L. Thurow Il futuro del capitalismo

    Tema centrale del libro è il conflitto tra tecnologia e cultura: le società prosperano quando le convinzioni e la tecnologia sono in accordo tra loro.
    Il conflitto tra tecnologia (che genera incertezza, insicurezza, rischio) e valori attuali (di tipo “piccolo-borghese” quali assistenza pubblica, garantismo, avversione al rischio, ecc.)può generare crisi nel sistema economico e produttivo.
   Il capitalismo, inteso nel senso che nell’economia il fattore produttivo del capitale è il più importante, sembra oramai in via di superamento: le grandi imprese multinazionali e i grossi processi produttivi di massa sono soppiantati da organizzazioni leggere, altamente informatizzate, decentrate e strutturate a rete; le organizzazioni, anche le più grosse, sono strutturate per processi. La conoscenza diventa il patrimonio più importante anche perché l’informazione non costa più nulla. Il fattore umano diventa così importante e va stimolato alla ricerca dell’innovazione e della creatività.  

G.S. Becker

    Becker è l'economista che più degli altri ha sviluppato il ruolo dell'uomo nell'economia. Secondo lui la globalizzazione e il progresso delle tecnologie richiedono lavoratori più istruiti e competenti. Occorre sviluppare indipendenza e fiducia in sé stessi per valorizzare le proprie competenze. Il capitale umano è diventato il patrimonio individuale, aziendale e nazionale più importante.

R.C. Camp Benchmarking business process

    Il benchmarking, quale forma di comunicazione con l’esterno per apprendere da esso e migliorare gli assetti organizzativi. Ascoltare i clienti, confrontarsi con i concorrenti e con le aziende leader in altri settori avendo come oggetto di osservazione i processi, rendendo congruenti gli obiettivi aziendali con quelli delle persone che vi lavorano.

 L. Brown e altri Stato del mondo ‘99

     Sia dal punto di vista teorico che delle sue concrete applicazioni, l’economia è entrata in dissonanza con gli interessi fondamentali dell’umanità. Il fondamento di una nuova economia deve soddisfare il principio della sostenibilità dei consumi in sostituzione del principio della crescita; deve spostarsi dal modello basato sul consumo di risorse naturali non rinnovabili a uno basato sulle fonti di energia rinnovabili e sul riuso e riciclo dei materiali. Le condizioni chiave per raggiungere l’obiettivo e che i governi tassino le attività che danneggiano l’ambiente in modo che i costi ambientali vengano espressi attraverso gli strumenti propri del mercato, i prezzi, aiutando a mette in atto il principio che “chi inquina paga” e sostenendo l’innovazione per la produzione di beni che non danneggiano l’ecosistema.
    Occorre una nuova etica sociale: adeguare il numero e le aspirazioni degli esseri umani alle risorse e alle capacità della terra, degli ecosistemi che ci sostengono, limitando i consumi e il soddisfacimento dei bisogni entro la “capacità di carico” disponibile e senza compromettere quella delle generazioni future.

 K. Kelly Nuove regole per un nuovo mondo

    Grazie all’invenzione del silicio e dei neuroni di fibre ottiche, l’organizzazione sociale di colpo può assumere un’infinita varietà di forme e dimensioni che saranno fondate sulle relazioni e la tecnologia. L’economia finirà per assomigliare a organismi legati da relazioni reciproche che coevolvono e formano un ecosistema in espansone e mai in equilibrio: c’è un perpetuo sconvolgimento che porta alla sostituzione di specie vecchie con specie nuove, al cambiamento dei sistemi alla trasformazione degli organismi.
    La nuova economia ha tre caratteristiche distintive: è globale, promuove le cose immateriali (idee, informazioni, rapporti) ed è fortemente interconnessa. Sono tre grandi trasformazioni in atto nel modo in cui la ricchezza viene generata. Il più importante è il terzo, la prevalenza delle reti. Non sono più i computer che mandano avanti il mondo, ma la comunicazione. E la comunicazione è alla base della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra memoria, della nostra identità di esseri umani.

   “Dal momento che le reti hanno permeato il mondo, l’economia ha finito con l’assomigliare a un’ecologia di organismi, legati da relazioni reciproche e che coevolvono, costantemente in flusso, profondamente intrecciati e dai confini perennemente in espansione. Stando a quanto sappiamo dai recenti studi ecologici, in natura non esistono equilibri; piuttosto, man mano che l’evoluzione procede, c’è un perpetuo sconvolgimento: le nuove specie sostituiscono quelle vecchie, i sistemi naturali cambiano il loro aspetto, e gli organismi e gi ambienti si trasformano l’un l’altro”.

 N. Negroponte Essere digitali

    Il futuro di ogni azienda dipende dalla capacità di tradurre in forma digitale i suoi prodotti e servizi in quanto essere digitali consente di non essere vincolati dagli standard.Le potenzialità non risiedono in qualche grande elaboratore ma piuttosto sono il risultato del comportamento collettivo di un gran numero di macchine specializzate, tra loro interconnesse.
    Strutture decentralizzate con alto livello di interconnessione presentano una elasticità e possibilità di sopravvivenza molto maggiori. Sono certamente più organizzate e capaci di evolvere nel tempo.
    L’era digitale  ha quattro punti di forza: decentramento, globalizzazione, armonizzazione e potenziamento umano. L’azienda del futuro potrà soddisfare le sue esigenze di elaborazione in modo nuovo e flessibile diffondendo sempre più al proprio interno dei personal computer che, quando necessario, possono lavorare all’unisono per risolvere problemi che richiedono grandi capacità di calcoli. Lo stesso concetto di stato-nazione subirà grandi cambiamenti in tutto il mondo. Tra cinquant’anni i governi saranno allo stesso tempo entità più grandi e più piccole. La tecnologia digitale può essere una forza naturale che porta la gente verso una maggiore armonia a livello mondiale. Discipline e aziende in precedenza separate si trovano oggi a collaborare anziché competere. Sta emergendo un linguaggio comune,  che consente alla gente di capirsi superando in confini. Il mondo digitale porta ad un potenziamento delle capacità umane. La facilità di accesso alle informazioni, la mobilità e la possibilità di indurre cambiamenti sono| motivi di speranza e dignità laddove prima ce n’erano ben pochi.

 

 Stewart T.A. Il Capitale intellettuale

   Il capitale intellettuale è rappresentato dalla somma delle conoscenze dei dipendenti e dei clienti condivisi con l’azienda e che possono essere utilizzate da quest’ultima per creare valore. Si suddivide in tre categorie: capitale umano, condiviso con i dipendenti, che è la fonte dell’innovazione e del rinnovamento; capitale strutturale, l’unico di proprietà dell’azienda, che è ciò che confeziona il capitale umano e che venga usato per creare valore attraverso l’accumulazione delle conoscenze e l’accelerazione del flusso all’interno; capitale clienti, condiviso con questi ultimi, rappresentato dal valore dei rapporti di un’organizzazione con i clienti.
    La gestione della conoscenza deve servire a collegare tra loro le persone: è un problema di condivisione, non di ravvolta delle informazioni. L’apprendimento, infatti, è un’attività sociale e, pertanto, si svolge in gruppi che si creano spontaneamente, tenuti insieme da rapporti informali e dal fatto di dover affrontare lo stesso ordine di problemi attraverso un patrimonio comune di conoscenze. Essa risponde a sé stessa non ha proprietari. L’informazione deve circolare libera tra liberi professionisti i quali devono essere legati da senso di appartenenza, e da un vincolo di fedeltà.
   L’azienda non è più posseduta dagli azionisti: il grosso del valore è rappresentato dal capitale umano condiviso con i dipendenti e i clienti; il valore di mercato è spesso molto maggiore di quello contabile e quello che non è contenuto nel bilancio è molto spesso più importante di quello che invece vi è contenuto.
    L’informazione è un bene pubblico il cui costo è scollegato dal numero di persone che la utilizzano. Il suo valore aumenta quando è abbondante ed è indipendente dallo spazio. I beni che incorporano conoscenza hanno una struttura di costo diversa, si  accumulano nella prima fase del processo produttivo e presentano rendimenti crescenti.
    L’informazione consente di eliminare le scorte in quanto permette di avere quello che serve just in time. L’azienda diventa una creatura diversa: le reti di comunicazione fanno circolare le informazioni in tutta l’azienda e non è più chiaro chi sia il proprietario, quale sia la principale fonte del capitale.
    Il lavoro della conoscenza ha carattere professionale e si misura in base ai risultati che si ottengono: il modello professionale scalza quello burocratico. Le aziende cominciano ad assomigliare a confederazioni di professionisti e il compito del manager non è più comandare o controllare ma gestire la conoscenza, attraverso sistemi (reti di comunicazione disponibilità di informazione a richiesta) e una cultura aziendale che consenta il libero flusso.  

S. Davis C. Meyer Blur

   La Velocità del business, gli Aspetti immateriali e l’interconnessione fanno sì che il capitale fisico  diventa una passività piuttosto che un’attività. Il valore è racchiuso sempre più nelle informazioni e nelle relazioni.
   Le teorie economiche tradizionali si basano su ipotesi che hanno perso gran parte della loro validità e poggiano su principi che non hanno più un’evidenza empirica significativa. Il successo nasce dai network, ragnatele economiche  in cui ognuno gioca un ruolo attivo nella creazione e nella domanda di valore che coniugano i vantaggi di essere grandi (attraverso la valorizzazione degli standard e la connessione) con quelli di essere piccoli e flessibili.
    La Velocità, l’Interconnessione e gli Aspetti immateriali impongono la creazione di un’organizzazione adattativa, che si adegua all’economia con la stessa rapidità con cui quest’ultima cambia, un’organizzazione flessibile e integrata, orientata al mutamento piuttosto che all’efficienza.
    L’unità organizzativa fondamentale oggi sono gli individui capaci di Interconnessione e le loro competenze, non l’azienda.
    “La componente di capitale veramente cruciale è l’esistenza di una rete integrata di personal computer, che può aumentare la produttività di chi lavora e la sua capacità di creare valore più di qualunque altra attrezzatura tecnica.”

G. Szegö F.Varetto Il Rischio creditizio

    Il libro espone all’inizio limiti e critiche alla capacità dei coefficienti prudenziali individuati dal Comitato di Basilea (solvency ratio e “grandi rischi”) di rappresentare correttamente il rischio creditizio e, paradossalmente, l’effetto perverso di assumere rischi maggiori.
   I coefficienti di rischio, non tenendo conto delle correlazioni tra le diverse attività, non parametrizzano il rischio, ma piuttosto la liquidità né incoraggiano le banche a diversificare il loro portafoglio crediti rischiosi usando nuove tecniche di gestione del rischio
  
Secondo l'Autore le banche potrebbero aver esaurito la loro funzione economica: tutte le  loro funzioni potrebbero essere svolte da altri intermediari finanziari senza costi per la collettività. Così si proporrebbe una struttura finanziaria basata sulla frammentazione e specializzazione della finanza.
    Rende conto degli studi in corso per migliorare il funzionamento dei coefficienti prudenziali sia da parte dello stesso Comitato (principalmente attraverso il riconoscimento delle valutazioni delle agenzie di rating e dei modelli interni di  rilevazione dei rischi) che da parte di altre Istituzioni.
    Affronta anche l’evoluzione della teoria sui rischi di credito, facendo in particolare il confronto con la teoria della valutazione degli strumenti finanziari (rendimento rischio, CAPM, ecc.), mettendo in evidenza la diversità delle due situazioni in quanto il rischio creditizio non ha andamento simmetrico.
    La profittabilità della banca risiede non tanto nella sua abilità a diversificare, quanto piuttosto nel possedere una buona esperienza e conoscenza dei suoi clienti e dei loro bisogni. Le procedure di determinazione del rischio applicate alle imprese debitrici non considerano direttamente il problema della misurazione della covarianza di rischi tra imprese diverse, un requisito chiave per la costruzione di portafogli efficienti. Conseguentemente potrebbe essere conveniente la specializzazione in un settore e il trasferimento dei rischi tramite garanzie o l’adozione di operazioni di cartolarizzazione o strumenti derivati, creando un mercato dei crediti.
    Sono esaminate le più recenti tecniche per la valutazione dei rischi creditizi da parte delle principali istituzioni.
    Vengono esaminate alcune specifiche problematiche derivanti dall’evoluzione dei mercati, quali quella della cartolarizzazione, che porterà alla formazione di un mercato secondario dei crediti, con effetti positivi sulla valutazione degli stessi, sulle procedure di affidamento, sullo sviluppo dei derivati creditizi attraverso:

   -  un riesame del merito creditizio che introduce una più forte disciplina nella  erogazione del credito;
  
-  il superamento del rischio di concentrazione degli attivi attraverso la possibilità della cessione del   rischio ad essi inerenti;
     -  la creazione e lo sviluppo di contratti derivati su crediti, di grande utilità per la gestione e il controllo del rischio.
   In conseguenza si potrebbe sviluppare una gestione degli asset, da parte degli intermediari finanziari, secondo logiche di portafoglio, con una specializzazione in specifici settori economici o territoriali nei quali si possiede un vantaggio conoscitivo.
    Gli investitori vedono crescere le opportunità di impiego e di diversificazione dei rischi in relazione all’ampliamento della quantità e la gamma di strumenti disponibili, attraverso la sostituzione di titoli negoziabili (A.B.S.) ai tradizionali strumenti creditizi.
    L’ampliamento dello spessore dei mercati finanziari, infine,  apporta benefici nella ripartizione dei rischi anche a livello di sistema. Anche lo sviluppo dei derivati creditizi è trattato.
   Il libro conclude con le tecniche di valutazione dei rischi creditizi da parte degli intermediari specializzati di cui all’Elenco speciale ex art. 107 T.U.  

