L.
Thurow
Il futuro del capitalismo
Tema
centrale del libro è il conflitto tra tecnologia e cultura: le
società prosperano quando le convinzioni e la tecnologia sono in accordo tra
loro.
Il conflitto tra tecnologia (che genera incertezza,
insicurezza, rischio) e valori attuali (di tipo “piccolo-borghese” quali
assistenza pubblica, garantismo, avversione al rischio, ecc.)può generare crisi
nel sistema economico e produttivo.
Il
capitalismo, inteso nel senso che nell’economia il fattore produttivo del
capitale è il più importante, sembra oramai in via di superamento: le grandi
imprese multinazionali e i grossi processi produttivi di massa sono soppiantati
da organizzazioni leggere, altamente informatizzate, decentrate e strutturate a
rete; le organizzazioni, anche le più grosse, sono strutturate per processi. La
conoscenza diventa il patrimonio più importante anche perché l’informazione
non costa più nulla. Il fattore umano diventa così importante e va stimolato
alla ricerca dell’innovazione e della creatività.
Becker è l'economista che più degli altri ha sviluppato il ruolo dell'uomo nell'economia. Secondo lui la globalizzazione e il progresso delle tecnologie richiedono lavoratori più istruiti e competenti. Occorre sviluppare indipendenza e fiducia in sé stessi per valorizzare le proprie competenze. Il capitale umano è diventato il patrimonio individuale, aziendale e nazionale più importante.
R.C. Camp Benchmarking business process
Il benchmarking, quale forma di comunicazione con l’esterno per apprendere da esso e migliorare gli assetti organizzativi. Ascoltare i clienti, confrontarsi con i concorrenti e con le aziende leader in altri settori avendo come oggetto di osservazione i processi, rendendo congruenti gli obiettivi aziendali con quelli delle persone che vi lavorano.
L.
Brown e altri Stato del mondo ‘99
Sia dal punto di vista teorico che delle sue concrete applicazioni,
l’economia è entrata in dissonanza con gli interessi fondamentali
dell’umanità. Il fondamento di una nuova economia deve soddisfare il
principio della sostenibilità dei consumi in sostituzione del principio della
crescita; deve spostarsi dal modello basato sul consumo di risorse naturali non
rinnovabili a uno basato sulle fonti di energia rinnovabili e sul riuso e
riciclo dei materiali. Le condizioni chiave per raggiungere l’obiettivo e che
i governi tassino le attività che danneggiano l’ambiente in modo che i costi
ambientali vengano espressi attraverso gli strumenti propri del mercato, i
prezzi, aiutando a mette in atto il principio che “chi inquina paga” e
sostenendo l’innovazione per la produzione di beni che non danneggiano
l’ecosistema.
Occorre una nuova etica sociale: adeguare il numero e le
aspirazioni degli esseri umani alle risorse e alle capacità della terra, degli
ecosistemi che ci sostengono, limitando i consumi e il soddisfacimento dei
bisogni entro la “capacità di carico” disponibile e senza compromettere
quella delle generazioni future.
K.
Kelly Nuove regole per un nuovo mondo
Grazie
all’invenzione del silicio e dei neuroni di fibre ottiche, l’organizzazione
sociale di colpo può assumere un’infinita varietà di forme e dimensioni che
saranno fondate sulle relazioni e la tecnologia. L’economia finirà per
assomigliare a organismi legati da relazioni reciproche che coevolvono e formano
un ecosistema in espansone e mai in equilibrio: c’è un perpetuo
sconvolgimento che porta alla sostituzione di specie vecchie con specie nuove,
al cambiamento dei sistemi alla trasformazione degli organismi.
La nuova economia ha tre caratteristiche distintive: è
globale, promuove le cose immateriali (idee, informazioni, rapporti) ed è
fortemente interconnessa. Sono tre grandi trasformazioni in atto nel modo in cui
la ricchezza viene generata. Il più importante è il terzo, la prevalenza delle
reti. Non sono più i computer che mandano avanti il mondo, ma la comunicazione.
E la comunicazione è alla base della nostra civiltà, della nostra cultura,
della nostra memoria, della nostra identità di esseri umani.
“Dal momento che le reti hanno permeato il mondo,
l’economia ha finito con l’assomigliare a un’ecologia di organismi, legati
da relazioni reciproche e che coevolvono, costantemente in flusso, profondamente
intrecciati e dai confini perennemente in espansione. Stando a quanto sappiamo
dai recenti studi ecologici, in natura non esistono equilibri; piuttosto, man
mano che l’evoluzione procede, c’è un perpetuo sconvolgimento: le nuove
specie sostituiscono quelle vecchie, i sistemi naturali cambiano il loro
aspetto, e gli organismi e gi ambienti si trasformano l’un l’altro”.
Il
futuro di ogni azienda dipende dalla capacità di tradurre in forma digitale i
suoi prodotti e servizi in quanto essere digitali consente di non essere
vincolati dagli standard.Le
potenzialità non risiedono in qualche grande elaboratore ma piuttosto sono il
risultato del comportamento collettivo di un gran numero di macchine
specializzate, tra loro interconnesse.
Strutture decentralizzate con alto livello di
interconnessione presentano una elasticità e possibilità di sopravvivenza
molto maggiori. Sono certamente più organizzate e capaci di evolvere nel tempo.
L’era digitale ha quattro punti
di forza: decentramento, globalizzazione, armonizzazione e potenziamento umano.
