Zichichi
A. Perché io credo in colui che ha fatto il mondo
La cultura moderna ha prodotto molte mistificazioni
colturali. L’identificazione della Scienza con la Tecnica (l'utilizzo dei
ritrovati scientifici), ha reso la prima responsabile dei suoi usi più nefasti.
La scienza ha dei valori
(rivoluzione, antirazzismo, universalità, esaltazione dell'individuo stimolo
intellettuale, umiltà, verità, riflessione, bontà, tolleranza, generosità,
libertà), dei principi etici che deve sostenere per una società diversa da
quella moderna (Manifesto di Erice), che non contrastano con quelli religiosi.
La Scienza è ricerca di verità, ma non è detentrice di tutte le verità
(scientismo): per ben cinque volte ci si era illusi che non ci sarebbe stato più
niente da scoprire. La Tecnica può privare l’uomo della sua stessa libertà
mentre la Scienza arricchisce
l’uomo e il suo spirito. L’ideologia scientifica è il peggior nemico della
Scienza. Occorre demistificare la cultura moderna perché le menzogne culturali
hanno permesso a molte falsità di essere considerate verità.
Tra Fede e Scienza non c'è, perciò, antitesi anche perché
operano su due ambiti diversi, la prima nel trascendente, la seconda
nell'immanente: Natura e Bibbia sono due opere dello stesso autore. Il libro
della Natura, scritto con il linguaggio matematico, ci racconta come è
costruito il mondo; la Bibbia ci indica la via trascendente con cui si arriva al
Signore. La Scienza è il più potente baluardo della Verità portatrice delle
impronte del Creatore.
La teoria dell'evoluzione biologica della specie umana ha
diverse lacune e mancanze: non riesce a spiegare l'evoluzione elle capacità del
cervello umano in quanto, dal punto di vista biologico, la specie umana non è
cambiata negli ultimi diecimila anni, periodo di enormi conquiste culturali.
L'evoluzione biologica, infatti, richiede tempi lunghissimi e riguarda tutti gli
esseri viventi (dovremmo aspettarci che anche gli animali inizino a trovare e
applicare le tecnologie?). L'evoluzione culturale, invece, non è legata
all'evoluzione biologica (non siamo una scimmia nuda), riguarda solo noi ed è
opera della Scienza.
Il
regno della Scienza è la Natura e non può spiegare il Trascendente,
l'esistenza di Dio, che deve essere affrontato dalla Fede. Nessuna scoperta
scientifica può negare o mettere in dubbio l'esistenza di Dio. La Fede e la
Scienza sono entrambi doni di Dio, e la Ragione deve essere applicata sia alla
Scienza che alla Fede. Studiare la bellezza della Natura non può che portare
l’uomo al Trascendente. L'ateismo nega l'esistenza del Trascendente (non è
provata l’esistenza di Dio), ma non riesce a dimostrarlo su basi logiche (sono
due ambiti diversi se la scienza scoprisse l'esistenza di Dio, questo non
potrebbe più essere il creatore).
La paura è
una emozione positiva, ci tiene in vita allontanandoci dai pericoli. Ma quando
è irrazionale produce conseguenza negative e decisioni sbagliate. Questo nasce
dal fatto che non siamo in grado di valutare adeguatamente i rischi: alcuni meno
pericolosi sono sopravvalutati, mentre altri più gravi li sottovalutiamo.
Conseguentemente la prevenzione è mal indirizzata e le risorse sono orientate
solo a temperare i rischi percepiti, non quelli effettivi.
La società
moderna, tecnologica e dominata dai media globalizzati, è particolarmente
esposta alla paura . Da una parte la paura rende al business, che viene
creato per proteggerci. Ci sono giornalisti, scienziati, politici e attivisti
che hanno vantaggio dal diffondere paura. I media raccolgono l'attenzione dell'audience
attraverso la paura. Però non giustifica la scarsa attenzione verso altri
rischi. Ci sono, infatti, anche componenti culturali e psicologiche. Si diffonde
la consapevolezza dell'assenza di certi rischi attraverso il bias di
conferma: una volta che una credenza ha il sopravvento, cerchiamo e vediamo solo
quelle informazioni che confermano la credenza e ignoriamo le altre.
Il nostro cervello ha due componenti: quella razionale e quella emotiva. La
componente razionale esamina le evidenze e calcola i risultati. Quella
emotiva ci dà delle regole e delle reazioni immediate non coscienti. Non siamo
in grado di spiegare alcuni nostri comportamenti automatici, dettati
dall'esperienza. Ciò perché la componente emotiva ci ha salvato dai pericoli
nella nostra evoluzione ma non è più adatta alla realtà tecnologicamente
evoluta di oggi.
Diversi sono modi con i quali la nostra mente emotiva
distorce la conoscenza. Secondo la regola dell’ancoraggio, quando siamo
incerti su una risposta quantitativa che dobbiamo dare, il cervello emotivo
prende in considerazione un numero appena sentito anche se non c’entra niente
con il problema, a cui si apportano degli aggiustamenti che sono sempre
insufficienti. La regola della tipicità delle cose, lega le valutazioni del
cervello ai preconcetti, anche se risultano poi del tutto irrazionali. La regola
dell’esempio facilmente richiamabile alla memoria ci fa prendere decisioni
sulla base dell’esperienza più diretta dell’evento che viviamo, anche se
non è pertinente. Sono tutti comportamenti che hanno permesso all’uomo di
prendere decisioni immediate in un ambiente diverso da quello attuale. Mentre il
nostro cervello non è cambiato molto dall’età della pietre, l’ambiente
tecnologico si sviluppa in tempi molto più veloci. La mente razionale non
riesce a correggere le distorsioni della mente emotiva.
Secondo la regola buono-cattivo, quando affrontiamo qualcosa,
il cervello emotivo dà subito un giudizio di buon o cattivo, su cui la
componente razionale non riesce ad incidere, che guida le valutazioni
successive. Questo fa sì che rileva il modo, positivo o negativo, in cui viene
presentato il problema, e che non si riesce a tenere conto delle probabilità
degli eventi per decidere. Si determinano ampie distorsioni nella percezione
delle situazioni.
L’essere
umano è sensibile alle storie e sordo ai numeri. Siamo attratti dalle
narrazioni, soprattutto quelle che riguardano persone, ma non riusciamo a capire
in fondo le statistiche.
Siamo animali sociali, vogliamo andare d'accordo con gli
altri, anche se sconosciuti. Siamo interessati a quello che gli altri pensano di
noi. Siamo influenzati dagli altri e dalle loro paure, abbandoniamo le nostre
convinzioni per conformarci alle credenze del gruppo, specie nelle questioni
importanti. Inoltre, una volta che abbracciamo una convinzione, cerchiamo tutte
le informazioni che la confermano e tralasciamo quelle che la contraddicono.
Questo “bias di conferma” ha grosse conseguenze nella politica e
nella pubblicità. I media, inoltre, hanno un ruolo chiave nel sostenere questi
processi: ci raccontano storie che accendono la nostra attenzione, mentre le
informazioni o i fatti rappresentati con i numeri non la raccolgono. Ne discende
un comportamento da gregge.
Il nostro
cervello si è evoluto per superare i pericoli dell'età della pietra, e non è
adatto alla società moderna dell'informazione. Il cervello emotivo ci fa stare
attenti ai pericoli: siamo sensibili agli eventi negativi e alla paura, per
tenerci in vita. Ma la paura viene usata per inculcarci delle credenze che non
sono sempre vere: i movimenti di opinione, la politica, la pubblicità e gli
affari spesso si basano su questo nostro istinto per farci avere delle
convinzioni che non corrispondono al vero. Il cervello razionale non riesce,
spesso, a correggere queste nostre convinzioni e a valutare correttamente i
rischi. Le nostre paure ci fanno
credere che il mondo attuale sia pieno di pericoli, ma se li misuriamo vediamo
che i rischi maggiormente all'attenzione del pubblico (terrorismo, malattie,
crisi economica) sono quelli che hanno basse probabilità di verificarsi o
effetti estremamente contenuti. Viviamo nel mondo migliore che ci sia sempre
stato, anche se a volte pensiamo che in passato la vita era piena di certezze.
In realtà, pensiamo al passato per le cose che sono realmente accadute, non per
l'incertezza che si viveva prima che le cose accadessero.
La teoria economica è fondata sugli assunti dell'uomo
razionale e della efficienza dei mercati, ma poi ci accorgiamo che le persone
fanno cose senza senso, si indebitano per importi che non potranno mai ripagare,
non valutano adeguatamente i rischi, la complessità della realtà. Una nuova
branca dell'economia, l'economia comportamentale,
invece, considera gli aspetti psicologici del comportamento umano.
E'
necessario ridisegnare la società intorno a sistemi più cooperativi. La teoria
dei giochi insegna che la cooperazione e la competizione non sono opposti: la
competizione si basa sui bisogni individuali, la cooperazione su quelli dei
gruppi, i beni comuni. Non sempre attraverso il proprio egoismo si raggiungono i
migliori risultati. La co-opportunità si riferisce alla possibilità che la
cooperazione può portare ad una società migliore, con riferimento ai maggiori
problemi attuali (es.: cambiamento climatico). Occorre un cambiamento delle
organizzazioni, dell'economia, del governo, delle comunità; le risorse devono
essere usate per il massimo bene comune, attraverso radicali cambiamenti. Lo
spostamento verso un sistema di cooperazione sposta l'azione a livello di
comunità locale, preservando l'iniziativa individuale ma nell'ambito di scopi
comuni. L'attuale economia è
basata sulla crescita continua, altrimenti crolla. Ma questo sistema non può
durare: una transizione verso un nuovo mondo è inevitabile e sarà improvvisa,
un equilibrio su nuove basi, attraverso il passaggio dalla gerarchia alla
cooperazione (peer-to-peer, produzione sociale, reti sociali, ecc.),
l'organizzazione cooperativa a rete sembra l'organizzazione del futuro,
autoorganizzata, consensuale e autoregolante. L'emergenza di strutture sociali
nuove per affrontare le cinque sfide fondamentali: creare un clima per il
cambiamento, condividere nuovi sogni per il bene comune, creare organizzazioni
trasparenti, economie resilienti e strutture con abbondanza di benessere al
posto di strutture gerarchiche di grandi aziende basate sulla produttività. Il
modernismo è basato sulla tecnologia e sull'idea della macchina efficiente che
aumenta il benessere. Ma questa idea poggia su un concetto distorto di
benessere, ignora il contesto della natura e della sostenibilità e non cattura
l'essenza dell'essere umano. Occorre una identità umana comune, tollerante
delle diverse culture e credi e basata su valori comuni e relazioni eque.
Affinché si formi un clima per il cambiamento, è necessario
passare dalla responsabilità individuale all'idea di cittadinanza come processo
collettivo, che porti a costruire una società in cui la cooperazione sia
rivolta al bene comune, attraverso un dibattito pubblico che superi la
responsabilità di pochi. L’attuale cultura della paura porta all'inazione.
Bisogna convertire la paura nell'azione razionale comune. La tecnologia può
essere usata per favorire la partecipazione (ES. campagna di Obama). La gente
deve cambiare se stessa e il proprio modo di vedere le cose e il modo di
lavorare delle comunità, darle un senso.
Dobbiamo
adattare la nostra vita e il nostro comportamento e considerare i nuovi valori,
il consumerismo, la crescita personale (non quella economica), il coinvolgimento
comunitario ed emozionale. Non possiamo continuare ad essere consumatori passivi
di bisogni indotti, ma dobbiamo reindirizzare i nostri desideri.
C’è un muro tra la domanda di beni e servizi e chi
produce: la produzione è pressata dai risultati di breve periodo ad ogni costo.
Una gestione sotto pressione in un anno rende più difficile gestire il
successivo. I risultati non possono essere positivi per il benessere collettivo
perché ciò crea irresponsabilità nel mondo.
Il modello
economico attuale è basato sulla crescita continua, ma riduce il benessere: la
maggiore produttività (tecnologia, off-shoring) fa perdere posti di
lavoro. Solo una crescita continua può
sostenere l’occupazione. Il modello non è resiliente e non migliora la qualità
della vita. L’interesse sui prestiti porta alcuni alla bancarotta: se dieci
persone hanno a prestito € 100 al 10% e il sistema non cresce, dopo un anno 9
persone restituiranno € 110 e la decima è destinata a fallire. Ciò
incoraggia la competizione, esige crescita continua e la tassazione della
maggioranza di chi possiede asset per consentire ai pochi di diventare più
ricchi. La distribuzione del benessere è diseguale: i paesi ricchi beneficiano
di quasi tutta l’energia mentre sono quelli poveri che subiscono le peggiori
conseguenze ambientali. Il Pil misura le quantità e non le qualità, la
produttività, non la qualità economica e il valore ed è una misura inadeguata
del benessere nella sua dimensione economica, sociale e ambientale. Non è
correlato agli aspetti che consentono il perseguimento della felicità. La
società deve essere gestita in modo più cooperativo: più a livello locale, le
risorse non devono essere sprecate, il cibo deve crescere in modo sostenibile,
le cose devono essere costruite per durare, l’energia deve essere basata su
risorse rinnovabili, il pieno impiego si può mantenere riducendo l’orario di
lavoro. Nel futuro il venture capital dovrà essere sociale e gli
investimenti speculativi dovranno essere rimpiazzati da forme di investimento
pazienti e responsabili, offrendo dinamismo imprenditoriale, innovazione e
contributi per risolvere problemi sociali, seguendo i principi del bene comune,
del rispetto e della fiducia (es. Grameen Bank). Deve trasformarsi in un settore
no profit al servizio delle comunità. Il modello societario ha perso la
capacità di provvedere ai problemi del clima, delle risorse energetiche, della
sicurezza del cibo, della stabilità economica, della sicurezza del lavoro e
delle pensioni. Il sistema bancario deve essere vicino alle comunità locali
aiutando le loro priorità, e avere responsabilità sociale e ambientale. Sarà
più resiliente, stabile e con minor assunzione di rischi.
Lo spostamento verso le colture di massa ha portato meno
varietà di cibo e produzioni più stagionali. La coltura tradizionale è più
varia, non utilizza la chimica (che è costosa e danneggia il suolo) perché è
auto-fertilizzante ed evita i periodi di indisponibilità di prodotti. La
coltura di massa ha una logica industriale e finanziaria del ritorno immediato;
presuppone un sistema di trasporto globale che influisce sul clima.