 S. Harmon Zero Gravity

 Operare in una sfera sottoposta a forte gravità impedisce di ottenere il livello di ritorno dell’investimento di cui gli investitori hanno bisogno per continuare ad essere solidi gestori di danaro.Lo zero gravity corrisponde alla capacità di operare in un ambiente meramente digitale cambia qualsiasi azienda. Nel Web i settori si intersecano e creano un modo di operare nuovo, puramente digitale, liberandosi dai gravami rappresentati dallo spostamento di merci e servizi reali. La creazione di valore in un ambiente a zero gravity può essere rapida e di enormi proporzioni.
    secondo l'Autore è sbagliato cercare di valutare le aziende che operano in zero gravity sulla base dei criteri tradizionali. Su Internet il valore è soggettivo.Gli elementi di valutazione sono il potenziale e i rischi: il potenziale umano (persone che formano “la squadra”, investitori, le loro conoscenze, il loro talento, la loro leadership, la passione, le idee), il potenziale di mercato (sia il volume che può assumere il mercato che la quota di mercato raggiungibile: gli investitori vogliono finanziare l’azienda numero uno in qualsiasi ambito del Web), il potenziale di capitale (la liquidità necessaria perché il piano possa andare in porto), il potenziale tecnologico (la tecnologia aperta consente ampie possibilità di innovazione e sviluppo), il potenziale temporale (i nuovi mercati si aprono e si chiudono  in continuazione e, talvolta, quegli stessi mercati si riaprono e vengono rimescolati. Entrarci nel momento giusto è l’ideale). Valutare un’azienda è un compito difficile perché  se l’idea è veramente nuova non ci sono termini di confronto. Il rischio è rappresentato dal mercato (che non si sviluppa nel senso e nel modo previsto) e nella tecnologia (che può non essere accettata come standard).

 A. Giddens La terza via

    Il fenomeno della globalizzazione porta alla convivenza di etnie e culture diverse, che a volte si scontrano. Diviene implicito un minore riconoscimento nello stato  (non è una associazione volontaria) e nella nazione (non identifica più dei valori in cui riconoscersi), alimentato dal declino della politica e della fiducia nei politici e nelle istituzioni. Assume perciò maggior valore la libertà individuale (la conoscenza e le capacità contano molto di più delle ricchezze materiali) e la tolleranza. L’individualismo non comporta necessariamente egoismo. Si costituiscono pertanto nuove forme di solidarietà non statale (ad es. O.N.G.) che non sono imposte e che acquisiscono potere per il movimento d’opinione che riescono a guidare. La socialdemocrazia classica ha raggiunto il suo maggior successo e sviluppo nei paesi più piccoli, o in paesi con culture nazionali omogenee. Tutti i paesi occidentali sono però divenuti più pluralistici con una proliferazione di stili di vita diversi. Se l’individualismo istituzionale non significa la stessa cosa dell’egoismo, esso non è una minaccia alla solidarietà sociale, ma implica che si debbano cercare nuovi mezzi per produrre quella solidarietà. La coesione non può essere imposta dall’alto.
    Il welfare state è in essenza non democratico, dato che dipende da una distribuzione dall’alto dei benefici. La sua forza motrice è la protezione e la cura, ma non dà abbastanza spazio alla libertà personale. Alcune istituzioni del welfare sono burocratiche, alienanti e inefficienti, e i sussidi possono creare conseguenze perverse. Ci sono valide ragioni per ricostruirlo.

V. Ranadivé The power of now

Il libro si innesta in quelle nuove tecniche di strategia d’impresa e di innovazione organizzativa volte a valorizzare il ruolo umano in quanto fonte di conoscenza. L’aspetto più originale del lavoro attiene al rilevante peso dato alla struttura tecnico-informatica finalizzata a valorizzare il contributo umano.
    Sempre più il management e l’organizzazione sono dominati dai sistemi di comunicazione interna ed esterna, volti a trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in servizio che ha valore per il cliente.
    Rilevano sia l’infrastruttura tecnica, che permette di diffondere in tempo reale informazioni integrate e attive, sia la cultura individuale, che trasforma le informazioni in conoscenza e poi in azioni organiche e in continuo divenire. L’azienda che acquisisce, utilizza e sfrutta sapientemente informazioni attive distribuite in tempo reale è quella che chiamo ‘azienda guidata dagli eventi’ (event-driven company). Essere “event-driven è un atteggiamento mentale: un’attenta e continua osservazione dell’orizzonte per prevedere gli eventi
[] e quindi l’applicazione di appositi strumenti per adattare il cambiamento” attraverso una struttura tecnologica che tiene costantemente collegata e distribuisce informazioni con i clienti e i partners.
    L’azienda  event-driven è caratterizzata da un sistema informatico che da un lato tratta automaticamente le operazioni di routine, consentendo ai dipendenti di concentrarsi nella gestione delle “eccezioni”, di tutti quei casi, cioè, che esulano dall’ordinario. Dall’altro distribuisce informazioni fresche in tempo reale a chiunque abbia interesse e possa utilizzare l’informazione per creare valore. Per quanto concerne la distribuzione delle informazioni, il sistema informatico si caratterizza per l’applicazione del paradigma publish/subscribe (che si contrappone a quello client/server). Il paradigma publish/subscribe si basa sull’organizzazione di un indirizzario per materie alle quali ci si può “abbonare”. Una nuova informazione su quella determinata materia viene distribuita in tempo reale a tutti gli abbonati di quella determinata materia, nella forma richiesta da ciascuno di essi. L’informazione circola quando è ancora fresca e chiunque può quindi sfruttarla tempestivamente (con il paradigma client/server occorre conoscere l’esistenza e l’ubicazione dell’informazione che viene richiesta quando serve, non quando è fresca).
    Le organizzazioni umane contemporanee operano nel caos e devono poter cavalcarlo se vogliono essere creative. L’organizzazione event-driven consente questo e crea valore basandosi sull’apertura dei sistemi informativi e sulla valorizzazione delle conoscenze umane: il capitale intellettuale (a-la Stewart) diviene la risorsa da esaltare attraverso un sistema di comunicazione efficiente e moderno.
    Oggi le aziende competono in un ambiente destrutturato e completamente aperto è un’organizzazione cellulare un organismo vivente adattivo costituito da cellule che sono in grado di operare da sole ma possono interagire con altre cellule per produrre un meccanismo di business più potente e competente. Il vero scopo della azienda event-driven è di raccogliere intelligence in tutti i punti dell’ecosfera, integrarne e analizzarne i contenuti in tempo reale: trasformare la conoscenza da passiva a attiva crea apprendimento continuo e lo sfruttamento delle opportunità.

 J. Naisbitt High tech e rapporti umani

 La nostra società è sempre più pervasa dalla tecnologia. Se da un lato la tecnologia ci facilita la vita, dall’altro ci sono dei sintomi che fanno pensare a una zona intossicata, spiritualmente vuota, insoddisfacente e pericolosa; ed è impossibile uscirne; a meno che non ci rendiamo conto di esserci dentro fino al collo. Tali sintomi consistono: nel rifugio verso la religione e la spiritualità, invece di cercare di risolvere i problemi ; nella fede cieca o nella paura immotivata della tecnologia; nella incapacità di percepire le differenze tre l’originale e l’imitazione, tra il reale e il virtuale; nell’accettazione della violenza; nell’utilizzo della tecnologia  come gioco, che ci distoglie dall’attività creativa; nella mancanza di attenzione  nelle relazioni umane, distratti dalle molteplici capacità di connessione: Il silenzio alimenta il pensiero, la riflessione sviluppa la saggezza, l’ascolto produce umanità. Quando non c’è silenzio, non c’è spazio per il pensiero.
    Nel rapporto con la tecnologia dobbiamo valutare i suoi effetti sul tempo, divenuta risorsa scarsa, e sulla nostra concezione del tempo, che ci porta ad essere poco attenti e riflessivi, sulla percezione della realtà, confusa con il virtuale e le esperienze preconfezionate vendute dai media e dalle agenzie di viaggio.
    Dobbiamo imparare a prendere coscienza delle implicazioni che la tecnologia ha sui nostri figli, su di noi , sul lavoro, sulla conoscenza e sull’arte, sulla nostra umanità per poterne valutare gli aspetti positivi e quelli negativi. Ad esempio la violenza dei media è catartica o c’è assuefazione? Le biotecnologie comportano problemi etico-filosofici, teologici oltre che scientifici: i difetti umani se corretti attraverso le biotecnologie possono creare uniformità e omologazione eliminando il bello e il buono che possono racchiudere, le loro umanità. E’ giusto eliminare la sofferenza? La sua funzione è “quella di ricordarci che siamo esseri umani e resteremo tali. L’essere umano non è fatto solo di corpo ma anche di spiritualità; allungare la durata della vita non necessariamente ci migliora.

 P. Garrone S. Mariotti (a cura di) L’economia digitale

   L’accesso a un enorme volume di informazioni a costi virtualmente nulli facilita la riduzione delle asimmetrie informative, ma pone il problema della natura e della qualità dell’informazione. Possono inoltre manifestarsi altre gravi asimmetrie e gravi rischi che hanno anche effetti sociali: l’esclusione di parte della popolazione, la violazione della privacy, la congestione del traffico,  la diffusione della criminalità. Le soluzioni possono essere di natura tecnica (firewall, criptazione, interoperabilità, trasmissioni a banda larga) o normativa (firma digitale, autorità garanti,  sicurezza nelle transazioni e nell’identificazione delle controparti). Occorre inoltre che venga facilitato il reperimento il filtro e l’interpretazione dell’informazione (funzioni di intelligence) affinché la risorsa scarsa dell’attenzione non si disperda.
    La privatizzazione della Rete, dopo la fase di utilizzo per usi militari e scientifici, insieme alla caratteristica di essere una rete aperta, ha fatto esplodere il fenomeno del Commercio elettronico. I modelli di business applicati al fenomeno non sono riusciti a spiegarne l’andamento: il trasferimento delle attività sulla rete ha comportato problemi superiori al previsto (sicurezza, logistica, aspetti giuridico-contrattuali). Più in generale aspetti sociali, legali e tecnologici influenzano le transazioni on-line. Le transazioni, anche in un mercato più efficiente, non eliminano l’esigenza di una loro organizzazione e di istituzioni appropriate. Un aspetto peculiare attiene alle strutture di intermediazione, che la maggiore diffusione di informazioni e la riduzione delle asimmetrie informative che ne consegue dovrebbero farle ridurre. Occorre però distinguere tra transazioni execution-driven da quelle consulting-driven. Solo le prime possono essere facilmente disintermediate. E’ probabile che gli intermediari riorganizzino i modi con cui svolgono la loro funzione per dare il maggior valore aggiunto.
   L’ambiente competitivo (tecnologie, istituzioni, ecc.) influisce sulle strategie, ma anche il patrimonio delle competenze e degli schemi mentali influisce sulle modalità per affrontare i cambiamenti. Nel caso di cambiamenti competence-enhancing può rivelarsi adeguato fare ricorso al patrimonio di routine e alle competenze tradizionali, ricercando l’apprendimento learning by doing; se il nuovo paradigma è di tipo competence-destroying tale approccio può portare all’inerzia strutturale e organizzativa dell’impresa.
    Non si conoscono ancora la natura e gli effetti sull’economia (occupazione, competitività, mercati) del commercio elettronico. Ciò solleva numerosi problemi: il disordine e la mancanza di controllo nella crescita della rete, la qualità e la reperibilità delle informazioni, rischi di esclusione, mantenimento delle condizioni concorrenziali, tutela della privacy,  dei diritti d’autore, la sicurezza della controparte e delle transazioni, strumenti giuridici e contrattuali riconosciuti, ecc. Esiste il problema della disciplina (o autodisciplina) della rete che determina un trade-off tra libertà della rete, che favorisce l’innovazione e lo sviluppo, e la regolamentazione, che ne irrigidisce la struttura e vincola l’evoluzione.
    Il problema del finanziamento è legato all’ampiezza delle asimmetrie informative di un’attività innovativa, aggravata dall’importanza che hanno assunto le attività intangibili nel successo delle iniziative economiche che non sono ricomprese nella valutazione patrimoniale e negli standard contabili. Occorre una specifica competenza industriale da parte delle istituzioni finanziarie e, in particolare, dei venture capitalist, e la costituzione di fondi specializzati che possono diversificare le attività. Anche l’intervento pubblico dovrebbe assumere le medesime caratteristiche: consulenza, project financing, cofinanziamento. E’ anche importante un alleggerimento delle conseguenze giuridiche del fallimento e un cambio di mentalità sugli insuccessi.

