, un equilibrio su nuove basi, attraverso il passaggio dalla gerarchia alla cooperazione (peer-to-peer, produzione sociale, reti sociali, ecc.), l'organizzazione cooperativa a rete sembra l'organizzazione del futuro, autoorganizzata, consensuale e autoregolante. L'emergenza di strutture sociali nuove per affrontare le cinque sfide fondamentali: creare un clima per il cambiamento, condividere nuovi sogni per il bene comune, creare organizzazioni trasparenti, economie resilienti e strutture con abbondanza di benessere al posto di strutture gerarchiche di grandi aziende basate sulla produttività. Il modernismo è basato sulla tecnologia e sull'idea della macchina efficiente che aumenta il benessere. Ma questa idea poggia su un concetto distorto di benessere, ignora il contesto della natura e della sostenibilità e non cattura l'essenza dell'essere umano. Occorre una identità umana comune, tollerante delle diverse culture e credi e basata su valori comuni e relazioni eque.
    Affinché si formi un clima per il cambiamento, è necessario passare dalla responsabilità individuale all'idea di cittadinanza come processo collettivo, che porti a costruire una società in cui la cooperazione sia rivolta al bene comune, attraverso un dibattito pubblico che superi la responsabilità di pochi. L’attuale cultura della paura porta all'inazione. Bisogna convertire la paura nell'azione razionale comune. La tecnologia può essere usata per favorire la partecipazione (ES. campagna di Obama). La gente deve cambiare se stessa e il proprio modo di vedere le cose e il modo di lavorare delle comunità, darle un senso.

   
Dobbiamo adattare la nostra vita e il nostro comportamento e considerare i nuovi valori, il consumerismo, la crescita personale (non quella economica), il coinvolgimento comunitario ed emozionale. Non possiamo continuare ad essere consumatori passivi di bisogni indotti, ma dobbiamo reindirizzare i nostri desideri.
    C’è un muro tra la domanda di beni e servizi e chi produce: la produzione è pressata dai risultati di breve periodo ad ogni costo. Una gestione sotto pressione in un anno rende più difficile gestire il successivo. I risultati non possono essere positivi per il benessere collettivo perché ciò crea irresponsabilità nel mondo.
 
   
Il modello economico attuale è basato sulla crescita continua, ma riduce il benessere: la maggiore produttività (tecnologia, off-shoring) fa perdere posti di lavoro. Solo una crescita continua  può sostenere l’occupazione. Il modello non è resiliente e non migliora la qualità della vita. L’interesse sui prestiti porta alcuni alla bancarotta: se dieci persone hanno a prestito € 100 al 10% e il sistema non cresce, dopo un anno 9 persone restituiranno € 110 e la decima è destinata a fallire. Ciò incoraggia la competizione, esige crescita continua e la tassazione della maggioranza di chi possiede asset per consentire ai pochi di diventare più ricchi. La distribuzione del benessere è diseguale: i paesi ricchi beneficiano di quasi tutta l’energia mentre sono quelli poveri che subiscono le peggiori conseguenze ambientali. Il Pil misura le quantità e non le qualità, la produttività, non la qualità economica e il valore ed è una misura inadeguata del benessere nella sua dimensione economica, sociale e ambientale. Non è correlato agli aspetti che consentono il perseguimento della felicità. La società deve essere gestita in modo più cooperativo: più a livello locale, le risorse non devono essere sprecate, il cibo deve crescere in modo sostenibile, le cose devono essere costruite per durare, l’energia deve essere basata su risorse rinnovabili, il pieno impiego si può mantenere riducendo l’orario di lavoro. Nel futuro il venture capital dovrà essere sociale e gli investimenti speculativi dovranno essere rimpiazzati da forme di investimento pazienti e responsabili, offrendo dinamismo imprenditoriale, innovazione e contributi per risolvere problemi sociali, seguendo i principi del bene comune, del rispetto e della fiducia (es. Grameen Bank). Deve trasformarsi in un settore no profit al servizio delle comunità. Il modello societario ha perso la capacità di provvedere ai problemi del clima, delle risorse energetiche, della sicurezza del cibo, della stabilità economica, della sicurezza del lavoro e delle pensioni. Il sistema bancario deve essere vicino alle comunità locali aiutando le loro priorità, e avere responsabilità sociale e ambientale. Sarà più resiliente, stabile e con minor assunzione di rischi.
    Lo spostamento verso le colture di massa ha portato meno varietà di cibo e produzioni più stagionali. La coltura tradizionale è più varia, non utilizza la chimica (che è costosa e danneggia il suolo) perché è auto-fertilizzante ed evita i periodi di indisponibilità di prodotti. La coltura di massa ha una logica industriale e finanziaria del ritorno immediato; presuppone un sistema di trasporto globale che influisce sul clima. L'agricoltura non deve entrare in contrasto con la natura per essere più efficiente, seguendo il principio di minimizzazione dell'utilizzo dell'energia, dei rifiuti e dell'impatto umano. La produzione diventa più abbondante, più varia e il sistema diventa più resiliente. E' dimostrato che le colture più piccole sono più produttive e portano a benefici ambientali e a miglioramenti nella fertilità del suolo, a maggiore ritenzione dell'acqua e a resistenza alla siccità. Sistemi di produzione decentralizzati, dove le decisioni sui tipi di coltura diventano locali con l'entusiasmo e la partecipazione della gente, come l'open source, dove il cittadino ha il potere di influire e decidere anche con l'utilizzo delle reti di information technology. Sono sistemi distribuiti, democratici e abbondanti. Nel modo di vedere modernista la produttività è disciplina tecnica separata dai valori umani. I principi dell'auto-organizzazione liberano le energie umane, la passione, la cura e il senso etico e raggiungono fini condivisi. Come le “gilde” medievali, i movimenti open source sono fondate sulla morale, sulle conoscenze specialistiche e sulla benevolenza. Adam Smith, che pure era un filosofo morale, credeva nella moderazione dei mercati. Le sue teorie, però, si fondavano su dieci principi che non sono più adatti ad un sistema resiliente e ad auto-organizzazioni come le gilde: 1) la società è basata sull'interesse personale, mentre le organizzazioni compensano la competizione con la cooperazione; 2) la competizione è salutare ma occorre prevenire che si rifletta eccessivamente sui prezzi; 3) la divisione del lavoro è alla base della produttività, ma ha reso il lavoro despecializzato e tediante; 4) il valore ultimo di un oggetto è il lavoro necessario per acquistarlo, mentre ora dipende dalla creatività, dalle idee e dalle risorse impiegate; 5) i monopolisti distorcono il prezzo attraverso la regolazione dell'offerta mentre il lavoro collettivo rende i processi controllati e trasparenti; 6) il mercato deve essere lasciato libero di determinare prezzi e salari, ma così facendo sono state distrutte le comunità; 7) i profitti sono più alti dove la competizione tra lavoratori è più alta di quella tra imprese, mentre occorre evitare che gli eccessivi profitti rendano il lavoro sottopagato; 8) la crescita aumenta l'occupazione e i salari, mentre il sistema che apprende evita questa necessità che distrugge l'ambiente e il bene comune; 9) il libero mercato agisce come una mano invisibile, ma questa non è sempre orientata al bene comune; 10) i sussidi sono deleteri per l'occupazione e i salari, mentre il sistema delle auto-organizzazioni consente di regolare  l'accesso al mercato e di migliorare le conoscenze  specialistiche. Le “gilde” medievali, infatti, cooperavano per l'istruzione e per la crescita della professione, erano organizzazioni che apprendevano e che evitavano la competizione distruttiva, fornendo aiuto nei periodi duri. Flessibili e auto-regolate su accordi e norme, agivano per il bene comune. Le reti cooperative odierne, sono piattaforme che condividono idee, innovazioni, informazioni e risorse e sono trasparenti e controllate. I sistemi pensanti utilizzano le risorse circostanti, condividono le idee e limitano i rifiuti, rendendoli riutilizzabili per altri scopi. Producono oggetti che durano e che possono essere riparati o riadeguati, che servono alla gente. I mercati sono dinamici perché sono costruiti intorno all'informazione e non centralizzati, ma basati su un'etica condivisa, sull'entusiasmo e sulla creatività.

 Thaler R.H. Sunstein C.R. Nudge. La spinta gentile

 Piccoli dettagli apparentemente insignificanti possono avere una influenza notevole sul comportamento individuale. Gli “architetti delle scelte” sono responsabili di organizzare il contesto nel quale gli individui prendono decisioni. Queste persone, per garantire una effettiva libertà di scelta, devono operare per migliorare il benessere di quelli che devono scegliere, aiutandoli a prendere le decisioni più giuste. Una spinta gentile che non proibisca e che modifica in maniera limitata gli incentivi economici. La completa capacità di scelta razionale appartiene all'homo oeconomicus. In realtà si fanno buone scelte solo  nei contesti in cui si ha esperienza, buone informazioni e un feedback immediato. Negli altri casi, cambiando il contesto si può migliorare la possibilità di fare la scelta giusta. Chi sceglie non è un homo oeconomicus e bisogna aiutarlo con un contesto adeguato di pungoli e incentivi.
    E' possibile migliorare la comprensione del comportamento umano se riconosciamo che le persone sbagliano in maniera sistematica. Possediamo due sistemi cognitivi diversi, quello intuitivo e quello riflessivo. Il sistema intuitivo è il più antico e ci ha aiutato nel mantenerci in vita. Ma spesso sbaglia, in particolare nell'ambiente moderno molto più complesso. Si riscontrano tre tipologie di euristiche del sistema intuitivo, che determinano altrettante distorsioni. L'”ancoraggio”, dei punti di partenza del tutto irrilevanti nelle decisioni, che il cervello aggiusta (se si deve decidere una quantità, si parte da un numero e poi lo si aggiusta). La  “disponibilità” fa sì che si valutino i rischi in relazione alla facilità con cui riusciamo ad individuare un'esperienza pertinente. Siccome ricordiamo meglio le esperienze negative e quelle più recenti, abbiamo una percezione distorta del rischio. La “rappresentatività” ci fa pensare sulla base di una classificazione dei fatti sulla base di stereotipi, che possono non essere corretti e ad individuare dei pattern, dei motivi ricorrenti dove non ce ne sono. Le conseguenze delle distorsioni possono essere rilevanti: siamo eccessivamente ottimisti sulle nostre capacità, perché i fatti negativi ancora non ci hanno colpito, esponendoci a rischi; siamo più sensibili alle perdite rispetto ai guadagni, riducendoci all'inerzia anche quando abbiamo vantaggio a cambiare; si privilegia lo stato attuale, l'opzione di default, per mancanza di attenzione del sistema riflessivo. Conseguentemente, reagiamo diversamente agli stessi fenomeni, a seconda di come questi ci vengono rappresentati (framing).Le persone sono influenzabili.
    La componente intuitiva e quella riflessiva del cervello possono entrare in conflitto: la parte riflessiva decide in termini razionali, freddi, in stato di autocontrollo, quella intuitiva tiene conto soprattutto delle emozioni, i sentimenti, l'eccitazione. Possono essere assunte strategie per favorire il controllo.
    Le persone subiscono le influenze sociali, le affermazioni e le azioni altrui, perché ci sta a cuore quello che la gente pensa di noi e temiamo di essere disapprovati. Tendiamo ad essere conformisti, a seguire le mode. Se tutti la pensano ad un certo modo, si è portati a concludere che hanno ragione. Ci si attiene alle tradizioni, agli schemi consolidati. Un problema importante è l’ignoranza pluralistica e l’accettazione di situazioni strane. In economia il contagio sociale subisce una escalation per esempio delle visioni ottimistiche, che nel lungo periodo diventano insostenibili.
    La situazione influenza le scelte. Spesso le persone scelgono le opzioni che richiedono il minore sforzo, per cui è importante l’opzione di default e dare informazioni comprensibili. Le persone, poi, cercano di semplificare le scelte complesse: la “eliminazione per aspetti” consiste nel considerare dapprima le caratteristiche più importanti e nell’eliminare quelle alternative che non raggiungono una soglia definita, in modo da ridurre le opzioni; la “strategia compensativa” individua un valore attribuito ad un aspetto che può compensare quello di un altro aspetto. Ma queste strategie di semplificazione del quadro decisionale, influenzano il risultato finale non sempre per raggiungere la decisione ottimale.

 Mlodinow L. The Drunkard's Walk

Quando è coinvolto il caso i processi del pensiero sono spesso seriamente errati e ci portano a giudizi e decisioni sbagliate. La errata rappresentazione dei dati ha serie conseguenze nella politica, negli affari, nello sport, ecc.
    Le nostre valutazioni intuitive ci hanno dato grandi vantaggi evolutivi. Ma il mondo è cambiato e il nostro intuito, in situazioni in cui è coinvolto il caso, diventa un insieme di situazioni emotive e di ragionamento che, adesso, sono contro intuitive e possono portarci in  errore. Il nostro cervello non è costruito per valutare le probabilità. Le strategie intuitive che normalmente attuiamo per ridurre la complessità si scontrano con l'incapacità di valutare adeguatamente la casualità e con distorsioni cognitive. Il risultato delle nostre azioni, molto più frequentemente di quanto pensiamo, è determinato dal caso più che dalle nostre capacità. Dobbiamo riuscire a riconoscere gli eventi casuali, spesso nascosti nella realtà, per prendere decisioni più consapevoli.
    La probabilità che accadano due eventi è sempre minore a quella dei singoli eventi (regola della probabilità composta). Normalmente maggiori dettagli in una storia ce la rendono più verosimile, mentre le probabilità si riducono. Nella ricostruzione del passato, ad esempio, diamo maggiore importanza alle memorie più vivide, più disponibili a essere ricordate. Questo bias della disponibilità, distorce le ricostruzioni dei fatti e dell'ambiente.
   