L’azienda del futuro potrà soddisfare le sue esigenze di elaborazione in modo
nuovo e flessibile diffondendo sempre più al proprio interno dei personal
computer che, quando necessario, possono lavorare all’unisono per risolvere
problemi che richiedono grandi capacità di calcoli. Lo stesso concetto di
stato-nazione subirà grandi cambiamenti in tutto il mondo. Tra cinquant’anni
i governi saranno allo stesso tempo entità più grandi e più piccole. La
tecnologia digitale può essere una forza naturale che porta la gente verso una
maggiore armonia a livello mondiale. Discipline e aziende in precedenza separate
si trovano oggi a collaborare anziché competere. Sta emergendo un linguaggio
comune, che consente alla gente di capirsi superando in confini. Il mondo
digitale porta ad un potenziamento delle capacità umane. La facilità di
accesso alle informazioni, la mobilità e la possibilità di indurre cambiamenti
sono| motivi di speranza e dignità laddove prima ce n’erano ben pochi.
Stewart
T.A. Il Capitale intellettuale
Il
capitale intellettuale è rappresentato dalla somma delle conoscenze dei
dipendenti e dei clienti condivisi con l’azienda e che possono essere
utilizzate da quest’ultima per creare valore. Si suddivide in tre categorie: capitale umano, condiviso con i dipendenti, che è la fonte
dell’innovazione e del rinnovamento; capitale
strutturale, l’unico di proprietà dell’azienda, che è ciò che
confeziona il capitale umano e che venga usato per creare valore attraverso
l’accumulazione delle conoscenze e l’accelerazione del flusso all’interno;
capitale clienti, condiviso con questi ultimi, rappresentato dal
valore dei rapporti di un’organizzazione con i clienti.
La gestione della conoscenza deve servire a collegare tra
loro le persone: è un problema di condivisione, non di ravvolta delle
informazioni. L’apprendimento, infatti, è un’attività sociale e, pertanto,
si svolge in gruppi che si creano spontaneamente, tenuti insieme da rapporti
informali e dal fatto di dover affrontare lo stesso ordine di problemi
attraverso un patrimonio comune di conoscenze. Essa risponde a sé stessa non ha
proprietari. L’informazione deve circolare libera tra liberi professionisti i
quali devono essere legati da senso di appartenenza, e da un vincolo di fedeltà.
L’azienda non
è più posseduta dagli azionisti: il grosso del valore è rappresentato dal
capitale umano condiviso con i dipendenti e i clienti; il valore di mercato è
spesso molto maggiore di quello contabile e quello che non è contenuto nel
bilancio è molto spesso più importante di quello che invece vi è contenuto.
L’informazione è un bene pubblico
il cui costo è scollegato dal numero di persone che la utilizzano. Il
suo valore aumenta quando è abbondante ed è indipendente dallo spazio. I beni
che incorporano conoscenza hanno una struttura di costo diversa, si accumulano nella prima fase del processo produttivo e
presentano rendimenti crescenti.
L’informazione consente di eliminare le scorte in quanto
permette di avere quello che serve just in time. L’azienda diventa una
creatura diversa: le reti di comunicazione fanno circolare le informazioni in
tutta l’azienda e non è più chiaro chi sia il proprietario, quale sia la
principale fonte del capitale.
Il lavoro della conoscenza ha carattere professionale e si
misura in base ai risultati che si ottengono: il modello professionale scalza
quello burocratico. Le aziende cominciano ad assomigliare a confederazioni di
professionisti e il compito del manager non è più comandare o controllare ma
gestire la conoscenza, attraverso sistemi (reti di comunicazione disponibilità
di informazione a richiesta) e una cultura aziendale che consenta il libero
flusso.
La Velocità
del business, gli Aspetti immateriali e l’interconnessione fanno sì che il
capitale fisico diventa una
passività piuttosto che un’attività. Il valore è racchiuso sempre più
nelle informazioni e nelle relazioni.
Le teorie
economiche tradizionali si basano su ipotesi che hanno perso gran parte della
loro validità e poggiano su principi che non hanno più un’evidenza empirica
significativa. Il successo nasce dai network,
ragnatele economiche in cui
ognuno gioca un ruolo attivo nella creazione e nella domanda di valore che
coniugano i vantaggi di essere grandi (attraverso la valorizzazione degli
standard e la connessione) con quelli di essere piccoli e flessibili.
La Velocità, l’Interconnessione e gli Aspetti immateriali
impongono la creazione di un’organizzazione adattativa, che si adegua
all’economia con la stessa rapidità con cui quest’ultima cambia,
un’organizzazione flessibile e integrata, orientata al mutamento piuttosto che
all’efficienza.
L’unità organizzativa fondamentale oggi sono gli individui
capaci di Interconnessione e le loro competenze, non l’azienda.
“La componente di capitale veramente cruciale è
l’esistenza di una rete integrata di personal computer, che può aumentare la
produttività di chi lavora e la sua capacità di creare valore più di
qualunque altra attrezzatura tecnica.”
G.
Szegö F.Varetto Il Rischio creditizio
Il libro
espone all’inizio limiti e critiche alla capacità dei coefficienti
prudenziali individuati dal Comitato di Basilea (solvency ratio e “grandi
rischi”) di rappresentare correttamente il rischio creditizio e,
paradossalmente, l’effetto perverso di assumere rischi maggiori.
I
coefficienti di rischio, non tenendo conto delle correlazioni tra le diverse
attività, non parametrizzano il rischio, ma piuttosto la liquidità né
incoraggiano le banche a diversificare il loro portafoglio crediti rischiosi
usando nuove tecniche di gestione del rischio
Secondo
l'Autore le banche
potrebbero aver esaurito la loro funzione economica: tutte le loro funzioni potrebbero essere svolte da altri intermediari
finanziari senza costi per la collettività. Così si proporrebbe una struttura
finanziaria basata sulla frammentazione e specializzazione della finanza.