 E. S. Phelps Premiare il lavoro

     L'autore tratta del problema della disoccupazione soprattutto delle fasce più svantaggiate che hanno una più bassa produttività.
   Il presupposto è il lavoro come un valore in se, non esclusivamente come fonte di reddito, il lavoro perciò non solo sotto l'aspetto economico, ma anche come valore individuale e sociale: quale fonte di autorealizzazione, per dar senso alla vita, facilitare l'uscita dall'assistenza sociale e alimentare l’uscita dalle attività sommerse e illegali, per assumere la capacità di sostenere una famiglia e di inserirsi nel contesto sociale.
    La proposta di erogare alle imprese sussidi sui bassi salari per stimolare l'occupazione e la remunerazione dei lavoratori meno retribuiti ha un raro pregio: mira a risultati di sinistra con mezzi di destra.
    L'autore effettua una onesta e completa analisi del mercato del lavoro in relazione alle nuove tendenze dell'economia. Queste fanno assumere importanza crescente alle capacità cognitive, alle esperienze, alle conoscenze e all'apprendimento. Ciò amplia i differenziali retributivi e crea delle circolarità: chi è già nel mercato del lavoro alimenta le proprie conoscenze; il prolungato ricorso all'assistenza sociale preclude invece l'esperienza di un'attività continuativa, demoralizza, riduce l'idoneità al lavoro. Non partecipare alla forza lavoro è peggio che essere disoccupati. Le imprese sentono maggiori pressioni sui costi e sono meno interessate ad istruire personale con scarsa conoscenza e produttività. Questa fascia di lavoratori deve essere sorretta e reinserita nel mercato del lavoro tramite interventi statali.
    Attualmente lo Stato sociale invece di finanziarie il lavoro, finanzia il non lavoro: riduce il valore del capitale umano, favorisce di meno chi lavora, incrementa il costo del lavoro e riduce il salario. Questo sistema, rende difficile il reinserimento nel mercato soprattutto quando il welfare è troppo generoso: crea oneri sociali, assistenziali e attività illegali; aumenta il costo del lavoro per le imprese.
    La proposta, secondo l'Autore, ridurrebbe gli effetti negativi per il lavoratore svantaggiato reinserendolo nel mercato, creerebbe vantaggi per la società in termini di minori spese sociali e di minore criminalità. Si tratta di una soluzione basata sul mercato che crea meno distorsioni e favorisce la libera iniziativa.

 L. Marinoff Platone è meglio del Prozac

    Porsi domande esistenziali (cos’è la vita, qual è la cosa giusta) aiuta a riflettere, a risolvere i problemi a fare le cose giuste, a vivere meglio con l’aiuto dei pensatori più brillanti della storia. La consulenza filosofica, argomento del libro, si prefigge questo, ponendosi in alternativa alle terapie mediche e a quelle psicoanalitiche.
   Scienza e filosofia hanno imboccato strade divergenti, e la medicina si è alleata con la scienza. L’o sviluppo scientifico, basato sugli aspetti fisici e su un mondo oggettivo, ci ha fatto pensare che qualsiasi problema potesse essere risolto con la scienza e la medicina. Ora siamo al cospetto dei limiti della scienza e della necessità di vedere dentro di noi per ripristinare un ordine morale, un sistema etico che possa sostenere i profondi mutamenti sociali e tecnologici, che individui e possa riflettere la vera natura umana. I problemi personali spesso hanno attinenza con l’identità, i valori, il significato. Non possono essere risolti deificando una malattia e scrivendo delle ricette. Occorre ritrovare se stessi, proporsi e raggiungere mete accessibili e fare le cose giuste.
    La consulenza filosofica risulta allora utile anche nelle organizzazioni per la capacità di aiutare a risolvere i problemi degli uomini e per addestrare all’integrità (ad es. codici deontologici). L’integrità è un valore aziendale, non solo perché riduce i danni derivanti da comportamenti fraudolenti.

   S. Kauffman  A casa nell’universo

   “Il paradiso è andato perduto, non per il peccato, ma per la scienza. Un tempo, appena pochi secoli fa, noi occidentali credevamo di essere i prescelti da Dio". "Oggi, appena quattrocento anni dopo, ci ritroviamo in un minuscolo pianeta, ai margini di una galassia insignificante persa fra milioni di galassie  simili in uno spazio di parecchi megaparsec, tutt’intorno alla curvatura dello spazio-tempo che risale fino al Big Bang iniziale. Siamo solo un coso fortuito ... spero che ciò che alcuni chiamano le nuove scienze della complessità possano aiutarci a trovare il nostro posto nell’Universo”
    Kauffman, biologo, presenta una nuova ipotesi sulla nascita e lo sviluppo della vita, che integra la visione darwiniana del caso e della necessità, basandosi sulle leggi del caos. Secondo tale approccio la vita non è un evento fortuito ma doveva emergere necessariamente dalla complessità, in quanto l’ordine si forma spontaneo da un sistema che si auto-organizza: dal disordine si sviluppa un ordine gratuito e  spontaneo che vive ai confini del caos in quanto tale situazione è sufficientemente dinamica da evolvere e non cristallizzarsi, e non eccessivamente caotica e volatile da essere eccessivamente sensibile a piccole fluttuazioni.
    L’economia, la tecnologia e la cultura sembrano seguire gli stessi principi.
    L’applicazione di tali principi all’economia contribuisce a spiegare il funzionamento dei mercati, l’innovazione economica e i nuovi assetti organizzativi aziendali decentrati e orizzontali.
    Il volume è di particolare interesse nel contesto attuale del frenetico sviluppo della new economy per capire i processi endogeni che determinano l’equilibrio dinamico dell’economia.
    L’approccio filosofico dell’autore è ottimista, in quanto secondo tale visione non siamo un ospite inatteso nell’universo, ma siamo a casa nostra.

 

 Ruini C. Verità è libertà

     C’è una larga coincidenza tra etica pubblica e morale cristiana. La riduzione dell’uomo ad un oggetto della natura, ne nega la libertà e la sua razionalità. La scienza deve rispondere alle grandi domande dell’uomo, ma non può spiegare tutto il creato, il trascendente, la spiritualità dell’uomo.
    Le radici cristiane dell’Europa sono state minate, nel XX secolo, dall’illuminismo scientifico e dalla riaffermazione delle culture non europee: la perdita di fiducia nei propri valori e nella fede cristiana ha portato ai terribili esiti del secolo breve: perde valore la persona, il relativismo, il materialismo e lo scientismo naturalista hanno preso il sopravvento. La società non può prescindere dalla concezione dell’uomo come fine e non come mezzo. L’Europa deve difendere il proprio patrimonio religioso e culturale.
   Giovanni Paolo II è stato capace di coniugare il realismo storico con lo sguardo della fede. L’inculturazione della fede trasforma questa in valori di giudizio, in linee di vita verso il futuro e comporta un modo libero della persona di rapportarsi alla storia e alla politica, senza sopprimere sensibilità, simpatie culturali e politiche diverse. La fede cristiana deve dare senso alla vita delle persone ed essere punto di riferimento della convivenza sociale.
    Il falsificazionismo scientifico rende la conoscenza sempre imperfetta e rivedibile. La verità, invece, è il fondamento dei diritti umani e dell’agire politico. La fede è un atto di libero arbitrio ragionevole: Cristo è stato un uomo storico che si è incarnato in una situazione storica.
    Il materialismo e lo scientismo naturalista fanno perdere il senso della vita quando ci si trova di fronte alla morte, sempre più emarginata dalla nostra esperienza e dal vissuto familiare, in quanto questione degli specialisti negli ospedali. La nostra intelligenza deve basarsi anche sulla fede cristiana e sulla verità, sul dialogo tra fede e cultura.

 Rossi S. La regina e il cavallo

     Il problema economico italiano è, fondamentalmente, un problema di competitività, di combinare efficientemente le dotazioni dei fattori produttivi. La causa principale è nella ridotta dimensione media delle imprese.
Per cercare di risolvere il problema non servono politiche macroeconomiche di bilancio e monetaria, ma politiche microeconomiche strutturali:
1) aumentare la dimensione delle imprese attraverso una tassazione non neutrale rispetto alla dimensione  e lo sviluppo del mercato finanziario;
2) rimuovere gli ostacoli all’ordinato svolgersi della concorrenza tra le imprese, principalmente abolendo gli albi professionali e liberalizzando i servizi di pubblica utilità su rete;
3) promuovere l’innovazione rendendo stabili i sussidi per ricerca e sviluppo, attraverso incentivi fiscali e lo sviluppo di intese consortili, realizzare joint ventures tra imprese e istituti pubblici di ricerca;
4) agire sull’istruzione superiore, abolendo il valore legale ai titoli di studio e rimuovendo il ruolo unico pubblico dei docenti universitari.
Sono inoltre necessarie politiche di contesto sulle infrastrutture immateriali per migliorare i tempi di recupero dei crediti, tutelare le proprietà intellettuali e semplificare i rapporti tra imprese e Pubblica amministrazione.

Panetta F. (a cura di) Il sistema bancario italiano negli anni novanta

La rapida espansione delle operazioni di fusione e acquisizione tra banche negli anni novanta ha avuto effetti sulla concorrenza e sui prezzi dei servizi bancari, sulla politica del credito, sull’efficienza, redditività e rischiosità delle banche, e sull’offerta di servizi finanziari alla clientela. Riflette l’operare di numerosi fattori:
    
la deregolamentazione dell’attività creditizia (gli intermediari si confrontano su mercati più aperti alla competizione interna ed esterna e più sfumata è diventata la demarcazione tra i comparti dell’industria finanziaria e assicurativa);
    
la tecnologia dell’informazione e della comunicazione accresce l’efficienza nella produzione e nella distribuzione di servizi alle imprese e alla clientela retail, abbattendo barriere geografiche;
    