La casualità perfetta esiste solo a livello subatomico, non nella nostra esperienza. Un dado non è mai perfetto e noi consideriamo casuali dei numeri di cui non riusciamo a predire il processo che li produce. Il caos è perfezione. Molti studiosi hanno cercato di capire come le situazioni reali possano essere rappresentate dalle probabilità. Invece spesso inferiamo le probabilità dalle situazioni reali. Bernoulli ci ha insegnato che è necessario individuare il livello di tolleranza dell'incertezza per individuare la significatività statistica. Spesso crediamo che un piccolo campione segua le leggi della probabilità, che il passato possa darci indicazioni su eventi futuri (un fatto che non è successo di recente ha più probabilità di verificarsi).
   
Un altro frequente errore è quello di confondere le probabilità: la probabilità che una serie di eventi potrebbe accadere se fosse il prodotto di una cospirazione con la probabilità che una cospirazione esiste se si verificano una serie di eventi. Prima occorre individuare lo spazio delle possibilità e solo dopo eliminare quelle che non rispettano le condizioni. Quelle che restano sono le probabilità relative.
    Associamo la casualità al disordine. Ma mentre le singole vite di 200 milioni di persone non sono prevedibili, il loro comportamento aggregato può essere dimostrato molto ordinato, perché i dati sociali seguono la distribuzione normale. Einstein trovò un approccio statistico alla fisica. Nonostante le singole particelle abbiano un comportamento caotico, le proprietà dei fluidi sono regolari. L'ordine che percepiamo nella natura è il risultato di un caos sottostante che può essere compreso solo con la casualità.
   
La percezione umana non è diretta conseguenza della realtà ma un atto di immaginazione, perché i dati in nostro possesso sono sempre incompleti ed equivoci. Traiamo conclusioni e diamo giudizi sulla base di informazioni incomplete e incerte. La nostra percezione è soggettiva e ciò ha profonde implicazioni. Molte delle assunzioni che facciamo sono basate su illusioni condivise. La nostra natura è quella di individuare delle logiche di fondo dei fenomeni e di assegnare loro un significato per affrontare l'incertezza. Nel fare ciò troviamo scorciatoie e subiamo distorsioni cognitive che ci portano ad errori sistematici e a decisioni sbagliate. Abbiamo difficoltà a individuare le casualità. I successi (la mano calda) e gli insuccessi sono dovuti al caso più che alle nostre capacità. La possibilità che si abbia successo più di una volta è rara se consideriamo una persona sola, ma se osserviamo lo spazio delle possibilità di tutte le persone, diventa una certezza che una di loro raggiunga tali risultati.
   
Abbiamo l'illusione del controllo. E' nel nostro istinto cercare di controllare gli eventi e pensare che ciò che accade dipende dalla nostra volontà e dalle nostre capacità. Invece di cercare di capire se le nostre idee sono sbagliate, cerchiamo continue conferme (bias di conferma), anche se i fatti che la contraddicono sono più numerosi e rilevanti, ignoriamo alcuni ragionamenti e ne enfatizziamo altri. Diventa importante la prima impressione, gli stereotipi, i preconcetti.
    Il comportamento degli esseri umani è imprevedibile, non è deterministico ma casuale in quanto irrazionale ed è impossibile controllare tutti i fatti della vita. La casualità, a livello individuale, ci spinge da una parte e dall'altra come un ubriaco. Diventa impossibile prevedere il futuro. Dobbiamo allora focalizzarci su come reagire agli eventi piuttosto che prevederli: è necessaria flessibilità, fiducia, coraggio e perseveranza. Le qualità servono ma è importante capire come siamo influenzati dal caso. Le nostre abilità sono importanti ma non bastano, dobbiamo capire il ruolo del caso e la  natura dei processi casuali. Non dobbiamo giudicare le persone solo dai risultati ma accettare la fortuna e la sfortuna.

 Roubini N. Mihm S. Crisis economics

 Le crisi non sono un’eccezione, sono la norma, sono connaturate al sistema capitalistico. La sua vitalità getta le basi delle bolle e di catastrofi. Ma possono essere individuati e monitorati i principi di queste tempeste e, in qualche caso, anche evitate.
   
Anche l’ultima crisi non è un fatto anomalo (un cigno nero) e ha avuto uno sviluppo simile ai casi precedenti: una bolla associata all’accumulazione di debito eccessivo, una crescita eccessiva ed elevata disponibilità di credito, lacune nella supervisione e nella regolamentazione. Le bolle si sviluppano per un’innovazione tecnologica o finanziaria e guadagnano forza dai cambiamenti nella struttura finanziaria. Ogni volta si dice che la situazione del momento è differente, ma non è così: i prezzi aumentano, il credito diventa disponibile e abbondante e la leva cresce. La gente usa le case come collateral, come bancomat: il risparmio si riduce e il debito aumenta. Ad un certo punto la bolla non cresce più: l’offerta eccede la domanda, la fiducia nell’aumento continuo dei prezzi cessa e la bolla scoppia. Le vendite aumentano, i prezzi scendono, si cercano investimenti liquidi, i finanziamenti basati sull’aumento continuo dei prezzi restano insoluti, le banche falliscono. Rispetto alle precedenti, la crisi attuale è dominata dall’avidità: la struttura dei compensi e degli incentivi ha incanalato l’avidità nei profitti di breve termine facendo assumere rischi eccessivi. I conflitti d’interesse sono cresciuti, il sistema finanziario è divenuto opaco attraverso complesse operazioni finanziarie innovative e non si riusciva a capire chi avesse assunto i rischi. I regolatori e i supervisori erano accecati dal fondamentalismo del mercato.
   
La teoria economica si è evoluta dalla fede nella fondamentale stabilità dei mercati rispetto ai dubbi di razionalità del comportamento degli agenti che rende volatili i mercati. Le distorsioni cognitive alimentano l’instabilità. Il capitalismo incorpora l’instabilità, il ciclo e le crisi. Il ruolo della politica e delle banche centrali è quello di compensare gli squilibri del mercato.
    La recente crisi finanziaria nasce da lontano: le securitization, i subprime, i bassi tassi di interesse, le lacune nella regolamentazione e nella supervisione, il modello gestionale “originate to distribute” delle banche, che ha condotto a minori presidi nell’erogazione, i bonus sui risultati a breve termine e la convinzione che il moral hazard avrebbe funzionato, ribaltando i rischi sulla collettività.
   
La crisi pone le premesse per delle riforme volte a superare debolezze e distorsioni. Il problema più rilevante riguarda le politiche di retribuzione e le modalità con cui sono strutturate. Occorre evitare incentivi di massimizzazione dei profitti a breve termine e allinearli a quelli degli azionisti (ad esempio compensando i manager con azioni a diritti limitati, per costringerli a detenerle per un lungo periodo o fino al pensionamento). Ciò stimolerebbe comportamenti più prudenti e la fedeltà all’azienda. Le banche, inoltre, dovrebbero essere costrette a mantenere il rischio dei crediti che assumono, per indurle a monitorare le posizioni. Le cartolarizzazioni devono divenire standardizzate e trasparenti, specialmente sui rischi assunti. Devono essere regolate e non divenire estremamente complesse. Le agenzie di rating devono tornare al vecchio modello di business che evitava il conflitto di interessi: devono essere retribuite dagli investitori, non dagli emittenti; deve essere aumentata la competizione attraverso l’abbassamento delle barriere all’ingresso nel mercato; deve essere eliminato il grande potere che deriva loro dal valore ufficiale dei loro rating (regole di Basilea 2 e 3). Gli strumenti derivati devono essere più trasparenti, standardizzati e trattati in mercati regolamentati. Non possono essere ammessi prodotti troppo complessi e rischiosi. Il rischio di controparte deve essere eliminato attraverso sistemi di compensazione e regolamento centralizzati. Il rischio di controparte rende interconnessi gli operatori e aumenta il rischio di amplificazione delle crisi. Il sistema di Basilea 2 assume che il sistema finanziario sia più stabile di quello che è realmente. Il patrimonio di vigilanza deve essere più ristretto, le componenti più stabili e il meccanismo deve divenire più dinamico per ridurre la pro ciclicità. Deve esser più attento ai problemi della liquidità. Le regole devono essere più semplici e meno discrezionali; gli intermediari devono divenire più piccoli e meno interconnessi.
    Per evitare arbitraggi normativi, le regole vanno messe in pratica per tutte le istituzioni finanziarie, evitando applicazioni discrezionali. Le norme devono essere semplici, per evitare di dover rincorrere l’innovazione finanziaria. Sono necessari, inoltre, principi comuni e un coordinamento tra le autorità di vigilanza dei vari paesi. C’è poi il problema del too big to fail, che induce a comportamenti di moral hazard e che deve essere risolto internalizzando parte dei costi delle crisi e imponendo requisiti di capitale molto più elevati, che inducano anche a dimensioni più contenute degli intermediari, eventualmente attraverso l’intervento dell’Antitrust. La complessità operativa deve essere ridotta e separata l’attività delle banche commerciali dalle banche di investimento, per recidere le eccessive interconnessioni ed evitare che le banche d’investimento possano raccogliere depositi ed erogare crediti. Solo ai fondi comuni può essere concesso il trading proprietario; solo le banche commerciali possono usufruire dell’assicurazione sui depositi e delle reti di salvataggio governative. Il sistema finanziario deve essere compartimentalizzato (meno interconnesso) e forzato verso il “narrow banking” (pochi prodotti semplici)
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    La crisi ha messo in evidenza e, in alcuni casi, ha peggiorato gli squilibri economici degli Stati. La finanza internazionale globalizzata può rendere questi squilibri più sostenibili nel breve periodo, ma gli Stati non possono vivere al di sopra delle proprie disponibilità a lungo. Ne possono nascere tentazioni protezionistiche o inflazionistiche
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Akerlof G.A. Kranton R. E. Identity economics

 L’identità è come le persone pensano che esse stesse e gli altri debbano comportarsi, come la società ci insegna a agire, come la gente è stimolata da questi modi di vedere. L’identità e le norme sociali derivano dall’ambiente sociale e determinano il modo di prendere le decisioni, su cui il contesto sociale ha rilievo. L’economia delle identità considera il contesto sociale in cui gli uomini sembrano essere reali in situazioni reali.
    Le funzioni di utilità nell’economia, hanno incorporato, nel tempo, preferenze non pecuniarie indipendenti dal contesto sociale. In realtà il contesto le influenza. Le persone si identificano nelle differenti categorie sociali e seguono norme, assumono comportamenti, prendono decisioni diverse.

    La funzione di utilità deve includere, pertanto, gli elementi d’identità rilevati nel contesto sociale. Queste identità possono essere consce, e si può scegliere di cambiarle nel tempo, o inconsce, quando la struttura sociale, l’interazione di gruppo influenza le scelte.
   
Nelle organizzazioni, variabili come il dovere e l’onore hanno un ruolo importante. Secondo l’economia dell’identità, possiamo distinguere, nelle aziende, gli insider, che si identificano e sono orgogliosi dell’azienda, e gli outsider, quelli che perdono la propria identità se lavorano duro. I primi non sono molto sensibili agli incentivi monetari, a differenza dei secondi. Per l’azienda, è importante influire sulle identità e investire per cambiarle se i costi non sono elevati, allineando gli obiettivi individuali a quelli aziendali. Nella vita militare i riti, le uniformi, i capelli rasati, la disciplina, hanno il ruolo di definire l’identità; nelle aziende, bisogna fare di più che la semplice supervisione.
   Le scuole impartiscono skill, norme. Gli studenti hanno cura della loro posizione nella scuola. Si possono distinguere gli entusiasti dai distruttivi. La scelta di identificarsi nei due gruppi è determinante. L’amministrazione della scuola deve essere capace di influire su questa scelta. E’ importante creare il senso di comunità. Sono molti gli stereotipi che devono essere superati: i neri sono considerati meno coinvolti, ma hanno le medesime aspettative e obiettivi; i livelli di reddito non influenzano i rendimenti scolastici più del livello e dell’entusiasmo degli insegnanti.
    Ci sono degli stereotipi anche sulle differenze di genere sul lavoro: un uomo che svolge un “lavoro da donna” perde la propria identità; una donna che fa un “lavoro da uomo” deve avere maggiori capacità dei colleghi maschi; i livelli retributivi sono spesso diversi. Secondo l’economia dell’identità, la credenza comune è che gli uomini e le donne svolgono tipicamente lavori diversi; che le donne hanno un attaccamento al lavoro minore perché sono interessate alla crescita dei figli. La discriminazione persiste anche in mercati competitivi. C’è bisogno di interventi sociali ad ampio spettro, a cominciare dal cambiamento delle leggi discriminanti.
     Le teorie tradizionali non ci aiutano a capire le discriminazioni razziali (la concorrenza le dovrebbe far sparire). Anche in questo caso, i lavoratori neri possono decidere di integrarsi (insider) o no (outsider) nel mondo del lavoro. Nel primo caso saranno poco accettati dai colleghi bianchi e perderanno l’identità nera se gli altri non si integrano; nel secondo caso manterranno il rispetto di se, ma se cooperano con i bianchi potrebbero perderlo. Si può influire in tre modi per evitare che i neri lascino il lavoro: eliminare le distinzioni tra bianchi e neri nell’idea di insider, cambiare il significato di identità nera e limitare gli effetti di feedback. L’efficacia delle azioni pubbliche dipende dalla loro influenza sulle scelte di identità. Le iniziative a favore delle minoranze (affermative action) potrebbero perpetrare il senso di vittimismo.
    L’economia dell’identità arricchisce l’analisi economica e la rende più vicina alla realtà. Capire l’identità significa comprendere meglio il comportamento e le norme che regolano le scelte. L’agire individuale, inoltre, influenza il benessere altrui (esternalità): la gente coopera col proprio gruppo. Molti gruppi e categorie sociali manipolano le norme, gli ideali a proprio vantaggio (pubblicità, politica); gli individui cambiano alcune loro identità frequentemente (quando da casa vanno al lavoro) o sporadicamente (es. fede religiosa).