Rende conto degli studi in corso per migliorare il
funzionamento dei coefficienti prudenziali sia da parte dello stesso Comitato
(principalmente attraverso il riconoscimento delle valutazioni delle agenzie di
rating e dei modelli interni di rilevazione
dei rischi) che da parte di altre Istituzioni.
Affronta anche l’evoluzione della teoria sui rischi di
credito, facendo in particolare il confronto con la teoria della valutazione
degli strumenti finanziari (rendimento rischio, CAPM, ecc.), mettendo in
evidenza la diversità delle due situazioni in quanto il rischio creditizio non
ha andamento simmetrico.
La
profittabilità della banca risiede non tanto nella sua abilità a
diversificare, quanto piuttosto nel possedere una buona esperienza e conoscenza
dei suoi clienti e dei loro bisogni. Le procedure di determinazione del rischio
applicate alle imprese debitrici non considerano direttamente il problema della
misurazione della covarianza di rischi tra imprese diverse, un requisito chiave
per la costruzione di portafogli efficienti. Conseguentemente potrebbe essere
conveniente la specializzazione in un settore e il trasferimento dei rischi
tramite garanzie o l’adozione di operazioni di cartolarizzazione o strumenti
derivati, creando un mercato dei crediti.
Sono esaminate le più recenti tecniche per la valutazione
dei rischi creditizi da parte delle principali istituzioni.
Vengono esaminate alcune specifiche problematiche derivanti
dall’evoluzione dei mercati, quali quella della cartolarizzazione, che porterà
alla formazione di un mercato secondario dei crediti, con effetti positivi sulla
valutazione degli stessi, sulle procedure di affidamento, sullo sviluppo dei
derivati creditizi attraverso:
-
un riesame del merito
creditizio che introduce una più forte disciplina nella
erogazione del credito;
-
il superamento del rischio di
concentrazione degli attivi attraverso la possibilità della cessione del
rischio ad essi inerenti;
-
la creazione e lo sviluppo di
contratti derivati su crediti, di grande utilità per la gestione e il controllo
del rischio.
In
conseguenza si potrebbe sviluppare una gestione degli asset,
da parte degli intermediari finanziari, secondo logiche di portafoglio, con una
specializzazione in specifici settori economici o territoriali nei quali si
possiede un vantaggio conoscitivo.
Gli investitori vedono crescere le opportunità di impiego e
di diversificazione dei rischi in relazione all’ampliamento della quantità e
la gamma di strumenti disponibili, attraverso la sostituzione di titoli
negoziabili (A.B.S.) ai tradizionali
strumenti creditizi.
L’ampliamento dello spessore dei mercati finanziari,
infine, apporta benefici nella
ripartizione dei rischi anche a livello di sistema. Anche lo sviluppo dei
derivati creditizi è trattato.
Il libro
conclude con le tecniche di valutazione dei rischi creditizi da parte degli
intermediari specializzati di cui all’Elenco speciale ex art. 107 T.U.
Operare
in una sfera sottoposta a forte gravità impedisce di ottenere il livello di
ritorno dell’investimento di cui gli investitori hanno bisogno per continuare
ad essere solidi gestori di danaro.Lo zero gravity corrisponde alla capacità di
operare in un ambiente meramente digitale cambia qualsiasi azienda. Nel Web i
settori si intersecano e creano un modo di operare nuovo, puramente digitale,
liberandosi dai gravami rappresentati dallo spostamento di merci e servizi
reali. La creazione di valore in un ambiente a zero gravity può essere rapida e
di enormi proporzioni.
secondo l'Autore è sbagliato cercare di valutare le aziende
che operano in zero gravity sulla base dei criteri tradizionali. Su Internet il
valore è soggettivo.Gli elementi di valutazione sono il potenziale e i rischi:
il potenziale umano (persone che formano “la squadra”, investitori, le loro
conoscenze, il loro talento, la loro leadership, la passione, le idee), il
potenziale di mercato (sia il volume che può assumere il mercato che la quota
di mercato raggiungibile: gli investitori vogliono finanziare l’azienda numero
uno in qualsiasi ambito del Web), il potenziale di capitale (la liquidità
necessaria perché il piano possa andare in porto), il potenziale tecnologico
(la tecnologia aperta consente ampie possibilità di innovazione e sviluppo), il
potenziale temporale (i nuovi mercati si aprono e si chiudono
in continuazione e, talvolta, quegli stessi mercati si riaprono e vengono
rimescolati. Entrarci nel momento giusto è l’ideale). Valutare un’azienda
è un compito difficile perché se
l’idea è veramente nuova non ci sono termini di confronto. Il rischio è
rappresentato dal mercato (che non si sviluppa nel senso e nel modo previsto) e
nella tecnologia (che può non essere accettata come standard).