la globalizzazione , che ha espanso l’attività internazionale delle banche.
In Italia, inoltre, nei primi anno novanta, si è attuato un processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e di privatizzazione; nella seconda metà, il TUB ha consentito di espandere l’operatività delle banche e ha stimolato sinergie produttive realizzabili attraverso fusioni e acquisizioni.
Tra il 1990 e il 2001 sono state realizzate in Italia 552 aggregazioni, che hanno interessato banche che intermediavano il 50% dei fondi; il numero di banche si è ridotto da 1.061 a 769.
C’è stato, ovviamente un impatto sulla concorrenza a causa del processo di concentrazione.
I risultati indicano che le banche nate dalle fusioni, pur guadagnando quote di mercato, non hanno in genere accresciuto il proprio potere di mercato, e sono caratterizzate da costi marginali più bassi. Sono perciò in grado di offrire ai clienti prezzi inferiori.
L’aumento della concorrenza è anche  attribuibile alla rapida espansione della rete degli sportelli per effetto delle deregolamentazione, che ha anche abbattuto le barriere all’entrata nei mercati locali.
I risultati ottenuti sul piano concorrenziale trovano conferma nell’andamento dei tassi bancari: il differenziale tra tassi attivi e passivi si è ridotto considerevolmente tra il 1990 e il 2001, anche dal confronto con i sistemi bancari esteri.
Mentre l’obiettivo delle fusioni sembra essere l’espansione dell’attività nel campo dei servizi finanziari, quello delle acquisizioni attiene al miglioramento delle capacità di allocazione del credito: la qualità del credito migliora considerevolmente dopo l’acquisizione, presumibilmente per il trasferimento di capacità gestionali e di conoscenze tecniche.
Sia le acquisizioni che le fusioni non sembrano dar luogo a significative riduzione dei costi, per la difficoltà di realizzare ristrutturazioni aziendali che diano luogo a un drastico calo del personale e delle retribuzioni. La spiegazione sembra però essere determinata dal fatto che tutto il sistema bancario è stato interessato, a prescindere dall’attuazione di operazioni di concentrazione, da un drastico calo dei costi. La Banca d’Italia nel gennaio del 1997 sollecitò le banche a contenere i costi operativi. Gli intermediari interessati da operazioni di concentrazione difficilmente avrebbero potuto realizzare guadagni di efficienza più elevati.
L’aumento della quota di mercato e della dimensione delle banche può alterare il grado di concorrenza e i prezzi. Peraltro, la valutazione dell’effetto sui prezzi è incerta in quanto influenzata da due forze contrapposte: da una parte l’accrescimento del potere di mercato può accrescere i prezzi, dall’altro, guadagni di efficienza possono consentire la riduzione degli stessi. Inoltre, l’aumento del  potere di mercato può essere esercitato in tempi brevi, il conseguimento di guadagni di efficienza richiede un congruo lasso di tempo (rigidità nel mercato del lavoro, difficoltà di dimettere beni capitali e immobili, difficoltà di integrazione delle compagini aziendali, ecc.). I risultati dell’indagine dell’effetto delle fusioni sui tassi dei depositi indicano che subito dopo la fusione i tassi si riducono (a svantaggio dei risparmiatori). Successivamente la remunerazione dei depositi tende a collocarsi stabilmente 12,6 centesimi di punto al di sopra del livello su cui essa si sarebbe situata in assenza di fusione: nella fase iniziale prevale l’effetto potere di mercato, dopo i guadagni di efficienza hanno il sopravvento, generando vantaggi per il risparmiatore. Dal lato dell’erogazione del credito, i dati suggeriscono che i guadagni di efficienza portano ad un calo dei tassi attivi in media di 83 centesimi, mentre ogni punto di incremento della quota di mercato, anche locale,  consente l’aumento dei tassi attivi di circa 13 centesimi. Pertanto, più è contenuta la dimensione delle operazioni di concentrazione, maggiore è il calo dei tassi attivi bancari.
Un altro risultato dell’indagine è che le concentrazioni bancarie non hanno ridotto la disponibilità di credito per le piccole imprese ma, semmai, un affinamento delle capacità di credito delle banche. Ciò significa, quindi, che mentre la disponibilità complessiva di credito non muta, una maggiore difficoltà di ottenere finanziamenti possono averla le aziende con qualche difficoltà finanziaria. Soprattutto le aggregazioni realizzate attraverso l’acquisizione del controllo, preservando l’identità della banca acquisita, tendono ad accrescere il volume dei prestiti, in quanto riescono a mantenere intatto il patrimonio informativo accumulato e a rafforzare la capacità di offerta.
Il vasto processo di concentrazione ha contribuito in maniera determinante ai progressi delle banche in termini di quantità, ampiezza e prezzi dei servizi.

 Castells M. Himanen P. Società dell’informazione e welfare state

   La società dell’informazione ha tratti strutturali comuni in tutto il mondo ma le storie e le culture diverse rendono possono convivere con questa utilizzando istituzioni e forme di organizzazione sociale diverse: non esiste un unico modello di società dell’informazione, quello di Silicon Valley, fondato i un contesto capitalistico e di valori individualisti.
    La Finlandia è un esempio di società dell’informazione con valori sociali tipici e un ruolo rilevante e generoso del welfare state. Questo è volto a contrastare l’ingiustizia sociale, l’esclusione, la polarizzazione dei redditi che solitamente accompagna il modello tipico della globalizzazione. Il modello finlandese è basato sulla ricerca e sviluppo in stretta partnership con le università pubbliche di qualità, gratuite e orientate alla tecnologia. Nonostante la maggiore pressione fiscale la Nokia prospera sui valori locali e sull’appoggio governativo e istituzionale. Si è creata una collaborazione simbiotica tra Stato e imprese, tra settore pubblico, privato e società civile. Gli standard tecnologici aperti favoriscono la collaborazione tra imprese locali e l’innovazione.    
   L’economia dell’informazione e il welfare state non sono incompatibili: se la prima funziona bene   e cresce, diviene un prerequisito di u welfare state generoso che a sua volta da buoni servizi in modo efficiente. Deve inoltre favorire l’espansione dell’IT dalle aree metropolitane alla periferia per evitare l’esclusione.. Le imposte elevate sono sostenibili solo quando la gente le percepisce favorevolmente rispetto al proprio livello di vita e se generano produttività per le imprese: la produttività e la competitività devono crescere velocemente per rendere sostenibile il welfare state.

 Dahrendorf R. Erasmiani

    Gli erasmiani sono uomini che sono capaci di rinunciare, anche nelle situazioni più sfavorevoli, a difendere le idee su cui si fondano gli ordinamenti liberali. Sono uomini che hanno saputo resistere alle tentazioni dei totalitarismi.
    Erasmo da Rotterdam mise in mostra, in situazioni del tutto diverse da quelle del secolo scorso, le virtù che immunizzano dalle tentazioni del totalitarismo e dell’autoritarismo, resistendo all’idealismo e all’opportunismo senza, necessariamente, entrare nella mischia. Gli erasmiani  sono intellettuali che operano in solitudine, prezzo della libertà, che non sono pronti a rischiare la propria vita, ma che mantengono la razionalità e la ragionevolezza quando gli altri la perdono. Esprimono le loro posizioni con decisa sicurezza anche in ambiti non favorevoli e con le loro idee mantengono vivo il liberalismo, agitano e smuovono le situazioni del tempo. Non rinunciano a due valori che sono il nocciolo dell’esistenza intellettuale: la libertà e la verità. Per questo non si schierano, devono mantenere la libertà del proprio pensiero (schierarsi significa seguire comunque e qualcosa o qualcuno), senza preconcetti. Tengono la posizione fino in fondo anche se manca loro il coraggio civile.
    Non mirano a convincere ma a ripristinare la verità. Sono spettatori che cercano di avere una visione d’insieme obiettiva di ciò che accade per registrarne la verità.

 

   Berger S. Mondializzazione: come fanno per competere?

     Se il mondo avesse veramente un unico mercato globale, i  salari per lo stesso lavoro sarebbero identici in tutti i paesi; i tassi di interesse , a seconda dei diversi livelli di rischio, sarebbero esattamente gli stessi, e il prezzo di un prodotto o di un servizio sarebbe uguale dovunque venisse acquistato.
    Ciò che spinge la produzione all’estero non è il miraggio dei costi più bassi. E’ esattamente il contrario: le imprese sono disposte ad accettare enormi disagi e alti costi di produzione all’estero perché bisogna produrre in loco per poter vendere.
    La preferenza complessiva per i prodotti nazionali fa sì che i confini contino ancora anche quando le barriere al commercio vengono meno. Questo resta un mistero.
    Nel calcolo effettivo dei costi della delocalizzazione vanno considerati i rischi politici, il livello di corruzione e delle mafie locali, il livello della legalità, il tasso di interesse e di inflazione, gli affitti, le imposte, gli standard ambientali, i servizi pubblici, ma soprattutto la produttività: ciò che conta non sono i livelli salariali, ma i costi unitari della manodopera.
    La gente è disposta a pagare per avere l’ultimo oggetto alla moda adesso e non tra un mese. La consegna rapida e il riassorbimento veloce comportano un prezzo elevato. Nel settore tessile e dell’abbigliamento sopravvivono aziende profittevoli con dipendenti ben pagati i Italia, grazie alle risorse disponibili di design, marketing, capacità tecniche, in un sistema politico in cui i partiti di sinistra  e i sindacati hanno ancora un ruolo significativo: le conoscenze o le competenze associate ad attività, le comunità di esperti. Le imprese dei distretti, valorizzate dalla prossimità a risorse preziose, appaiono molto più inclini ad entrare nell’economia internazionale.
    Non c’è convergenza su un modello d’impresa ideale.

    Prodotti e servizi ad alto valore aggiunto si possono creare praticamente in tutti i punti della catena operativa. La differenza critica tra le aziende non sta tanto nel settore a cui appartengono, quanto nelle funzioni che scelgono. Lo status di
commodity non è insito nelle cose; in effetti, tutto ciò che ha valore per la gente può sottrarsi alla condizione di commodity se un’azienda è in grado di incorporarvi delle caratteristiche che i potenziali concorrenti faticheranno a riprodurre. C’è stato, ad esempio, un ribaltamento dell’equilibrio di potere tra produttori di componenti e grandi aziende proprietarie di brand (es. “Intel inside”).
    In definitiva, non si è imposto, in nessun settore, un modello ottimale di organizzazione. La frammentazione della catena del valore, la modularità dei processi produttivi, creano opportunità di internalizzate o esternalizzate attività in relazione alle
performances dei competitor di tutto il mondo, alla velocità con cui adeguare la produzione, al design, ecc.. Ma rilevano anche altri aspetti quali la disponibilità di beni pubblici (il rispetto della legge, i servizi, la stabilità monetaria, la fiscalità, ecc.) e la capacità di interazione con i clienti.

 

    Fisher R. Ury W. Patton B. L’arte del negoziato

    Il negoziato è un mezzo fondamentale per ottenere dagli altri quello che si vuole. E’ una comunicazione a due sensi intesa a raggiungere un accordo quando alcuni interessi sono in comune ed altri in contrasto.
   
La trattativa deve portare ad un accordo ragionevole se l’intesa è possibile, deve essere efficiente e dovrebbe migliorare, o almeno non danneggiare, i rapporti fra le parti. Trattare da posizioni prefissate e rigide non risponde a tali requisiti, produce accordi malfatti volti solo a salvare la faccia, è inefficiente in quanto ritarda la conclusione e il raggiungimento di una decisione diventa arduo, danneggia il futuro dei rapporti perché diventa uno scontro di volontà. Quando le parti sono più di due, la trattativa di posizione è anche peggio perché comporta la formazione di coalizioni. L’alternativa è un negoziato di principi o negoziato sul merito, basato su quatto punti: 1) le persone, scindere le persone dal problema; 2) gli interessi, concentrarsi sugli interessi anziché sulle posizioni; 3) le opzioni, ossia la generazione di una gamma di possibilità prima di decidere cosa fare; 4) i criteri, insistere affinché i risultati si basino su qualche criterio di misura oggettivo.
   
Scindere le persone dal problema in quanto i negoziatori sono innanzi tutto persone e hanno emozioni, valori, storie e punti di vista. Ogni negoziatore ha due tipi di interesse, la questione specifica e il rapporto con la controparte: il rapporto tende ad intrecciarsi con il problema e la trattativa di posizione mette in conflitto il rapporto e l’oggetto. Occorre separare il rapporto dall’oggetto e trattate direttamente i rapporti personali.  E’ utile pensare a tre categorie fondamentali:
1) la percezione, ossia comprendere il modo di pensare della controparte, senza necessariamente condividerlo. Mettersi nei panni della controparte, senza presumere le loro intenzioni dalle proprie paure, non attribuire a loro il proprio problema, discutere e rendere esplicite le reciproche impressioni, cercare le occasioni per agire in modo diverso dai pregiudizi che della controparte avverte, interessare la controparte al risultato facendola partecipare al processo decisionale, salvargli la faccia rendendo le proprie proposte compatibili con i valori altrui;
2) l’emozione, ovvero riconoscere e comprendere le emozioni, le proprie e quelle degli altri, esplicitando le emozioni e riconoscendole come legittime, consentire alla controparte di sfogarsi e non reagendo ad essi, fare gesti simbolici;

3)  la comunicazione. Poiché il negoziato è una comunicazione nei due sensi per raggiungere uno scopo comune, è essenziale comprendere la controparte e farsi comprendere da essa correttamente, non ottenere un effetto sulla platea. Essere occupati a pensare cosa dire o come controbattere non fa ascoltare cosa la controparte sta dicendo ora. E’ essenziale perciò ascoltare attentamente e capire ciò che viene detto, parlare per essere capiti, parlare dell’impatto del problema su di voi non sugli altri, parlare a proposito. Meglio prevenire contrasti personali costruendo un rapporto attivo, affrontando il problema non le persone.