 

 Sen A. The idea of justice

 Le linee di ragionamento sulla giustizia sono due: una concentrata sulla giusta definizione delle istituzioni di una società (istituzionalismo trascendentale), che tende a individuare le caratteristiche di ciò che rappresenta la perfetta giustizia, a  individuare le istituzioni trascendenti ideali sulla base di imperativi morali e politici; l’altra si focalizza sulle realizzazioni sociali attraverso raffronti tra situazioni diverse, allo scopo di rimuovere manifeste ingiustizie, e tende a individuare cosa può essere meno ingiusto, anziché cosa è giusto. L'approccio istituzionale presuppone uno Stato sovrano che applica i principi di giustizia, il secondo si chiede quali siano le soluzioni per rendere il mondo meno ingiusto. Sen segue l'approccio delle realizzazioni sociali, ritenendo che l'organizzazione istituzionale da sola non è né necessaria né sufficiente a realizzare l'idea di giustizia, ma segue un approccio umanistico, la possibilità dell'uomo di realizzare la vita che vuole vivere, la libertà di scegliere cosa contribuisce meglio al proprio benessere, il perseguimento dei propri scopi secondo le proprie priorità, la possibilità di utilizzare le libertà che si hanno.
   
L'Illuminismo ha sopravvalutato l'ambito della ragione con conseguenze atroci. Nel comportamento umano hanno un ruolo importante anche le emozioni, la religione, le credenze, e non è detto che il comportamento razionale è sempre quello giusto. La ragione deve essere sottoposta a scrutinio per verificarne l'obiettività e l'imparzialità dei ragionamenti. Adam Smith invoca, dal punto di vista metodologico, lo “spettatore imparziale”, per ampliare le prospettive, la distanza dai fatti ed evitare il parrochialismo. Per John Rawls la teoria della giustizia si basa sulla esigenza di equità che si realizza, metodologicamente, attraverso la pubblica discussione delle “posizioni originarie” ragionevoli sottoposte al “velo d'ignoranza” affinché siano obiettive e imparziali. E' una concezione politica su come la popolazione può cooperare, attraverso criteri equi validi per il gruppo, per individuare le istituzioni che realizzano i principi di giustizia. Pur se pregevole sotto diversi aspetti, la teoria di Rawls presenta aspetti poco convincenti: non può applicarsi ad un approccio globale e non individua con obiettività e imparzialità i comportamenti ragionevolmente giusti per gli individui nella collettività. L'approccio istituzionale, inoltre, non riesce a confrontare le diverse alternative possibili per individuare una società più giusta e per affrontare i molti problemi di ingiustizia nel mondo, specie in una società globalizzata.
   
Per essere obiettiva e indipendente, la comprensione deve prescindere dalla posizione dell'osservatore, dalle sue credenze. Occorre una mentalità aperta e disponibile verso le opinioni altrui. La razionalità non può consistere nella massimizzazione dell'utilità individuale: le simpatie, la generosità, il raggiungimento di obiettivi comuni influiscono sulle convinzioni e sulle decisioni. L'obiettività del ragionamento, inoltre, è strettamente legata all'esigenza di imparzialità, affinché ciò che è ritenuto giusto o sbagliato possa essere accettabile anche dagli altri, e superare la tendenza alla tolleranza verso noi stessi. Solo un approccio del genere consente un ragionamento con valenza politica o etica. Viviamo in un mondo globalizzato in cui dobbiamo cooperare per affrontare i molti problemi comuni e per soddisfare le esigenze di giustizia.
    L'economia prende in considerazione indicatori condivisi di benessere (es. GDP) che fanno riferimento ai mezzi di sostentamento anziché ai fini: la  libertà, la salute, l'educazione, la coesione sociale, ecc.. Nel valutare la nostra vita è importante la possibilità di scegliere il proprio modo di vivere. In particolare, nel valutare la libertà occorre fare riferimento non solo al contenuto (le opportunità), ma anche al processo (il modo in cui una persona raggiunge i propri obiettivi). E' importante che la persona abbia la possibilità di fare e di essere quello cui attribuisce valore, di poter usufruire effettivamente delle proprie libertà (capability). Le differenze nella capability sono rilevanti nel valutare le disparità sociali e i conseguenti interventi. Non si basano sulle risorse, su alcuni dettagli di convenienza, sulle necessità materiali, ma sulla vita umana, sugli obiettivi di ogni giorno, sul modo in cui si riesce a realizzare la propria vita. Le cose cui diamo valore non sono commensurabili e riducibili ad una dimensione unica. L'approccio sulle capability non si basa solo sull'individualismo metodologico, ma anche sulle relazioni e sulla convivenza sociale, sulle affiliazioni multiple (ciascuno ha differenti tipi di interazione sociale). Per esempio, la povertà non può essere valutata solo  sulla base del reddito, perché le caratteristiche fisiche (genere, capacità lavorative, disabilità), l'ambiente, il clima sociale, le prospettive relazionali hanno un peso importante e devono influire per individuare gli obiettivi che una società si deve dare per essere meno ingiusta. A differenza del criterio della felicità, quello delle capability individua anche gli obblighi e le responsabilità individuali. Il potere di agire liberamente per realizzare una situazione più giusta obbliga moralmente la persona ad agire in tal senso (il potere conferisce responsabilità).
    La democrazie è spesso vista come insieme delle istituzioni che realizzano le procedure tipiche della realtà europea e americana. L'esistenza di queste procedure, quali le elezioni, non garantisce la democrazia, che è stata presente in forme particolari in India, in Giappone e in altre nazioni prima che nell'Europa moderna. Assume importanza cruciale la partecipazione effettiva, il dialogo e l'interazione. Per essere efficace, l'elezione presuppone la libertà di parola, di dissenso. E' importante, perciò, il ruolo svolto dall'informazione e dai media liberi e indipendenti, per dar voce alle minoranze e agli svantaggiati, per alimentare e facilitare il dibattito pubblico, per contribuire alla formazione di valori di libertà. Grazie all'informazione e al dibattito pubblico, nei paesi con democrazie effettive non ci sono mai state grandi carestie. Per il ragionamento pubblico la democrazia è correlata all'idea di giustizia. La democrazia è promotrice dello  sviluppo, attraverso le libertà, la sicurezza e i diritti, che determinano l'espansione delle possibilità di iniziativa e delle responsabilità. La democrazia va oltre l'assetto istituzionale e deve essere valutata globalmente. I diritti umani possono essere considerati dei principi etici condivisi, anche se non universalmente riconosciuti, attraverso il vaglio di un dibattito aperto globale. Possono essere considerati alla base della definizione di norme legali. Sono importanti perché alla base di un dibattito globale e fonti di rivendicazioni importanti. Capire le richieste di giustizia non è, perciò, un esercizio solitario ma, in definitiva, un ragionamento pubblico obiettivo che riguarda argomenti portati da differenti luoghi e che coinvolge prospettive diverse. Non comporta necessariamente la soluzione di conflitti e l'accordo sulle posizioni. Il dibattito sui singoli problemi, se aperto e obiettivo, porta comunque a possibili risultati. Pertanto non deve essere ideologico e tendere a individuare una società giusta, ma a renderla meno ingiusta su singoli problemi, prescindendo dalla cittadinanza e ampliando al massimo le prospettive. Il processo di partecipazione che caratterizza la democrazia, rende impossibile, nel futuro prevedibile, uno Stato democratico globale, ma la discussione senza confini (NGO, UN) arricchisce comunque la democrazia globale e riduce le ingiustizie.

  

 Florida R. The great reset

Il ciclo economico evidenzia quello che non va nelle economie, che si “resettano” lasciando spazio all'innovazione (Shumpeter), a trasformazioni fondamentali dell'economia, dell'ordine sociale, dei modi di vivere. La crisi della fine del XIX secolo è più simile all'attuale, rispetto a quella del 1929, perché è iniziata come una crisi bancaria. Ha portato a una trasformazione nei trasporti (bici, auto), nei materiali (acciaio), nell'organizzazione della produzione (specializzazione). Ha creato le infrastrutture della crescita (elettricità, telefono, trasporti), grazie all'applicazione delle scienze all'industria. Sono cresciuti i centri urbani, anche per la facilitazione dei trasporti, cui è affluita anche l'immigrazione. Le città sono diventate lo spazio tipico adatto al Primo Reset, dove si sviluppa l'intrattenimento, i negozi, i consumi. Anche la Grande depressione del 1929 fu foriera di innovazioni e di efficienza economica: le linee di assemblaggio, motori, plastiche, istruzione, trasporti. Questi aumentarono I consumi, specie per gli apparecchi per la casa, e l'acquisto di abitazioni. Lo spazio tipico divenne l'area suburbana. Si possono distinguere cinque fasi del ciclo che realizzano gli spazi tipici adeguati: 1) cadono le vecchie istituzioni; 2) emergono innovazioni che entrano nel mercato; 3)  le tecnologie si fondono in un sistema più grande e migliore; 4) si realizza un nuovo panorama economico attraverso infrastrutture di energia, trasporti e comunicazioni; 5) emerge lo spazio tipico adatto alla nuova economia che porta a un nuovo modo di vivere e consumare.  La crisi attuale, nata intorno al mito di possedere la casa e al credito facile, ha creato ricchezza illusoria e un tenore di vita al di sopra delle possibilità. Lo spazio suburbano ha espresso I suoi limiti perché è necessaria ora, una maggiore velocità di circolazione delle idee  e una maggiore densità di gente creativa.
  
Come nelle altre crisi, la nostra società sta cambiando in maniera profonda anche nelle nostre abitudini, nei comportamenti, nei valori della nostra vita. Emerge una nuova frugalità e priorità semplici e basilari: più risparmio, meno materialismo, nuove caratteristiche nel consumo. Non sappiamo che tipo di spazi si formeranno, ma alcune forze stanno già forgiando la società. Il settore finanziario, che è divenuto da servitore a predatore dell'economia, assorbendo talenti, resterà importante ma si sta spostando dal trading alla costruzione dell'economia reale. Le biotecnologie non hanno ancora prodotto risultati concreti, la sanità e l'istruzione stanno diventando più rilevanti. Cambiano I lavori meglio pagati, da quelli dei servizi a quelli creativi, con capacità analitiche e sociali. Ma la soddisfazione va oltre lo stipendio: la gente vuole sviluppare competenze e capacità, imparare. Ciò impatta sulla società, sulle comunità, sugli spazi. I lavori creativi saranno applicati ai più vari contesti ma saranno concentrati nello spazio. Cresce la flessibilità e l'autonomia nelle prestazioni lavorative e l'esigenza di fare un lavoro soddisfacente e interessante, non finalizzato al reddito da consumare. I consumi stanno divenendo più qualitativi, efficienti, compatibili con l'ambiente, esperenziali. Lo spazio tipico adatto diventano le megaregioni focalizzate su larghe aree metropolitane più dense che offrono opportunità interessanti di lavoro e di vita. La densità dei raggruppamenti di talenti  genera idee e prodotti in modo più veloce. Le città diventano più grandi ma anche più verdi, efficienti, vivibili. Nuove infrastrutture rendono i movimenti di beni, persone e idee più veloci, come nei precedenti Reset. Il trasporto in auto ha mostrato I suoi limiti (consumo di energia, inquinamento, congestione), il futuro è dei treni ad alta velocità che uniscono le macroregioni in un'area interconnessa. Le esigenze di mobilità e di flessibilità del lavoro cambiano il modo di vedere l'abitazione: la proprietà della casa non è più un sogno, l'affitto è divenuto più efficiente, in centri edilizi che offrono teatri, intrattenimenti, sport. Il governo non può avere un grande ruolo nel Reset ma, anziché salvare le imprese del passato, dovrebbe accelerare e facilitare la transizione attraverso la costruzione delle giuste infrastrutture, il miglioramento della sanità e dell'istruzione, con un decentramento territoriale.