Il fenomeno della
globalizzazione porta alla convivenza di etnie e culture diverse, che a volte si
scontrano. Diviene implicito un minore riconoscimento nello stato
(non è una associazione volontaria) e nella nazione (non identifica più
dei valori in cui riconoscersi), alimentato dal declino della politica e della
fiducia nei politici e nelle istituzioni. Assume perciò maggior valore la
libertà individuale (la conoscenza e le capacità contano molto di più delle
ricchezze materiali) e la tolleranza. L’individualismo non comporta
necessariamente egoismo. Si costituiscono pertanto nuove forme di solidarietà
non statale (ad es. O.N.G.) che non sono imposte e che acquisiscono potere per
il movimento d’opinione che riescono a guidare. La socialdemocrazia classica
ha raggiunto il suo maggior successo e sviluppo nei paesi più piccoli, o in
paesi con culture nazionali omogenee. Tutti i paesi occidentali sono però
divenuti più pluralistici con una proliferazione di stili di vita diversi. Se
l’individualismo istituzionale non significa la stessa cosa dell’egoismo,
esso non è una minaccia alla solidarietà sociale, ma implica che si debbano
cercare nuovi mezzi per produrre quella solidarietà. La coesione non può
essere imposta dall’alto.
Il welfare state è in essenza non democratico, dato che
dipende da una distribuzione dall’alto dei benefici. La sua forza motrice è
la protezione e la cura, ma non dà abbastanza spazio alla libertà personale.
Alcune istituzioni del welfare sono burocratiche, alienanti e inefficienti, e i
sussidi possono creare conseguenze perverse. Ci sono valide ragioni per
ricostruirlo.
Il
libro si innesta in quelle nuove tecniche di strategia d’impresa e di
innovazione organizzativa volte a valorizzare il ruolo umano in quanto fonte di
conoscenza. L’aspetto più originale del lavoro attiene al rilevante peso dato
alla struttura tecnico-informatica finalizzata a valorizzare il contributo
umano.
Sempre più il management e l’organizzazione sono dominati
dai sistemi di comunicazione interna ed esterna, volti a trasformare
l’informazione in conoscenza e la conoscenza in servizio che ha valore per il
cliente.
Rilevano sia l’infrastruttura tecnica, che permette di
diffondere in tempo reale informazioni integrate e attive, sia la cultura
individuale, che trasforma le informazioni in conoscenza e poi in azioni
organiche e in continuo divenire. L’azienda che acquisisce, utilizza e sfrutta
sapientemente informazioni attive distribuite in tempo reale è quella che
chiamo ‘azienda guidata dagli eventi’ (event-driven
company). Essere “event-driven
è un atteggiamento mentale: un’attenta e continua osservazione
dell’orizzonte per prevedere gli eventi […]
e quindi l’applicazione di appositi strumenti per adattare il cambiamento”
attraverso una struttura tecnologica che tiene costantemente collegata e
distribuisce informazioni con i clienti e i partners.
L’azienda event-driven
è caratterizzata da un sistema informatico che da un lato tratta
automaticamente le operazioni di routine, consentendo ai dipendenti di
concentrarsi nella gestione delle “eccezioni”, di tutti quei casi, cioè,
che esulano dall’ordinario. Dall’altro distribuisce informazioni fresche in
tempo reale a chiunque abbia interesse e possa utilizzare l’informazione per
creare valore. Per quanto concerne la distribuzione delle informazioni, il
sistema informatico si caratterizza per l’applicazione del paradigma publish/subscribe
(che si contrappone a quello client/server).
Il paradigma publish/subscribe si basa
sull’organizzazione di un indirizzario per materie alle quali ci si può
“abbonare”. Una nuova informazione su quella determinata materia viene
distribuita in tempo reale a tutti gli abbonati di quella determinata materia,
nella forma richiesta da ciascuno di essi. L’informazione circola quando è
ancora fresca e chiunque può quindi sfruttarla tempestivamente (con il
paradigma client/server occorre
conoscere l’esistenza e l’ubicazione dell’informazione che viene richiesta
quando serve, non quando è fresca).
Le organizzazioni umane contemporanee operano nel caos e
devono poter cavalcarlo se vogliono essere creative. L’organizzazione event-driven
consente questo e crea valore basandosi sull’apertura dei sistemi informativi
e sulla valorizzazione delle conoscenze umane: il capitale intellettuale (a-la
Stewart) diviene la risorsa da esaltare attraverso un sistema di comunicazione
efficiente e moderno.
Oggi le aziende competono in un ambiente destrutturato e
completamente aperto è
un’organizzazione cellulare un organismo vivente adattivo costituito da
cellule che sono in grado di operare da sole ma possono interagire con altre
cellule per produrre un meccanismo di business più potente e competente. Il
vero scopo della azienda event-driven
è di raccogliere intelligence in tutti i punti dell’ecosfera, integrarne e
analizzarne i contenuti in tempo reale: trasformare la conoscenza da passiva a
attiva crea apprendimento continuo e lo sfruttamento delle opportunità.
J.
Naisbitt High tech e rapporti umani
La
nostra società è sempre più pervasa dalla tecnologia. Se da un lato la
tecnologia ci facilita la vita, dall’altro ci sono dei sintomi che fanno
pensare a una zona intossicata, spiritualmente vuota, insoddisfacente e
pericolosa; ed è impossibile uscirne; a meno che non ci rendiamo conto di
esserci dentro fino al collo. Tali sintomi consistono: nel rifugio verso la
religione e la spiritualità, invece di cercare di risolvere i problemi ; nella
fede cieca o nella paura immotivata della tecnologia; nella incapacità di
percepire le differenze tre l’originale e l’imitazione, tra il reale e il
virtuale; nell’accettazione della violenza; nell’utilizzo della tecnologia
come gioco, che ci distoglie dall’attività creativa; nella mancanza di
attenzione nelle relazioni umane,
distratti dalle molteplici capacità di connessione: Il silenzio alimenta il
pensiero, la riflessione sviluppa la saggezza, l’ascolto produce umanità.
Quando non c’è silenzio, non c’è spazio per il pensiero.