    Concentrarsi sugli interessi e conciliare questi, non le posizioni. Gli interessi definiscono il problema in quanto dietro le opposte posizioni ci possono essere interessi condivisi e compatibili, oltre a quelli in conflitto. E’ necessario identificare gli interessi chiedendosi “perché?”, “perché no?”, considerare la loro scelta e rendersi conto del fatto che ogni parte ha interessi molteplici, tra cui realizzare l’accordo oltre che definirne i contenuti. Gli interessi più importanti sono i bisogni umani elementari, fatene un elenco. Parlare degli interessi facendo vivere i propri e riconoscendo quelli della controparte come parte del problema. Esporre il problema prima della propria soluzione e guardare avanti, non indietro, rimanendo concreti ma elastici, duri con il problema per stimolare la creatività e le soluzioni reciprocamente vantaggiose ma morbidi con la gente, per mantenere aperto il dialogo.
    Il negoziato non pone un’alternativa tra vincere o perdere. La ricerca di soluzioni vantaggiose per entrambe le parti viene solitamente ostacolata perché si cerca di far prevalere il proprio punto di vista e per dei blocchi mentali consistenti: nell’arrivare a giudizi prematuri, nel ricercare una sola risposta, restringendo il campo delle opzioni, nell’assumere che la torta sia fissa, nel ritenere che risolvere il problema sia un affare della controparte vedendo solo i propri interessi immediati. La cura consiste nel separare il momento dell’invenzione da quello della decisione: fare un brainstorming e considerare di farlo con la controparte; allargare le vostre opzioni moltiplicando le possibilità di scelta e facendo la spola tra il particolare e il generale; guardare con gli occhi di diversi esperti e prevedere accordi di diversa forza, cambiando lo scopo di un accordo proposto; cercare il vantaggio reciproco identificando gli interessi comuni e combinando ad incastro gli interessi complementari, informandovi sulle preferenze della controparte; facilitare le decisioni della controparte, minacciare non basta.
    Occorre sviluppare criteri equi ed eque procedure. Negoziare con criteri oggettivi vuol dire inquadrare ogni problema come una ricerca comune, nel presupposto di essere disponibili al ragionamento, senza cedere mai alle pressioni.
  
Se la controparte è più forte occorre proteggersi. Individuate la vostra Migliore Alternativa ad un Accordo Negoziale – MAAN, che per sua natura è flessibile, fa vedere le alternative possibili e consente di non essere troppo interessato al negoziato. Migliorare e sviluppare la propria MAAN darà più potere; svilupparla per trasformarla in opzioni più promettenti darà più sicurezza nel negoziato e la disponibilità ad interromperlo se necessario. Considerate anche la MAAN della controparte.
    Se la controparte non sta al gioco occorre non attaccare la loro posizione ma guardare cosa c’è dietro, gli interessi, senza difendere le proprie idee ma sollecitando critiche  e consigli. Un attacco alla propria persona va convertito in un attacco al problema, ponendo domande e facendo delle pause. Quando è necessario si può prendere in considerazione la procedura da testo unico, un giudizio di terzi indipendenti.
    Se la controparte usa sporchi trucchi occorre smascherare la tattica e negoziare le regole del gioco: bisogna però contestare la tattica, non le persone, concentrandosi sugli interessi che hanno spinto a queste tattiche. Occorre quindi inventare soluzioni vantaggiose per ambo le parti, insistendo su criteri oggettivi. Le principali tattiche sleali riguardano: fatti alterati, autorità ambigua (nel caso occorre chiarire i poteri delle parti), intenzioni dubbie, non raccontare proprio tutto. Le tattiche di guerra psicologica possono essere: creare situazioni stressanti, attacchi personali, la commedia del buono e del cattivo, le minacce. Ci sono poi le pressioni personali: rifiuto di negoziare, richieste estreme, richieste in crescendo, l’autopreclusione, il partner dal cuore duro, i ritardi calcolati, il prendere o lasciare.

 Abrahamson E. Freeman D.H. La forza del disordine

 L’ordine ha un costo, il disordine non è necessariamente una situazione peggiore di quella ordinata, salvo quando non diventa una situazione patologica.
    I sistemi disordinati sono:

     
più flessibili, in quanto si adattano e mutano più rapidamente ai cambiamenti;
     
più completi, nel senso che possono sopportare un maggiore assortimento di entità diverse;
     
maggiormente in risonanza, in quanto entrano in armonia con l’ambiente e con le fonti di informazione e di cambiamento, ricavandone un’utile influenza;
     
con più inventiva, ossia alterando casualmente gli elementi il sistema porta a nuove soluzioni;
     
più efficienti, perché consumano meno risorse e possono trasferire parte del costo all’esterno;
     
più robusti, perché resistono di più alla distruzione, al fallimento, all’imitazione.

    Entro un certo limite, diverso a seconda del sistema, il disordine può produrre miglioramenti. Occorre però individuare tale limite.
    Il contesto più interessante in cui il disordine può manifestarsi è il campo del pensiero, nel quale il disordine, l’introduzione di elementi di casualità, produce situazioni interessanti e creative.

    Per quanto disordinato possa essere il mondo, l’uomo sembra deciso a non vederlo com’è. Ricorriamo ad ogni sorta di schematizzazione per evitare di accettare disordine e casualità:giustizia costruita, ricordi divergenti, riordinamento del caso, ecc.

  
La scienza è più spesso assai caotica, progredisce in modo disordinato, ora imboccando precipitosamente vicoli ciechi, ora portando a maturazione frutti inaspettati. In campo fisico, l’aggiunta di casualità può rendere sistemi più efficienti. E’ il caso del rumore, quando un segnale casuale riesce ad amplificare un segnale debole che altrimenti non si percepirebbe. Questo è l’essenza della “risonanza stocastica”: occasionalmente un rumore si allinea in modo casuale ad un segnale regolare aiutandolo a compiere il lavoro; se invece i due segnali non si allineano, ciò non è di alcun intralcio.

   

 Scruton R. Guida filosofica per tipi intelligenti

     Perché. La conoscenza è frammentata in specialisti, ciascuno dei quali ne rivendica il monopolio la vita intellettuale è confusa, la comunicazione aumenta in quantità e perde di qualità. La filosofia non può essere solo la contemplazione di un mondo più elevato, ma ci deve aiutare a vivere qui e ora, nel mondo attuale corrotto dallo scetticismo e senza punti di riferimento. La scienza ha dei limiti: più si  spinge oltre nella ricerca delle cause e delle leggi, più si allontana dalla realtà osservabile; si fonda sull’osservazione e viene verificata sulla stessa: spiega l’apparenza del mondo senza descriverlo. La filosofia subentra quando finiscono le spiegazioni della scienza, si chiede le ragioni invece delle cause, ragioni da discutere sulla base del ragionamento e della morale: le ragioni possono essere buone o cattive, le cause vere o false. La filosofia cerca il significato ponendo al centro la persona, non la natura.
    Verità. La verità ha bisogno della discussione razionale attraverso il linguaggio. Questo è organizzato attraverso regole semantiche che assegnano parole a fatti, espressi attraverso pensieri e classificazioni di pensieri. La classificazione è il primo passo verso una teoria che collega i concetti alla realtà oggettiva come percepita a pensata.

    Demone. La filosofia tratta delle verità necessarie, quelle contingenti sono dominio delle scienza. Le verità necessarie sono quelle create dal nostro pensiero attraverso il puro ragionamento e sono minate dallo scetticismo che ritiene il significato un prodotto dell’interpretazione, conducendo al relativismo morale.
  
Soggetto e oggetto. La creatura dotata di intenzionalità ha una visione del mondo attraverso i concetti e le classificazioni, espressi attraverso il linguaggio e ordinati dalla discussione razionale. La filosofia critica può dirci se i concetti sono in ordine, non se le credenze siano vere.
    Persone. Il compito più importante per la filosofia nel mondo contemporaneo, consiste nel risollevare la persona umana e liberarla dalla scienza banalizzante. L’uomo deve e può giustificare le proprie credenze e le proprie azioni attraverso il dialogo ragionato con gli altri, attraverso il linguaggio. Gli uomini riescono a distinguere il sé dagli altri, esprimendosi in prima persona e descrivendo i propri stati mentali (autocoscienza). Realizzano se stessi, dipendono dagli altri ma hanno bisogno di emanciparsene, di pensare alle proprie prospettive nel tempo.
    Tempo. Siamo oggetti, nel mondo della natura, vincolati dal tempo, dallo spazio e dalla causalità. Ma siamo anche persone che si confrontano come se fossero legate solo dalla ragione e dalle sue leggi immutabili e imperscrutabili.
    Dio. L’essere razionale vive in una condizione di solitudine metafisica che ci porta a credere in una divinità trascendente. Non è vero che tutto quanto esiste, esiste contingentemente, qualcosa esiste necessariamente. Il legame religioso tra persone nasce dalla nostra consapevolezza metafisica che serve a guardarci all’interno e a giudicare noi stessi. La scienza ha interdetto severamente qualsiasi modo di vedere la natura che non sia il suo, e vuole descrivere anche l’umanità. Il mondo diventa senza morale e la filosofia deve dimostrare che questo non è il mondo vero.
    Libertà. Il conflitto tra libertà e casualità è tra due tipi di atteggiamenti: quello interpersonale e quello scientifico. La responsabilità coinvolge le persone, la causa connette una persona ad un evento, in modo da accusarlo di esso. Il mondo delle cause è quello delle previsioni in cui non si decide, quello della ragione è quello delle persone impegnate in un dialogo morale. Il tentativo di ricreare il mondo umano attraverso la scienza è stato già fatto (Marx) e ha fallito, la libertà e la responsabilità creano l’uomo come soggetto morale che non si arrende alla scienza.
    Moralità. L’essere morale è un soggetto a carattere emozionale, che ha affetti vivendo in comunità, nella quale cerca la virtù ed evita il vizio. Ma la componente più importante è la pietà (in senso romano), il rispetto delle cose sacre. Nell’illuminismo la morale è stata separata dalla pietà ed è mancato il rispetto del mondo.
   Sesso. Vissuto come persone e non come corpo oggetto di piacere, il sesso è un reciproco accrescimento. La sessuologia lo priva dell’intenzionalità interpersonale, lo de-moralizza, ne viola la sacralità del corpo.

 