 Rajan R.G. Fault line

    La crisi è il risultato di diversi comportamenti concomitanti tenuti dalla politica, dai governi, dagli economisti, dalla gente comune, sensibili ai rispettivi incentivi. Si sono accumulati fattori di stress che hanno portato alla rottura di diverse linee di faglia.
    Una riguarda l’ampliarsi delle disuguaglianze negli Stati Uniti: i progressi tecnologici hanno un effetto positivo nel lungo periodo ma nel breve hanno un impatto sulla popolazione che può essere dirompente. Richiedendo lavoro più qualificato, avvantaggia le persone più istruite e aumenta la disuguaglianza. Il sistema di istruzione americano non è adeguato e in grado di fornire risposte immediate; non accessibile a tutti l’istruzione superiore. Inoltre, in assenza di miglioramenti nel welfare, necessariamente lunghi, si genera incertezza e ansia, acuita, per il lavoro meno qualificato, dall’immigrazione e dall’outsourcing. La risposta politica è stata quella di facilitare l’accesso al credito e l’acquisto della casa, soprattutto per chi ha basso reddito, per contenere la percezione di ineguaglianza. E’ cresciuto l’indebitamento della parte più povera della popolazione. L’intervento governativo sul credito ha creato incentivi errati divaricando gli obiettivi privati da quelli pubblici. I tassi di interesse non hanno recepito i significativi rischi, ma il problema è rimasto latente a causa del continuo aumento del valore degli immobili. Si è creata una linea di faglia nel sistema finanziario, sempre più complesso, sofisticato e amorale, che ne ha approfittato ed è andato fuori controllo per l’assenza di controlli e di una regolamentazione adeguati.
    La strategia di sviluppo di alcuni paesi emergenti consiste nell’orientamento all’esportazione, sfruttando il vantaggio derivante da bassi salari. Nel tempo questo scompare e diviene difficile stimolare la domanda interna. I paesi poveri mancano del capitale umano, dell’assistenza medica, degli assetti organizzativi delle infrastrutture fisiche, legali e di servizi in grado facilitare lo sviluppo. Pertanto si costituiscono imprese di Stato, campioni nazionali burocratici, monopolisti e inefficienti, che devono essere protetti nella fase di crescita, attraverso barriere e tariffe al commercio e strette relazioni con le banche nazionali. L’inefficienza si scarica sui redditi del lavoro e sui consumi, sulle tasse e sui tassi. Superata la fase iniziale deve essere individuata una strategia di uscita, fondata sulla produttività, sull’innovazione, su prodotti tecnologici che necessitano di capitale umano esperto e meglio remunerato. Anni di protezionismo e di sovra-regolamentazione, interessi precostituiti, le abitudini dei cittadini sono, però, difficili da superare. I crescenti squilibri commerciali aumentano il peso del resto del mondo e soprattutto degli Stati Uniti (demanders of last resort) nell’alimentare la domanda, spinta anche dall’indebitamento.
  
Per finanziare gli investimenti volti alla crescita, i paesi in via di sviluppo non possono basarsi solo sull’insufficiente risparmio domestico, intermediato da un sistema finanziario poco sviluppato, inefficiente e dominato dallo Stato. I finanziatori esteri, non avendo informazioni trasparenti sul sistema produttivo e non sussistendo un sistema legale che garantisce i contratti, intervengono con operazioni denominate in valuta estera forte, a breve termine e richiedono la garanzia dello Stato. I finanziamenti non sono erogati direttamente, ma attraverso le banche locali, anche per evitare di essere pregiudicate nei pagamenti, rispetto alle banche locali. Queste, non curano molto le operazioni; le banche estere non fanno un ampio scrutinio del credito. Ne risultano investimenti in eccesso e la conseguente socializzazione dei rischi (di liquidità, di cambio, di interesse e di credito). Questo effetto deriva, sostanzialmente, dall’incompatibilità nel collegamento tra sistemi finanziari che si basano su principi differenti: quello anglosassone, fondato sulla trasparenza del mercato, sull’informazione pubblica e sull’efficacia del sistema legale; quello di altri paesi supportato dagli intermediari e dalle relazioni di lungo periodo, in cui il governo influisce sui flussi finanziari.
    Un’altra faglia è generata dall’impreparazione degli Stati Uniti nella tutela dei senza lavoro. Gli americani non sono supportati se la recessione è profonda e prolungata. Il sistema economico è strutturato per reagire velocemente alle avversità e i benefici di disoccupazione non durano a lungo. Manca l'assistenza sanitaria universale e il sistema di assicurazione medica non è sostenibile da molti. I lavoratori hanno un forte incentivo a trovare un nuovo lavoro se ne perdono uno: il mercato del lavoro è flessibile e la mobilità facilita il recupero nelle fasi di crisi, facendo chiudere le vecchie imprese e nascere quelle nuove, riallocando efficientemente le risorse. Le imprese americane operano su relazioni di breve periodo con i fornitori, le banche e gli impiegati, sono innovative  e radicali, assegnano senza problemi premi e punizioni. Le aziende in Europa e in Giappone hanno relazioni con gli stakeholder più stabili e hanno uno sviluppo incrementale. Le aziende anglo-americane affrontano un sistema finanziario orientato al mercato fondato sulla trasparenza e sulla disclosure. Le informazioni soft sono invece difficili da trasmettere e possono essere valutate solo dagli analisti. In Europa e Giappone le relazioni con gli investitori (banche e assicurazioni) sono di lungo periodo. Il banchiere ha una maggiore capacità di prendere decisioni giuste ed è incentivato ad aiutare il cliente in difficoltà. Viceversa, negli Stati Uniti questi incentivi sono minori e le imprese preferiscono, in situazioni difficili, licenziare i dipendenti per poi riassumerli in fase di espansione. Nel sistema europeo i dipendenti sono più stabili e leali, specie se i loro skill non sono facilmente reperibili sul mercato. In America non c'è una perdita di status nel fallire o nel perdere il lavoro. Le persone desiderano un più limitato intervento dello Stato: è il mito delle opportunità e della mobilità sociale. Il federalismo in America, coniugato alla mobilità sul lavoro, rende più difficile l'aumento delle tasse. La lunga durata della crisi, però, ha creato incertezza, ansia e ha aperto un dibattito sull’opportunità di stimoli fiscali e monetari.

   La politica monetaria americana è orientata al pieno impiego, oltre che alla stabilità dei prezzi, e alla stabilità del sistema finanziario. Per i primi due agisce attraverso i tassi a breve, per il terzo attraverso la regolamentazione prudenziale. La Fed ha lasciato che i tassi di interesse restassero molto bassi per un periodo eccessivamente lungo, creando incentivi sbagliati, che hanno favorito l'accumularsi di squilibri. Ha lasciato credere che non avrebbe contrastato un aumento dei prezzi degli asset e che si sarebbe accollata le perdite se la bolla sarebbe scoppiata, stimolando il sistema finanziario ad assumere rischi eccessivi. L'aumento dei prezzi degli asset, ha determinato, nella gente, l'effetto ricchezza, spingendo i consumi e l'indebitamento; la banche si sono indebitate a breve termine per assumere rischi sempre crescenti, in cerca di buoni rendimenti, soprattutto nel mercato immobiliare. Il prezzo degli asset si è autorinforzato. Poiché il mercato immobiliare non consente l'assunzione di posizioni short, è dominato dai finanziatori: chi si è reso conto degli eccessi non ha potuto assumere posizioni contro il mercato. Il credito si è deteriorato, la “Greenspan put” ha fatto il resto: ha posto un floor al rischio, favorendo comportamenti opportunistici e aggressivi.
  
Il valore del lavoro del banchiere è misurato dal denaro. Il banchiere ha pochi stimoli affinché il suo lavoro sia rivolto a finalità socialmente desiderabili e ha pochi riferimenti perché sia ancorato alla moralità. Le banche hanno assunto “tail risk” - che hanno la caratteristica di avere una bassissima probabilità di accadimento, sono innescati da eventi sistemici e hanno conseguenze catastrofiche – indotte dalla struttura degli incentivi:
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la politica ha spinto per espandere la proprietà della casa e l'implicita garanzia pubblica ha contribuito a fornire gli incentivi sbagliati e a distorcere il sistema;
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le caratteristiche del mercato anglo americano e la competizione sul mercato non hanno rafforzato i rapporti di lungo periodo;
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il giudizio sul finanziato non era più importante quanto il valore delle case e le banche hanno continuato a erogare mutui anche quando il credito decadeva ed erano sicuri che le rate non sarebbero mai state ripagate, perché sapevano che i crediti sarebbero stati venduti;
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i fondi pensione e le banche estere che li hanno acquistati si sono basati sui distorti giudizi delle agenzie di rating;
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la struttura di governance e dei controlli non ha funzionato quali deterrenti all’assunzione di rischi eccessivi, in quanto gli azionisti hanno una responsabilità limitata e le perdite, nel caso di problemi sistemici, sono assunte, alla fine, dallo Stato e dai cittadini;
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il sistema di remunerazione era asimmetrico, ha enormemente premiato quando i risultati erano buoni ma non ha punito quando erano cattivi e hanno pagato i risultati immediati mentre, molto spesso, i risultati sono dipesi dal caso e sono risultati temporanei;
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i broker erano pagati molto più degli internal auditor e i migliori talenti sono affluiti nella finanza, non nella economia reale;
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la regolamentazione prudenziale, basandosi sui rating, non ha frenato l'assunzione dei rischi (i segnali stradali erano sbagliati e hanno portato fuori strada).
    Tutto ciò ha influito sui comportamenti di tutti, in modo che gli eventi remoti di una crisi sistemica si materializzassero. Il sistema finanziario, quindi, è stato al centro di un certo numero di linee di faglia. Sono necessarie riforme che cambino il modo di vivere, le modalità della crescita e i criteri per prendere decisioni, basandosi su obiettivi di più lungo periodo.
    Il sistema finanziario esce male dalla crisi: il pubblico ha perso la fiducia nel settore. Partendo dal presupposto che il sistema finanziario è essenziale per lo sviluppo e la crescita, occorre individuare quelle riforme che evitino che le istituzioni finanziarie assumano “tail risk”, che ne limitino l’instabilità e le rendano idonee a svolgere il ruolo di sostegno all’economia allocando efficientemente le risorse, internalizzando le conseguenze delle decisioni prese. I principi di carattere generale cui deve ispirarsi la riforma sono:

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assicurare la competizione e l’innovazione, opportunamente incanalate per evitare distorsioni e per garantire capacità di adattamento, varietà e resilienza;
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eliminare sussidi e privilegi alle istituzioni finanziarie, che devono farsi carico dei costi dei loro errori;
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agire sulla regolamentazione, da applicare uniformemente a tutte le istituzioni che hanno una leva finanziaria e che sono interconnesse e che deve essere non discrezionale (per essere attuata in modo semplice e trasparente), contingente, (deve agire in situazioni di necessità) e non eccessivamente costosa per chi la deve rispettare.
    Occorre, inoltre, agire sugli incentivi attraverso:

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una modifica delle strutture di remunerazione dei manager, per rivolgere il loro comportamento ad obiettivi di più lungo periodo;
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coinvolgere il management nei rischi assunti e controlli più efficaci da parte dei board e degli organi di supervisione, con un’informazione tempestiva e completa;
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gestire opportunamente le aspettative degli interventi governativi;
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aumentare i requisiti di capitale per coprire le perdite dimodoché i tassi incorporino i rischi effettivi.
    Bisogna, infine, evitare che le banche e le assicurazioni diventino troppo interconnesse e sistemiche per fallire, al fine di scongiurare la necessità di interventi di salvataggio, discorsivi dei prezzi e della competizione. Attualmente, infatti, queste entità godono di vantaggi competitivi perché possono assumere “tail risk” senza accantonare i relativi costi, con un potenziale di profitto elevato; pagano un tasso più basso sui bond emessi, su cui non è richiesto un premio al rischio. Per limitare le interconnessioni si può agire, ad esempio, evitando che il trading proprietario sia svolto insieme ad altre attività, monitorando le esposizioni tra istituzioni, per evitare sovraesposizioni, forzarle ad avere fondi aggiuntivi, volti ad evitare la necessità di interventi governativi, lasciarle fallire più facilmente, attraverso l’imposizione costante di piani di risoluzione delle crisi, da concordare con periodicità con gli organi di supervisione. Le crisi derivano da circostanze ed eventi che nessuno può prevedere. Per rendere il sistema più resiliente,  oltre che di risorse, c’è bisogno di varietà di operatori, tutti regolati in modo uniforme, senza privilegi.
  
Le disuguaglianza negli Stati Uniti si sono accresciute. In passato erano accettate perché l’immagine del ricco era quello del self-made-man che rappresentava l’ideale delle opportunità. Ora è l’avido banchiere. L’aumento delle tasse non affronta il vero problema, rappresentato dalla scarsezza di capitale umano. Su questo lo Stato può influire notevolmente soprattutto nell’infanzia, intervenendo sull’istruzione, sull’assistenza medica, sul sostegno alle famiglie a basso reddito. La scuola, in particolare, deve inculcare valori che migliorano le abilità, il carattere, la disciplina. L’insegnamento deve essere sviluppato attraendo insegnanti più preparati, con stipendi e carriere commisurate ai risultati. Le classi devono avere un numero di ragazzi più contenuto e deve essere ampliato l’uso delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione; la competizione tra scuole deve essere aumentata (voucher) e deve essere facilitato l’accesso e la permanenza nei college da parte  dei più poveri. L’istruzione deve continuare durante l’attività lavorativa, per consentire al lavoratore di rimanere competitivo. Deve essere migliorato anche il training e l’apprendistato. Un altro aspetto importante riguarda la capacità di resistenza economica in situazioni di crisi e di difficoltà. Date le caratteristiche del mercato del lavoro negli Stati Uniti, l’assicurazione alla disoccupazione, contingente e predeterminata, deve essere estesa in relazione alla durata della recessione. L’assistenza sanitaria deve essere resa universale, ancorché basata sul sistema delle assicurazioni private: anche i giovani e chi non ne usufruisce deve essere tenuto a contribuire e a sostenerla. Devono, infine, essere fortemente ridotti i costi eccessivamente elevati del sistema sanitario, caratterizzato da forti inefficienze. I benefici pensionistici devono essere resi portabili. Lo Stato, infine, deve stimolare il risparmio, per rendere meno ansiogena la mobilità lavorativa.
    Gli sbilanci dei singoli stati e nel commercio internazionale non possono continuare a lungo. La situazione cinese, in particolare, è tale che i sussidi agli esportatori rappresentano, di fatto, una tassa per i lavoratori che non possono aspirare a un reddito più alto, perché la competitività internazionale si basa sul basso costo del lavoro. La procedura di intervento sterilizzato sui cambi, determina ulteriori distorsioni specie sul mercato finanziario interno. Per la loro soluzione il Fondo monetario internazionale e La Banca mondiale possono svolgere un ruolo più importante di quello attuato, a livello politico, da G-20. Queste istituzioni non si basano, come il WTO, su accordi bilaterali che consentono l’imposizione di sanzioni, ma sulla capacità di incidere sui comportamenti dei singoli Stati, anche condizionando i finanziamenti a politiche interne. Devono aumentare la loro capacità di percezione e di comprensione dei problemi reclutando personale anche dai paesi meno sviluppati e devono parlare direttamente alle cittadinanze, sostenendo anche i movimenti di opinione e le ONG, per influenzare la politica locale, altrimenti orientata ai risultati di breve periodo, quelli che producono vantaggi di consenso elettorale.