Nel rapporto con la tecnologia dobbiamo valutare i suoi
effetti sul tempo, divenuta risorsa scarsa, e sulla nostra concezione del tempo,
che ci porta ad essere poco attenti e riflessivi, sulla percezione della realtà,
confusa con il virtuale e le esperienze preconfezionate vendute dai media e
dalle agenzie di viaggio.
Dobbiamo imparare a prendere coscienza delle implicazioni che
la tecnologia ha sui nostri figli, su di noi , sul lavoro, sulla conoscenza e
sull’arte, sulla nostra umanità per poterne valutare gli aspetti positivi e
quelli negativi. Ad esempio la violenza dei media è catartica o c’è
assuefazione? Le biotecnologie comportano problemi etico-filosofici, teologici
oltre che scientifici: i difetti umani se corretti attraverso le biotecnologie
possono creare uniformità e omologazione eliminando il bello e il buono che
possono racchiudere, le loro umanità. E’ giusto eliminare la sofferenza? La
sua funzione è “quella di ricordarci che siamo esseri umani e resteremo tali.
L’essere umano non è fatto solo di corpo ma anche di spiritualità; allungare
la durata della vita non necessariamente ci migliora.
P.
Garrone S. Mariotti (a cura di) L’economia digitale
L’accesso a un
enorme volume di informazioni a costi virtualmente nulli facilita la riduzione
delle asimmetrie informative, ma pone il problema della natura e della qualità
dell’informazione. Possono inoltre manifestarsi altre gravi asimmetrie e gravi
rischi che hanno anche effetti sociali: l’esclusione di parte della
popolazione, la violazione della privacy, la congestione del traffico,
la diffusione della criminalità. Le soluzioni possono essere di natura
tecnica (firewall, criptazione, interoperabilità, trasmissioni a banda larga) o
normativa (firma digitale, autorità garanti,
sicurezza nelle transazioni e nell’identificazione delle controparti).
Occorre inoltre che venga facilitato il reperimento il filtro e
l’interpretazione dell’informazione (funzioni di intelligence)
affinché la risorsa scarsa dell’attenzione non si disperda.
La privatizzazione della Rete, dopo la fase di utilizzo per
usi militari e scientifici, insieme alla caratteristica di essere una rete
aperta, ha fatto esplodere il fenomeno del Commercio elettronico. I modelli di
business applicati al fenomeno non sono riusciti a spiegarne l’andamento: il
trasferimento delle attività sulla rete ha comportato problemi superiori al
previsto (sicurezza, logistica, aspetti giuridico-contrattuali). Più in
generale aspetti sociali, legali e tecnologici influenzano le transazioni
on-line. Le transazioni, anche in un mercato più efficiente, non eliminano
l’esigenza di una loro organizzazione e di istituzioni appropriate. Un aspetto
peculiare attiene alle strutture di intermediazione, che la maggiore diffusione
di informazioni e la riduzione delle asimmetrie informative che ne consegue
dovrebbero farle ridurre. Occorre però distinguere tra transazioni execution-driven
da quelle consulting-driven. Solo le
prime possono essere facilmente disintermediate. E’ probabile che gli
intermediari riorganizzino i modi con cui svolgono la loro funzione per dare il
maggior valore aggiunto.
L’ambiente
competitivo (tecnologie, istituzioni, ecc.) influisce sulle strategie, ma anche
il patrimonio delle competenze e degli schemi mentali influisce sulle modalità
per affrontare i cambiamenti. Nel caso di cambiamenti competence-enhancing può rivelarsi adeguato fare ricorso al
patrimonio di routine e alle competenze tradizionali, ricercando
l’apprendimento learning by doing;
se il nuovo paradigma è di tipo competence-destroying
tale approccio può portare all’inerzia strutturale e organizzativa
dell’impresa.
Non si conoscono ancora la natura e gli effetti
sull’economia (occupazione, competitività, mercati) del commercio
elettronico. Ciò solleva numerosi problemi: il disordine e la mancanza di
controllo nella crescita della rete, la qualità e la reperibilità delle
informazioni, rischi di esclusione, mantenimento delle condizioni
concorrenziali, tutela della privacy,
dei diritti d’autore, la sicurezza della controparte e delle
transazioni, strumenti giuridici e contrattuali riconosciuti, ecc. Esiste il
problema della disciplina (o autodisciplina) della rete che determina un trade-off
tra libertà della rete, che favorisce l’innovazione e lo sviluppo, e la
regolamentazione, che ne irrigidisce la struttura e vincola l’evoluzione.
Il problema del finanziamento è legato all’ampiezza delle
asimmetrie informative di un’attività innovativa, aggravata dall’importanza
che hanno assunto le attività intangibili nel successo delle iniziative
economiche che non sono ricomprese nella valutazione patrimoniale e negli
standard contabili. Occorre una specifica competenza industriale da parte delle
istituzioni finanziarie e, in particolare, dei venture
capitalist, e la costituzione di fondi specializzati che possono
diversificare le attività. Anche l’intervento pubblico dovrebbe assumere le
medesime caratteristiche: consulenza, project
financing, cofinanziamento. E’ anche importante un alleggerimento delle
conseguenze giuridiche del fallimento e un cambio di mentalità sugli
insuccessi.
E.
S. Phelps Premiare il lavoro
L'autore
tratta del problema della disoccupazione soprattutto delle fasce più
svantaggiate che hanno una più bassa produttività.