L'agricoltura non deve entrare in contrasto con la natura per essere più
efficiente, seguendo il principio di minimizzazione dell'utilizzo dell'energia,
dei rifiuti e dell'impatto umano. La produzione diventa più abbondante, più
varia e il sistema diventa più resiliente. E' dimostrato che le colture più
piccole sono più produttive e portano a benefici ambientali e a miglioramenti
nella fertilità del suolo, a maggiore ritenzione dell'acqua e a resistenza alla
siccità. Sistemi di produzione decentralizzati, dove le decisioni sui tipi di
coltura diventano locali con l'entusiasmo e la partecipazione della gente, come
l'open source, dove il cittadino ha il potere di influire e decidere
anche con l'utilizzo delle reti di information technology. Sono sistemi
distribuiti, democratici e abbondanti. Nel modo di vedere modernista la
produttività è disciplina tecnica separata dai valori umani. I principi
dell'auto-organizzazione liberano le energie umane, la passione, la cura e il
senso etico e raggiungono fini condivisi. Come le “gilde” medievali, i
movimenti open source sono fondate sulla morale, sulle conoscenze
specialistiche e sulla benevolenza. Adam Smith, che pure era un filosofo morale,
credeva nella moderazione dei mercati. Le sue teorie, però, si fondavano su
dieci principi che non sono più adatti ad un sistema resiliente e ad
auto-organizzazioni come le gilde: 1) la società è basata sull'interesse
personale, mentre le organizzazioni compensano la competizione con la
cooperazione; 2) la competizione è salutare ma occorre prevenire che si
rifletta eccessivamente sui prezzi; 3) la divisione del lavoro è alla base
della produttività, ma ha reso il lavoro despecializzato e tediante; 4) il
valore ultimo di un oggetto è il lavoro necessario per acquistarlo, mentre ora
dipende dalla creatività, dalle idee e dalle risorse impiegate; 5) i
monopolisti distorcono il prezzo attraverso la regolazione dell'offerta mentre
il lavoro collettivo rende i processi controllati e trasparenti; 6) il mercato
deve essere lasciato libero di determinare prezzi e salari, ma così facendo
sono state distrutte le comunità; 7) i profitti sono più alti dove la
competizione tra lavoratori è più alta di quella tra imprese, mentre occorre
evitare che gli eccessivi profitti rendano il lavoro sottopagato; 8) la crescita
aumenta l'occupazione e i salari, mentre il sistema che apprende evita questa
necessità che distrugge l'ambiente e il bene comune; 9) il libero mercato
agisce come una mano invisibile, ma questa non è sempre orientata al bene
comune; 10) i sussidi sono deleteri per l'occupazione e i salari, mentre il
sistema delle auto-organizzazioni consente di regolare
l'accesso al mercato e di migliorare le conoscenze
specialistiche. Le “gilde” medievali, infatti, cooperavano per
l'istruzione e per la crescita della professione, erano organizzazioni che
apprendevano e che evitavano la competizione distruttiva, fornendo aiuto nei
periodi duri. Flessibili e auto-regolate su accordi e norme, agivano per il bene
comune. Le reti cooperative odierne, sono piattaforme che condividono idee,
innovazioni, informazioni e risorse e sono trasparenti e controllate. I sistemi
pensanti utilizzano le risorse circostanti, condividono le idee e limitano i
rifiuti, rendendoli riutilizzabili per altri scopi. Producono oggetti che durano
e che possono essere riparati o riadeguati, che servono alla gente. I mercati
sono dinamici perché sono costruiti intorno all'informazione e non
centralizzati, ma basati su un'etica condivisa, sull'entusiasmo e sulla
creatività.
Thaler R.H. Sunstein C.R. Nudge. La spinta gentile
Piccoli
dettagli apparentemente insignificanti possono avere una influenza notevole sul
comportamento individuale. Gli “architetti delle scelte” sono responsabili
di organizzare il contesto nel quale gli individui prendono decisioni. Queste
persone, per garantire una effettiva libertà di scelta, devono operare per
migliorare il benessere di quelli che devono scegliere, aiutandoli a prendere le
decisioni più giuste. Una spinta gentile che non proibisca e che modifica in
maniera limitata gli incentivi economici. La completa capacità di scelta
razionale appartiene all'homo oeconomicus. In realtà si fanno buone
scelte solo nei contesti in cui si
ha esperienza, buone informazioni e un feedback immediato. Negli altri
casi, cambiando il contesto si può migliorare la possibilità di fare la scelta
giusta. Chi sceglie non è un homo oeconomicus e bisogna aiutarlo con un
contesto adeguato di pungoli e incentivi.
E' possibile migliorare la comprensione del comportamento
umano se riconosciamo che le persone sbagliano in maniera sistematica.
Possediamo due sistemi cognitivi diversi, quello intuitivo e quello riflessivo.
Il sistema intuitivo è il più antico e ci ha aiutato nel mantenerci in vita.
Ma spesso sbaglia, in particolare nell'ambiente moderno molto più complesso. Si
riscontrano tre tipologie di euristiche del sistema intuitivo, che determinano
altrettante distorsioni. L'”ancoraggio”, dei punti di partenza del tutto
irrilevanti nelle decisioni, che il cervello aggiusta (se si deve decidere una
quantità, si parte da un numero e poi lo si aggiusta). La
“disponibilità” fa sì che si valutino i rischi in relazione alla
facilità con cui riusciamo ad individuare un'esperienza pertinente. Siccome
ricordiamo meglio le esperienze negative e quelle più recenti, abbiamo una
percezione distorta del rischio. La “rappresentatività” ci fa pensare sulla
base di una classificazione dei fatti sulla base di stereotipi, che possono non
essere corretti e ad individuare dei pattern, dei motivi ricorrenti dove
non ce ne sono. Le conseguenze delle distorsioni possono essere rilevanti: siamo
eccessivamente ottimisti sulle nostre capacità, perché i fatti negativi ancora
non ci hanno colpito, esponendoci a rischi; siamo più sensibili alle perdite
rispetto ai guadagni, riducendoci all'inerzia anche quando abbiamo vantaggio a
cambiare; si privilegia lo stato attuale, l'opzione di default, per
mancanza di attenzione del sistema riflessivo. Conseguentemente, reagiamo
diversamente agli stessi fenomeni, a seconda di come questi ci vengono
rappresentati (framing).Le persone sono influenzabili.
La componente intuitiva e quella riflessiva del cervello
possono entrare in conflitto: la parte riflessiva decide in termini razionali,
freddi, in stato di autocontrollo, quella intuitiva tiene conto soprattutto
delle emozioni, i sentimenti, l'eccitazione. Possono essere assunte strategie
per favorire il controllo.
Le persone subiscono le influenze sociali, le affermazioni e
le azioni altrui, perché ci sta a cuore quello che la gente pensa di noi e
temiamo di essere disapprovati. Tendiamo ad essere conformisti, a seguire le
mode. Se tutti la pensano ad un certo modo, si è portati a concludere che hanno
ragione. Ci si attiene alle tradizioni, agli schemi consolidati. Un problema
importante è l’ignoranza pluralistica e l’accettazione di situazioni
strane. In economia il contagio sociale subisce una escalation per
esempio delle visioni ottimistiche, che nel lungo periodo diventano
insostenibili.
La situazione influenza le scelte. Spesso le persone scelgono
le opzioni che richiedono il minore sforzo, per cui è importante l’opzione di
default e dare informazioni comprensibili. Le persone, poi, cercano di
semplificare le scelte complesse: la “eliminazione per aspetti” consiste nel
considerare dapprima le caratteristiche più importanti e nell’eliminare
quelle alternative che non raggiungono una soglia definita, in modo da ridurre
le opzioni; la “strategia compensativa” individua un valore attribuito ad un
aspetto che può compensare quello di un altro aspetto. Ma queste strategie di
semplificazione del quadro decisionale, influenzano il risultato finale non
sempre per raggiungere la decisione ottimale.
Mlodinow
L. The Drunkard's Walk
Quando è
coinvolto il caso i processi del pensiero sono spesso seriamente errati e ci
portano a giudizi e decisioni sbagliate. La errata rappresentazione dei dati ha
serie conseguenze nella politica, negli affari, nello sport, ecc.
Le nostre valutazioni intuitive ci hanno dato grandi vantaggi
evolutivi. Ma il mondo è cambiato e il nostro intuito, in situazioni in cui è
coinvolto il caso, diventa un insieme di situazioni emotive e di ragionamento
che, adesso, sono contro intuitive e possono portarci in
errore. Il nostro cervello non è costruito per valutare le probabilità.
Le strategie intuitive che normalmente attuiamo per ridurre la complessità si
scontrano con l'incapacità di valutare adeguatamente la casualità e con
distorsioni cognitive. Il risultato delle nostre azioni, molto più
frequentemente di quanto pensiamo, è determinato dal caso più che dalle nostre
capacità. Dobbiamo riuscire a riconoscere gli eventi casuali, spesso nascosti
nella realtà, per prendere decisioni più consapevoli.
La probabilità che accadano due eventi è sempre minore a
quella dei singoli eventi (regola della probabilità composta). Normalmente
maggiori dettagli in una storia ce la rendono più verosimile, mentre le
probabilità si riducono. Nella ricostruzione del passato, ad esempio, diamo
maggiore importanza alle memorie più vivide, più disponibili a essere
ricordate. Questo bias della disponibilità,
distorce le ricostruzioni dei fatti e dell'ambiente.
La casualità
perfetta esiste solo a livello subatomico, non nella nostra esperienza. Un dado
non è mai perfetto e noi consideriamo casuali dei numeri di cui non riusciamo a
predire il processo che li produce. Il caos è perfezione. Molti studiosi hanno
cercato di capire come le situazioni reali possano essere rappresentate dalle
probabilità. Invece spesso inferiamo le probabilità dalle situazioni reali.
Bernoulli ci ha insegnato che è necessario individuare il livello di tolleranza
dell'incertezza per individuare la significatività statistica. Spesso crediamo
che un piccolo campione segua le leggi della probabilità, che il passato possa
darci indicazioni su eventi futuri (un fatto che non è successo di recente ha
più probabilità di verificarsi).
Un altro
frequente errore è quello di confondere le probabilità: la probabilità che
una serie di eventi potrebbe accadere se fosse il prodotto di una cospirazione
con la probabilità che una cospirazione esiste se si verificano una serie di
eventi. Prima occorre individuare lo spazio delle possibilità e solo dopo
eliminare quelle che non rispettano le condizioni. Quelle che restano sono le
probabilità relative.
Associamo la casualità al disordine. Ma mentre le singole
vite di 200 milioni di persone non sono prevedibili, il loro comportamento
aggregato può essere dimostrato molto ordinato, perché i dati sociali seguono
la distribuzione normale. Einstein trovò un approccio statistico alla fisica.
Nonostante le singole particelle abbiano un comportamento caotico, le proprietà
dei fluidi sono regolari. L'ordine che percepiamo nella natura è il risultato
di un caos sottostante che può essere compreso solo con la casualità.
La
percezione umana non è diretta conseguenza della realtà ma un atto di
immaginazione, perché i dati in nostro possesso sono sempre incompleti ed
equivoci. Traiamo conclusioni e diamo giudizi sulla base di informazioni
incomplete e incerte. La nostra percezione è soggettiva e ciò ha profonde
implicazioni. Molte delle assunzioni che facciamo sono basate su illusioni
condivise. La nostra natura è quella di individuare delle logiche di fondo dei
fenomeni e di assegnare loro un significato per affrontare l'incertezza. Nel
fare ciò troviamo scorciatoie e subiamo distorsioni cognitive che ci portano ad
errori sistematici e a decisioni sbagliate. Abbiamo difficoltà a individuare le
casualità. I successi (la mano calda) e gli insuccessi sono dovuti al caso più
che alle nostre capacità. La possibilità che si abbia successo più di una
volta è rara se consideriamo una persona sola, ma se osserviamo lo spazio delle
possibilità di tutte le persone, diventa una certezza che una di loro raggiunga
tali risultati.
Abbiamo
l'illusione del controllo. E' nel nostro istinto cercare di controllare gli
eventi e pensare che ciò che accade dipende dalla nostra volontà e dalle
nostre capacità. Invece di cercare di capire se le nostre idee sono sbagliate,
cerchiamo continue conferme (bias di
conferma), anche se i fatti che la contraddicono sono più numerosi e
rilevanti, ignoriamo alcuni ragionamenti e ne enfatizziamo altri. Diventa
importante la prima impressione, gli stereotipi, i preconcetti.
Il comportamento degli esseri umani è imprevedibile, non è
deterministico ma casuale in quanto irrazionale ed è impossibile controllare
tutti i fatti della vita. La casualità, a livello individuale, ci spinge da una
parte e dall'altra come un ubriaco. Diventa impossibile prevedere il futuro.
Dobbiamo allora focalizzarci su come reagire agli eventi piuttosto che
prevederli: è necessaria flessibilità, fiducia, coraggio e perseveranza. Le
qualità servono ma è importante capire come siamo influenzati dal caso. Le
nostre abilità sono importanti ma non bastano, dobbiamo capire il ruolo del
caso e la natura dei processi
casuali. Non dobbiamo giudicare le persone solo dai risultati ma accettare la
fortuna e la sfortuna.
Roubini
N. Mihm S. Crisis economics
Le
crisi non sono un’eccezione, sono la norma, sono connaturate al sistema
capitalistico. La sua vitalità getta le basi delle bolle e di catastrofi. Ma
possono essere individuati e monitorati i principi di queste tempeste e, in
qualche caso, anche evitate.
Anche
l’ultima crisi non è un fatto anomalo (un cigno nero) e ha avuto uno sviluppo
simile ai casi precedenti: una bolla associata all’accumulazione di debito
eccessivo, una crescita eccessiva ed elevata disponibilità di credito, lacune
nella supervisione e nella regolamentazione. Le bolle si sviluppano per
un’innovazione tecnologica o finanziaria e guadagnano forza dai cambiamenti
nella struttura finanziaria. Ogni volta si dice che la situazione del momento è
differente, ma non è così: i prezzi aumentano, il credito diventa disponibile
e abbondante e la leva cresce. La gente usa le case come collateral, come bancomat: il risparmio si riduce e il debito
aumenta. Ad un certo punto la bolla non cresce più: l’offerta eccede la
domanda, la fiducia nell’aumento continuo dei prezzi cessa e la bolla scoppia.
Le vendite aumentano, i prezzi scendono, si cercano investimenti liquidi, i
finanziamenti basati sull’aumento continuo dei prezzi restano insoluti, le
banche falliscono. Rispetto alle precedenti, la crisi attuale è dominata
dall’avidità: la struttura dei compensi e degli incentivi ha incanalato
l’avidità nei profitti di breve termine facendo assumere rischi eccessivi. I
conflitti d’interesse sono cresciuti, il sistema finanziario è divenuto opaco
attraverso complesse operazioni finanziarie innovative e non si riusciva a
capire chi avesse assunto i rischi. I regolatori e i supervisori erano accecati
dal fondamentalismo del mercato.
La teoria
economica si è evoluta dalla fede nella fondamentale stabilità dei mercati
rispetto ai dubbi di razionalità del comportamento degli agenti che rende
volatili i mercati. Le distorsioni cognitive alimentano l’instabilità. Il
capitalismo incorpora l’instabilità, il ciclo e le crisi. Il ruolo della
politica e delle banche centrali è quello di compensare gli squilibri del
mercato.
La recente crisi finanziaria nasce da lontano: le securitization,
i subprime, i bassi tassi di
interesse, le lacune nella regolamentazione e nella supervisione, il modello
gestionale “originate to distribute”
delle banche, che ha condotto a minori presidi nell’erogazione, i bonus sui
risultati a breve termine e la convinzione che il moral hazard avrebbe funzionato, ribaltando i rischi sulla
collettività.