 Davies H. Green D. Banking on the future

    Le banche centrali hanno un ruolo critico nel funzionamento dei mercati. La recente crisi rende evidente la necessità di una riforma, anche se le responsabilità vanno condivise con le grandi istituzioni finanziarie, le agenzie di rating, i regolatori, i politici e anche i privati cittadini. La crisi ha aperto un dibattito sulle banche centrali. La loro esistenza deriva dal problema che l’intermediazione finanziaria è basata sulla fiducia. Hanno compiti, collocazioni istituzionali e livelli di indipendenza diversi, ma le funzioni irrinunciabili sono l’offerta di attivi di ultima istanza al sistema finanziario, agire coma banca nei confronti delle principali entità finanziarie (per fornire liquidità, garanzie), implementare la politica monetaria attraverso la definizione dei prezzi o delle quantità. Alcune delle funzioni svolte possono essere confliggenti.
  
La funzione di stabilità finanziaria si esplica in tre aree interdipendenti con distinti obiettivi: stabilità interna dei prezzi, esterna dei cambi, del sistema finanziario. La stabilità monetaria (interna) rappresenta il cuore dell’attività svolta dalla banca centrale, quella esterna è intimamente collegata, ma è di responsabilità governativa. La stabilità del sistema finanziario è un concetto più elusivo. Le modalità di azione della banca centrale per la stabilità dei prezzi è cambiata nel corso del tempo. Da ultimo, la teoria delle aspettative rende essenziale la credibilità e l’indipendenza della banca centrale. Anche con riferimento agli obiettivi c’è stata un’evoluzione, ma rimane prevalente la fissazione di un range dei prezzi in un orizzonte di medio periodo. La crisi ha fatto assumere responsabilità e obiettivi anche su altri aspetti, quali l’espansione del credito, la crescita economica, la stabilità del sistema finanziaria (e la connessa necessità di tenere sotto controllo nuovi indicatori). Diventa più importante avere un bilancio solido. Nel corso della crisi, i tassi sono stati ridotti a livelli inusuali e le banche centrali, oltre a fornire liquidità, hanno comprato attivi in precedenza inaccettabili, ampliando il bilancio. La perdita di fiducia tra gli operatori ha reso la banca centrale la controparte sistematica centrale del mercato monetario e anche un operatore privato sul mercato (“quantitative easing”).
    La politica monetaria e la stabilità finanziaria (e quindi la supervisione) sono strettamente collegate. A seguito della crisi c’è consenso sul fatto che la stabilità sia una funzione core della banca centrale. E’ divenuto evidente la necessità di ripensare il modo in cui le banche centrali monitorano i mercati finanziari, forniscono liquidità e altre forme di supporto ai mercati in situazione di stress, si relazionano alle altre autorità. La stabilità finanziaria è definita dalla BCE come quella condizione in cui il sistema finanziario è capace di sopportare gli shock e di superare gli sbilanci finanziari, mitigando la probabilità di creare problemi nel processi di intermediazione finanziaria e di allocazione del risparmio. Solo poche banche centrali hanno statutariamente la finalità della stabilità finanziaria; hanno posto poca attenzione ai segnali della crisi che andavano emergendo. Una questione annosa è quella se la banca centrale deve essere anche responsabile diretta della supervisione. Le banche centrali hanno sicuramente bisogno di informazioni sul sistema finanziario e interesse alla buona gestione delle banche. Di certo, se la supervisione è attribuita ad altre entità, un collegamento istituzionale appare cruciale per rispondere velocemente ed efficacemente e in modo informato in situazioni di stress. Ci sono anche motivi per non incorporare la supervisione nella banca centrale: conflitto di interessi tra obiettivi (essere meno rigidi nella politica monetaria per non creare problemi alle banche di cui si è responsabili), perdita di reputazione in caso di fallimenti, relazioni con il potere politico e livello di indipendenza. Durante la crisi non c'è stato un modello vincente. Alcune banche centrali stanno anche assumendo il ruolo di protezione dei consumatori e degli investitori. Le regolamentazioni nei vari paesi si muovono in direzioni diverse. Negli USA è stata realizzata una tripartizione del sistema e di organismi con riferimento alla stabilità del mercato sull’intero sistema finanziario, alla buona gestione sicurezza delle istituzioni finanziarie, e alla protezione degli investitori e dei consumatori. E’ stata, inoltre, facilitata la conversione dei grandi dealer e broker in banche, per sottoporle a più stretto controllo e riuscire a gestire le eventuali situazioni di crisi. Più stretti controlli della Fed sono stati attuati sulle istituzioni sistematicamente importanti e critiche sul sistema dei pagamenti e di regolamento, indipendentemente dal fatto che raccolgano depositi (aziende interconnesse il cui fallimento può minacciare la stabilità del sistema). In Europa, la BCE ha solo poteri di politica monetaria e si è creato l’Economic Systemic Risk Board, sotto l’egida della stessa BCE, quale organo di controllo macroprudenziale per rischi specifici. In Inghilterra, in passato, sono state separate le istituzioni, ma si sta ripensando il modello. Un altro campo decisivo, su cui è necessario un coordinamento internazionale, è quello delle procedure di bancarotta.

  
La banca centrale ha un ruolo chiave nel funzionamento quotidiano del sistema finanziario: fornisce liquidità al sistema, spesso sorveglia il sistema dei pagamenti, provvede al sistema di regolamento delle obbligazioni e dei cambi. Talvolta gestisce il debito pubblico. La principale funzione dell'intermediazione finanziaria è quella di rendere liquidi investimenti illiquidi. la banca centrale affronta quelle situazioni in cui le  banche devono ripagare depositi a breve senza poter liquidare i propri prestiti o investimenti. Quando tutte le banche cercano di liquidare gli attivi, aumentare i depositi diventa impossibile farlo. La politica monetaria è impotente con i problemi di liquidità, soprattutto nelle situazioni di crisi in cui il credito è eccessivamente cresciuto ed è scambiato sui mercati attraverso le cartolarizzazioni. Le banche centrali sono diventate market-maker di ultima istanza e hanno iniettato capitali nelle banche sistematicamente importanti; hanno di fatto nazionalizzato larga parte dell'intermediazione. Le banche si sono trovate senza attivi di qualità perché  la gestione della liquidità è stata lacunosa in assenza di incentivi a creare risorse di emergenza, a un allineamento con i rischi. I piani di contingency funding erano basati su informazioni incomplete. E' divenuta evidente la necessità, per le banche centrali, di sostenere comportamenti più prudenti. La tendenza a minimizzare i costi di liquidità è influenzata anche dal supporto potenziale delle banche centrali in caso di crisi. Le banche centrali devono richiedere cuscinetti di liquidità maggiori di quelli normalmente necessari per colmare il moral hazard. Ma definire standard di liquidità è difficile in quanto il livello deve essere basato sulla fiducia sui mercati, che è un elemento elusivo. Maggiore liquidità richiesta in fase espansiva, ridurrebbe gli eccessi sul credito e ridurrebbe la trasformazione delle scadenza. Bisogna trovare gli incentivi giusti. Il sistema dei pagamenti può essere una fonte di rischio sistemico che può produrre effetti contagio. Gli operatori sono esposti al rischio di credito e di liquidità e, pertanto, la sorveglianza sul sistema dei pagamenti ha lo scopo di promuovere la sua sicurezza, efficienza, adattamento e la certezza delle transazioni. L'approccio può essere differente e le banche centrali hanno un ruolo più o meno attivo sul sistema. La gestione del debito pubblico è considerata un aspetto specifico della politica monetaria. Le banche centrali non possono finanziare direttamente lo Stato e devono rimanere indipendenti. Se in tempi normali la politica sui tassi e sul debito sono rigorosamente separati, in situazioni di stress tutte le leve a disposizione delle autorità devono essere coordinate.
  
Le banche centrali non sono riuscite a sostenere la stabilità del sistema finanziario, sempre più dipendente dagli attivi, e non hanno riconosciuto la relazione tra stato del mercato degli attivi ed economia reale. Si sono preoccupate dei prezzi al consumo non valutando i rischi dei prezzi degli attivi finanziari. Non è stato accettato che i prezzi degli attivi stavano dando segnali pericolosi e l'approccio è stato asimmetrico: quando i prezzi sono saliti non ci si è affrontato il problema, quando sono scesi, si giustificavano interventi importanti (Greenspan put). La gestione della stabilità deve, invece, andare controvento quando avvengono escalation nei prezzi di mercato. L'espansione del credito è stata eccessiva e gli strumenti innovativi, la leva elevata, l'hanno accelerata. E' importante identificare gli sbilanci eccessivi, i disallineamenti nei prezzi. L'orizzonte degli obiettivi (inflazione) deve essere allungato e deve far parte degli obiettivi anche la stabilità finanziaria. L'approccio è stato quello di mitigare ex post gli effetti del ciclo, invece di intervenire durante le fasi. Una più corretta definizione di inflazione deve considerare anche i prezzi degli attivi (ad es. gli immobili) i comportamenti irrazionali degli investitori hanno effetti importanti sull'economia reale. E' opportuno intervenire sui tassi per moderare le espansioni ingiustificate dei mercati, anche se possono essere impopolari e creare problemi al wellfare state (es. Australia). Il problema deve essere affrontato anche attraverso la regolamentazione (aggiustamenti macroprudenziali quali i capital ratio, il leverage ratio usati in senso anticiclico e idiosincratico in Europa) e la gestione della creazione del credito. In questo ambito, la supervisione prudenziale avrebbe lo scopo di identificare i trend nell'economia e nel sistema finanziario che hanno implicazioni per la stabilità finanziaria, al fine di individuare le misure volte a reindirizzare i rischi. E' necessario un approccio “attraverso il ciclo” globale, per moderarlo ed evitare gli effetti prociclici della attuale regolamentazione (attraverso la regolazione dei tassi di espansione, delle leve, del disallineamento delle scadenza, che incidono sulle esigenze di capitale e con la creazione di buffer in fase di ciclo ascendente da utilizzare in caso di crisi).
  
Il concetto di indipendenza della banca centrale va adeguatamente qualificata. Se è vero che maggiore indipendenza migliora I risultati sull'inflazione e sulle performance economiche, è anche vero che  in tempi di crisi la politica monetaria deve essere coordinata con quella fiscale e che l'entità degli interventi di quantitative easing deve avvenire in accordo con il Ministero delle finanze. L'indipendenza di un'autorità non elettiva deve essere accompagnata dalla trasparenza e dagli obblighi di rendicontazione; solo un'autorità non elettiva riesce a prendere decisioni impopolari che hanno vantaggi nel lungo termine al di la del ciclo elettorale. Pertanto, anche la nomina dei vertici e la loro durata devono essere slegate dal ciclo elettorale; per questo spesso le nomine seguono prassi assai complesse. L'indipendenza necessita di una verifica del modo in cui è esercitata per essere democraticamente legittimata. Per questo i Governatori rendono conto del loro operato ai rispettivi Parlamenti. Il discorso sulla trasparenza è più complesso: in passato il central banking era considerata un'arte oscura, quasi esoterica, comprensibile solo ai tecnici. Ora le cose sono cambiate e le banche centrali devono comunicare le proprie analisi e previsioni, per influenzare le aspettative, per giustificare I propri interventi e per proteggere la propria indipendenza e devono essere trasparenti non solo negli obiettivi, ma anche nei metodi e nelle decisioni.
     L'unità monetaria europea è stato il progetto di central banking più ambizioso mai esistito: un matrimonio che non consente divorzio, una moneta impossibile da spezzare. La BCE ha un mandato forte sulla stabilità monetaria e una forte indipendenza, la supervisione sul sistema dei pagamenti ma non la vigilanza sul sistema finanziario, di competenza delle singole BCN o di apposite istituzioni nazionali. La sfida sulla politica monetaria è quella di definire un unico tasso di interesse appropriato per una nazione che non esiste, ma per sedici paesi diversi. La pronta risposta alla crisi della BCE è stata ammirata. L'euro ha funzionato finora, ma ci sono crescenti tensioni latenti non risolte che si sono accumulate: pochi sono stati I progressi nel coordinamento delle politiche fiscali, le regole sui deficit eccessivi creano contrasti non risolti tra banca centrale e ministri finanziari. La BCE si basa sulle condizioni complessive dell'area, mentre le condizioni del debito sono differenti. Con riferimento alla supervisione, l'Europa è frammentata. Il rapporto de Larosiere auspica un organo di vigilanza europeo per I gruppi transnazionali e compiti di vigilanza macroprudenziale. Le BCN hanno ridimensionato il proprio ruolo e tagliato le strutture territoriali, alcune hanno acquisito nuove funzioni.
   Il bilancio delle banche centrali durante la crisi sono drasticamente cambiati. Attraverso il bilancio la banca centrale influisce sul mercato. Ha bisogno di un bilancio solido per essere effettivamente  indipendente. I governi devono assicurare un'adeguata capitalizzazione per assicurare la credibilità (in teoria la banca centrale non avrebbe bisogno di capitale) e flessibilità operativa. Le banche centrali non operano in un ambiente competitivo e hanno rilevanti entrate, devono controllare la loro efficienza che è difficile da misurare. Le differenze nelle funzioni, nell'organizzazione e negli staff rendono difficili i confronti.