 Scruton R. Manuale dei conservatori

 “Allargare lo spazio della ragione, sottraendolo allo strumentalismo tecnico dello scientismo e all’estetismo superomista nicciano, è il compito del buon senso, di senso comune, di realismo che un conservatore deve assolvere”.
    Il conservatorismo deve essere rivolto al mantenimento di un’ecologia sociale: risorse comuni - sociali, materiali, economiche e spirituali – da mantenere resistendo all’entropia sociale che si manifesta in varie forme. Il conservatorismo è prettamente locale, lontano dal lessico della comunicazione di massa: la lealtà nazionale è più sicura di qualunque sistema di istituzioni globali.
    Conservare le nazioni. Si è messo in moto un processo che priva la sovranità degli Stati nazionali e che cancella la storia e i confini. Un processo che viene dato per scontato, quando invece lo Stato-nazione, attraverso la lealtà nazionale e il principio di legalità è stata l’unica soluzione valida per la democrazia. I nazionalismi sono stati la sua degenerazione. La libertà, la cittadinanza e il principio di legalità sono alla base della democrazia repubblicana e dell’economia di mercato. La lealtà nazionale, sancita dalla cittadinanza, significa appartenenza ed agire come prima persona plurale, accettando anche dei sacrifici per un fine comune. Qualunque allargamento della giurisdizione oltre le frontiere dello Stato-nazione conduce ad una riduzione della responsabilità pubblica: l’autorità non è più soggetta alla legge, non esiste sistema democratico di responsabilità/controllo; si enunciano principi che restano utopie in quanto non possono essere fatti rispettare e servono solo a limitare il potere degli Stati; tolgono il potere dai cittadini. La lealtà nazionale è demonizzata dai mass-media a favore dell’universalismo illuminato (oicofobia). Nel caso dell’immigrazione, ad esempio, chi cerca asilo senza essere invitato gode di assistenza sussidiata sin dal momento dell’arrivo: si esigono “diritti umani” e li si trasformano in “diritti di cittadinanza”, dimenticando i doveri e gli obblighi di lealtà. C’è un’aggressione del WTO, dell’ONU e, soprattutto, della UE,  alla sovranità nazionale. I nuovi Stati sono entrati nella UE per il bisogno di protezione  della propria sovranità da forze esterne: la UE dipende proprio da quello che tenta di distruggere.
    Conservare la natura. La libertà individuale e d’impresa sono nell’agenda del conservatorismo, ma ciò non significa adesione a forme di mercato incontrollato, in quanto il principio di legalità deve tenerlo a freno. Il capitale materiale dell’ambiente non ci è stato donato: siamo amministratori fiduciari che devono tramandarlo e accrescerlo per realizzare un equilibrio di lungo termine. L’ambientalismo, di cui la sinistra si è appropriata, colpevolizza i grandi operatori di mercato e agisce in base all’odio. Occorre, invece, agire sulle motivazioni umane, ridimensionare le nostre richieste sopportandone personalmente i costi. Queste motivazioni è più facile trovarle in ambito nazionale attraverso le leve dell’attaccamento al territorio e della responsabilizzazione delle istituzioni. Le ONG, essendo sopranazionali, non sono soggetti responsabili verso la gente.
    Morire dolcemente. Il diritto penale proibisce o consente azioni, non risultati, è un processo che ha origine da una disposizione d’animo, da un’intenzione esplicita. Il giudizio legale perde di forza quando non è fondato su valori morali condivisi: la legge viene percepita come un mezzo per imporre una moralità, come una coercizione. Ci sono casi moralmente controversi, come l’eutanasia. La morte può essere esaminata da un punto di vista religioso (transizione), scientifico (fine biologica di un organismo)o filosofico(perimetro dei nostri progetti). Dal punto di vista religioso, l’eutanasia è un modo per interferire con ciò che è eterno in nome di ciò che è temporale (natura sacra dell’uomo, veicolo dell’anima); l’ottica scientifica è la protezione dal dolore di un evento che non si può evitare e che non porta da nessuna parte. La filosofia cerca una spiegazione alla morte: i vivi ricevono i propri benefici da chi è vissuto prima di loro. Il rispetto dei morti è motivo per curarsi del futuro e ci impone una vita retta, una preparazione alla morte. Gli atteggiamenti nei confronti della morte stanno cambiando. La fede religiosa diminuisce, l’impatto della scienza aumenta anche per i mutamenti nel ciclo di vita dell’uomo. Il senso della vita è dare e ricevere affetto; vivere senza amore, la longevità senza il rispetto per l’autorità e la saggezza dei vecchi è peggiore della morte. Non dobbiamo permettere alla legge e alla medicina di ripararci dalla nostra mortalità e ritrovare un rapporto improntato all’umanità. Dobbiamo rispettare che rifiuta le cure, ma è pericoloso che la legge regoli l’eutanasia o il suicidio assistito. La morte deve tornare ad essere un fatto naturale.
    Il significato del matrimonio. Il matrimonio visto dall’esterno è un mezzo attraverso il quale il lavoro di una generazione viene dedicato al benessere della successiva. Le nozze sono un rito di passaggio da una condizione sociale a un’altra, che comporta il prezzo della fedeltà sessuale e della responsabilità dell’educazione e dell’inserimento dei figli; coinvolge la comunità. Una libertà guadagnata da una generazione significa perdita di libertà per quella successiva. La contrattualizzazione del matrimonio, lo de-sacralizza, il contratto può essere disatteso o rescisso; con gli accordi prematrimoniali i coniugi non entrano mai nel vincolo matrimoniale, non garantiscono la sicurezza dei figli, non c’è alcun sacrificio, la comunità ne resta estranea.Il sesso è intensità di emozione umana, desiderio di una persona, non di sensazioni del corpo. I media, la cultura e l’educazione sessuale nelle scuole diffondono una sessualità basata sulla sensazione corporea, come mercato nel quale si può entrare senza vergogna e uscire senza danno. L’atto sessuale non è più attenzione interpersonale, desideri d’amore, ma passione senza impegno. Nel momento in cui lo Stato si impossessa del matrimonio ne allentai vincoli per accondiscendere ai vivi, senza guardare al futuro indefinito e al trascendente; le convinzioni sacre sono considerate ideologiche; la funzione tradizionale del matrimonio non può essere svolta dallo Stato assistenziale. L’unione eterosessuale è pervasa dalla sensazione che la natura sessuale del partner ci sia estranea, dove l’altro e non il sé è l’unica guida attendibile.E’ una drammatizzazione della differenza sessuale. Il matrimonio si è sviluppato sull’idea della differenza sessuale. I gay voglio no il matrimonio per l’avallo sociale che comporta, privandolo del suo significato sociale.
    Religione e Illuminismo. Le società occidentali sono organizzate da istituzioni e leggi laiche, da usi e costumi laici. Non c’è accenno al trascendente e si ripudia il sacro. Insieme al sacro svaniscono le virtù dell’innocenza, del rispetto e della vergogna. La fame del sacro e il suo ripudio si battono nei cuori della gente e non dobbiamo stupirci se di tanto in tanto, la lotta sfocia nella violenza, se ci sono persone che auspicano la distruzione definitiva della nostra società come castigo per il loro impudente sacrilegio.
    La tentazione totalitaria. I sistemi totalitari di governo, e le ideologie che li alimentano, sgorgano dal rancore. Le ideologie totalitarie razionalizzano ogni sorta di risentimento e uniscono i rancorosi in una causa comune. Quando arrivano al potere, aboliscono le istituzioni che avevano conferito il potere ad altri, i gruppi-bersaglio, considerati collettivamente nocivi e colpevoli. L’ideologia totalitaria diventa una pseudoscienza che individua la verità e legittima il rancore, liquidando tutte le pretese rivali. Poiché le rivoluzioni sono sempre guidate dall’alto, la ideologia deve anche legittimare l’élite. Questa, basando la propria autorità sul rancore, non  si troverà  mai a proprio agio, sospettando che la gente goda della pace e della felicità ad essa negate e sarà obbligata a controllare scuole, chiese e società civile. Il terrorismo è una forma di totalitarismo senza Stato, basato sul rancore verso chi ha successo. Ha una vaghissima idea di cosa vuole creare, ma chiarissima di cosa vuole distruggere.
    Neolingua ed Eurocratese. Il linguaggio è uno strumento importante nella politica odierna: cambiando il linguaggio si può cambiare la realtà. Il linguaggio politico è spesso usato non per descrivere la realtà ma per affermare il potere su di essa. L’Eurocratese – la lingua della Comunità Europea – viene usato per proteggere un sistema di privilegi . Serve ad evitare di affrontare argomenti imbarazzanti o una opposizione. Il termine “principio di sussidiarietà”, ad esempio, non è usato nel senso originario di diritto della comunità locale di prendere decisioni che la riguardano o di sottoporre il problema ad un livello più ampio, allo scopo di evitare poteri accentratori. L’Eurocratese, pur sostenendo che le decisioni devono essere prese al livello più basso possibile e riconoscendo che gli stati nazionali hanno la sovranità su questioni che appartengono alla loro competenza, è la UE che decide quali siano le questioni nazionali e qual è il livello più basso. Altri termini non specificati nel loro significato dettagliato (xenofobia, solidarietà, proporzionalità), rendono impossibile capire quali sono i limiti delle norme. Alcune peculiarità sintattiche dell’Eurocratese riguardano l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti (lo “sviluppo” delle forze produttive), la mancanza di indessicali (io, noi, qui, ora, ecc.), la preferenza per la forma passiva e della costruzione impersonale, l’uso di comparativi al posto di predicati (unione “sempre più” stretta, ma rispetto a che cosa?), l’onnipresenza del modo imperativo, l’uso di termini astratti. Ciò allo scopo di evitare la responsabilità di ciò che si dice, che in realtà desidera imporre un obbligo, di ottenere l’ablazione dell’individuo e delle sue scelte dal punto focale della politica (l’individuo è l’ostacolo più importante che tutti i sistemi burocratici devono superare), evitare la dialettica, il compromesso, la partecipazione, fa diventare tutti i cambiamenti positivi “irreversibili” e quelli positivi un contrattempo. L’Eurocratese è diretto contro la sovranità catallattica che nasce dalla vicinanza e dall’accordo. La pianificazione su questa scala non può riuscire.

 Shankar Jha P. Il caos prossimo venturo

     Il mondo non si sta movendo verso un sistema di ordine e pace, come preventivato da alcuni dopo la fine della guerra fredda, ma verso una situazione di crescente disordine e violenza. Con la globalizzazione sia attua, per la quarta volta, la distruzione del suo contenitore da parte del capitalismo: in questo caso viene distrutto lo Stato-nazione. Le trasformazioni politiche ed economiche non avvengono mai in modo tranquillo perché distruggono le relazioni esistenti e generano incertezza: il capitale si sposta facilmente nel mondo globalizzato, il lavoro no; la disoccupazione di certe categorie di lavoratori appare permanente; vengono a mancare forme di welfare.
    Le radici del cambiamento stanno nell’evoluzione tecnologica. Ogni nuovo sviluppo tecnologico, ingrandisce la scala economica minima di produzione, che ora travalica lo Stato nazionale. La simultanea comparsa di una disoccupazione cronica e dell’allargamento delle disuguaglianze, si può spiegare solo con la deindustrializzazione dei paesi sviluppati, quale conseguenza della globalizzazione: la crescita economica non si traduce in un aumento della produttività, anche per la presenza di sindacati forti. Il capitalismo ha cominciato a distruggere non solo i mercati nazionali, ma anche l’architettura delle leggi, convenzioni e organizzazioni che costituiscono lo stato sociale. Ciò porta ad un capitalismo senza freni dove dominerà il principio della massimizzazione dei profitti.
    La rivoluzione informatica sta sgretolando l’ordine internazionale che si basa sullo Stato-nazione: il capitalismo globale sta facendo esplodere il suo contenitore e creando un conflitto con le istituzioni internazionali. Si potranno risolvere i problemi del mondo, quale la povertà e le tensioni, solo se ci sarà un intervento deliberato da parte di istituzioni internazionali rinnovate, che debbono avere il tempo di adattarsi alla nuova situazione. La potenza egemonica (gli Stati Uniti) avrà il compito di ricostruirle. Questa lo ha realizzato attraverso una maggiore coercizione e la minaccia della forza.. Ha stabilito la propria egemonia  sul nuovo ordine mondiale senza costruire un consenso neppure con l’Europa.
    Siamo ad un punto di crisi storica nell’ordine mondiale perché il tentativo degli Stati Uniti si è rivelato impraticabile. Incertezza e paura favoriscono il terrorismo che vuole contrastare l’occidentalizzazione del mondo attraverso guerre che sono, in realtà, azioni di polizia. L’alternativa è rappresentata da un governo del bene comune basato sul consenso, attraverso nuovi organismi internazionali multipolari.

    

 Tapscott D. Williams A.D. Wikinomics

    Stanno emergendo nuovi e importanti modelli di produzione basati sulla collettività, la collaborazione e l’organizzazione autonoma in luogo dell’autorità e del controllo: le supply chain funzionano quando i rischi, i benefici e le capacità di portare a termine progetti di vasta portata vengono distribuiti all’interno di una rete planetaria di partner che collaborano alla pari. Oggi, miliardi di individui interconnessi sono in grado di partecipare all’innovazione, alla creazione di ricchezza e allo sviluppo sociale.
    Le nuove forme di collaborazione di massa stanno cambiando il modo in cui i beni e servizi vengono inventati, prodotti, promossi e distribuiti in tutto il mondo (peer production o peering). Si tratta di un approccio “aperto”, in cui gli individui hanno il potere di inserirsi. La conoscenza, il potere e la capacità produttiva saranno distribuiti e la creazione di valore sarà più rapida, fluida, dirompente, attraverso la condivisione delle conoscenze, della potenza computazionale, della banda e di altre risorse. Queste innovazioni
bottom-up sono una grave minaccia per i modelli di business in uso, basati sull’autorità e sul controllo, frenati dalla cultura tradizionale. La collaborazione di massa può creare ricchezza straordinaria nell’apprendimento e nella ricerca, ma comporterà sconvolgimenti e pericoli per chi non è in grado di adeguarsi: occorre un rinnovamento costante. Miliardi di persone possono avere un ruolo attivo nel lavoro, nella comunità, nella democrazia e nell’economia, attraverso lo sfruttamento in rete delle competenze, dell’inventiva, dell’intelligenza, con un’efficacia mai vista. La wikinomic è basata su quattro concetti: apertura, peering, condivisione e azione globale. L’apertura riguarda il capitale umano e le idee all’esterno dell’azienda, attraverso la comunicazione delle informazioni a partner, dipendenti, clienti, azionisti. La trasparenza rappresenta il mezzo per il successo e la fiducia. Il peering è una nuova forma di organizzazione che lascia autonomia alle persone. La condivisione riguarda le informazioni aziendali: la riservatezza limita l’accesso alla conoscenza esterna e allo sfruttamento di capacità computazionale e di banda. L’azione globale è necessaria perché il panorama competitivo è globale. Occorre superare i confini culturali, disciplinari e organizzativi.
   