La crisi
pone le premesse per delle riforme volte a superare debolezze e distorsioni. Il
problema più rilevante riguarda le politiche di retribuzione e le modalità con
cui sono strutturate. Occorre evitare incentivi di massimizzazione dei profitti
a breve termine e allinearli a quelli degli azionisti (ad esempio compensando i manager
con azioni a diritti limitati, per costringerli a detenerle per un lungo periodo
o fino al pensionamento). Ciò stimolerebbe comportamenti più prudenti e la
fedeltà all’azienda. Le banche, inoltre, dovrebbero essere costrette a
mantenere il rischio dei crediti che assumono, per indurle a monitorare le
posizioni. Le cartolarizzazioni devono divenire standardizzate e trasparenti,
specialmente sui rischi assunti. Devono essere regolate e non divenire
estremamente complesse. Le agenzie di rating
devono tornare al vecchio modello di business
che evitava il conflitto di interessi: devono essere retribuite dagli
investitori, non dagli emittenti; deve essere aumentata la competizione
attraverso l’abbassamento delle barriere all’ingresso nel mercato; deve
essere eliminato il grande potere che deriva loro dal valore ufficiale dei loro rating
(regole di Basilea 2 e 3). Gli strumenti derivati devono essere più
trasparenti, standardizzati e trattati in mercati regolamentati. Non possono
essere ammessi prodotti troppo complessi e rischiosi. Il rischio di controparte
deve essere eliminato attraverso sistemi di compensazione e regolamento
centralizzati. Il rischio di controparte rende interconnessi gli operatori e
aumenta il rischio di amplificazione delle crisi. Il sistema di Basilea 2 assume
che il sistema finanziario sia più stabile di quello che è realmente. Il
patrimonio di vigilanza deve essere più ristretto, le componenti più stabili e
il meccanismo deve divenire più dinamico per ridurre la pro ciclicità. Deve
esser più attento ai problemi della liquidità. Le regole devono essere più
semplici e meno discrezionali; gli intermediari devono divenire più piccoli e
meno interconnessi.
Per evitare arbitraggi normativi, le regole vanno messe in
pratica per tutte le istituzioni finanziarie, evitando applicazioni
discrezionali. Le norme devono essere semplici, per evitare di dover rincorrere
l’innovazione finanziaria. Sono necessari, inoltre, principi comuni e un
coordinamento tra le autorità di vigilanza dei vari paesi. C’è poi il
problema del too big to fail, che induce a comportamenti di moral hazard e che deve essere risolto internalizzando parte dei
costi delle crisi e imponendo requisiti di capitale molto più elevati, che
inducano anche a dimensioni più contenute degli intermediari, eventualmente
attraverso l’intervento dell’Antitrust. La complessità operativa deve
essere ridotta e separata l’attività delle banche commerciali dalle banche di
investimento, per recidere le eccessive interconnessioni ed evitare che le
banche d’investimento possano raccogliere depositi ed erogare crediti. Solo ai
fondi comuni può essere concesso il trading proprietario; solo le banche
commerciali possono usufruire dell’assicurazione sui depositi e delle reti di
salvataggio governative. Il sistema finanziario deve essere compartimentalizzato
(meno interconnesso) e forzato verso il “narrow
banking” (pochi prodotti semplici).
La crisi ha messo in evidenza e, in alcuni casi, ha
peggiorato gli squilibri economici degli Stati. La finanza internazionale
globalizzata può rendere questi squilibri più sostenibili nel breve periodo,
ma gli Stati non possono vivere al di sopra delle proprie disponibilità a
lungo. Ne possono nascere tentazioni protezionistiche o inflazionistiche.
Akerlof G.A. Kranton R. E. Identity
economics
L’identità
è come le persone pensano che esse stesse e gli altri debbano comportarsi, come
la società ci insegna a agire, come la gente è stimolata da questi modi di
vedere. L’identità e le norme sociali derivano dall’ambiente sociale e
determinano il modo di prendere le decisioni, su cui il contesto sociale ha
rilievo. L’economia delle identità considera il contesto sociale in cui gli
uomini sembrano essere reali in situazioni reali.
Le funzioni di utilità nell’economia, hanno incorporato,
nel tempo, preferenze non pecuniarie indipendenti dal contesto sociale. In realtà
il contesto le influenza. Le persone si identificano nelle differenti categorie
sociali e seguono norme, assumono comportamenti, prendono decisioni diverse.
La funzione
di utilità deve includere, pertanto, gli elementi d’identità rilevati nel
contesto sociale. Queste identità possono essere consce, e si può scegliere di
cambiarle nel tempo, o inconsce, quando la struttura sociale, l’interazione di
gruppo influenza le scelte.
Nelle
organizzazioni, variabili come il dovere e l’onore hanno un ruolo importante.
Secondo l’economia dell’identità, possiamo distinguere, nelle aziende, gli insider,
che si identificano e sono orgogliosi dell’azienda, e gli outsider,
quelli che perdono la propria identità se lavorano duro. I primi non sono molto
sensibili agli incentivi monetari, a differenza dei secondi. Per l’azienda, è
importante influire sulle identità e investire per cambiarle se i costi non
sono elevati, allineando gli obiettivi individuali a quelli aziendali. Nella
vita militare i riti, le uniformi, i capelli rasati, la disciplina, hanno il
ruolo di definire l’identità; nelle aziende, bisogna fare di più che la
semplice supervisione.
Le scuole
impartiscono skill, norme. Gli
studenti hanno cura della loro posizione nella scuola. Si possono distinguere
gli entusiasti dai distruttivi. La scelta di identificarsi nei due gruppi è
determinante. L’amministrazione della scuola deve essere capace di influire su
questa scelta. E’ importante creare il senso di comunità. Sono molti gli
stereotipi che devono essere superati: i neri sono considerati meno coinvolti,
ma hanno le medesime aspettative e obiettivi; i livelli di reddito non
influenzano i rendimenti scolastici più del livello e dell’entusiasmo degli
insegnanti.
Ci sono
degli stereotipi anche sulle differenze di genere sul lavoro: un uomo che svolge
un “lavoro da donna” perde la propria identità; una donna che fa un
“lavoro da uomo” deve avere maggiori capacità dei colleghi maschi; i
livelli retributivi sono spesso diversi. Secondo l’economia dell’identità,
la credenza comune è che gli uomini e le donne svolgono tipicamente lavori
diversi; che le donne hanno un attaccamento al lavoro minore perché sono
interessate alla crescita dei figli. La discriminazione persiste anche in
mercati competitivi. C’è bisogno di interventi sociali ad ampio spettro, a
cominciare dal cambiamento delle leggi discriminanti.
Le teorie
tradizionali non ci aiutano a capire le discriminazioni razziali (la concorrenza
le dovrebbe far sparire). Anche in questo caso, i lavoratori neri possono
decidere di integrarsi (insider) o no
(outsider) nel mondo del lavoro. Nel
primo caso saranno poco accettati dai colleghi bianchi e perderanno l’identità
nera se gli altri non si integrano; nel secondo caso manterranno il rispetto di
se, ma se cooperano con i bianchi potrebbero perderlo. Si può influire in tre
modi per evitare che i neri lascino il lavoro: eliminare le distinzioni tra
bianchi e neri nell’idea di insider,
cambiare il significato di identità nera e limitare gli effetti di feedback.
L’efficacia delle azioni pubbliche dipende dalla loro influenza sulle scelte
di identità. Le iniziative a favore delle minoranze (affermative
action) potrebbero perpetrare il senso di vittimismo.
L’economia dell’identità arricchisce l’analisi
economica e la rende più vicina alla realtà. Capire l’identità significa
comprendere meglio il comportamento e le norme che regolano le scelte. L’agire
individuale, inoltre, influenza il benessere altrui (esternalità): la gente
coopera col proprio gruppo. Molti gruppi e categorie sociali manipolano le
norme, gli ideali a proprio vantaggio (pubblicità, politica); gli individui
cambiano alcune loro identità frequentemente (quando da casa vanno al lavoro) o
sporadicamente (es. fede religiosa).
Le linee di
ragionamento sulla giustizia sono due: una concentrata sulla giusta definizione
delle istituzioni di una società (istituzionalismo trascendentale), che tende a
individuare le caratteristiche di ciò che rappresenta la perfetta giustizia, a
individuare le istituzioni trascendenti ideali sulla base di imperativi
morali e politici; l’altra si focalizza sulle realizzazioni sociali attraverso
raffronti tra situazioni diverse, allo scopo di rimuovere manifeste ingiustizie,
e tende a individuare cosa può essere meno ingiusto, anziché cosa è giusto.
L'approccio istituzionale presuppone uno Stato sovrano che applica i principi di
giustizia, il secondo si chiede quali siano le soluzioni per rendere il mondo
meno ingiusto. Sen segue l'approccio delle realizzazioni sociali, ritenendo che
l'organizzazione istituzionale da sola non è né necessaria né sufficiente a
realizzare l'idea di giustizia, ma segue un approccio umanistico, la possibilità
dell'uomo di realizzare la vita che vuole vivere, la libertà di scegliere cosa
contribuisce meglio al proprio benessere, il perseguimento dei propri scopi
secondo le proprie priorità, la possibilità di utilizzare le libertà che si
hanno.
L'Illuminismo
ha sopravvalutato l'ambito della ragione con conseguenze atroci. Nel
comportamento umano hanno un ruolo importante anche le emozioni, la religione,
le credenze, e non è detto che il comportamento razionale è sempre quello
giusto. La ragione deve essere sottoposta a scrutinio per verificarne
l'obiettività e l'imparzialità dei ragionamenti. Adam Smith invoca, dal punto
di vista metodologico, lo “spettatore imparziale”, per ampliare le
prospettive, la distanza dai fatti ed evitare il parrochialismo. Per John Rawls
la teoria della giustizia si basa sulla esigenza di equità che si realizza,
metodologicamente, attraverso la pubblica discussione delle “posizioni
originarie” ragionevoli sottoposte al “velo d'ignoranza” affinché siano
obiettive e imparziali. E' una concezione politica su come la popolazione può
cooperare, attraverso criteri equi validi per il gruppo, per individuare le
istituzioni che realizzano i principi di giustizia. Pur se pregevole sotto
diversi aspetti, la teoria di Rawls presenta aspetti poco convincenti: non può
applicarsi ad un approccio globale e non individua con obiettività e
imparzialità i comportamenti ragionevolmente giusti per gli individui nella
collettività. L'approccio istituzionale, inoltre, non riesce a confrontare le
diverse alternative possibili per individuare una società più giusta e per
affrontare i molti problemi di ingiustizia nel mondo, specie in una società
globalizzata.
Per
essere obiettiva e indipendente, la comprensione deve prescindere dalla
posizione dell'osservatore, dalle sue credenze. Occorre una mentalità aperta e
disponibile verso le opinioni altrui. La razionalità non può consistere nella
massimizzazione dell'utilità individuale: le simpatie, la generosità, il
raggiungimento di obiettivi comuni influiscono sulle convinzioni e sulle
decisioni. L'obiettività del ragionamento, inoltre, è strettamente legata
all'esigenza di imparzialità, affinché ciò che è ritenuto giusto o sbagliato
possa essere accettabile anche dagli altri, e superare la tendenza alla
tolleranza verso noi stessi. Solo un approccio del genere consente un
ragionamento con valenza politica o etica. Viviamo in un mondo globalizzato in
cui dobbiamo cooperare per affrontare i molti problemi comuni e per soddisfare
le esigenze di giustizia.
L'economia
prende in considerazione indicatori condivisi di benessere (es. GDP) che fanno
riferimento ai mezzi di sostentamento anziché ai fini: la
libertà, la salute, l'educazione, la coesione sociale, ecc.. Nel
valutare la nostra vita è importante la possibilità di scegliere il proprio
modo di vivere. In particolare, nel valutare la libertà occorre fare
riferimento non solo al contenuto (le opportunità), ma anche al processo (il
modo in cui una persona raggiunge i propri obiettivi). E' importante che la
persona abbia la possibilità di fare e di essere quello cui attribuisce valore,
di poter usufruire effettivamente delle proprie libertà (capability). Le
differenze nella capability sono rilevanti nel valutare le disparità
sociali e i conseguenti interventi. Non si basano sulle risorse, su alcuni
dettagli di convenienza, sulle necessità materiali, ma sulla vita umana, sugli
obiettivi di ogni giorno, sul modo in cui si riesce a realizzare la propria
vita. Le cose cui diamo valore non sono commensurabili e riducibili ad una
dimensione unica. L'approccio sulle capability non si basa solo
sull'individualismo metodologico, ma anche sulle relazioni e sulla convivenza
sociale, sulle affiliazioni multiple (ciascuno ha differenti tipi di interazione
sociale). Per esempio, la povertà non può essere valutata solo
sulla base del reddito, perché le caratteristiche fisiche (genere,
capacità lavorative, disabilità), l'ambiente, il clima sociale, le prospettive
relazionali hanno un peso importante e devono influire per individuare gli
obiettivi che una società si deve dare per essere meno ingiusta. A differenza
del criterio della felicità, quello delle capability individua anche gli
obblighi e le responsabilità individuali. Il potere di agire liberamente per
realizzare una situazione più giusta obbliga moralmente la persona ad agire in
tal senso (il potere conferisce responsabilità).
La
democrazie è spesso vista come insieme delle istituzioni che realizzano le
procedure tipiche della realtà europea e americana. L'esistenza di queste
procedure, quali le elezioni, non garantisce la democrazia, che è stata
presente in forme particolari in India, in Giappone e in altre nazioni prima che
nell'Europa moderna. Assume importanza cruciale la partecipazione effettiva, il
dialogo e l'interazione. Per essere efficace, l'elezione presuppone la libertà
di parola, di dissenso. E' importante, perciò, il ruolo svolto
dall'informazione e dai media liberi e indipendenti, per dar voce alle minoranze
e agli svantaggiati, per alimentare e facilitare il dibattito pubblico, per
contribuire alla formazione di valori di libertà. Grazie all'informazione e al
dibattito pubblico, nei paesi con democrazie effettive non ci sono mai state
grandi carestie. Per il ragionamento pubblico la democrazia è correlata
all'idea di giustizia. La democrazia è promotrice dello
sviluppo, attraverso le libertà, la sicurezza e i diritti, che
determinano l'espansione delle possibilità di iniziativa e delle responsabilità.