 Minsky H.P. Stabilizing an Unstable Economy

   L'economia che si insegna nei college è seriamente errata, le conclusioni basate sui modelli non sono realistiche e non possono essere applicate in quanto i processi finanziari portano a seri pericoli di instabilità e il comportamento dell'economia diventa incoerente. La teoria keynesiana è stata interpretata erroneamente; la teoria neoclassica non spiega le crisi che invece emergono dal normale funzionamento dell'economia in quanto il sistema finanziario è fragile e accumula disequilibri: dobbiamo costruire istituzioni che costringono e controllano le strutture del passivo, soprattutto delle entità più grandi. Per sopravvivere, il sistema deve avere degli standard di equità ed efficienza. La disoccupazione e i fallimenti hanno trasformato gli incentivi della forza lavoro orientata al reddito verso la ricerca della sicurezza. La politica deve cambiare le caratteristiche del sistema definendone gli obiettivi e disegnano le istituzioni (come nel New Deal) per raggiungere l'efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale (opportunità per tutti). Le grandi istituzioni finanziarie sono le determinanti dell'instabilità, concentrazioni di potere privato che deve essere ridotto a dimensioni gestibili.
   La nostra economia, dopo la seconda guerra  mondiale, è diventata più instabile. L'instabilità crea incertezza e si amplifica: si diventa più sensibili ai segnali di breve termine e, quindi, si propende per un atteggiamento più speculativo. Le relazioni economiche sono complesse e il tentativo di modellizarle non hanno funzionato. La teoria economica deve integrare anche il comportamento della finanza, che è quello che crea instabilità. Una maggiore stabilizzazione può essere raggiunta attraverso al politica fiscale del “Big Government” (che però prende tempo per essere efficace) e il credito di ultima istanza (“Big Bank”): il primo stabilizza la produzione, l’occupazione e il profitto, il secondo il valore degli attivi e dei mercati finanziari, al costo di pressioni inflazionistiche.
    Se è necessario credito per pagare i debiti, siamo in presenza di finanza speculativa. La sua crescita porta ad aumenti dei prezzi degli attivi e ad investimenti amplificando la reazione e rendendo instabile il sistema. Le grandi corporation operano in questo modo, con una gestione del passivo simile a quella delle banche. La socializzazione delle perdite, poi, incoraggia l’assunzione di rischi (moral hazard). La banca centrale, quale lender of last resort, risolve il problema della liquidazione degli asset, tutelandone il valore e prevenendo l’amplificazione delle perdite. La teoria economica non ha accettato l’esistenza di processi, nelle economie capitalistiche con sistemi finanziari avanzati, che generano pressioni inflazionistiche e instabilità finanziaria. Le banche centrali nell’affrontare il problema devono avere la responsabilità e il controllo delle pratiche che creano e amplificano la crisi finanziaria, ma manca loro un modello teorico.
    Il sistema finanziario è reso più complesso dall’innovazione dei prodotti e dalla possibilità di assumere posizioni in nuovi mercati. L’evoluzione ha aumentato il potenziale di instabilità, dopo il dopoguerra, del sistema economico; il sistem
a finanziario, sempre più orientato al breve termine, è più fragile; gli interventi governativi e delle banche centrali prevengono le profonde depressioni ma sono essi stessi portatori di instabilità. Manga un valido quadro teorico di riferimento.
  
La teoria economica standard non spiega il ciclo e l’instabilità e la loro natura endogena al capitalismo. La sintesi neoclassica fondata sull’efficienza dei mercati che si autoregolano ignora la parte della teoria keynesiana che analizza l’interazione tra le forze di finanziarie e la produzione e il consumo, che rende intrinsecamente instabile il sistema: la formazione dei prezzi degli attivi finanziari e le istituzioni finanziarie capitalistiche. Il problema pratico che ne deriva è di identificare le fonti di instabilità e di definire le forme di intervento che limitano il verificarsi delle incoerenze. I monopoli, le modalità di finanziamento degli investimenti necessitano di una visione del futuro per prendere decisioni. In queste condizioni il mercato può fallire.
  
Per costruire una teoria dell’instabilità finanziaria, è necessario capire le determinanti degli investimenti e delle relazioni finanziarie, internalizzandone gli effetti. L’enfasi di Keynes per la finanza e la struttura dell’indebitamento si è persa nella teoria standard. Gli investimenti influenzano l’economia perché devono essere finanziati, influiscono sui tassi e generano profitti. Per analizzare come la finanza influenza l’economia, occorre adattare l’approccio ai cash-flow. I cash-flow della produzione e distribuzione degli output si intrecciano con quelli derivanti dalle relazioni finanziarie. I prezzi degli asset finanziari dipendono dai cash-flow che ci si aspetta che genereranno (introducendo l’elemento tempo, il rischio e l’incertezza). La mancanza di sincronizzazione tra pagamenti e incassi fa entrare in relazioni finanziarie (debiti, fonti di finanziamento esterne). Fintanto che il sistema finanziario è semplice, il capitalismo funziona bene, quando, invece, la complessità aumenta, cresce l’instabilità. Ci sono tre tipi di cash-flow: quello derivante dal processo di produzione, quello derivante dall’ingresso in strumenti di debito e quello che emerge dal portafoglio (acquisti e vendite). L’instabilità del sistema è legata all’importanza relativa delle tre tipologie di flussi: quello derivante dalla produzione è fondamentale e, quando riesce a coprire tutti gli impegni, siamo in presenza di hedge-finance; se invece riesce a coprire solo gli interessi del flusso di debito, si parla di finanza speculativa, che comporta il roll-over del debito e la dipendenza dal movimento dei tassi; nel caso in cui, invece, non riesce a coprire nemmeno il flusso degli interessi sul debito, si parla di Ponzi-finance, e comporta l’incremento continuo del debito. Le banche sono tipiche strutture con una finanza speculativa. L’innovazione finanziaria alla ricerca di nuovi profitti, porta forme di speculazione nel resto del sistema che esce dalla finanza generate endogenamente e spostano il sistema di hedge-financing verso quello speculativo. Quando l’espansione si traduce in un boom incontrollato degli investimenti, aumenta la leva e i margini di copertura si erodono. Nel momento in cui l’espansione di ferma, segue la crisi finanziaria, la cui profondità dipende dall’estensione dell’intervento delle banche centrali attraverso lo sportello di ultima istanza e del settore governativo.
    L’aumento della leva nelle banche senza far percepire la diminuzione della sicurezza e l’incremento del rischio, spinge la redditività e il valore delle proprie azioni. Ciò enfatizza la ricerca della crescita e della leva potenzialmente senza barriere nelle banche, riducendo i margini di sicurezza a la stabilità del sistema. L’assicurazione sui depositi e gli interventi delle banche centrali riducono l’incentivo alla prudenza e rendono necessarie forme di sorveglianza per evitare la necessità di salvataggi (il fallimento delle banche distrugge risparmio) specie in situazioni in cui la finanza  diviene estremamente complessa.  Per contenere l’effetto destabilizzante della crescita delle banche a un livello compatibile con una crescita economica non inflazionistica, sono necessari ratio sulla leva, difficili da applicare in un contesto di forte innovazione finanziaria e di nascita di nuovi intermediari non soggetti a controllo. L’innovazione aumenta la disponibilità di credito che aumenta gli investimenti e può portare a un aumento del prezzo degli asset e a un boom. La flessibilità del sistema finanziario può essere dirompente. La lotta tra la banca centrale che cerca di regolare il sistema attraverso i tassi, le riserve e le operazioni di mercato è quasi sempre vinta dalle banche, una forza endogena de stabilizzatrice. In un contesto del genere è semplicemente falso che il perseguimento dell’interesse individuale mantiene l’economia in equilibrio, ma la conduce verso un’espansione inflazionaria e all’aumento della disoccupazione. La fragilità finanziaria è il prerequisito dell’instabilità. Le autorità sono ancora schiave di una teoria economica che ignora i fenomeni finanziari. Gli interventi di lender of last resort, accettando nuovi attivi ne validano l’uso e ne facilitano l’espansione.
    E’ necessario un serio programma di riforme, nella convinzione che ogni successo è solo transitorio, perché l’innovazione specie nella finanza riporta il sistema verso l’instabilità. Il programma si deve basare su un serio dibattito che riconosca l’instabilità come intrinseca nella nostra economia – ampliata o attenuata dalle istituzioni e dagli interventi governativi – in relazione alla sofisticazione della struttura finanziaria. Deve essere preso nuovamente in considerazione il contributo di Keynes: la finanza non può essere lasciata al libero mercato; il mercato è instabile quando gli investimenti di capitale rappresentano una parte significativa dell’economia; un ampio settore pubblico rende il sistema più stabile. L’enfasi sul capitale rispetto al lavoro, sulla crescita economica anziché sull’occupazione sono errori. L’intervento pubblico, inoltre, può essere discorsivo quando valida decisioni private rischiose, sollevandole dall’incertezza. E’ inoltre indesiderabile che si intervenga su aspetti di dettaglio e questi interventi devono comportare un minimo possibile di attività amministrativa.
    L’agenda delle riforme comprende quattro argomenti.

1) L’ampiezza dell’intervento governativo: deve essere abbastanza grande da compensare gli squilibri del settore privato, ma anche essere efficiente e con un bilancio con squilibri solo temporanei, con un fisco equo solo sulle persone fisiche e sul consumo.
2) Il pieno impiego deve essere stimolato creando una domanda infinitamente elastica e un salario minimo, attraverso lo sviluppo di istituzioni che offrono lavoro, la modifica dei trasferimenti, la rimozione delle barriere alla partecipazione nella forza lavoro e misure che vincolino i salari e il costo del lavoro.
3) Riforme finanziarie strutturate in modo da incoraggiare lo sviluppo di banche indipendenti e più piccole, che funzionano sia come banche commerciali che come banche di investimento e merchant bank, al contrario di quelle grandi, per sostenere meglio le relazioni dirette con i clienti. Occorre regolare il loro tasso di crescita (asset-equity ratio, limitare ila ritenzione degli utili) e favorire l’hedge-financing, quale il finanziamento degli asset. Le banche centrali hanno un ruolo importante soprattutto quando devono rifinanziare le passività bancarie. Con questo strumento e con l’imposizione di riserve devono rendere più robusto il sistema e favorire gli attivi bancari rappresentati da titoli governativi e da finanziamenti a privati in forma meno rischiosa. Devono governare il ciclo anche in fase espansiva che rende più fragile il sistema (ad esempio variando gli obblighi di riserva). La banca centrale deve remare contro la finanza speculativa, le pratiche innovative ed espansioniste.
4) Limitare il potere di mercato è un altro aspetto importante delle riforme. Le grandi corporation utilizzano tecniche produttive ad alta intensità di capitale che creano surplus di lavoro. Il mercato promuove l’efficienza quando non ci sono grossi poteri di mercato. La regolamentazione (soprattutto quella antitrust) deve avere come obiettivi la competitività e di evitare i fallimenti dei mercati. La crescita delle aziende riflette spesso le condizioni di ampia disponibilità di credito del mercato finanziario: la preferenza per il finanziamento degli asset, la minore disponibilità di finanziamenti a breve, la struttura bancaria fondata sulle banche piccole, rimuovono questi vantaggi delle grandi aziende che, in caso di crisi, devono essere salvate socializzando le perdite.
 