Il presupposto è il lavoro come un valore in se, non esclusivamente come fonte di
reddito, il lavoro perciò non solo sotto l'aspetto economico, ma anche come
valore individuale e sociale: quale fonte di autorealizzazione, per dar senso
alla vita, facilitare l'uscita dall'assistenza sociale e alimentare l’uscita
dalle attività sommerse e illegali, per assumere la capacità di sostenere una
famiglia e di inserirsi nel contesto sociale.
La proposta di erogare alle imprese sussidi sui bassi salari
per stimolare l'occupazione e la remunerazione dei lavoratori meno retribuiti ha
un raro pregio: mira a risultati di sinistra con mezzi di destra.
L'autore effettua una onesta e completa analisi del mercato
del lavoro in relazione alle nuove tendenze dell'economia. Queste fanno assumere
importanza crescente alle capacità cognitive, alle esperienze, alle conoscenze
e all'apprendimento. Ciò amplia i differenziali retributivi e crea delle
circolarità: chi è già nel mercato del lavoro alimenta le proprie conoscenze;
il prolungato ricorso all'assistenza sociale preclude invece l'esperienza di
un'attività continuativa, demoralizza, riduce l'idoneità al lavoro. Non
partecipare alla forza lavoro è peggio che essere disoccupati. Le imprese
sentono maggiori pressioni sui costi e sono meno interessate ad istruire
personale con scarsa conoscenza e produttività. Questa fascia di lavoratori
deve essere sorretta e reinserita nel mercato del lavoro tramite interventi
statali.
Attualmente lo Stato sociale invece di finanziarie il lavoro,
finanzia il non lavoro: riduce il valore del capitale umano, favorisce di meno
chi lavora, incrementa il costo del lavoro e riduce il salario. Questo sistema,
rende difficile il reinserimento nel mercato soprattutto quando il welfare è
troppo generoso: crea oneri sociali, assistenziali e attività illegali; aumenta
il costo del lavoro per le imprese.
La proposta, secondo l'Autore, ridurrebbe gli effetti
negativi per il lavoratore svantaggiato reinserendolo nel mercato, creerebbe
vantaggi per la società in termini di minori spese sociali e di minore
criminalità. Si tratta di una soluzione basata sul mercato che crea meno
distorsioni e favorisce la libera iniziativa.
L.
Marinoff Platone è meglio del Prozac
Porsi domande esistenziali (cos’è la vita, qual è la cosa giusta) aiuta a
riflettere, a risolvere i problemi a fare le cose giuste, a vivere meglio con
l’aiuto dei pensatori più brillanti della storia. La consulenza filosofica,
argomento del libro, si prefigge questo, ponendosi in alternativa alle terapie
mediche e a quelle psicoanalitiche.
Scienza
e filosofia hanno imboccato strade divergenti, e la medicina si è alleata con
la scienza. L’o sviluppo scientifico, basato sugli aspetti fisici e su un
mondo oggettivo, ci ha fatto pensare che qualsiasi problema potesse essere
risolto con la scienza e la medicina. Ora siamo al cospetto dei limiti della
scienza e della necessità di vedere dentro di noi per ripristinare un ordine
morale, un sistema etico che possa sostenere i profondi mutamenti sociali e
tecnologici, che individui e possa riflettere la vera natura umana. I problemi
personali spesso hanno attinenza con l’identità, i valori, il significato.
Non possono essere risolti deificando una malattia e scrivendo delle ricette.
Occorre ritrovare se stessi, proporsi e raggiungere mete accessibili e fare le
cose giuste.
La consulenza filosofica risulta allora utile anche nelle
organizzazioni per la capacità di aiutare a risolvere i problemi degli uomini e
per addestrare all’integrità (ad es. codici deontologici). L’integrità è
un valore aziendale, non solo perché riduce i danni derivanti da comportamenti
fraudolenti.
S.
Kauffman A casa nell’universo
“Il paradiso è andato perduto, non per il peccato, ma per la scienza.
Un tempo, appena pochi secoli fa, noi occidentali credevamo di essere i
prescelti da Dio". "Oggi, appena quattrocento anni dopo, ci ritroviamo
in un minuscolo pianeta, ai margini di una galassia insignificante persa fra
milioni di galassie simili in uno
spazio di parecchi megaparsec, tutt’intorno alla curvatura dello spazio-tempo
che risale fino al Big Bang iniziale. Siamo solo un coso fortuito
... spero che ciò che alcuni chiamano le nuove scienze della complessità
possano aiutarci a trovare il nostro posto nell’Universo”
Kauffman,
biologo, presenta una nuova ipotesi sulla nascita e lo sviluppo della vita, che
integra la visione darwiniana del caso e della necessità, basandosi sulle leggi
del caos. Secondo tale approccio la vita non è un evento fortuito ma doveva
emergere necessariamente dalla complessità, in quanto l’ordine si forma
spontaneo da un sistema che si auto-organizza: dal disordine si sviluppa un
ordine gratuito e spontaneo che
vive ai confini del caos in quanto tale situazione è sufficientemente dinamica
da evolvere e non cristallizzarsi, e non eccessivamente caotica e volatile da
essere eccessivamente sensibile a piccole fluttuazioni.
L’economia, la tecnologia e la cultura sembrano seguire gli
stessi principi.
L’applicazione di tali principi all’economia contribuisce
a spiegare il funzionamento dei mercati, l’innovazione economica e i nuovi
assetti organizzativi aziendali decentrati e orizzontali.
Il volume è di particolare interesse nel contesto attuale
del frenetico sviluppo della new economy per capire i processi endogeni che
determinano l’equilibrio dinamico dell’economia.