La democrazia va oltre l'assetto istituzionale e deve essere valutata
globalmente. I diritti umani possono essere considerati dei principi etici
condivisi, anche se non universalmente riconosciuti, attraverso il vaglio di un
dibattito aperto globale. Possono essere considerati alla base della definizione
di norme legali. Sono importanti perché alla base di un dibattito globale e
fonti di rivendicazioni importanti. Capire le richieste di giustizia non è,
perciò, un esercizio solitario ma, in definitiva, un ragionamento pubblico
obiettivo che riguarda argomenti portati da differenti luoghi e che coinvolge
prospettive diverse. Non comporta necessariamente la soluzione di conflitti e
l'accordo sulle posizioni. Il dibattito sui singoli problemi, se aperto e
obiettivo, porta comunque a possibili risultati. Pertanto non deve essere
ideologico e tendere a individuare una società giusta, ma a renderla meno
ingiusta su singoli problemi, prescindendo dalla cittadinanza e ampliando al
massimo le prospettive. Il processo di partecipazione che caratterizza la
democrazia, rende impossibile, nel futuro prevedibile, uno Stato democratico
globale, ma la discussione senza confini (NGO, UN) arricchisce comunque la
democrazia globale e riduce le ingiustizie.
Il ciclo
economico evidenzia quello che non va nelle economie, che si “resettano”
lasciando spazio all'innovazione (Shumpeter), a trasformazioni fondamentali
dell'economia, dell'ordine sociale, dei modi di vivere. La crisi della fine del
XIX secolo è più simile all'attuale, rispetto a quella del 1929, perché è
iniziata come una crisi bancaria. Ha portato a una trasformazione nei trasporti
(bici, auto), nei materiali (acciaio), nell'organizzazione della produzione
(specializzazione). Ha creato le infrastrutture della crescita (elettricità,
telefono, trasporti), grazie all'applicazione delle scienze all'industria. Sono
cresciuti i centri urbani, anche per la facilitazione dei trasporti, cui è
affluita anche l'immigrazione. Le città sono diventate lo spazio tipico adatto
al Primo Reset, dove si sviluppa l'intrattenimento, i negozi, i consumi. Anche
la Grande depressione del 1929 fu foriera di innovazioni e di efficienza
economica: le linee di assemblaggio, motori, plastiche, istruzione, trasporti.
Questi aumentarono I consumi, specie per gli apparecchi per la casa, e l'acquisto
di abitazioni. Lo spazio tipico divenne l'area suburbana. Si possono distinguere
cinque fasi del ciclo che realizzano gli spazi tipici adeguati: 1) cadono le
vecchie istituzioni; 2) emergono innovazioni che entrano nel mercato; 3) le tecnologie si fondono in un sistema più grande e
migliore; 4) si realizza un nuovo panorama economico attraverso infrastrutture
di energia, trasporti e comunicazioni; 5) emerge lo spazio tipico adatto alla
nuova economia che porta a un nuovo modo di vivere e consumare.
La crisi attuale, nata intorno al mito di possedere la casa e al credito
facile, ha creato ricchezza illusoria e un tenore di vita al di sopra delle
possibilità. Lo spazio suburbano ha espresso I suoi limiti perché è
necessaria ora, una maggiore velocità di circolazione delle idee
e una maggiore densità di gente creativa.
Come
nelle altre crisi, la nostra società sta cambiando in maniera profonda anche
nelle nostre abitudini, nei comportamenti, nei valori della nostra vita. Emerge
una nuova frugalità e priorità semplici e basilari: più risparmio, meno
materialismo, nuove caratteristiche nel consumo. Non sappiamo che tipo di spazi
si formeranno, ma alcune forze stanno già forgiando la società. Il settore
finanziario, che è divenuto da servitore a predatore dell'economia, assorbendo
talenti, resterà importante ma si sta spostando dal trading alla
costruzione dell'economia reale. Le biotecnologie non hanno ancora prodotto
risultati concreti, la sanità e l'istruzione stanno diventando più rilevanti.
Cambiano I lavori meglio pagati, da quelli dei servizi a quelli creativi, con
capacità analitiche e sociali. Ma la soddisfazione va oltre lo stipendio: la
gente vuole sviluppare competenze e capacità, imparare. Ciò impatta sulla
società, sulle comunità, sugli spazi. I lavori creativi saranno applicati ai
più vari contesti ma saranno concentrati nello spazio. Cresce la flessibilità
e l'autonomia nelle prestazioni lavorative e l'esigenza di fare un lavoro
soddisfacente e interessante, non finalizzato al reddito da consumare. I consumi
stanno divenendo più qualitativi, efficienti, compatibili con l'ambiente,
esperenziali. Lo spazio tipico adatto diventano le megaregioni focalizzate su
larghe aree metropolitane più dense che offrono opportunità interessanti di
lavoro e di vita. La densità dei raggruppamenti di talenti
genera idee e prodotti in modo più veloce. Le città diventano più
grandi ma anche più verdi, efficienti, vivibili. Nuove infrastrutture rendono i
movimenti di beni, persone e idee più veloci, come nei precedenti Reset. Il
trasporto in auto ha mostrato I suoi limiti (consumo di energia, inquinamento,
congestione), il futuro è dei treni ad alta velocità che uniscono le
macroregioni in un'area interconnessa. Le esigenze di mobilità e di flessibilità
del lavoro cambiano il modo di vedere l'abitazione: la proprietà della casa non
è più un sogno, l'affitto è divenuto più efficiente, in centri edilizi che
offrono teatri, intrattenimenti, sport. Il governo non può avere un grande
ruolo nel Reset ma, anziché salvare le imprese del passato, dovrebbe accelerare
e facilitare la transizione attraverso la costruzione delle giuste
infrastrutture, il miglioramento della sanità e dell'istruzione, con un
decentramento territoriale.
La crisi è
il risultato di diversi comportamenti concomitanti tenuti dalla politica, dai
governi, dagli economisti, dalla gente comune, sensibili ai rispettivi
incentivi. Si sono accumulati fattori di stress
che hanno portato alla rottura di diverse linee di faglia.
Una riguarda l’ampliarsi delle disuguaglianze negli Stati
Uniti: i progressi tecnologici hanno un effetto positivo nel lungo periodo ma
nel breve hanno un impatto sulla popolazione che può essere dirompente.
Richiedendo lavoro più qualificato, avvantaggia le persone più istruite e
aumenta la disuguaglianza. Il sistema di istruzione americano non è adeguato e
in grado di fornire risposte immediate; non accessibile a tutti l’istruzione
superiore. Inoltre, in assenza di miglioramenti nel welfare,
necessariamente lunghi, si genera incertezza e ansia, acuita, per il lavoro meno
qualificato, dall’immigrazione e dall’outsourcing.
La risposta politica è stata quella di facilitare l’accesso al credito e
l’acquisto della casa, soprattutto per chi ha basso reddito, per contenere la
percezione di ineguaglianza. E’ cresciuto l’indebitamento della parte più
povera della popolazione. L’intervento governativo sul credito ha creato
incentivi errati divaricando gli obiettivi privati da quelli pubblici. I tassi
di interesse non hanno recepito i significativi rischi, ma il problema è
rimasto latente a causa del continuo aumento del valore degli immobili. Si è
creata una linea di faglia nel sistema finanziario, sempre più complesso,
sofisticato e amorale, che ne ha approfittato ed è andato fuori controllo per
l’assenza di controlli e di una regolamentazione adeguati.
La strategia di sviluppo di alcuni paesi emergenti consiste
nell’orientamento all’esportazione, sfruttando il vantaggio derivante da
bassi salari. Nel tempo questo scompare e diviene difficile stimolare la domanda
interna. I paesi poveri mancano del capitale umano, dell’assistenza medica,
degli assetti organizzativi delle infrastrutture fisiche, legali e di servizi in
grado facilitare lo sviluppo. Pertanto si costituiscono imprese di Stato,
campioni nazionali burocratici, monopolisti e inefficienti, che devono essere
protetti nella fase di crescita, attraverso barriere e tariffe al commercio e
strette relazioni con le banche nazionali. L’inefficienza si scarica sui
redditi del lavoro e sui consumi, sulle tasse e sui tassi. Superata la fase
iniziale deve essere individuata una strategia di uscita, fondata sulla
produttività, sull’innovazione, su prodotti tecnologici che necessitano di
capitale umano esperto e meglio remunerato. Anni di protezionismo e di
sovra-regolamentazione, interessi precostituiti, le abitudini dei cittadini
sono, però, difficili da superare. I crescenti squilibri commerciali aumentano
il peso del resto del mondo e soprattutto degli Stati Uniti (demanders
of last resort) nell’alimentare la domanda, spinta anche
dall’indebitamento.
Per
finanziare gli investimenti volti alla crescita, i paesi in via di sviluppo non
possono basarsi solo sull’insufficiente risparmio domestico, intermediato da
un sistema finanziario poco sviluppato, inefficiente e dominato dallo Stato. I
finanziatori esteri, non avendo informazioni trasparenti sul sistema produttivo
e non sussistendo un sistema legale che garantisce i contratti, intervengono con
operazioni denominate in valuta estera forte, a breve termine e richiedono la
garanzia dello Stato. I finanziamenti non sono erogati direttamente, ma
attraverso le banche locali, anche per evitare di essere pregiudicate nei
pagamenti, rispetto alle banche locali. Queste, non curano molto le operazioni;
le banche estere non fanno un ampio scrutinio del credito. Ne risultano
investimenti in eccesso e la conseguente socializzazione dei rischi (di liquidità,
di cambio, di interesse e di credito). Questo effetto deriva, sostanzialmente,
dall’incompatibilità nel collegamento tra sistemi finanziari che si basano su
principi differenti: quello anglosassone, fondato sulla trasparenza del mercato,
sull’informazione pubblica e sull’efficacia del sistema legale; quello di
altri paesi supportato dagli intermediari e dalle relazioni di lungo periodo, in
cui il governo influisce sui flussi finanziari.
Un’altra faglia è generata dall’impreparazione degli
Stati Uniti nella tutela dei senza lavoro. Gli americani non sono supportati se
la recessione è profonda e prolungata. Il sistema economico è strutturato per
reagire velocemente alle avversità e i benefici di disoccupazione non durano a
lungo. Manca l'assistenza sanitaria universale e il sistema di assicurazione
medica non è sostenibile da molti. I lavoratori hanno un forte incentivo a
trovare un nuovo lavoro se ne perdono uno: il mercato del lavoro è flessibile e
la mobilità facilita il recupero nelle fasi di crisi, facendo chiudere le
vecchie imprese e nascere quelle nuove, riallocando efficientemente le risorse.
Le imprese americane operano su relazioni di breve periodo con i fornitori, le
banche e gli impiegati, sono innovative e
radicali, assegnano senza problemi premi e punizioni. Le aziende in Europa e in
Giappone hanno relazioni con gli stakeholder
più stabili e hanno uno sviluppo incrementale. Le aziende anglo-americane
affrontano un sistema finanziario orientato al mercato fondato sulla trasparenza
e sulla disclosure. Le informazioni soft
sono invece difficili da trasmettere e possono essere valutate solo dagli
analisti. In Europa e Giappone le relazioni con gli investitori (banche e
assicurazioni) sono di lungo periodo. Il banchiere ha una maggiore capacità di
prendere decisioni giuste ed è incentivato ad aiutare il cliente in difficoltà.
Viceversa, negli Stati Uniti questi incentivi sono minori e le imprese
preferiscono, in situazioni difficili, licenziare i dipendenti per poi
riassumerli in fase di espansione. Nel sistema europeo i dipendenti sono più
stabili e leali, specie se i loro skill
non sono facilmente reperibili sul mercato. In America non c'è una perdita di status
nel fallire o nel perdere il lavoro. Le persone desiderano un più limitato
intervento dello Stato: è il mito delle opportunità e della mobilità sociale.
Il federalismo in America, coniugato alla mobilità sul lavoro, rende più
difficile l'aumento delle tasse. La lunga durata della crisi, però, ha creato
incertezza, ansia e ha aperto un dibattito sull’opportunità di stimoli
fiscali e monetari.
La politica monetaria americana è orientata al pieno impiego, oltre che alla
stabilità dei prezzi, e alla stabilità del sistema finanziario. Per i primi
due agisce attraverso i tassi a breve, per il terzo attraverso la
regolamentazione prudenziale. La Fed ha lasciato che i tassi di interesse
restassero molto bassi per un periodo eccessivamente lungo, creando incentivi
sbagliati, che hanno favorito l'accumularsi di squilibri. Ha lasciato credere
che non avrebbe contrastato un aumento dei prezzi degli asset
e che si sarebbe accollata le perdite se la bolla sarebbe scoppiata, stimolando
il sistema finanziario ad assumere rischi eccessivi. L'aumento dei prezzi degli asset,
ha determinato, nella gente, l'effetto ricchezza, spingendo i consumi e
l'indebitamento; la banche si sono indebitate a breve termine per assumere
rischi sempre crescenti, in cerca di buoni rendimenti, soprattutto nel mercato
immobiliare. Il prezzo degli asset si
è autorinforzato. Poiché il mercato immobiliare non consente l'assunzione di
posizioni short, è dominato dai finanziatori: chi si è reso conto degli
eccessi non ha potuto assumere posizioni contro il mercato. Il credito si è
deteriorato, la “Greenspan put” ha
fatto il resto: ha posto un floor al
rischio, favorendo comportamenti opportunistici e aggressivi.
Il valore
del lavoro del banchiere è misurato dal denaro. Il banchiere ha pochi stimoli
affinché il suo lavoro sia rivolto a finalità socialmente desiderabili e ha
pochi riferimenti perché sia ancorato alla moralità. Le banche hanno assunto
“tail risk” - che hanno la
caratteristica di avere una bassissima probabilità di accadimento, sono
innescati da eventi sistemici e hanno conseguenze catastrofiche – indotte
dalla struttura degli incentivi:
-
la politica ha spinto per
espandere la proprietà della casa e l'implicita garanzia pubblica ha
contribuito a fornire gli incentivi sbagliati e a distorcere il sistema;
-
le caratteristiche del mercato
anglo americano e la competizione sul mercato non hanno rafforzato i rapporti di
lungo periodo;
-
il giudizio sul finanziato non
era più importante quanto il valore delle case e le banche hanno continuato a
erogare mutui anche quando il credito decadeva ed erano sicuri che le rate non
sarebbero mai state ripagate, perché sapevano che i crediti sarebbero stati
venduti;
-
i fondi pensione e le banche
estere che li hanno acquistati si sono basati sui distorti giudizi delle agenzie
di rating;
-
la struttura di governance e dei controlli non ha funzionato quali deterrenti
all’assunzione di rischi eccessivi, in quanto gli azionisti hanno una
responsabilità limitata e le perdite, nel caso di problemi sistemici, sono
assunte, alla fine, dallo Stato e dai cittadini;
-
il sistema di remunerazione
era asimmetrico, ha enormemente premiato quando i risultati erano buoni ma non
ha punito quando erano cattivi e hanno pagato i risultati immediati mentre,
molto spesso, i risultati sono dipesi dal caso e sono risultati temporanei;
-
i broker erano pagati molto più
degli internal auditor e i migliori
talenti sono affluiti nella finanza, non nella economia reale;
-
la regolamentazione
prudenziale, basandosi sui rating, non
ha frenato l'assunzione dei rischi (i segnali stradali erano sbagliati e hanno
portato fuori strada).
Tutto ciò ha influito sui comportamenti di tutti, in modo
che gli eventi remoti di una crisi sistemica si materializzassero. Il sistema
finanziario, quindi, è stato al centro di un certo numero di linee di faglia.