 Caldwell C. Reflections on the Revolution In Europe: Immigration, Islam and the West

    L’Europa è da sempre oggetto di immigrazione, di integrazione culturale. La differenza rispetto al passato è la scala di grandezza e il problema islamico: l’islamismo e il cristianesimo hanno avuto scontri violenti nel tempo e ora siamo in uno di questi momenti. Gli europei sono vecchi e poco fertili, al contrario dei musulmani, e questo incide sulla composizione futura della popolazione. La cultura islamica contrasta con molti costumi in Europa e sta cercando di soppiantarla, crea tensioni, non si integra, a differenza delle precedenti immigrazioni. Gli europei hanno sovrastimato le loro esigenze di lavoro derivante dall’immigrazione e non hanno valutato che si caratterizza per essere di massa e durevole. La nuova immigrazione si scontra con la retorica intellettuale europea zona di immigrazione storica, ma che adesso si presenta in forma diversa. Risolvere i problemi economici di temporanea necessità di manodopera con cambiamenti demografici comporta costi strutturali di welfare (educazione, salute, pensioni, ecc.) già al limite della sostenibilità, crea problemi sociali e politici. Questa immigrazione non può essere la soluzione del nostro welfare causata dall’invecchiamento della popolazione: gli immigrati occupano lavori a basso salario che gli europei non vogliono e usufruiscono comunque dei vantaggi (ricevono più di quel che danno). La migrazione attuale non avviene su basi selettive in relazione al lavoro richiesto, bensì quasi come una risposta morale alla politica colonialistica e di sfruttamento del passato o come asilo dei perseguitati, condito da considerazioni umanitarie. Non si tratta però di dovere di ospitalità, ma di accettazione culturale permanente. Una volta acquisiti in massa, creano i loro ambiti culturali spesso separati e pretendono l’accettazione delle loro usanze e culture anziché integrarsi. L’ospitalità iniziale si trasforma in xenofobia perché i valori culturali europei non erano preparati a questo fenomeno. E’ difficile che gli immigrati abbraccino i valori europei (individualismo, democrazia, libertà, diritti umani) se gli stessi europei stanno rivalutando i propri. Dopo le atrocità della seconda guerra mondiale il comportamento degli europei è stato incerto, indeciso, ammettendo qualsiasi cultura e valore seguendo un vago principio di uguaglianza. La tolleranza è divenuta la priorità del politicamente corretto che criminalizza le opinioni espresse contro i gruppi etnici anche quando sono violenti (islamofobia) a vantaggio degli intolleranti. Al posto dell’intolleranza dell’intolleranza del dopoguerra si è sostituita la tolleranza dell’intollerante. In Europa ogni problema con i gruppi etnici viene trasformata in una questione razziale; il superamento dei nazionalismi ci ha fatto abbracciare i nazionalismi degli altri (Palestina). I valori che hanno liberato l’Europa, ora la paralizzano.
   La tolleranza europea ha creato i presupposti per lo sviluppo di religioni straniere che fanno riemergere le tensioni del passato: la paura di una religione che è liberale quando è debole e violenta quando è forte. Diversamente, l'America ha integrato culture simili (europee e latine), Al contrario del passato, l'immigrazione attuale avviene in massa e vuole mantenere la propria lingua, le proprie usanze in colonie etniche e vuole acquisire un potere di influenza sociale. Non hanno intenzione di integrarsi, ma vogliono mantenere la loro cultura. La differenza di fertilità tra europei e immigrati amplifica il problema. Si tratta di un tentativo di colonizzazione più che di immigrazione. I modelli di immigrazione possono essere di assimilazione (Francia) in cui è necessaria l'integrazione culturale per acquisire cittadinanza e quello del semplice rispetto delle norme locali (Inghilterra), senza reale integrazione. Quando l'immigrazione è di massa l'assimilazione diviene difficile anche perché i musulmani vogliono mantenere la propria identità e obbedire al proprio credo che ha una forte componente culturale e sociale. Gli europei hanno paura a consentire il mantenimento delle culture di origine agli immigrati i quali accusano gli europei di pregiudizi. Questo è il paradosso dello Stato liberale: è egualitario e non razzista ma si sente sopraffatto dalle culture non ugualmente libertarie mettendo in pericolo se stesso, l'economia, le istituzioni e lo sviluppo civile. Il dialogo interreligioso si è mantenuto fintanto che il cristianesimo si è sentito forte. I musulmani hanno acquistato potere in Europa senza consentire ai cristiani di sviluppare la propria religione nei paesi arabi.  Il contrasto è diventato più aspro anche perché la religiosità e la spiritualità degli europei è debole: hanno respinto le proprie radici cristiane (libertà, individualismo, coscienza, diritti umani, democrazia). La separazione tra Stato e Chiesa favorisce il pluralismo religioso ma è inadeguata a gestire l'islamismo, in cui le due cose coincidono. Si creano conflitti con le loro usanze che non possono essere risolte con la tolleranza. Le organizzazioni islamiche hanno assunto un peso molto più forte delle altre organizzazioni religiose ed è diventato molto difficile criticare le loro usanze anche quando contrastano con la modernità, il secolarismo delle istituzioni, lo Stato di diritto (cartoons danesi, velo, fatwa nei confronti degli scrittori). Questi contrasti sono evidenti nello stile sessuale e nella relazione tra i generi (sharia).
    I musulmani sono diventati più attivi nelle democrazie europee per influenzare il paese di immigrazione attraverso l'intimidazione che arriva a diventare violenza nella componente più radicale. La xenofobia che ne deriva  alimenta la retorica del vittimismo. L'Occidente non riesce a reagire in relazione ai vincoli morali autoimposti: l'i
slam religioso e insieme politico, autoritario e che ammette la violenza, l'Occidente, liberale, democratico e secolare. L'islam è nemico dello Stato liberale in quanto si ritiene in possesso delle “verità”. In quanto tale, non ha senso parlare di “islam moderato”. L'accettazione dei valori europei può essere, per loro, solo provvisoria e contingente. L'Europa non è in grado di gestire l'immigrazione: gli Stati membri hanno di fatto rifiutato di conferire la politica immigratoria alla UE. La libertà in Europa ha reso la nostra cultura pericolosamente relativistica. Il multiculturalismo, la natura privata della religiosità espongono le nostre istituzioni e la nostra cultura all'influenza islamica; acquistano consenso I partiti intolleranti. La globalizzazione è un fenomeno di “network power”: le scelte individuali determinano collettivamente scelte sociali che nessuno individualmente ha mai preso. L'Europa teme che gli Stati perdano il proprio controllo politico. Il liberalismo e la teocrazia islamica stanno alterando il nostro continente. L'Europa è confusa sulla cittadinanza e sul funzionamento della democrazia, che non riesce a difendere la propria civiltà. Deve ripensare se stessa. L'Europa Unita è espressione dell'influsso americano del dopoguerra. Terminata la guerra fredda ha cercato di svincolarsi e con la presidenza di Obama sono cambiate le relazioni euro-americane. L'immigrazione in America è stata integrata consentendo il mantenimento delle culture di origine purché non confliggessero con il comunicare il lingua inglese e con un forte sistema penale e di contrasto della criminalità. L'Europa, invece, ha una identità e valori deboli e non riessce ad imporre regole proprie, un ideale che chi viene deve accettare e che, invece, sembra più forte.

 Fisher L. The Perfect Swarm: The Science of Complexity in Everyday Life

    Il comportamento di gruppo (branchi, stormi, ecc.) emerge da poche regole di interazione che determinano forme di auto-organizzazioni senza una direzione centrale, in grado di risolvere collettivamente problemi che nessuno individualmente può risolvere meglio. Un ordine dinamico si forma dal caos che riesce ad adattarsi alle circostanze ambientali (sistema complesso adattativo). Affinché i gruppi possono adattarsi, gli individui devono poter: ricevere e dare senso alle informazioni, avere un obiettivo, trasmettere informazioni, influenzare l'azione del vicino, avere un vantaggio dalla propria azione, avere una strategia di risposta alle azioni degli altri, essere razionali, concentrarsi in pochi processi fondamentali escludendo gli altri.
  
La popolazione, le mode, i mercati, ecc. crescono in una reazione a catena che, ad un certo punto, si stabilizza per effetto di feedback che da positivi diventano negativi e che correggono gli eccessi (adattamento). Ad esempio, quando più persone si muovono nella stessa strada, man mano che aumenta la densità, si raggiunge un livello critico in cui il gruppo spontaneamente si auto-organizza in flussi che si muovono nella stessa direzione alla medesima velocità, sulla base del rispetto di alcune poche regole: evitare di urtare gli altri, muoversi nella direzione delle persone vicine (allineamento) muoversi verso la persona vicina (attrazione, coesione). Oltre un certo livello di densità, i flussi si distruggono e il gruppo si ferma; poiché si minimizzano le frizioni e le interazioni, ogni tentativo individuale di fare meglio peggiora la situazione. Se all'interno del gruppo qualcuno ha una conoscenza migliore, il gruppo se ne può avvantaggiare anche se non conosce chi è questo individuo: il suo comportamento sarà seguito dai vicini con un effetto a catena grazie alle regole di comportamento, altrimenti è in grado di reagire esclusivamente alle circostanze esterne. Ci si può avvantaggiare dei successi degli altri copiandoli.
    Soprattutto in situazioni di pericolo, la ricerca di alternative, se contenuta entro certi limiti (40% dello sforzo complessivo), consente di ricercare tutte le possibilità senza compromettere la dinamica del gruppo, che deve impegnare il restante 60% dello sforzo.
  
La diversità è il cuore dell'intelligenza di gruppo e va sfruttata al meglio a seconda del problema. Se si tratta di problemi che hanno a che fare con la definizione di quantità, il valore medio del gruppo cancella gli errori individuali (molte risposte sbagliate possono fare una risposta giusta) quanto più grande è il gruppo, in relazione alle differenze di conoscenza, di interpretazione, di prospettiva e di metodo. L'intelligenza di gruppo funziona meglio con I problemi che comportano una risposta qualitativa, in cui la risposta della maggioranza è sempre migliore di quella individuale (democrazia). Devono però sussistere tre condizioni: i giudizi individuali devono essere indipendenti, il problema deve avere una soluzione unica controllabile, tutti devono rispondere alla medesima domanda. In questi casi le risposte del gruppo sono sempre migliori di quelle individuali, anche se qualcuno di loro è meglio informato.
    Per passare  dalla diversità di opinioni al consenso e all'accordo si possono adottare diverse strade. Quella più semplice è seguire l'esempio di chi sembra più convinto delle proprie azioni, massimizzando la rapidità di azione. Il sistema del confronto attraverso il voto può dare risultati negativi quando c'è la possibilità di manipolazione del consenso e quando ci sono più alternative, che possono dare risultati non ordinabili (A meglio di B, B meglio di C e C meglio di A), come pure quando ci sono pressioni sociali verso l'uniformità, difficili da superare se non uscendo temporaneamente dal gruppo e ragionare in modo indipendente.
    I network hanno un ruolo importante nelle dinamiche di gruppo e possono avere conformazioni diverse nel collegamento tra i singoli e tra i sottogruppi. Spesso assumono rilievo i legami deboli che connettono sottogruppi distanti, legami grazie ai quali si riesce a raggiungere qualsiasi individuo attraverso solo “sei livelli di separazione”.
  
Le decisioni possono essere prese con metodi diversi: basarsi su poche informazioni preziose, raccogliere informazioni finché non si manifesta un quadro coerente, analizzare una grande quantità disordinata di dati. Può capitare che meno informazioni possono portare a migliori decisioni. Per esempio, se abbiamo due alternative e ne riconosciamo solo una, è bene scegliere quest'ultima, perché probabilmente è conosciuta proprio in quanto migliore o già verificata da qualcuno. Se le alternative sono più di due e se ne riconoscono più di una, è meglio scegliere quella che si ricorda meglio. Se abbiamo delle prove che possono aiutarci nella scelta, occorre scegliere l'opzione che ha un maggior eccesso di prove positive rispetto a quelle negative, anche se non sappiamo pesare i fattori. Se siamo in grado di ordinare le prove per importanza, basarsi sulla prima prova utile per distinguere tra le due alternative, tralasciando il resto. Quando si ha una possibilità che eccede il nostro livello di aspirazione, non esitare a sceglierlo: questa possibilità potrebbe non più capitare.

   Gleick J. The information: A History, A Theory, A Flood

    Il linguaggio dei tamburi ha molta ridondanza per creare il contesto della comunicazione ed evitare confusione.
  
Con la scrittura inizia la storia: gli scritti hanno esistenza separata e la conoscenza fuoriesce dalle persone per essere conservata, separata sia da chi parla che da chi ascolta, rivolta a moltitudini, ai vivi e a chi ancora deve nascere. Da evanescente e locale la comunicazione mantiene le informazioni al di là dello spazio e del tempo. Oltre alla storia, permette la legge e gli affari.
    I sistemi di comunicazione con pochi simboli riescono a contenere qualsiasi informazione e permettono i discorsi e discorsi sui discorsi, l'astrazione, un modo per distinguere il vero dal falso, la sistematizzazione della conoscenza, la logica, il pensiero consapevole, spingendo un profondo cambiamento della psiche umana, uno spostamento dalle cose alle parole, dalle parole alle categorie, dalle categorie alle metafore e alla logica. Ma lo scritto limita il numero dei sensi coinvolti rispetto all'oralità e il trasferimento fedele dello stato mentale.
  