L’approccio filosofico dell’autore è ottimista, in
quanto secondo tale visione non siamo un ospite inatteso nell’universo, ma
siamo a casa nostra.
C’è una larga coincidenza tra etica pubblica e morale cristiana. La riduzione
dell’uomo ad un oggetto della natura, ne nega la libertà e la sua razionalità.
La scienza deve rispondere alle grandi domande dell’uomo, ma non può spiegare
tutto il creato, il trascendente, la spiritualità dell’uomo.
Le radici cristiane dell’Europa sono state minate, nel XX
secolo, dall’illuminismo scientifico e dalla riaffermazione delle culture non
europee: la perdita di fiducia nei propri valori e nella fede cristiana ha
portato ai terribili esiti del secolo breve: perde valore la persona, il
relativismo, il materialismo e lo scientismo naturalista hanno preso il
sopravvento. La società non può prescindere dalla concezione dell’uomo come
fine e non come mezzo. L’Europa deve difendere il proprio patrimonio religioso
e culturale.
Giovanni
Paolo II è stato capace di coniugare il realismo storico con lo sguardo della
fede. L’inculturazione della fede trasforma questa in valori di giudizio, in
linee di vita verso il futuro e comporta un modo libero della persona di
rapportarsi alla storia e alla politica, senza sopprimere sensibilità, simpatie
culturali e politiche diverse. La fede cristiana deve dare senso alla vita delle
persone ed essere punto di riferimento della convivenza sociale.
Il falsificazionismo scientifico rende la conoscenza sempre
imperfetta e rivedibile. La verità, invece, è il fondamento dei diritti umani
e dell’agire politico. La fede è un atto di libero arbitrio ragionevole:
Cristo è stato un uomo storico che si è incarnato in una situazione storica.
Il materialismo e lo scientismo naturalista fanno perdere il
senso della vita quando ci si trova di fronte alla morte, sempre più emarginata
dalla nostra esperienza e dal vissuto familiare, in quanto questione degli
specialisti negli ospedali. La nostra intelligenza deve basarsi anche sulla fede
cristiana e sulla verità, sul dialogo tra fede e cultura.
Rossi
S. La regina e il cavallo
Il problema economico italiano è, fondamentalmente, un problema di competitività,
di combinare efficientemente le
dotazioni dei fattori produttivi. La causa principale è nella ridotta
dimensione media delle imprese.
Per cercare di risolvere il problema non servono politiche macroeconomiche di
bilancio e monetaria, ma politiche microeconomiche strutturali:
1) aumentare la dimensione delle imprese attraverso una tassazione non neutrale rispetto alla
dimensione e lo sviluppo del mercato finanziario;
2) rimuovere gli ostacoli all’ordinato svolgersi della concorrenza tra le imprese,
principalmente abolendo gli albi professionali e liberalizzando i servizi di
pubblica utilità su rete;
3) promuovere l’innovazione rendendo stabili i sussidi per ricerca e sviluppo, attraverso
incentivi fiscali e lo sviluppo di intese consortili, realizzare joint ventures
tra imprese e istituti pubblici di ricerca;
4) agire sull’istruzione superiore, abolendo il valore legale ai titoli di studio e
rimuovendo il ruolo unico pubblico dei docenti universitari.
Sono inoltre necessarie politiche di contesto sulle infrastrutture immateriali per
migliorare i tempi di recupero dei crediti, tutelare le proprietà intellettuali
e semplificare i rapporti tra imprese e Pubblica amministrazione.
Panetta F. (a cura di) Il
sistema bancario italiano negli anni novanta
La rapida espansione
delle operazioni di fusione e acquisizione tra banche negli anni novanta ha
avuto effetti sulla concorrenza e sui prezzi dei servizi bancari, sulla politica
del credito, sull’efficienza, redditività e rischiosità delle banche, e
sull’offerta di servizi finanziari alla clientela. Riflette l’operare di
numerosi fattori:
–
la deregolamentazione dell’attività creditizia (gli
intermediari si confrontano su mercati più aperti alla competizione interna ed
esterna e più sfumata è diventata la demarcazione tra i comparti
dell’industria finanziaria e assicurativa);
–
la tecnologia dell’informazione e della comunicazione accresce
l’efficienza nella produzione e nella distribuzione di servizi alle imprese e
alla clientela retail, abbattendo
barriere geografiche;
–
la globalizzazione , che ha espanso l’attività internazionale
delle banche.
In Italia, inoltre, nei primi anno novanta, si è attuato un processo di
trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e di
privatizzazione; nella seconda metà, il TUB ha consentito di espandere
l’operatività delle banche e ha stimolato sinergie produttive realizzabili
attraverso fusioni e acquisizioni.
Tra il 1990 e il 2001 sono state realizzate in Italia 552 aggregazioni, che
hanno interessato banche che intermediavano il 50% dei fondi; il numero di
banche si è ridotto da 1.061 a 769.
C’è stato, ovviamente un impatto sulla concorrenza a causa del processo di
concentrazione.
I risultati indicano che le banche nate dalle fusioni, pur guadagnando quote di
mercato, non hanno in genere accresciuto il proprio potere di mercato, e sono
caratterizzate da costi marginali più bassi. Sono perciò in grado di offrire
ai clienti prezzi inferiori.
L’aumento della concorrenza è anche attribuibile
alla rapida espansione della rete degli sportelli per effetto delle
deregolamentazione, che ha anche abbattuto le barriere all’entrata nei mercati
locali.