Sono necessarie riforme che cambino il modo di vivere, le modalità della
crescita e i criteri per prendere decisioni, basandosi su obiettivi di più
lungo periodo.
Il sistema finanziario esce male dalla crisi: il pubblico ha
perso la fiducia nel settore. Partendo dal presupposto che il sistema
finanziario è essenziale per lo sviluppo e la crescita, occorre individuare
quelle riforme che evitino che le istituzioni finanziarie assumano “tail risk”,
che ne limitino l’instabilità e le rendano idonee a svolgere il ruolo di
sostegno all’economia allocando efficientemente le risorse, internalizzando le
conseguenze delle decisioni prese. I principi di carattere generale cui deve
ispirarsi la riforma sono:
-
assicurare la competizione e
l’innovazione, opportunamente incanalate per evitare distorsioni e per
garantire capacità di adattamento, varietà e resilienza;
-
eliminare sussidi e privilegi
alle istituzioni finanziarie, che devono farsi carico dei costi dei loro errori;
-
agire sulla regolamentazione,
da applicare uniformemente a tutte le istituzioni che hanno una leva finanziaria
e che sono interconnesse e che deve essere non discrezionale (per essere attuata
in modo semplice e trasparente), contingente, (deve agire in situazioni di
necessità) e non eccessivamente costosa per chi la deve rispettare.
Occorre, inoltre, agire sugli incentivi attraverso:
-
una modifica delle strutture
di remunerazione dei manager, per
rivolgere il loro comportamento ad obiettivi di più lungo periodo;
-
coinvolgere il management nei rischi assunti e controlli più efficaci da parte dei
board e degli organi di supervisione,
con un’informazione tempestiva e completa;
-
gestire opportunamente le
aspettative degli interventi governativi;
-
aumentare i requisiti di
capitale per coprire le perdite dimodoché i tassi incorporino i rischi
effettivi.
Bisogna, infine, evitare che le banche e le assicurazioni
diventino troppo interconnesse e sistemiche per fallire, al fine di scongiurare
la necessità di interventi di salvataggio, discorsivi dei prezzi e della
competizione. Attualmente, infatti, queste entità godono di vantaggi
competitivi perché possono assumere “tail
risk” senza accantonare i relativi costi, con un potenziale di profitto
elevato; pagano un tasso più basso sui bond
emessi, su cui non è richiesto un premio al rischio. Per limitare le
interconnessioni si può agire, ad esempio, evitando che il trading
proprietario sia svolto insieme ad altre attività, monitorando le esposizioni
tra istituzioni, per evitare sovraesposizioni, forzarle ad avere fondi
aggiuntivi, volti ad evitare la necessità di interventi governativi, lasciarle
fallire più facilmente, attraverso l’imposizione costante di piani di
risoluzione delle crisi, da concordare con periodicità con gli organi di
supervisione. Le crisi derivano da circostanze ed eventi che nessuno può
prevedere. Per rendere il sistema più resiliente,
oltre che di risorse, c’è bisogno di varietà di operatori, tutti
regolati in modo uniforme, senza privilegi.
Le
disuguaglianza negli Stati Uniti si sono accresciute. In passato erano accettate
perché l’immagine del ricco era quello del self-made-man
che rappresentava l’ideale delle opportunità. Ora è l’avido banchiere.
L’aumento delle tasse non affronta il vero problema, rappresentato dalla
scarsezza di capitale umano. Su questo lo Stato può influire notevolmente
soprattutto nell’infanzia, intervenendo sull’istruzione, sull’assistenza
medica, sul sostegno alle famiglie a basso reddito. La scuola, in particolare,
deve inculcare valori che migliorano le abilità, il carattere, la disciplina.
L’insegnamento deve essere sviluppato attraendo insegnanti più preparati, con
stipendi e carriere commisurate ai risultati. Le classi devono avere un numero
di ragazzi più contenuto e deve essere ampliato l’uso delle tecnologie e
degli strumenti di comunicazione; la competizione tra scuole deve essere
aumentata (voucher) e deve essere facilitato l’accesso e la permanenza nei
college da parte dei più poveri.
L’istruzione deve continuare durante l’attività lavorativa, per consentire
al lavoratore di rimanere competitivo. Deve essere migliorato anche il training e l’apprendistato. Un altro aspetto importante riguarda
la capacità di resistenza economica in situazioni di crisi e di difficoltà.
Date le caratteristiche del mercato del lavoro negli Stati Uniti,
l’assicurazione alla disoccupazione, contingente e predeterminata, deve essere
estesa in relazione alla durata della recessione. L’assistenza sanitaria deve
essere resa universale, ancorché basata sul sistema delle assicurazioni
private: anche i giovani e chi non ne usufruisce deve essere tenuto a
contribuire e a sostenerla. Devono, infine, essere fortemente ridotti i costi
eccessivamente elevati del sistema sanitario, caratterizzato da forti
inefficienze. I benefici pensionistici devono essere resi portabili. Lo Stato,
infine, deve stimolare il risparmio, per rendere meno ansiogena la mobilità
lavorativa.
Gli sbilanci dei singoli stati e nel commercio internazionale
non possono continuare a lungo. La situazione cinese, in particolare, è tale
che i sussidi agli esportatori rappresentano, di fatto, una tassa per i
lavoratori che non possono aspirare a un reddito più alto, perché la
competitività internazionale si basa sul basso costo del lavoro. La procedura
di intervento sterilizzato sui cambi, determina ulteriori distorsioni specie sul
mercato finanziario interno. Per la loro soluzione il Fondo monetario
internazionale e La Banca mondiale possono svolgere un ruolo più importante di
quello attuato, a livello politico, da G-20. Queste istituzioni non si basano,
come il WTO, su accordi bilaterali che consentono l’imposizione di sanzioni,
ma sulla capacità di incidere sui comportamenti dei singoli Stati, anche
condizionando i finanziamenti a politiche interne. Devono aumentare la loro
capacità di percezione e di comprensione dei problemi reclutando personale
anche dai paesi meno sviluppati e devono parlare direttamente alle cittadinanze,
sostenendo anche i movimenti di opinione e le ONG, per influenzare la politica
locale, altrimenti orientata ai risultati di breve periodo, quelli che producono
vantaggi di consenso elettorale.
Davies H. Green D. Banking on
the future
Le banche centrali
hanno un ruolo critico nel funzionamento dei mercati. La recente crisi rende
evidente la necessità di una riforma, anche se le responsabilità vanno
condivise con le grandi istituzioni finanziarie, le agenzie di rating,
i regolatori, i politici e anche i privati cittadini. La crisi ha aperto un
dibattito sulle banche centrali. La loro esistenza deriva dal problema che
l’intermediazione finanziaria è basata sulla fiducia. Hanno compiti,
collocazioni istituzionali e livelli di indipendenza diversi, ma le funzioni
irrinunciabili sono l’offerta di attivi di ultima istanza al sistema
finanziario, agire coma banca nei confronti delle principali entità finanziarie
(per fornire liquidità, garanzie), implementare la politica monetaria
attraverso la definizione dei prezzi o delle quantità. Alcune delle funzioni
svolte possono essere confliggenti.
La funzione
di stabilità finanziaria si esplica in tre aree interdipendenti con distinti
obiettivi: stabilità interna dei prezzi, esterna dei cambi, del sistema
finanziario. La stabilità monetaria (interna) rappresenta il cuore
dell’attività svolta dalla banca centrale, quella esterna è intimamente
collegata, ma è di responsabilità governativa. La stabilità del sistema
finanziario è un concetto più elusivo. Le modalità di azione della banca
centrale per la stabilità dei prezzi è cambiata nel corso del tempo. Da
ultimo, la teoria delle aspettative rende essenziale la credibilità e
l’indipendenza della banca centrale. Anche con riferimento agli obiettivi c’è
stata un’evoluzione, ma rimane prevalente la fissazione di un range dei
prezzi in un orizzonte di medio periodo. La crisi ha fatto assumere
responsabilità e obiettivi anche su altri aspetti, quali l’espansione del
credito, la crescita economica, la stabilità del sistema finanziaria (e la
connessa necessità di tenere sotto controllo nuovi indicatori). Diventa più
importante avere un bilancio solido. Nel corso della crisi, i tassi sono stati
ridotti a livelli inusuali e le banche centrali, oltre a fornire liquidità,
hanno comprato attivi in precedenza inaccettabili, ampliando il bilancio. La
perdita di fiducia tra gli operatori ha reso la banca centrale la controparte
sistematica centrale del mercato monetario e anche un operatore privato sul
mercato (“quantitative easing”).
La politica monetaria e la stabilità finanziaria (e quindi
la supervisione) sono strettamente collegate. A seguito della crisi c’è
consenso sul fatto che la stabilità sia una funzione core della banca centrale.
E’ divenuto evidente la necessità di ripensare il modo in cui le banche
centrali monitorano i mercati finanziari, forniscono liquidità e altre forme di
supporto ai mercati in situazione di stress, si relazionano alle altre
autorità. La stabilità finanziaria è definita dalla BCE come quella
condizione in cui il sistema finanziario è capace di sopportare gli shock e
di superare gli sbilanci finanziari, mitigando la probabilità di creare
problemi nel processi di intermediazione finanziaria e di allocazione del
risparmio. Solo poche banche centrali hanno statutariamente la finalità della
stabilità finanziaria; hanno posto poca attenzione ai segnali della crisi che
andavano emergendo. Una questione annosa è quella se la banca centrale deve
essere anche responsabile diretta della supervisione. Le banche centrali hanno
sicuramente bisogno di informazioni sul sistema finanziario e interesse alla
buona gestione delle banche. Di certo, se la supervisione è attribuita ad altre
entità, un collegamento istituzionale appare cruciale per rispondere
velocemente ed efficacemente e in modo informato in situazioni di stress.
Ci sono anche motivi per non incorporare la supervisione nella banca centrale:
conflitto di interessi tra obiettivi (essere meno rigidi nella politica
monetaria per non creare problemi alle banche di cui si è responsabili),
perdita di reputazione in caso di fallimenti, relazioni con il potere politico e
livello di indipendenza. Durante la crisi non c'è stato un modello vincente.
Alcune banche centrali stanno anche assumendo il ruolo di protezione dei
consumatori e degli investitori. Le regolamentazioni nei vari paesi si muovono
in direzioni diverse. Negli USA è stata realizzata una tripartizione del
sistema e di organismi con riferimento alla stabilità del mercato sull’intero
sistema finanziario, alla buona gestione sicurezza delle istituzioni
finanziarie, e alla protezione degli investitori e dei consumatori. E’ stata,
inoltre, facilitata la conversione dei grandi dealer e broker in
banche, per sottoporle a più stretto controllo e riuscire a gestire le
eventuali situazioni di crisi. Più stretti controlli della Fed sono stati
attuati sulle istituzioni sistematicamente importanti e critiche sul sistema dei
pagamenti e di regolamento, indipendentemente dal fatto che raccolgano depositi
(aziende interconnesse il cui fallimento può minacciare la stabilità del
sistema). In Europa, la BCE ha solo poteri di politica monetaria e si è creato
l’Economic Systemic Risk Board, sotto l’egida della stessa BCE, quale organo
di controllo macroprudenziale per rischi specifici. In Inghilterra, in passato,
sono state separate le istituzioni, ma si sta ripensando il modello. Un altro
campo decisivo, su cui è necessario un coordinamento internazionale, è quello
delle procedure di bancarotta.
La
banca centrale ha un ruolo chiave nel funzionamento quotidiano del sistema
finanziario: fornisce liquidità al sistema, spesso sorveglia il sistema dei
pagamenti, provvede al sistema di regolamento delle obbligazioni e dei cambi.
Talvolta gestisce il debito pubblico. La principale funzione
dell'intermediazione finanziaria è quella di rendere liquidi investimenti
illiquidi. la banca centrale affronta quelle situazioni in cui le
banche devono ripagare depositi a breve senza poter liquidare i propri
prestiti o investimenti. Quando tutte le banche cercano di liquidare gli attivi,
aumentare i depositi diventa impossibile farlo. La politica monetaria è
impotente con i problemi di liquidità, soprattutto nelle situazioni di crisi in
cui il credito è eccessivamente cresciuto ed è scambiato sui mercati
attraverso le cartolarizzazioni. Le banche centrali sono diventate market-maker
di ultima istanza e hanno iniettato capitali nelle banche sistematicamente
importanti; hanno di fatto nazionalizzato larga parte dell'intermediazione. Le
banche si sono trovate senza attivi di qualità perché la gestione della liquidità è stata lacunosa in assenza di
incentivi a creare risorse di emergenza, a un allineamento con i rischi. I piani
di contingency funding erano basati su informazioni incomplete. E'
divenuta evidente la necessità, per le banche centrali, di sostenere
comportamenti più prudenti. La tendenza a minimizzare i costi di liquidità è
influenzata anche dal supporto potenziale delle banche centrali in caso di
crisi. Le banche centrali devono richiedere cuscinetti di liquidità maggiori di
quelli normalmente necessari per colmare il moral hazard. Ma definire standard
di liquidità è difficile in quanto il livello deve essere basato sulla
fiducia sui mercati, che è un elemento elusivo. Maggiore liquidità richiesta
in fase espansiva, ridurrebbe gli eccessi sul credito e ridurrebbe la
trasformazione delle scadenza. Bisogna trovare gli incentivi giusti. Il sistema
dei pagamenti può essere una fonte di rischio sistemico che può produrre
effetti contagio. Gli operatori sono esposti al rischio di credito e di liquidità
e, pertanto, la sorveglianza sul sistema dei pagamenti ha lo scopo di promuovere
la sua sicurezza, efficienza, adattamento e la certezza delle transazioni.
L'approccio può essere differente e le banche centrali hanno un ruolo più o
meno attivo sul sistema. La gestione del debito pubblico è considerata un
aspetto specifico della politica monetaria. Le banche centrali non possono
finanziare direttamente lo Stato e devono rimanere indipendenti. Se in tempi
normali la politica sui tassi e sul debito sono rigorosamente separati, in
situazioni di stress tutte le leve a disposizione delle autorità devono
essere coordinate.