L'organizzazione alfabetica dei dizionari ha cambiato il linguaggio, la ricerca dei significati, il metalinguaggio, ma ha cristallizzato e reso meno fluida la lingua. L'esperienza condivisa del discorso è influenzata dalla forma di comunicazione e, quindi, dalle tecnologie.
    L'unione tra meccanica e pensiero ha consentito la costruzione di macchine per l'informazione numerica che utilizzano non solo numeri ma anche variabili: si costruiscono leggi, relazioni, funzioni. L'elettricità ha incorporato il linguaggio tramite il telegrafo prima e il telefono poi: per la prima volta l'umanità viene considerata un organismo dotato di sistema  nervoso. Le conseguenze sociali sono state notevoli: l’annichilazione dello spazio e del tempo e la conservazione delle informazioni sui giornali, nella storia, nel pensiero, creando una coscienza globale. Il concetto di informazione e messaggio si stacca dalla sua consistenza materiale. I nuovi mezzi di trasmissione richiedevano  codifiche per trasformare segni in nuovi segni che rendono più semplice e breve il messaggio ma al rischio che piccoli errori comportino significati molto diversi mancando delle ridondanze che chiariscono il contesto e il senso.
    I relè hanno poi permesso l'utilizzo del sistema binario e degli operatori logici (if, and, or, then), aprendo ala rivoluzione dei computer: La logica avviata dalla scrittura (ragionare sul ragionamento) e l'astrazione sono state sviluppate dalle macchine  che utilizzano i simboli della matematica. Ma sono sorti dei paradossi  a causa dell'esistenza di livelli diversi di astrazione, del metalinguaggio, che portano all'autocontraddizione.
    Il telefono, basato sull'effetto rete, ha rivoluzionato la società (connessioni, numeri di telefono, trascrizioni, i nuovi impieghi tipicamente femminili).
    La ricerca della quantità di informazione contenuta nei simboli e nei messaggi ha portato alla teoria dell’informazione, iniziata con la idealizzazione delle macchine da calcolo che usano le istruzioni matematiche per manipolare simboli attraverso l'esecuzione di algoritmi. La crittografia trasforma il linguaggio ordinario in qualcosa che non sembra avere una struttura per ritrasformarlo in linguaggio al punto di arrivo.
    La struttura del messaggio ha una statistica: il simbolo successivo è influenzato probabilisticamente dal precedente e così  pure la parola successiva e il messaggio successivo. In tale struttura, l'informazione è la sorpresa, l'incertezza, il disordine, l'entropia, quello che non è strettamente path dependent (gli errori avvengono più spesso all'inizio del messaggio). La prevedibilità e la ridondanza sono il lato negativo della misura dell'informazione: aumentano l'efficacia del messaggio e la correzione degli errori. Un bit è il lancio di una moneta.
  
I comportamentalisti sostengono che è impossibile conoscere gli stati mentali delle persone, ma è possibile solo osservare i comportamenti, le reazioni. Il cognitivismo ha gettato le basi delle scienze cognitive che  combinano psicologia, scienza del computer e filosofia.
    L'entropia dissipa energia, la rende inutilizzabile: è il segno del tempo che può essere solo positivo e non può tornare indietro a causa delle probabilità; i sistemi tendono al massimo disordine in quanto quelli disordinati sono  più probabili. L'ordine richiede informazione e riduce l'entropia, ma non è gratis. Informazione significa ordine ma l'ordine non è necessariamente informazione.
    La vita è entropia negativa che assorbe energia dall'ambiente e ha elevati livelli di complessità. Il DNA è informazione che si replica  ma quello che rileva sono le differenze. Anche i biologi hanno assunto il linguaggio delle scienze della comunicazione. Le idee hanno le medesime proprietà dei geni e degli organismi: tendono a perpetuare la propria struttura, a ricombinarsi, a isolarsi e a evolversi; sono infettive e contagiose e si diffondono (specie quelle buone). I memi devono competere ad avere l'attenzione ed esistere e, come i geni, hanno noi come veicoli, ma ora possono essere conservati nei computer.
    La casualità non è in ciò che è conosciuto in anticipo, determinato da una causa, organizzato in un piano. E' l'assenza di regola, la misura della nostra ignoranza. La casualità può essere solo apparente, l’informazione può stare nel rumore e può sorgere da profonde dinamiche complesse. Più una serie è prevedibile, più è ridondante e meno informazioni contiene; più la sua funzione è semplice, più è interessante ma è meno casuale.
  
L'invenzione di Gutemberg e lo spostamento dallo scritto alla stampa ha trasformato la raccolta e la ricerca dei dati e ha creato le reti di comunicazione che hanno portato al Rinascimento, alla Riforma protestante e alla nascita della scienza, alla sistematizzazione della storia. Le informazioni sono diventate accessibili ma se sono eccessive il disordine diventa insormontabile. L'ansia dell'informazione crea un gap tra informazione e conoscenza, una barriera a sapere quello che è necessario; l'informazione si separa dal significato. La lentezza può essere quindi una situazione migliore in quanto permette alle persone di processare una quantità limitata di informazioni; dimenticare può essere importante quanto ricordare. Quando l'informazione è a buon mercato, l'attenzione diventa costosa e l'informazione si perde. E' per questo che sono nate le imprese che filtrano e cercano le informazioni.
  
Abbiamo esteso il nostro sistema nervoso, la fase finale dell'estensione dell'uomo, e il processo è esteso a tutta la società umana, un'intelligenza mondiale interconnessa conscia di se stessa, un piccolo mondo in rete (Mc Luhan).

  Banerjee A.V. Duflo E. Poor Economics

    La povertà a volte sembra un problema insolubile o, comunque, non c'è convergenza sulle soluzioni: le iniziative spesso non producono gli effetti voluti; non c'è consenso sull'efficacia degli aiuti e degli investimenti esterni. Occorre un'analisi più profonda dei meccanismi che non fanno uscire dalla povertà e dei comportamenti, delle scelte dei poveri. Possono esistere "trappole della povertà" ogniqualvolta l'aumento del reddito e della ricchezza è impossibile per quelli che hanno troppo poco da investire e diventa possibile per quelli che hanno solo poco di più (S-shape curve). La teoria non riesce a spiegare la situazione in generale perché sono invece da verificare caso per caso: come i poveri vivono, le istituzioni esistenti, come decidono, cosa funziona e cosa no.
   Spesso la povertà viene associata alla fame, alla incapacità di assumere sufficienti calorie per lavorare, ma un'analisi accurata evidenzia che  gli aiuti o gli aumenti del reddito non sono spesi per migliorare la dieta. I poveri spendono per altre cose rispetto a migliorare la dieta dei bambini che li renderebbe più produttivi da grandi, a causa di pressioni sociali (matrimonio, funerale, dote), perché sono scettici sulla possibilità di un reale cambiamento, perché comporterebbe sacrifici troppo lunghi. Spesso, allora, si focalizzano sul qui e ora per rendere la vita più piacevole. La trappola si forma tra i redditi dei genitori e quello dei figli. Allora vanno aiutati i figli e possono essere inutili gli aiuti alimentari.
    La salute crea una trappola della povertà: genitori malati non sono in grado di avere redditi per avere figli sani, che da grandi saranno meno produttivi. Investire contro le malattie (reti antinsetti da letto, accesso all'acqua per scopi sanitari, fornire medicine) non comporta grandi costi, ma i poveri sembrano preferire cure costose piuttosto che prevenzione a buon mercato. La prevenzione è infatti compito dei Governi e spesso è inefficiente, con alti tassi di assenteismo. Si preferiscono i medici privati perché il loro costo è considerato il valore del servizio e perché l'utilità è immediata. Entrano in gioco false credenze e la time inconsistency (rispetto al presente siamo più impulsivi, piccoli fastidi sono più spiacevoli sul momento; è inclinazione dell'uomo rimandare piccoli costi ed evitare quelli che danno benefici solo nel futuro). Ciò rende necessario rendere semplice far fare la scelta giusta.
    L'istruzione è un altro settore in cui i risultati arrivano nel lungo periodo. L'atteggiamento dei genitori è spesso quello di puntare su uno solo dei figli, quello reputato più dotato, perché la scuola è considerata uno strumento per raggiungere la ricchezza solo per quelli che hanno maggiori capacità. L'istruzione diventa una trappola della povertà anche se non lo è: ogni anno in più a scuola aumenta le capacità di reddito del bambino quando sarà grande. Lo stesso atteggiamento elitista si verifica negli insegnanti, che dedicano più tempo ai più bravi. Il sistema si basa su errate concezioni e determina un enorme spreco di risorse umane. La scuola deve essere ristrutturata per dare a tutti le conoscenze di base, identificare i talenti, sviluppare le capacità analitiche, non solo la comprensione dei testi. Deve basarsi sull'idea che ogni bambino ha delle capacità, che basta poco per essere bravi insegnanti e consentire ad ognuno di imparare al proprio ritmo, secondo le proprie capacità ed esigenze, far capire ai genitori i vantaggi dell'insegnamento per ogni bambino, dare obiettivi raggiungibili a insegnanti e ragazzi, usare più tecnologia nell'insegnamento.
    I paesi più poveri hanno più alti livelli di fertilità ma non è chiara la relazione tra i due fenomeni. Anche le gravidanze precoci sono più numerose. Una maggiore educazione non ha dato risultati, mentre influenzano le norme sociali sul ruolo della donna che sono difficili da cambiare, anche se le telenovela hanno influito. Sono importanti le dinamiche decisionali familiari, in cui le relazioni tra genitori e figli e tra mogli e mariti non sono paritarie e sono influenzate da sanzioni sociali spesso superate. Misure di sicurezza sociale hanno perciò un ruolo importante perché limitano la prolificazione quale strumento di sicurezza per la vecchiaia. 

    I poveri sono come gestori di hedge-funs, convivono con grandi rischi, investono tutto il capitale in piccole aziende agricole, la cui redditività varia tremendamente, sono impiegati in lavori giornalieri, i primi ad essere eliminati in caso di problemi. La salute, inoltre, è una fonte enorme di rischio. Questi fattori possono portare nella trappola della povertà, che può essere rinforzata da fattori psicologici (stress, depressione). Per diversificare questi rischi, si attuano colture diverse nel medesimo villaggio, si ricorre alla migrazione temporanea, ai matrimoni, ci si aiuta l'un l'altro. Le assicurazioni non funzionano in questo settore per l'elevato rischio che porta a cambiamenti di comportamento (moral hazard), per la selezione avversa nelle assicurazioni volontarie, per il rischio di frodi. Ma anche la domanda è scarsa per la ridotta credibilità delle assicurazioni, per il costo che non produce vantaggi nell'immediato. Questo è un chiaro settore dove è necessario un intervento governativo.
    I poveri hanno scarso accesso al credito. Il piccolo credito comporta alti costi dio monitoring. In alcuni casi si ovvia raggruppando più prenditori dello stesso villaggio. Così è per il microcredito, che si fonda sulla reputazione sociale dei prenditori che limita molto i tassi di default. Dà un ruolo decisionale alle donne, che investono di più nell'educazione scolastica dei figli. Il microcredito ha funzionato ma non fa miracoli contro la povertà, ha dei limiti: le sue regole sono troppo rigide e solo uno su quattro riesce ad accedere; le donne che non entrare nei gruppi o ne sono escluse sono discriminate; i pagamenti settimanali sono impossibili per chi deve attendere il ritorno di un investimento; i tassi di default sono incompatibili con l'assunzione di rischi. La comunità assicura il pagamento dei debiti per cui l'insuccesso è un rischio sociale enorme. Deve riuscire ad incoraggiare l'assunzione dei rischi. Non è adatto a finanziare imprese più grandi che necessitano la formazione di istituzioni per il funzionamento del mercato.
    I poveri avrebbero motivi in più per risparmiare, ma hanno difficoltà ad avere un conto in banca, non esistono prodotti specifici per loro (microsaving) e gli altri sono troppo costosi. Nuovi prodotti stanno emergendo come quelli legati al cellulare o conti di gruppo. Occorre capire come pensano il loro futuro e risolvere apparenti contraddizioni. La time inconsistency (pensiamo di poter agire in futuro più saggiamente di quanto agiamo oggi) (spendiamo oggi pensando di poter risparmiare in futuro). E' per questo che i poveri risparmiano costruendo pezzi di casa quando hanno i soldi, ma non risparmiano per comprarla, o non comprano i fertilizzanti perché hanno i soldi solo al momento del raccolto. I prodotti di microsaving devono considerare questi aspetti. Il self-control è più difficile per i poveri perché hanno maggiori tentazioni quando hanno i soldi mentre i loro obiettivi sono sempre lontani nel tempo. Risparmiare poco crea una trappola della povertà; sentire di avere delle opportunità per il futuro (ottimismo) aiuterebbe a non spendere tutto.
    I poveri si ingegnano ma tutto sembra andare contro di loro nell'attività imprenditoriale: non hanno capitali e accesso al credito, sono vulnerabili a molti rischi. Un supporto iniziale potrebbe far uscire loro dalla trappola della povertà, ma anche questo ha dei limiti: i loro campi di attività hanno un rendimento basso e non riescono ad investire per ampliare o diversificare l'attività. Nella maggior parte dei casi l'iniziativa imprenditoriale è solo un modo per lavorare e il loro desiderio è la stabilità, non il rischio. E' questo che potrebbe cambiare la loro visione del futuro ed è per questo che tendono a migrare nelle città, ma spesso solo per periodi di tempo limitati perché la vita in città è più costosa e difficile per la famiglia. Le politiche dovrebbero favorire lavori stabili per i poveri nei piccoli villaggi e facilitare la vita nelle città.
    Per risollevare dalla povertà non sono necessarie buone politiche, ma un buon processo politico. Da un buon processo politico nascono buone politiche. La corruzione crea inefficienze e finché non ci sono le giuste istituzioni, le politiche falliranno. Queste istituzioni devono essere adatte all'ambiente, non possono essere importate.
    Una politica sociale che funziona deve basarsi su cinque principi: 1) semplici informazioni facilitano l'assunzione di decisioni ed evitano false credenze; 2) rendere facili ai poveri prendere le giuste decisioni (nudge); 3) innovazioni tecnologiche e istituzionali, interventi governativi possono rendere disponibili ai poveri mercati loro preclusi (finanza, assicurazioni); 4) le politiche devono dare espressione ai poveri per monitorare i risultati e garantire l'accountability; 5) cambiare le aspettative per evitare profezie che si autoalimentano.