Le ondate convergenti di cambiamento e globalizzazione stanno sovvertendo la visione tradizionale dell'economia. Internet sta diventando un computer gigantesco che chiunque può programmare, che fornisce un'infrastruttura tramite cui creare, partecipare, condividere e darsi un'organizzazione autonoma. La nuova rete (web 2.0) è partecipazione, social network (blogging, wiki, chat), non più ricezione passiva di informazioni. La conoscenza complessiva emerge dalle scelte e dalle valutazioni decentralizzate di gruppi composti da partecipanti indipendenti. La nuova rete si sta trasformando in qualcosa di simile ad un cervello globale in cui si collabora in peering per sviluppare progetti, affrontare problemi, influenzare il processo decisionale delle autorità. Cambia l'etica del lavoro (hacking), cambiano le imprese e le loro organizzazioni. L'innovazione non è più frutto dei centro di ricerca, ma nasce ai margini delle organizzazioni, nei punti di contatto con l'esterno (clienti, fornitori, stakeholders, università) in cui si collabora e si crea valore. Le imprese devono ridefinire i propri confini e renderli permeabili verso l'esterno.
    I nuovi modelli di business delle imprese sono i seguenti:
   
le peer production: migliaia  di volontari sparsi in tutto il mondo possono creare comunità paritarie per dar vita a progetti rapidi, fluidi e innovativi, che ottengono risultati migliori di quelli delle grandi imprese;
   
le ideagorà: il mercato emergente aperto delle idee, delle invenzioni e delle menti più qualificate (pensionati, studiosi, comunità di pratica, ecc.) consente alle imprese di attingere ad una serie di bacini globali di talenti altamente competenti che sono dieci volte più grandi e veloci della loro forza lavoro e delle loro strutture;
   
i prosumer: consumatori attivi partecipano alla progettazione, creazione e realizzazione di prodotti (customer innovation). Una nuova generazione di produttori-consumatori ritiene di aver pieno diritto di fare hacking. Le aziende fanno entrare i clienti nel b-web e assegnano loro un ruolo di leadership nel processo di sviluppo di nuovi prodotti;
   
i nuovi alessandrini: una nuova scienza della condivisione ridefinisce l'approccio alla ricerca, alla concorrenza e consentirà grandi progressi culturali, svilupperà tecnologie rivoluzionarie. Un network di individui che aiutano le imprese, in partnership con le Università, a creare un patrimonio conoscitivo e ricchezza;
   
le piattaforme partecipative: le imprese illuminate stanno aprendo i prodotto e le infrastrutture tecnologiche in cui vaste comunità di partner possono creare valore (es.: mashup), nuovi business;
   
la catena di montaggio globale: ecosistemi planetari rivolti alla progettazione e alla realizzazione di beni materiali, attraverso al collaborazione di massa, in aziende aperte che condividono informazioni e standard;
   
la wikimpresa: la collaborazione di massa attraverso blog, wiki, chat, ecc., affonda sempre più le radici negli ambienti di lavoro e istituisce una nuova meritocrazia aziendale che sta spazzando via le gerarchie e mette in contatto i team interni, con un gran numero di reti esterne, reti di capitale umano, gestendo, così, attività organiche, ma decentrate, in tempo reale.

Si sta sviluppando un nuovo equilibrio tra competizione e collaborazione.

   

 Sen A. La povertà genera violenza?

     Sen presenta una giustificazione filosofica per la validità universale dei diritti umani, indipendentemente da differenze di cultura, etnia, religione e nazione: un patrimonio dell’umanità nel suo complesso in quanto non invenzioni dell’Occidente. Siamo al centro di identità plurali, mentre la violenza ci costipa dentro un’identità forzosa a falsa, che impedisce di essere quello che vorremmo.
    Il relativismo etico si scontra con l’evidenza che differenti culture tendono a convergere su un nucleo di questioni etiche fondamentali (diritti umani?). Le differenze culturali possono essere superate attraverso il dialogo che ricerca i punti di convergenza, un dialogo libero da condizionamenti durevole nel tempo, che non sradica l’individui dal contesto ma lo mette in gioco. Non esiste, però, un nucleo stabile di diritti umani valido attraverso le culture, ma articolazioni complesse di diritti di base legittimati a livello locale e giustificati universalmente, mediati attraverso al rete delle culture e  le situazioni storiche.

 Greenspan A. L’era della turbolenza

    Viviamo in un nuovo mondo, in un’economia capitalistica globale assai più flessibile, mutevole, aperta, autocritica e in evoluzione. Il capitalismo di mercato si è diffuso e sembra funzionare bene. Centinaia di milioni di persone  sono uscite dalla povertà, il controllo dei governi sulla vita quotidiana dei cittadini è diminuito. Ci sono, però, motivi di timore: lo sradicamento delle fonti di identità e sicurezza, l’ampliamento delle disuguaglianze, la rapidità del cambiamento. Dopo l’11 settembre, l’ottimismo per il futuro sembrava in frantumi, i terroristi avevano colpito la fiducia. Viviamo in un’epoca turbolenta.
   L’economia e le previsioni dipendono da come si formano le società  e dalle culture: il sapere, crescendo, crea ricchezza materiale in modi profondamente diversi. Il crollo della pianificazione centrale non ha instaurato automaticamente il capitalismo, mancava il sostegno culturale e infrastrutturale: leggi, consuetudini, norme deontologiche e professioni. L’economia di mercato non funzione se non è sorretta dalla legge, la chiave di volta del libero mercato. E' il diritto di proprietà che costituisce l’elemento che dà fiducia nelle transazioni anche tra sconosciuti, indispensabile per il funzionamento dei mercati
.
    La realtà mondiale è diventata troppo complessa e interconnessa. Il nostro processo decisionale deve evolversi in risposta a tali complessità.
  
La globalizzazione ha chiaramente esercitato un forte impatto deflazionistico. 
Il programma di mutui
subprime ha permesso a molte minoranze etniche di acquisire un’abitazione: la speranza per il futuro del paese favorirà la coesione nazionale. Il boom immobiliare ha salvato l’economia, al momento la crisi non si è verificata come altrove. Ma tante famiglie sono arrivate troppo tardi e non hanno beneficiato del boom (il libro è stato scritto prima che si verificasse la crisi del mercato dei mutui subprime).
  
Nel 2006 gli innovatori politici furono sostituiti dai burocrati politici spinti da una visione ristretta: abbandonarono i principi a favore del potere. La legislazione è diventata altamente legata al partito. Dall’11 settembre è importante chi tiene le mani del governo, nonostante con la globalizzazione l’identità dei leader sarebbe irrilevante.
    C’è consenso su tre caratteristiche necessarie per favorire la crescita: 1) la concorrenza e l’apertura al commercio; 2) la qualità delle istituzioni economiche; 3) la politica per la stabilità. Ma l’elemento chiave sono i diritti di proprietà sanciti dallo Stato: la protezione legale che garantisce il diritto di possedere e disporre delle proprietà senza la minaccia della confisca arbitraria da parte dello Stato o di bande di strada. Le democrazie con libertà di stampa e protezione dei diritti delle minoranze, rappresentano la forma di governo più efficace per la tutela dei diritti di proprietà. Un altro elemento fondamentale per il buon funzionamento del capitalismo di mercato è la fiducia negli individui con cui trattiamo. In un sistema del genere la reputazione ha un gran valore economico. Quando si perde la fiducia, aumenta il rischio. La regolamentazione statale non può sostituire l’integrità individuale: la più efficace linea di difesa contro la frode e l’insolvenza è il monitoraggio della controparte
.
  
La ricchezza di risorse naturali tende a ridurre, più che a rilanciare, lo standard di vita. La “Duch disease” colpisce quando la domanda estera per un bene esportato fa aumentare il cambio che rende gli altri prodotti di esportazione del paese meno competitivi. La ricchezza facile non guadagnata tende ad abbattere la produttività.
  
Le reazioni contrastanti verso il capitalismo hanno dato origine, negli anni del dopoguerra, a una varietà di modi di praticarlo: l’atteggiamento ambivalente verso la ricchezza, l’etica antimaterialistica ha frenato l’accettazione della competizione e delle istituzioni liberali del capitalismo. La diversa disponibilità a correre rischi è, alla fine, la caratteristica che più differenzia le nazioni. Le società ricche di soggetti inclini a rischiare danno origine a governi con norme in grado di incentivare l’assunzione dei rischi economicamente produttivi: diritti di proprietà, libero scambio, apertura alle opportunità, Stato non intrusivo e non corruttibile.
    La convergenza o la riduzione del differenziale dei costi adeguati per il rischio fra concorrenti che commerciano beni e servizi a livello internazionale, ridurrà l’efficacia di strategie di crescita orientate alle esportazioni.
    Il XIX secolo è stato un periodo di civilizzazione, crescita e progresso tecnologico; nel XX secolo sono state distrutte le ideologie ed è stata riavviata la globalizzazione. Le preoccupazioni attuali riguardano la concentrazione del reddito e l’impatto dell’inevitabile rallentamento della globalizzazione. La concorrenza internazionale ha creato incertezza in alcune fasce della popolazione e ha ridotto le pretese salariali contenendo ’inflazione. I grandi mutamenti tecnologici, all’inizio hanno sempre determinato un aumento delle differenze di reddito e ricchezza. Successivamente le politiche tendono a ridurla. Ma la regolamentazione non deve incoraggiare il rischio morale. Normalmente una regolamentazione emanata in momenti di crisi deve essere, poi, ricalibrata. Il protezionismo è la ricetta per la stagnazione e l’autoritarismo politico. Con il rallentamento della globalizzazione occorrerà recuperare flessibilità economica e finanziaria.
  
Più di un miliardo di lavoratori, alcuni altamente qualificati, tutti con retribuzioni bassissime, sono diventati competitivi nel mercato mondiale. Ciò ha ridotto gli stipendi, l’inflazione e i tassi, contribuendo alla crescita mondiale. Quando il flussi di questi lavoratori si ridurrà, gli effetti disinflazionistici cominceranno a diminuire. Gli Stati Uniti si trovano in una buona posizione perché i premi al rischio politico sono tra i più bassi del mondo per la forte garanzia dei diritti di proprietà e uno Stato non intrusivo.
    La globalizzazione e il capitalismo non sono sostenibili senza una vasta rete di consenso sociale: le regole devono essere percepite come eque. Lo squilibrio tra domanda e offerta di manodopera qualificata, crea concentrazione nei redditi. Ma il progresso tecnologico difficilmente raramente procede in modo lineare. Il mercato del lavoro ha bisogno di tempo per adeguarsi, spingendo le forze lavoro a riqualificarsi . Le politiche per far fronte alle disuguaglianze, esasperate dalla perdita di potere sindacale, sono l’istruzione e l’immigrazione.

    L’azionariato è diventato una forma di investimento, non di partecipazione attiva alla proprietà di un’impresa: la
corporate governance si è spostata dalle mani degli azionisti a quelle dell’amministratore delegato. Le modalità originariamente democratiche di gestione delle aziende hanno preso una piega autoritari. I fondi di private equity sono ancora un fenomeno contenuto. Le OPA ostili, le scalate possono essere considerate un esercizio della democrazia.  La mancanza di informazione, di un vero dovere di rendiconto, genera gli abusi. La moderna contabilità societaria si basa, in larga misura, su previsioni, per cui una buona parte dei risultati implica una notevole discrezionalità. La Soa responsabilizza gli organi esecutivi e finanziari, ma ha anche ampliato gli organi di controllo che, però, raramente riescono ad evitare le frodi; ci vuole una “gola profonda”. Le voci indipendenti nel Consiglio minano l’operato dell’amministratore delegato: un organo autoritario che porta avanti con determinazione un progetto è necessario. Fusioni, spin-off, OPA, sono essenziali per una vera concorrenza.
  
Parte del petrolio che riempie i serbatoi è nelle mani degli investitori che hanno fatto salire le quotazioni. Se i prezzi non fossero saliti, i consumi sarebbero cresciuti di più, facendo schizzare il prezzo. Quello che preoccupa è la limitata capacità di raffinazione mondiale, non il greggio disponibile: l’impatto del petrolio sul PIL mondiale è calato di oltre un terzo in trent’anni. Il problema è anche ecologico: ridurre le emissioni di CO2 soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo. Un’imposta sull’anidride carbonica (come vorrebbe essere sostanzialmente il Protocollo di Kyoto) funzionerebbe se fosse applicata in modo uniforme a livello mondiale. Rinunceremo alle auto a benzina solo quando il prezzo di quest’ultima sarà molto più alto.
    Una sfida per il futuro è quella di estendere la tutela della proprietà privata ai beni intellettuali: sono sempre le idee a moltiplicare i frutti del lavoro umano.
  
I mercati sono diventati troppo vasti, troppo complessi e troppo rapidi per poter essere sottoposti a meccanismi di vigilanza e regolamentazione. Gli organi di regolamentazione possono illudersi ancora di esercitare un controllo, ma le loro capacità materiali di farlo sono, in realtà, molto sminuite. A vigilare dev’essere, sostanzialmente, la controparte. La regolamentazione inibisce la libertà d’azione del mercato che lo tiene in equilibrio. I soli due ambiti in cui è ancora opportuno regolamentare sono al repressione delle frodi e il rischio operativo.