Le
banche centrali non sono riuscite a sostenere la stabilità del sistema
finanziario, sempre più dipendente dagli attivi, e non hanno riconosciuto la
relazione tra stato del mercato degli attivi ed economia reale. Si sono
preoccupate dei prezzi al consumo non valutando i rischi dei prezzi degli attivi
finanziari. Non è stato accettato che i prezzi degli attivi stavano dando
segnali pericolosi e l'approccio è stato asimmetrico: quando i prezzi sono
saliti non ci si è affrontato il problema, quando sono scesi, si giustificavano
interventi importanti (Greenspan put). La gestione della stabilità deve,
invece, andare controvento quando avvengono escalation nei prezzi di
mercato. L'espansione del credito è stata eccessiva e gli strumenti innovativi,
la leva elevata, l'hanno accelerata. E' importante identificare gli sbilanci
eccessivi, i disallineamenti nei prezzi. L'orizzonte degli obiettivi
(inflazione) deve essere allungato e deve far parte degli obiettivi anche la
stabilità finanziaria. L'approccio è stato quello di mitigare ex post gli
effetti del ciclo, invece di intervenire durante le fasi. Una più corretta
definizione di inflazione deve considerare anche i prezzi degli attivi (ad es.
gli immobili) i comportamenti irrazionali degli investitori hanno effetti
importanti sull'economia reale. E' opportuno intervenire sui tassi per moderare
le espansioni ingiustificate dei mercati, anche se possono essere impopolari e
creare problemi al wellfare state (es. Australia). Il problema deve
essere affrontato anche attraverso la regolamentazione (aggiustamenti
macroprudenziali quali i capital ratio, il leverage ratio usati in
senso anticiclico e idiosincratico in Europa) e la gestione della creazione del
credito. In questo ambito, la supervisione prudenziale avrebbe lo scopo di
identificare i trend nell'economia e nel sistema finanziario che hanno
implicazioni per la stabilità finanziaria, al fine di individuare le misure
volte a reindirizzare i rischi. E' necessario un approccio “attraverso il
ciclo” globale, per moderarlo ed evitare gli effetti prociclici della attuale
regolamentazione (attraverso la regolazione dei tassi di espansione, delle leve,
del disallineamento delle scadenza, che incidono sulle esigenze di capitale e
con la creazione di buffer in fase di ciclo ascendente da utilizzare in
caso di crisi).
Il
concetto di indipendenza della banca centrale va adeguatamente qualificata. Se
è vero che maggiore indipendenza migliora I risultati sull'inflazione e sulle performance
economiche, è anche vero che in
tempi di crisi la politica monetaria deve essere coordinata con quella fiscale e
che l'entità degli interventi di quantitative easing deve avvenire in
accordo con il Ministero delle finanze. L'indipendenza di un'autorità non
elettiva deve essere accompagnata dalla trasparenza e dagli obblighi di
rendicontazione; solo un'autorità non elettiva riesce a prendere decisioni
impopolari che hanno vantaggi nel lungo termine al di la del ciclo elettorale.
Pertanto, anche la nomina dei vertici e la loro durata devono essere slegate dal
ciclo elettorale; per questo spesso le nomine seguono prassi assai complesse.
L'indipendenza necessita di una verifica del modo in cui è esercitata per
essere democraticamente legittimata. Per questo i Governatori rendono conto del
loro operato ai rispettivi Parlamenti. Il discorso sulla trasparenza è più
complesso: in passato il central banking era considerata un'arte oscura,
quasi esoterica, comprensibile solo ai tecnici. Ora le cose sono cambiate e le
banche centrali devono comunicare le proprie analisi e previsioni, per
influenzare le aspettative, per giustificare I propri interventi e per
proteggere la propria indipendenza e devono essere trasparenti non solo negli
obiettivi, ma anche nei metodi e nelle decisioni.
L'unità
monetaria europea è stato il progetto di central banking più ambizioso
mai esistito: un matrimonio che non consente divorzio, una moneta impossibile da
spezzare. La BCE ha un mandato forte sulla stabilità monetaria e una forte
indipendenza, la supervisione sul sistema dei pagamenti ma non la vigilanza sul
sistema finanziario, di competenza delle singole BCN o di apposite istituzioni
nazionali. La sfida sulla politica monetaria è quella di definire un unico
tasso di interesse appropriato per una nazione che non esiste, ma per sedici
paesi diversi. La pronta risposta alla crisi della BCE è stata ammirata. L'euro
ha funzionato finora, ma ci sono crescenti tensioni latenti non risolte che si
sono accumulate: pochi sono stati I progressi nel coordinamento delle politiche
fiscali, le regole sui deficit eccessivi creano contrasti non risolti tra banca
centrale e ministri finanziari. La BCE si basa sulle condizioni complessive
dell'area, mentre le condizioni del debito sono differenti. Con riferimento alla
supervisione, l'Europa è frammentata. Il rapporto de Larosiere auspica un
organo di vigilanza europeo per I gruppi transnazionali e compiti di vigilanza
macroprudenziale. Le BCN hanno ridimensionato il proprio ruolo e tagliato le
strutture territoriali, alcune hanno acquisito nuove funzioni.
Il
bilancio delle banche centrali durante la crisi sono drasticamente cambiati.
Attraverso il bilancio la banca centrale influisce sul mercato. Ha bisogno di un
bilancio solido per essere effettivamente indipendente.
I governi devono assicurare un'adeguata capitalizzazione per assicurare la
credibilità (in teoria la banca centrale non avrebbe bisogno di capitale) e
flessibilità operativa. Le banche centrali non operano in un ambiente
competitivo e hanno rilevanti entrate, devono controllare la loro efficienza che
è difficile da misurare. Le differenze nelle funzioni, nell'organizzazione e
negli staff rendono difficili i confronti.
Minsky
H.P. Stabilizing an Unstable Economy
L'economia
che si insegna nei college è seriamente errata, le conclusioni basate sui
modelli non sono realistiche e non possono essere applicate in quanto i processi
finanziari portano a seri pericoli di instabilità e il comportamento
dell'economia diventa incoerente. La teoria keynesiana è stata interpretata
erroneamente; la teoria neoclassica non spiega le crisi che invece emergono dal
normale funzionamento dell'economia in quanto il sistema finanziario è fragile
e accumula disequilibri: dobbiamo costruire istituzioni che costringono e
controllano le strutture del passivo, soprattutto delle entità più grandi. Per
sopravvivere, il sistema deve avere degli standard di equità ed efficienza. La
disoccupazione e i fallimenti hanno trasformato gli incentivi della forza lavoro
orientata al reddito verso la ricerca della sicurezza. La politica deve cambiare
le caratteristiche del sistema definendone gli obiettivi e disegnano le
istituzioni (come nel New Deal) per raggiungere l'efficienza economica, la
giustizia sociale e la libertà individuale (opportunità per tutti). Le grandi
istituzioni finanziarie sono le determinanti dell'instabilità, concentrazioni
di potere privato che deve essere ridotto a dimensioni gestibili.
La
nostra economia, dopo la seconda guerra mondiale,
è diventata più
instabile. L'instabilità crea incertezza e si amplifica: si diventa più
sensibili ai segnali di breve termine e, quindi, si propende per un
atteggiamento più speculativo. Le relazioni economiche sono complesse e il
tentativo di modellizarle non hanno funzionato. La teoria economica deve
integrare anche il comportamento della finanza, che è quello che crea
instabilità. Una maggiore stabilizzazione può essere raggiunta attraverso al
politica fiscale del “Big Government”
(che però prende tempo per essere efficace) e il credito di ultima istanza (“Big
Bank”): il primo stabilizza la produzione, l’occupazione e il profitto,
il secondo il valore degli attivi e dei mercati finanziari, al costo di
pressioni inflazionistiche.
Se è necessario credito per pagare i debiti, siamo in
presenza di finanza speculativa. La sua crescita porta ad aumenti dei prezzi
degli attivi e ad investimenti amplificando la reazione e rendendo instabile il
sistema. Le grandi corporation operano in questo modo, con una gestione
del passivo simile a quella delle banche. La socializzazione delle perdite, poi,
incoraggia l’assunzione di rischi (moral
hazard). La banca centrale, quale lender
of last resort, risolve il problema della liquidazione degli asset,
tutelandone il valore e prevenendo l’amplificazione delle perdite. La teoria
economica non ha accettato l’esistenza di processi, nelle economie
capitalistiche con sistemi finanziari avanzati, che generano pressioni
inflazionistiche e instabilità finanziaria. Le banche centrali
nell’affrontare il problema devono avere la responsabilità e il controllo
delle pratiche che creano e amplificano la crisi finanziaria, ma manca loro un
modello teorico.
Il sistema finanziario è reso più complesso
dall’innovazione dei prodotti e dalla possibilità di assumere posizioni in
nuovi mercati. L’evoluzione ha aumentato il potenziale di instabilità, dopo
il dopoguerra, del sistema economico; il sistema
finanziario, sempre più orientato al breve termine, è più fragile; gli
interventi governativi e delle banche centrali prevengono le profonde
depressioni ma sono essi stessi portatori di instabilità. Manga un valido
quadro teorico di riferimento.
La
teoria economica standard non spiega il ciclo e l’instabilità e la
loro natura endogena al capitalismo. La sintesi
neoclassica
fondata sull’efficienza dei mercati che si autoregolano ignora la parte della
teoria keynesiana che analizza l’interazione tra le forze di finanziarie e la
produzione e il consumo, che rende intrinsecamente instabile il sistema: la
formazione dei prezzi degli attivi finanziari e le istituzioni finanziarie
capitalistiche. Il problema pratico che ne deriva è di identificare le fonti di
instabilità e di definire le forme di intervento che limitano il verificarsi
delle incoerenze. I monopoli, le modalità di finanziamento degli investimenti
necessitano di una visione del futuro per prendere decisioni. In queste
condizioni il mercato può fallire.
Per
costruire una teoria dell’instabilità finanziaria, è necessario capire le
determinanti degli investimenti e delle relazioni finanziarie, internalizzandone
gli effetti. L’enfasi di Keynes per la finanza e la struttura
dell’indebitamento si è persa nella teoria standard. Gli investimenti
influenzano l’economia perché devono essere finanziati, influiscono sui tassi
e generano profitti. Per analizzare come la finanza influenza l’economia,
occorre adattare l’approccio ai cash-flow.
I cash-flow della produzione e distribuzione degli output si
intrecciano con quelli derivanti dalle relazioni finanziarie. I prezzi degli asset
finanziari dipendono dai cash-flow che
ci si aspetta che genereranno (introducendo l’elemento tempo, il rischio e
l’incertezza). La mancanza di sincronizzazione tra pagamenti e incassi fa
entrare in relazioni finanziarie (debiti, fonti di finanziamento esterne).
Fintanto che il sistema finanziario è semplice, il capitalismo funziona bene,
quando, invece, la complessità aumenta, cresce l’instabilità. Ci sono tre
tipi di cash-flow: quello derivante
dal processo di produzione, quello derivante dall’ingresso in strumenti di
debito e quello che emerge dal portafoglio (acquisti e vendite). L’instabilità
del sistema è legata all’importanza relativa delle tre tipologie di flussi:
quello derivante dalla produzione è fondamentale e, quando riesce a coprire
tutti gli impegni, siamo in presenza di hedge-finance;
se invece riesce a coprire solo gli interessi del flusso di debito, si parla di
finanza speculativa, che comporta il roll-over
del debito e la dipendenza dal movimento dei tassi; nel caso in cui, invece, non
riesce a coprire nemmeno il flusso degli interessi sul debito, si parla di Ponzi-finance,
e comporta l’incremento continuo del debito. Le banche sono tipiche strutture
con una finanza speculativa. L’innovazione finanziaria alla ricerca di nuovi
profitti, porta forme di speculazione nel resto del sistema che esce dalla
finanza generate endogenamente e spostano il sistema di hedge-financing
verso quello speculativo. Quando l’espansione si traduce in un boom
incontrollato degli investimenti, aumenta la leva e i margini di copertura
si erodono. Nel momento in cui l’espansione di ferma, segue la crisi
finanziaria, la cui profondità dipende dall’estensione dell’intervento
delle banche centrali attraverso lo sportello di ultima istanza e del settore
governativo.
L’aumento della leva nelle banche senza far percepire la
diminuzione della sicurezza e l’incremento del rischio, spinge la redditività
e il valore delle proprie azioni. Ciò enfatizza la ricerca della crescita e
della leva potenzialmente senza barriere nelle banche, riducendo i margini di
sicurezza a la stabilità del sistema. L’assicurazione sui depositi e gli
interventi delle banche centrali riducono l’incentivo alla prudenza e rendono
necessarie forme di sorveglianza per evitare la necessità di salvataggi (il
fallimento delle banche distrugge risparmio) specie in situazioni in cui la
finanza diviene estremamente complessa.
Per contenere l’effetto destabilizzante della crescita delle banche a
un livello compatibile con una crescita economica non inflazionistica, sono
necessari ratio sulla leva, difficili da applicare in un contesto di
forte innovazione finanziaria e di nascita di nuovi intermediari non soggetti a
controllo. L’innovazione aumenta la disponibilità di credito che aumenta gli
investimenti e può portare a un aumento del prezzo degli asset e a un
boom. La flessibilità del sistema finanziario può essere dirompente. La lotta
tra la banca centrale che cerca di regolare il sistema attraverso i tassi, le
riserve e le operazioni di mercato è quasi sempre vinta dalle banche, una forza
endogena de stabilizzatrice. In un contesto del genere è semplicemente falso
che il perseguimento dell’interesse individuale mantiene l’economia in
equilibrio, ma la conduce verso un’espansione inflazionaria e all’aumento
della disoccupazione. La fragilità finanziaria è il prerequisito
dell’instabilità. Le autorità sono ancora schiave di una teoria economica
che ignora i fenomeni finanziari. Gli interventi di lender
of last resort, accettando nuovi attivi ne validano l’uso e ne facilitano
l’espansione.
E’ necessario un serio programma di riforme, nella
convinzione che ogni successo è solo transitorio, perché l’innovazione
specie nella finanza riporta il sistema verso l’instabilità. Il programma si
deve basare su un serio dibattito che riconosca l’instabilità come intrinseca
nella nostra economia – ampliata o attenuata dalle istituzioni e dagli
interventi governativi – in relazione alla sofisticazione della struttura
finanziaria. Deve essere preso nuovamente in considerazione il contributo di
Keynes: la finanza non può essere lasciata al libero mercato; il mercato è
instabile quando gli investimenti di capitale rappresentano una parte
significativa dell’economia; un ampio settore pubblico rende il sistema più
stabile. L’enfasi sul capitale rispetto al lavoro, sulla crescita economica
anziché sull’occupazione sono errori. L’intervento pubblico, inoltre, può
essere discorsivo quando valida decisioni private rischiose, sollevandole
dall’incertezza. E’ inoltre indesiderabile che si intervenga su aspetti di
dettaglio e questi interventi devono comportare un minimo possibile di attività
amministrativa.
L’agenda delle riforme comprende quattro argomenti.
1) L’ampiezza dell’intervento governativo: deve essere abbastanza grande da
compensare gli squilibri del settore privato, ma anche essere efficiente e con
un bilancio con squilibri solo temporanei, con un fisco equo solo sulle persone
fisiche e sul consumo.
2) Il pieno impiego
deve essere stimolato creando una domanda infinitamente elastica e un salario
minimo, attraverso lo sviluppo di istituzioni che offrono lavoro, la modifica
dei trasferimenti, la rimozione delle barriere alla partecipazione nella forza
lavoro e misure che vincolino i salari e il costo del lavoro.
3) Riforme finanziarie strutturate in modo da incoraggiare lo sviluppo di
banche indipendenti e più piccole, che funzionano sia come banche commerciali
che come banche di investimento e merchant
bank, al contrario di quelle grandi, per sostenere meglio le relazioni
dirette con i clienti. Occorre regolare il loro tasso di crescita (asset-equity ratio, limitare ila ritenzione degli utili) e favorire
l’hedge-financing, quale il
finanziamento degli asset. Le banche
centrali hanno un ruolo importante soprattutto quando devono rifinanziare le
passività bancarie. Con questo strumento e con l’imposizione di riserve
devono rendere più robusto il sistema e favorire gli attivi bancari
rappresentati da titoli governativi e da finanziamenti a privati in forma meno
rischiosa. Devono governare il ciclo anche in fase espansiva che rende più
fragile il sistema (ad esempio variando gli obblighi di riserva). La banca
centrale deve remare contro la finanza speculativa, le pratiche innovative ed
espansioniste.
4) Limitare il potere di mercato è un altro aspetto importante delle
riforme. Le grandi corporation
utilizzano tecniche produttive ad alta intensità di capitale che creano surplus di lavoro. Il mercato promuove l’efficienza quando non ci
sono grossi poteri di mercato. La regolamentazione (soprattutto quella antitrust)
deve avere come obiettivi la competitività e di evitare i fallimenti dei
mercati. La crescita delle aziende riflette spesso le condizioni di ampia
disponibilità di credito del mercato finanziario: la preferenza per il
finanziamento degli asset, la minore disponibilità di finanziamenti a breve, la
struttura bancaria fondata sulle banche piccole, rimuovono questi vantaggi delle
grandi aziende che, in caso di crisi, devono essere salvate socializzando le
perdite.
Caldwell C. Reflections on the
Revolution In Europe: Immigration, Islam and the West
L’Europa
è da sempre oggetto di immigrazione, di integrazione culturale. La differenza
rispetto al passato è la scala di grandezza e il problema islamico:
l’islamismo e il cristianesimo hanno avuto scontri violenti nel tempo e ora
siamo in uno di questi momenti. Gli europei sono vecchi e poco fertili, al
contrario dei musulmani, e questo incide sulla composizione futura della
popolazione. La cultura islamica contrasta con molti costumi in Europa e sta
cercando di soppiantarla, crea tensioni, non si integra, a differenza delle
precedenti immigrazioni. Gli europei hanno sovrastimato le loro esigenze di
lavoro derivante dall’immigrazione e non hanno valutato che si caratterizza
per essere di massa e durevole. La nuova immigrazione si scontra con la retorica
intellettuale europea zona di immigrazione storica, ma che adesso si presenta in
forma diversa. Risolvere i problemi economici di temporanea necessità di
manodopera con cambiamenti demografici comporta costi strutturali di welfare (educazione,
salute, pensioni, ecc.) già al limite della sostenibilità, crea problemi
sociali e politici. Questa immigrazione non può essere la soluzione del nostro welfare
causata dall’invecchiamento della popolazione: gli immigrati occupano
lavori a basso salario che gli europei non vogliono e usufruiscono comunque dei
vantaggi (ricevono più di quel che danno). La migrazione attuale non avviene su
basi selettive in relazione al lavoro richiesto, bensì quasi come una risposta
morale alla politica colonialistica e di sfruttamento del passato o come asilo
dei perseguitati, condito da considerazioni umanitarie. Non si tratta però di
dovere di ospitalità, ma di accettazione culturale permanente. Una volta
acquisiti in massa, creano i loro ambiti culturali spesso separati e pretendono
l’accettazione delle loro usanze e culture anziché integrarsi. L’ospitalità
iniziale si trasforma in xenofobia perché i valori culturali europei non erano
preparati a questo fenomeno. E’ difficile che gli immigrati abbraccino i
valori europei (individualismo, democrazia, libertà, diritti umani) se gli
stessi europei stanno rivalutando i propri. Dopo le atrocità della seconda
guerra mondiale il comportamento degli europei è stato incerto, indeciso,
ammettendo qualsiasi cultura e valore seguendo un vago principio di uguaglianza.
La tolleranza è divenuta la priorità del politicamente corretto che
criminalizza le opinioni espresse contro i gruppi etnici anche quando sono
violenti (islamofobia) a vantaggio degli intolleranti. Al posto
dell’intolleranza dell’intolleranza del dopoguerra si è sostituita la
tolleranza dell’intollerante. In Europa ogni problema con i gruppi etnici
viene trasformata in una questione razziale; il superamento dei nazionalismi ci
ha fatto abbracciare i nazionalismi degli altri (Palestina). I valori che hanno
liberato l’Europa, ora la paralizzano.
La tolleranza europea ha creato i presupposti per lo sviluppo di religioni
straniere che fanno riemergere le tensioni del passato: la paura di una
religione che è liberale quando è debole e violenta quando è forte.
Diversamente, l'America ha integrato culture simili (europee e latine), Al
contrario del passato, l'immigrazione attuale avviene in massa e vuole mantenere
la propria lingua, le proprie usanze in colonie etniche e vuole acquisire un
potere di influenza sociale. Non hanno intenzione di integrarsi, ma vogliono
mantenere la loro cultura. La differenza di fertilità tra europei e immigrati
amplifica il problema. Si tratta di un tentativo di colonizzazione più che di
immigrazione. I modelli di immigrazione possono essere di assimilazione
(Francia) in cui è necessaria l'integrazione culturale per acquisire
cittadinanza e quello del semplice rispetto delle norme locali (Inghilterra),
senza reale integrazione. Quando l'immigrazione è di massa l'assimilazione
diviene difficile anche perché i musulmani vogliono mantenere la propria
identità e obbedire al proprio credo che ha una forte componente culturale e
sociale. Gli europei hanno paura a consentire il mantenimento delle culture di
origine agli immigrati i quali accusano gli europei di pregiudizi. Questo è il
paradosso dello Stato liberale: è egualitario e non razzista ma si sente
sopraffatto dalle culture non ugualmente libertarie mettendo in pericolo se
stesso, l'economia, le istituzioni e lo sviluppo civile. Il dialogo
interreligioso si è mantenuto fintanto che il cristianesimo si è sentito
forte. I musulmani hanno acquistato potere in Europa senza consentire ai
cristiani di sviluppare la propria religione nei paesi arabi.
Il contrasto è diventato
più aspro anche perché la religiosità e la spiritualità degli europei è
debole: hanno respinto le proprie radici cristiane (libertà, individualismo,
coscienza, diritti umani, democrazia). La separazione tra Stato e Chiesa
favorisce il pluralismo religioso ma è inadeguata a gestire l'islamismo, in cui
le due cose coincidono. Si creano conflitti con le loro usanze che non possono
essere risolte con la tolleranza. Le organizzazioni islamiche hanno assunto un
peso molto più forte delle altre organizzazioni religiose ed è diventato molto
difficile criticare le loro usanze anche quando contrastano con la modernità,
il secolarismo delle istituzioni, lo Stato di diritto (cartoons danesi,
velo, fatwa nei confronti degli scrittori). Questi contrasti sono
evidenti nello stile sessuale e nella relazione tra i generi (sharia).
I musulmani sono diventati più attivi nelle democrazie
europee per influenzare il paese di immigrazione attraverso l'intimidazione che
arriva a diventare violenza nella componente più radicale. La xenofobia che ne
deriva alimenta la retorica del vittimismo. L'Occidente non riesce a
reagire in relazione ai vincoli morali autoimposti: l'islam
religioso e insieme politico, autoritario e che ammette la violenza,
l'Occidente, liberale, democratico e secolare. L'islam è nemico dello Stato
liberale in quanto si ritiene in possesso delle “verità”. In quanto tale,
non ha senso parlare di “islam moderato”. L'accettazione dei valori europei
può essere, per loro, solo provvisoria e contingente. L'Europa non è in grado
di gestire l'immigrazione: gli Stati membri hanno di fatto rifiutato di
conferire la politica immigratoria alla UE. La libertà in Europa ha reso la
nostra cultura pericolosamente relativistica. Il multiculturalismo, la natura
privata della religiosità espongono le nostre istituzioni e la nostra cultura
all'influenza islamica; acquistano consenso I partiti intolleranti. La
globalizzazione è un fenomeno di “network power”: le scelte
individuali determinano collettivamente scelte sociali che nessuno
individualmente ha mai preso. L'Europa teme che gli Stati perdano il proprio
controllo politico. Il liberalismo e la teocrazia islamica stanno alterando il
nostro continente. L'Europa è confusa sulla cittadinanza e sul funzionamento
della democrazia, che non riesce a difendere la propria civiltà. Deve ripensare
se stessa. L'Europa Unita è espressione dell'influsso americano del dopoguerra.
Terminata la guerra fredda ha cercato di svincolarsi e con la presidenza di
Obama sono cambiate le relazioni euro-americane. L'immigrazione in America è
stata integrata consentendo il mantenimento delle culture di origine purché non
confliggessero con il comunicare il lingua inglese e con un forte sistema penale
e di contrasto della criminalità. L'Europa, invece, ha una identità e valori
deboli e non riessce ad imporre regole proprie, un ideale che chi viene deve
accettare e che, invece, sembra più forte.
Fisher L. The Perfect Swarm: The Science of Complexity in Everyday Life
Il
comportamento di gruppo (branchi, stormi, ecc.) emerge da poche regole di
interazione che determinano forme di auto-organizzazioni senza una direzione
centrale, in grado di risolvere collettivamente problemi che nessuno
individualmente può risolvere meglio. Un ordine dinamico si forma dal caos che
riesce ad adattarsi alle circostanze ambientali (sistema complesso adattativo).
Affinché i gruppi possono adattarsi, gli individui devono poter: ricevere e
dare senso alle informazioni, avere un obiettivo, trasmettere informazioni,
influenzare l'azione del vicino, avere un vantaggio dalla propria azione, avere
una strategia di risposta alle azioni degli altri, essere razionali,
concentrarsi in pochi processi fondamentali escludendo gli altri.
La
popolazione, le mode, i mercati, ecc. crescono in una reazione a catena che, ad
un certo punto, si stabilizza per effetto di feedback che da positivi
diventano negativi e che correggono gli eccessi (adattamento). Ad esempio,
quando più persone si muovono nella stessa strada, man mano che aumenta la
densità, si raggiunge un livello critico in cui il gruppo spontaneamente si
auto-organizza in flussi che si muovono nella stessa direzione alla medesima
velocità, sulla base del rispetto di alcune poche regole: evitare di urtare gli
altri, muoversi nella direzione delle persone vicine (allineamento) muoversi
verso la persona vicina (attrazione, coesione). Oltre un certo livello di densità,
i flussi si distruggono e il gruppo si ferma; poiché si minimizzano le frizioni
e le interazioni, ogni tentativo individuale di fare meglio peggiora la
situazione. Se all'interno del gruppo qualcuno ha una conoscenza migliore, il
gruppo se ne può avvantaggiare anche se non conosce chi è questo individuo: il
suo comportamento sarà seguito dai vicini con un effetto a catena grazie alle
regole di comportamento, altrimenti è in grado di reagire esclusivamente alle
circostanze esterne. Ci si può avvantaggiare dei successi degli altri
copiandoli.
Soprattutto in situazioni di pericolo, la ricerca di
alternative, se contenuta entro certi limiti (40% dello sforzo complessivo),
consente di ricercare tutte le possibilità senza compromettere la dinamica del
gruppo, che deve impegnare il restante 60% dello sforzo.
La
diversità è il cuore dell'intelligenza di gruppo e va sfruttata al meglio a
seconda del problema. Se si tratta di problemi che hanno a che fare con la
definizione di quantità, il valore medio del gruppo cancella gli errori
individuali (molte risposte sbagliate possono fare una risposta giusta) quanto
più grande è il gruppo, in relazione alle differenze di conoscenza, di
interpretazione, di prospettiva e di metodo. L'intelligenza di gruppo funziona
meglio con I problemi che comportano una risposta qualitativa, in cui la
risposta della maggioranza è sempre migliore di quella individuale
(democrazia). Devono però sussistere tre condizioni: i giudizi individuali
devono essere indipendenti, il problema deve avere una soluzione unica
controllabile, tutti devono rispondere alla medesima domanda. In questi casi le
risposte del gruppo sono sempre migliori di quelle individuali, anche se
qualcuno di loro è meglio informato.
Per passare dalla
diversità di opinioni al consenso e all'accordo si possono adottare diverse
strade. Quella più semplice è seguire l'esempio di chi sembra più convinto
delle proprie azioni, massimizzando la rapidità di azione. Il sistema del
confronto attraverso il voto può dare risultati negativi quando c'è la
possibilità di manipolazione del consenso e quando ci sono più alternative,
che possono dare risultati non ordinabili (A meglio di B, B meglio di C e C
meglio di A), come pure quando ci sono pressioni sociali verso l'uniformità,
difficili da superare se non uscendo temporaneamente dal gruppo e ragionare in
modo indipendente.
I network hanno un ruolo importante nelle dinamiche di
gruppo e possono avere conformazioni diverse nel collegamento tra i singoli e
tra i sottogruppi. Spesso assumono rilievo i legami deboli che connettono
sottogruppi distanti, legami grazie ai quali si riesce a raggiungere qualsiasi
individuo attraverso solo “sei livelli di separazione”.
Le
decisioni possono essere prese con metodi diversi: basarsi su poche informazioni
preziose, raccogliere informazioni finché non si manifesta un quadro coerente,
analizzare una grande quantità disordinata di dati. Può capitare che meno
informazioni possono portare a migliori decisioni. Per esempio, se abbiamo due
alternative e ne riconosciamo solo una, è bene scegliere quest'ultima, perché
probabilmente è conosciuta proprio in quanto migliore o già verificata da
qualcuno. Se le alternative sono più di due e se ne riconoscono più di una, è
meglio scegliere quella che si ricorda meglio. Se abbiamo delle prove che
possono aiutarci nella scelta, occorre scegliere l'opzione che ha un maggior
eccesso di prove positive rispetto a quelle negative, anche se non sappiamo
pesare i fattori. Se siamo in grado di ordinare le prove per importanza, basarsi
sulla prima prova utile per distinguere tra le due alternative, tralasciando il
resto. Quando si ha una possibilità che eccede il nostro livello di
aspirazione, non esitare a sceglierlo: questa possibilità potrebbe non più
capitare.
Gleick J. The information: A History,
A Theory, A Flood
Il
linguaggio dei tamburi ha molta ridondanza per creare il contesto della
comunicazione ed evitare confusione.
Con
la scrittura inizia la storia: gli scritti hanno esistenza separata e la
conoscenza fuoriesce dalle persone per essere conservata, separata sia da chi
parla che da chi ascolta, rivolta a moltitudini, ai vivi e a chi ancora deve
nascere. Da evanescente e locale la comunicazione mantiene le informazioni al di
là dello spazio e del tempo. Oltre alla storia, permette la legge e gli affari.
I sistemi di comunicazione con pochi simboli riescono a
contenere qualsiasi informazione e permettono i discorsi e discorsi sui
discorsi, l'astrazione, un modo per distinguere il vero dal falso, la
sistematizzazione della conoscenza, la logica, il pensiero consapevole,
spingendo un profondo cambiamento della psiche umana, uno spostamento dalle cose
alle parole, dalle parole alle categorie, dalle categorie alle metafore e alla
logica. Ma lo scritto limita il numero dei sensi coinvolti rispetto all'oralità
e il trasferimento fedele dello stato mentale.