 

Kahneman D. L’economia della felicità

     La ricerca, nel campo dell’economia comportamentale e cognitiva, tende a dare fondamenta realistiche alla teoria dell’agente economico. Falsificando i principali assunti della teoria della razionalità economica, cerca modelli più complessi di spiegazione dei comportamenti.
    Un problema decisionale è definito dagli atti o opzioni tra i quali occorre scegliere, dai possibili eventi, risultati o conseguenza di questi atti e dalle contingenze o probabilità condizionate che correlano i risultati agli atti. Il quadro della decisione è la concezione del decisore di atti, risultati o contingenze associati ad una determinata scelta. Molte volte succede che cambiamenti di prospettiva di uno stesso problema ribaltino le dimensioni apparenti e la desiderabilità delle opzioni. Cambiando il framing si possono determinare sistematiche inversioni di preferenza.
    Nelle decisioni in situazioni di incertezza ricorriamo a dei principi logici per colmare le informazioni mancanti, per fare delle deduzioni che, però, possono condurci in errore, in quanto i concetti di probabilità non sono sempre intuitivi. Facciamo errori nel valutare la rappresentatività statistica degli eventi, in relazione alla disponibilità di fattori per il calcolo delle frequenze, a causa della limitata significatività del valori di riferimento iniziali presi a base per l’analisi. Situazioni determinanti errori di rappresentatività sono l’insensibilità alle probabilità a priori dei fenomeni alla base della decisione (si considerano le probabilità di fattori di dettaglio ma non del fenomeno in generale), l’insensibilità alla dimensione del campione; l’errata concezione della casualità che porta a considerare valida la legge dei grandi numeri anche quando i numeri sono piccoli; la mancanza di valutazione dell’affidabilità della descrizione del problema e delle previsioni: ci si lascia influenzare da come i fenomeni ci vengono descritti; ci si illude della validità dei dati specie quando sono ripetitivi, mentre le previsioni sono più accurate quando i dati sono indipendenti; errate concezioni della regressione verso la media portano a sopravvalutare le punizioni e sottovalutare i premi.Ci influenza la disponibilità dei dati quando il fenomeno è rappresentato anche da informazioni non disponibili; ci fidiamo dei casi simili facilmente richiamabili alla memoria . Ciò provoca bias dovuti alla ricuperabilità di eventi o alla efficacia delle modalità di ricerca  o al modo in cui immaginiamo degli esempi; creiamo distorsioni sopravvalutando la correlazione tra due fenomeni, credendo che avvengano sempre in forma abbinata. Gli errori riferiti ai valori iniziali di riferimento (ancoraggio) consistono in aggiustamenti insufficienti, nella tendenza a sovrastimare la probabilità di eventi composti, nella taratura delle probabilità in relazione al metodo utilizzato. Tutto ciò porta a considerare soggettivo il concetto di probabilità
    Previsioni non accurate, in fase decisionale, sull’utilità sperimentata all’esito della scelta, divergenze tra ricordi e l’effettiva esperienza edonica, rendono l’agente non sempre razionale nel raggiungimento dei propri obiettivi.

    L’effetto
framing è l’influenza, sulla decisione, delle caratteristiche nella formulazione del problema (ad es. presentarlo come un guadagno anziché una perdita).

    L’avversione alle perdite determina un comportamento differente in quanto siamo più sensibili alle perdite rispetto ai guadagni, di un rapporto di circa 2 a 1. Ciò significa che la decisione è influenzata dalla situazione di partenza.
    L’effetto dotazione fa sì che le decisioni siano prese sulla base della valutazione della transizione di stato.

    I modelli di preferenza appaiono incompatibili con la teoria dell’utilità attesa. Secondo la
prospect theory la risposta alle perdite è più intensa rispetto ai guadagni. La funzione del valore non è lineare: è concava per i guadagni e convessa e più ripida per le perdite (avversione alle perdite). L’asimmetria tra guadagni e perdite spiega i crolli dei mercati.
    Il concetto di utilità, utilizzato dalla teoria economica, riguarda il momento decisionale ed è depurato dalla psicologia edonistica e dagli stati soggettivi. L’utilità sperimentata è la misura dell’esperienza edonica dell’esito prodotto dalla scelta. L’esperienza edonica associata ad un particolare stimolo può cambiare nel tempo e al mutare delle circostanze. I ricordi valutativi a volte risultano ingannevoli: la qualità edonica o affettiva
è un attributo di ciascun istante di esperienza. Per valutare in retrospettiva occorre richiamare le esperienze di quello specifico momento dell’episodio. Le valutazioni globali dipendono dall’affetto più intenso dell’episodio e dalle sensazioni vissute nelle fasi conclusive dell’evento (regola del picco e della fine) e sono indifferenti rispetto alla durata (non c’è monotonicità temporale). L’esperienza edonica associata ad un particolare stimolo può cambiare nel tempo e al mutare delle circostanze. I ricordi valutativi a volte risultano ingannevoli: la qualità edonica o affettiva è un attributo di ciascun istante di esperienza. Per valutare in retrospettiva occorre richiamare le esperienze di quel momento dell’episodio. Questi elementi mettono in discussione il principio di razionalità in quanto  gli agenti tendono a commettere molti errori sulla configurazione dei propri desideri nel futuro. La definizione di scelta razionale deve essere più restrittiva.

 

   Messori M. Il potere delle banche

     L’Autore mette in evidenza quattro questioni ancora aperte che interessano il sistema bancario italiano.
  
La contendibilità della proprietà delle banche, basata sui fitti e complessi intrecci azionari presidiati dalle fondazioni e causati dalla presenza di grandi gruppi bancari popolari quotati. Conseguenza di ciò è un management autoreferenziale e controlli inadeguati. Il ruolo delle fondazioni, inoltre, è in parte giustificato dall’assenza di investitori istituzionali in Italia, ma esse non rispondono ad alcun risparmiatore e sono soggette ad intrusioni politiche.
  
I potenziali conflitti di interesse dovuto dal crescente peso assunto, tra gli azionisti delle banche, dei loro mutuatari e dei loro utilizzatori di servizi finanziari. Il coinvolgimento delle banche nelle difficoltà finanziarie dei grandi gruppi italiani e nelle privatizzazioni, ha determinato la formazione di un “capitalismo senza capitali”, alimentato anche dalla politica della Banca d’Italia fino al 2005. La centralità delle banche ha spinto poi i grandi gruppi industriali ad entrare nelle sale dei bottoni. Si sono create distorsioni nella trasmissione delle informazioni rilevanti delle banche e nella efficienza del mercato. Con le cartolarizzazioni, inoltre, le banche hanno esternalizzato il rischio di insolvenza (modello originate to distribuite) e disincentivato la trasmissione di informazioni corrette. Con Basilea 2 le banche hanno ceduto il loro ruolo dir regolatori del mercato alle agenzie di rating.
  
Il modello di regolamentazione del mercato finanziario è inefficiente, farraginoso; é contraddittoria la divisione delle competenze tra sei autorità, basata su modelli diversi (soggetti, finalità), con duplicazione di costi di regolamentazione in alcune aree e altre non sufficientemente regolamentate. Troppe normative (Tub, Tuf, Privatizzazioni, diritto societario, tutela del risparmio), complesse e di difficile applicazione. I problemi di governance sono rimasti e hanno provocato scandali.
  
Non sono stati sufficientemente trasferiti ai risparmiatori i vantaggi derivanti dalle economie di scala e di scopo e dai recuperi di efficienza realizzati dal sistema bancario.

  Barnes P. Capitalismo 3.0

     Stiamo usando il pianeta come se non ci fosse un domani. Dobbiamo coltivare e preservare i beni comuni, i “common”, gratuiti e condivisi, costituiti dalla natura, dalla comunità e dalla cultura e tramandarli almeno come li abbiamo avuti.
  
Il capitalismo si basa sulla proprietà privata. Il sistema spinge i singoli ad appropriarsi dei beni comuni quando acquistano valore e farne pagare i costi (es. l’inquinamento) agli altri. L’ascesa delle grandi corporation ha acuito il problema in quanto queste agiscono per il profitto con obiettivi di breve termine esercitando un forte potere.
    Si è passati dal Capitalismo 1.0, in cui c’era scarsità di offerta, al capitalismo dell’abbondanza (2.0), in cui si cerca di far desiderare alle persone beni di cui non hanno bisogno. Ciò ha un impatto sulla natura, aumenta l’ineguaglianza e non rende felici le persone: i pochi ricchi hanno consumi eccessivi e provocano degrado ambientale; non esistono meccanismi validi per distribuire le ricchezze in modo più equo; le persone sono alla ricerca di sempre nuovi consumi.

    Lo Stato ha difficoltà a tutelare i beni comuni poiché al tavolo della democrazia non siedono le generazioni future e gli ecosistemi; la gente non si associa per tutelare i beni comuni. L’imposizione di tasse “verdi” necessita la fissazione d’imperio di prezzi non equi per l’inquinamento, espone alla logica elettorale di breve periodo. Alla fine attraverso il meccanismo fiscale, i costi incidono maggiormente sulle persone a basso reddito. Non abbiamo bisogno di un prezzo più alto per l’inquinamento ma di meno inquinamento. La proprietà pubblica non garantisce una gestione a favore delle generazioni future.

   
Anche la privatizzazione, attraverso l’assegnazione a pagamento di diritti ad inquinare che internalizza le esternalità negative, non risolve il problema, facendo ricadere i costi sul consumatore e non garantirebbe una corretta gestione dei beni comuni.
   
La soluzione è di passare ad una nuova forma di capitalismo (3.0) in cui sono considerati anche i beni comuni, dando rappresentanza alle generazioni future, alle vittime dell’inquinamento e alle specie non umane. Questi  beni, infatti, dovrebbero gestiti da apposite istituzioni. Queste non sarebbero pubbliche ma assumerebbero la veste di trust che gestirebbero i beni per conto e nell’interesse dei beneficiari presenti e futuri, secondo norme e responsabilità verso questi ultimi, molto rigide (similmente ad una banca centrale), con la finalità scopo di limitare l’uso delle risorse naturali e massimizzare l’uso di quelle immateriali (idee, cultura), garantendone l’accesso anche alle generazioni future. Lo Stato inizialmente assegnerebbe ai trust i common, che li gestirebbero secondo ottiche di lungo periodo al di fuori del settore pubblico (es.: lo Stato assegna i diritti ad inquinare al trust, che li emette sulla base della sostenibilità ambientale del momento; col tempo questi vengono resi più scarsi per farne aumentare il prezzo; gli introiti verrebbero assegnati al 50% ai beneficiari, gli inquinati, e l’altro 50% alla creazione di beni pubblici). Se ne avvantaggerebbe l’ecosistema e i consumatori, attraverso regole di mercato. La protezione dei beni comuni avrebbe la priorità rispetto ai beni privati.  

  Gore A. L’assalto alla ragione

   La fiducia nel potere della ragione, nella saggezza collettiva di una cittadinanza ben informata, sono le premesse della democrazia. L’ipotesi di fondo di un sistema democratico è che i cittadini siano esseri umani razionali, capaci di risolvere, attraverso il ragionamento, qualsiasi problema si presenti, purché esista un dibattito libero e aperto che superi l’influenza delle emozioni, dei desideri, della paura.
  
L’era della stampa ha dato origine alla età della ragione; la radio prima e della televisione poi, riescono a influenzare il comportamento individuale (la pubblicità, ad esempio, altera l’equilibrio tra domanda e offerta). Con la televisione l’informazione procede in un’unica direzione ed è praticamente impossibile, per il cittadino, partecipare al dibattito pubblico. La televisione, attraverso segnali forti ripetuti, può suscitare ansie, far apparire una realtà distorta, disinformare, alterando il dibattito pubblico.
    L’elevato costo delle campagne pubblicitarie ha accresciuto il ruolo del danaro nel processo politico e mette a dura prova il funzionamento della democrazia, minata dal degrado della discussione pubblica e dallo svuotamento del mercato delle idee. Il capitalismo, come la democrazia funziona sull’ipotesi del comportamento razionale dell’individuo, sull’intelligenza distribuita. Se il cittadino è informato attraverso una stampa libera e onesta, le decisioni collettive sono corrette. Un rapporto incestuoso tra la ricchezza e il potere, porta all’utilizzo dei mass media a fini di propaganda, per fabbricare il consenso. La sfera economica e quella politica devono rimanere separate.
  
Il vuoto creato dalla ritirata della ragione dalla sfera pubblica viene colmato dalla paura, dalla superstizione, dall’ideologia, dall’inganno. La sopravvivenza della libertà dipende dal rispetto del principio di legalità, di come le leggi sono scritte, interpretate e applicate. Se il potere dell’esecutivo si allarga e controlla l’accesso all’informazione, allora è difficile, per gli altri rami del governo, sorvegliarne l’operato. La democrazia, basata sui pesi e i contrappesi di potere, viene minata, diventando un governo di uomini anziché un governo delle leggi.

  
Non è necessario soltanto che i cittadini siano ben istruiti, ma che possano comunicare efficacemente per partecipare ad un dibattito democratico, che permetta di verificare informazioni e idee. Internet ha la capacità di rigenerare il ruolo svolto dal popolo nella struttura del governo, per realizzare una piattaforma della ragione.