L'organizzazione
alfabetica dei dizionari ha cambiato il linguaggio, la ricerca dei significati,
il metalinguaggio, ma ha cristallizzato e reso meno fluida la lingua.
L'esperienza condivisa del discorso è influenzata dalla forma di comunicazione
e, quindi, dalle tecnologie.
L'unione tra meccanica e pensiero ha consentito la
costruzione di macchine per l'informazione numerica che utilizzano non solo
numeri ma anche variabili: si costruiscono leggi, relazioni, funzioni.
L'elettricità ha incorporato il linguaggio tramite il telegrafo prima e il
telefono poi: per la prima volta l'umanità viene considerata un organismo
dotato di sistema nervoso. Le
conseguenze sociali sono state notevoli: l’annichilazione dello spazio e del
tempo e la conservazione delle informazioni sui giornali, nella storia, nel
pensiero, creando una coscienza globale. Il concetto di informazione e messaggio
si stacca dalla sua consistenza materiale. I nuovi mezzi di trasmissione
richiedevano codifiche per
trasformare segni in nuovi segni che rendono più semplice e breve il messaggio
ma al rischio che piccoli errori comportino significati molto diversi mancando
delle ridondanze che chiariscono il contesto e il senso.
I relè hanno poi permesso l'utilizzo del sistema binario e
degli operatori logici (if, and, or, then), aprendo ala rivoluzione dei
computer: La logica avviata dalla scrittura (ragionare sul ragionamento) e
l'astrazione sono state sviluppate dalle macchine
che utilizzano i simboli della matematica. Ma sono sorti dei
paradossi a causa dell'esistenza di livelli diversi di astrazione, del
metalinguaggio, che portano all'autocontraddizione.
Il telefono, basato sull'effetto rete, ha rivoluzionato la
società (connessioni, numeri di telefono, trascrizioni, i nuovi impieghi
tipicamente femminili).
La ricerca della quantità di informazione contenuta nei
simboli e nei messaggi ha portato alla teoria dell’informazione, iniziata con
la idealizzazione delle macchine da calcolo che usano le istruzioni matematiche
per manipolare simboli attraverso l'esecuzione di algoritmi. La crittografia
trasforma il linguaggio ordinario in qualcosa che non sembra avere una struttura
per ritrasformarlo in linguaggio al punto di arrivo.
La struttura del messaggio ha una statistica: il simbolo
successivo è influenzato probabilisticamente dal precedente e così
pure la parola successiva e il messaggio successivo. In tale struttura,
l'informazione è la sorpresa, l'incertezza, il disordine, l'entropia, quello
che non è strettamente path dependent (gli errori avvengono più spesso
all'inizio del messaggio). La prevedibilità e la ridondanza sono il lato
negativo della misura dell'informazione: aumentano l'efficacia del messaggio e
la correzione degli errori. Un bit è il lancio di una moneta.
I
comportamentalisti sostengono che è impossibile conoscere gli stati mentali
delle persone, ma è possibile solo osservare i comportamenti, le reazioni. Il
cognitivismo ha gettato le basi delle scienze cognitive che
combinano psicologia, scienza del computer e filosofia.
L'entropia dissipa energia, la rende inutilizzabile: è il
segno del tempo che può essere solo positivo e non può tornare indietro a
causa delle probabilità; i sistemi tendono al massimo disordine in quanto
quelli disordinati sono più
probabili. L'ordine richiede informazione e riduce l'entropia, ma non è gratis.
Informazione significa ordine ma l'ordine non è necessariamente informazione.
La vita è entropia negativa che assorbe energia
dall'ambiente e ha elevati livelli di complessità. Il DNA è informazione che
si replica ma quello che rileva sono le differenze. Anche i biologi hanno
assunto il linguaggio delle scienze della comunicazione. Le idee hanno le
medesime proprietà dei geni e degli organismi: tendono a perpetuare la propria
struttura, a ricombinarsi, a isolarsi e a evolversi; sono infettive e contagiose
e si diffondono (specie quelle buone). I memi devono competere ad avere
l'attenzione ed esistere e, come i geni, hanno noi come veicoli, ma ora possono
essere conservati nei computer.
La casualità non è in ciò che è conosciuto in anticipo,
determinato da una causa, organizzato in un piano. E' l'assenza di regola, la
misura della nostra ignoranza. La casualità può essere solo apparente,
l’informazione può stare nel rumore e può sorgere da profonde dinamiche
complesse. Più una serie è prevedibile, più è ridondante e meno informazioni
contiene; più la sua funzione è semplice, più è interessante ma è meno
casuale.
L'invenzione
di Gutemberg e lo spostamento dallo scritto alla stampa ha trasformato la
raccolta e la ricerca dei dati e ha creato le reti di comunicazione che hanno
portato al Rinascimento, alla Riforma protestante e alla nascita della scienza,
alla sistematizzazione della storia. Le informazioni sono diventate accessibili
ma se sono eccessive il disordine diventa insormontabile. L'ansia
dell'informazione crea un gap tra informazione e conoscenza, una barriera a
sapere quello che è necessario; l'informazione si separa dal significato. La
lentezza può essere quindi una situazione migliore in quanto permette alle
persone di processare una quantità limitata di informazioni; dimenticare può
essere importante quanto ricordare. Quando l'informazione è a buon mercato,
l'attenzione diventa costosa e l'informazione si perde. E' per questo che sono
nate le imprese che filtrano e cercano le informazioni.
Abbiamo
esteso il nostro sistema nervoso, la fase finale dell'estensione dell'uomo, e il
processo è esteso a tutta la società umana, un'intelligenza mondiale
interconnessa conscia di se stessa, un piccolo mondo in rete (Mc Luhan).
Banerjee
A.V. Duflo E. Poor Economics
La
povertà a volte sembra un problema insolubile o, comunque, non c'è convergenza
sulle soluzioni: le iniziative spesso non producono gli effetti voluti; non c'è
consenso sull'efficacia degli aiuti e degli investimenti esterni. Occorre
un'analisi più profonda dei meccanismi che non fanno uscire dalla povertà e
dei comportamenti, delle scelte dei poveri. Possono esistere "trappole
della povertà" ogniqualvolta l'aumento del reddito e della ricchezza è
impossibile per quelli che hanno troppo poco da investire e diventa possibile
per quelli che hanno solo poco di più (S-shape curve). La teoria non
riesce a spiegare la situazione in generale perché sono invece da verificare
caso per caso: come i poveri vivono, le istituzioni esistenti, come decidono,
cosa funziona e cosa no.
Spesso la povertà viene associata alla fame, alla incapacità di assumere
sufficienti calorie per lavorare, ma un'analisi accurata evidenzia che gli
aiuti o gli aumenti del reddito non sono spesi per migliorare la dieta. I poveri
spendono per altre cose rispetto a migliorare la dieta dei bambini che li
renderebbe più produttivi da grandi, a causa di pressioni sociali (matrimonio,
funerale, dote), perché sono scettici sulla possibilità di un reale
cambiamento, perché comporterebbe sacrifici troppo lunghi. Spesso, allora, si
focalizzano sul qui e ora per rendere la vita più piacevole. La trappola si
forma tra i redditi dei genitori e quello dei figli. Allora vanno aiutati i
figli e possono essere inutili gli aiuti alimentari.
La salute crea una trappola della povertà: genitori malati
non sono in grado di avere redditi per avere figli sani, che da grandi saranno
meno produttivi. Investire contro le malattie (reti antinsetti da letto, accesso
all'acqua per scopi sanitari, fornire medicine) non comporta grandi costi, ma i
poveri sembrano preferire cure costose piuttosto che prevenzione a buon mercato.
La prevenzione è infatti compito dei Governi e spesso è inefficiente, con alti
tassi di assenteismo. Si preferiscono i medici privati perché il loro costo è
considerato il valore del servizio e perché l'utilità è immediata. Entrano in
gioco false credenze e la time inconsistency (rispetto al presente siamo
più impulsivi, piccoli fastidi sono più spiacevoli sul momento; è
inclinazione dell'uomo rimandare piccoli costi ed evitare quelli che danno
benefici solo nel futuro). Ciò rende necessario rendere semplice far fare la
scelta giusta.
L'istruzione è un altro settore in cui i risultati arrivano
nel lungo periodo. L'atteggiamento dei genitori è spesso quello di puntare su
uno solo dei figli, quello reputato più dotato, perché la scuola è
considerata uno strumento per raggiungere la ricchezza solo per quelli che hanno
maggiori capacità. L'istruzione diventa una trappola della povertà anche se
non lo è: ogni anno in più a scuola aumenta le capacità di reddito del
bambino quando sarà grande. Lo stesso atteggiamento elitista si verifica negli
insegnanti, che dedicano più tempo ai più bravi. Il sistema si basa su errate
concezioni e determina un enorme spreco di risorse umane. La scuola deve essere
ristrutturata per dare a tutti le conoscenze di base, identificare i talenti,
sviluppare le capacità analitiche, non solo la comprensione dei testi. Deve
basarsi sull'idea che ogni bambino ha delle capacità, che basta poco per essere
bravi insegnanti e consentire ad ognuno di imparare al proprio ritmo, secondo le
proprie capacità ed esigenze, far capire ai genitori i vantaggi
dell'insegnamento per ogni bambino, dare obiettivi raggiungibili a insegnanti e
ragazzi, usare più tecnologia nell'insegnamento.
I paesi più poveri hanno più alti livelli di fertilità ma
non è chiara la relazione tra i due fenomeni. Anche le gravidanze precoci sono
più numerose. Una maggiore educazione non ha dato risultati, mentre influenzano
le norme sociali sul ruolo della donna che sono difficili da cambiare, anche se
le telenovela hanno influito. Sono importanti le dinamiche decisionali
familiari, in cui le relazioni tra genitori e figli e tra mogli e mariti non
sono paritarie e sono influenzate da sanzioni sociali spesso superate. Misure di
sicurezza sociale hanno perciò un ruolo importante perché limitano la
prolificazione quale strumento di sicurezza per la vecchiaia.
I poveri sono come gestori di hedge-funs, convivono
con grandi rischi, investono tutto il capitale in piccole aziende agricole, la
cui redditività varia tremendamente, sono impiegati in lavori giornalieri, i
primi ad essere eliminati in caso di problemi. La salute, inoltre, è una fonte
enorme di rischio. Questi fattori possono portare nella trappola della povertà,
che può essere rinforzata da fattori psicologici (stress, depressione). Per
diversificare questi rischi, si attuano colture diverse nel medesimo villaggio,
si ricorre alla migrazione temporanea, ai matrimoni, ci si aiuta l'un l'altro.
Le assicurazioni non funzionano in questo settore per l'elevato rischio che
porta a cambiamenti di comportamento (moral hazard), per la selezione
avversa nelle assicurazioni volontarie, per il rischio di frodi. Ma anche la
domanda è scarsa per la ridotta credibilità delle assicurazioni, per il costo
che non produce vantaggi nell'immediato. Questo è un chiaro settore dove è
necessario un intervento governativo.
I poveri hanno scarso accesso al credito. Il piccolo credito
comporta alti costi dio monitoring. In alcuni casi si ovvia raggruppando
più prenditori dello stesso villaggio. Così è per il microcredito, che si
fonda sulla reputazione sociale dei prenditori che limita molto i tassi di default.
Dà un ruolo decisionale alle donne, che investono di più nell'educazione
scolastica dei figli. Il microcredito ha funzionato ma non fa miracoli contro la
povertà, ha dei limiti: le sue regole sono troppo rigide e solo uno su quattro
riesce ad accedere; le donne che non entrare nei gruppi o ne sono escluse sono
discriminate; i pagamenti settimanali sono impossibili per chi deve attendere il
ritorno di un investimento; i tassi di default sono incompatibili con
l'assunzione di rischi. La comunità assicura il pagamento dei debiti per cui
l'insuccesso è un rischio sociale enorme. Deve riuscire ad incoraggiare
l'assunzione dei rischi. Non è adatto a finanziare imprese più grandi che
necessitano la formazione di istituzioni per il funzionamento del mercato.
I poveri avrebbero motivi in più per risparmiare, ma hanno
difficoltà ad avere un conto in banca, non esistono prodotti specifici per loro
(microsaving) e gli altri sono troppo costosi. Nuovi prodotti stanno
emergendo come quelli legati al cellulare o conti di gruppo. Occorre capire come
pensano il loro futuro e risolvere apparenti contraddizioni. La time
inconsistency (pensiamo di poter agire in futuro più saggiamente di quanto
agiamo oggi) (spendiamo oggi pensando di poter risparmiare in futuro). E' per
questo che i poveri risparmiano costruendo pezzi di casa quando hanno i soldi,
ma non risparmiano per comprarla, o non comprano i fertilizzanti perché hanno i
soldi solo al momento del raccolto. I prodotti di microsaving devono
considerare questi aspetti. Il self-control è più difficile per i
poveri perché hanno maggiori tentazioni quando hanno i soldi mentre i loro
obiettivi sono sempre lontani nel tempo. Risparmiare poco crea una trappola
della povertà; sentire di avere delle opportunità per il futuro (ottimismo)
aiuterebbe a non spendere tutto.
I poveri si ingegnano ma tutto sembra andare contro di loro
nell'attività imprenditoriale: non hanno capitali e accesso al credito, sono
vulnerabili a molti rischi. Un supporto iniziale potrebbe far uscire loro dalla
trappola della povertà, ma anche questo ha dei limiti: i loro campi di attività
hanno un rendimento basso e non riescono ad investire per ampliare o
diversificare l'attività. Nella maggior parte dei casi l'iniziativa
imprenditoriale è solo un modo per lavorare e il loro desiderio è la stabilità,
non il rischio. E' questo che potrebbe cambiare la loro visione del futuro ed è
per questo che tendono a migrare nelle città, ma spesso solo per periodi di
tempo limitati perché la vita in città è più costosa e difficile per la
famiglia. Le politiche dovrebbero favorire lavori stabili per i poveri nei
piccoli villaggi e facilitare la vita nelle città.
Per risollevare dalla povertà non sono necessarie buone
politiche, ma un buon processo politico. Da un buon processo politico nascono
buone politiche. La corruzione crea inefficienze e finché non ci sono le giuste
istituzioni, le politiche falliranno. Queste istituzioni devono essere adatte
all'ambiente, non possono essere importate.
Una politica sociale che funziona deve basarsi su cinque
principi: 1) semplici informazioni facilitano l'assunzione di decisioni ed
evitano false credenze; 2) rendere facili ai poveri prendere le giuste decisioni
(nudge); 3) innovazioni tecnologiche e istituzionali, interventi
governativi possono rendere disponibili ai poveri mercati loro preclusi
(finanza, assicurazioni); 4) le politiche devono dare espressione ai poveri per
monitorare i risultati e garantire l'accountability; 5) cambiare le
aspettative per evitare profezie che si autoalimentano.