I risultati ottenuti sul piano concorrenziale trovano conferma nell’andamento
dei tassi bancari: il differenziale tra tassi attivi e passivi si è ridotto
considerevolmente tra il 1990 e il 2001, anche dal confronto con i sistemi
bancari esteri.
Mentre l’obiettivo delle fusioni sembra essere l’espansione dell’attività
nel campo dei servizi finanziari, quello delle acquisizioni attiene al
miglioramento delle capacità di allocazione del credito: la qualità del
credito migliora considerevolmente dopo l’acquisizione, presumibilmente per il
trasferimento di capacità gestionali e di conoscenze tecniche.
Sia le acquisizioni che le fusioni non sembrano dar luogo a significative
riduzione dei costi, per la difficoltà di realizzare ristrutturazioni aziendali
che diano luogo a un drastico calo del personale e delle retribuzioni. La
spiegazione sembra però essere determinata dal fatto che tutto il sistema
bancario è stato interessato, a prescindere dall’attuazione di operazioni di
concentrazione, da un drastico calo dei costi. La Banca d’Italia nel gennaio
del 1997 sollecitò le banche a contenere i costi operativi. Gli intermediari
interessati da operazioni di concentrazione difficilmente avrebbero potuto
realizzare guadagni di efficienza più elevati.
L’aumento della quota di mercato e della dimensione delle banche può alterare
il grado di concorrenza e i prezzi. Peraltro, la valutazione dell’effetto sui
prezzi è incerta in quanto influenzata da due forze contrapposte: da una parte
l’accrescimento del potere di mercato può accrescere i prezzi, dall’altro,
guadagni di efficienza possono consentire la riduzione degli stessi. Inoltre,
l’aumento del potere di mercato
può essere esercitato in tempi brevi, il conseguimento di guadagni di
efficienza richiede un congruo lasso di tempo (rigidità nel mercato del lavoro,
difficoltà di dimettere beni capitali e immobili, difficoltà di integrazione
delle compagini aziendali, ecc.). I risultati dell’indagine dell’effetto
delle fusioni sui tassi dei depositi indicano che subito dopo la fusione i tassi
si riducono (a svantaggio dei risparmiatori). Successivamente la remunerazione
dei depositi tende a collocarsi stabilmente 12,6 centesimi di punto al di sopra
del livello su cui essa si sarebbe situata in assenza di fusione: nella fase
iniziale prevale l’effetto potere di mercato, dopo i guadagni di efficienza
hanno il sopravvento, generando vantaggi per il risparmiatore. Dal lato
dell’erogazione del credito, i dati suggeriscono che i guadagni di efficienza
portano ad un calo dei tassi attivi in media di 83 centesimi, mentre ogni punto
di incremento della quota di mercato, anche locale, consente
l’aumento dei tassi attivi di circa 13 centesimi. Pertanto, più è contenuta
la dimensione delle operazioni di concentrazione, maggiore è il calo dei tassi
attivi bancari.
Un altro risultato dell’indagine è che le concentrazioni bancarie non hanno
ridotto la disponibilità di credito per le piccole imprese ma, semmai, un
affinamento delle capacità di credito delle banche. Ciò significa, quindi, che
mentre la disponibilità complessiva di credito non muta, una maggiore difficoltà
di ottenere finanziamenti possono averla le aziende con qualche difficoltà
finanziaria. Soprattutto le aggregazioni realizzate attraverso l’acquisizione
del controllo, preservando l’identità della banca acquisita, tendono ad
accrescere il volume dei prestiti, in quanto riescono a mantenere intatto il
patrimonio informativo accumulato e a rafforzare la capacità di offerta.
Il vasto processo di concentrazione ha contribuito in maniera determinante ai
progressi delle banche in termini di quantità, ampiezza e prezzi dei servizi.
Castells
M. Himanen P. Società dell’informazione e welfare state
La società dell’informazione ha tratti strutturali comuni in tutto il
mondo ma le storie e le culture diverse rendono possono convivere con questa
utilizzando istituzioni e forme di organizzazione sociale diverse: non esiste un
unico modello di società dell’informazione, quello di Silicon Valley, fondato
i un contesto capitalistico e di valori individualisti.
La Finlandia è un esempio di società dell’informazione
con valori sociali tipici e un ruolo rilevante e generoso del welfare state.
Questo è volto a contrastare l’ingiustizia sociale, l’esclusione, la
polarizzazione dei redditi che solitamente accompagna il modello tipico della
globalizzazione. Il modello finlandese è basato sulla ricerca e sviluppo in
stretta partnership con le università pubbliche di qualità, gratuite e
orientate alla tecnologia. Nonostante la maggiore pressione fiscale la Nokia
prospera sui valori locali e sull’appoggio governativo e istituzionale. Si è
creata una collaborazione simbiotica tra Stato e imprese, tra settore pubblico,
privato e società civile. Gli standard tecnologici aperti favoriscono la
collaborazione tra imprese locali e l’innovazione.
L’economia dell’informazione e il welfare state non sono
incompatibili: se la prima funziona bene e
cresce, diviene un prerequisito di u welfare state generoso che a sua volta da
buoni servizi in modo efficiente. Deve inoltre favorire l’espansione dell’IT
dalle aree metropolitane alla periferia per evitare l’esclusione.. Le imposte
elevate sono sostenibili solo quando la gente le percepisce favorevolmente
rispetto al proprio livello di vita e se generano produttività per le imprese:
la produttività e la competitività devono crescere velocemente per rendere
sostenibile il welfare state.
Gli erasmiani sono uomini
che sono capaci di rinunciare, anche nelle situazioni più sfavorevoli, a
difendere le idee su cui si fondano gli ordinamenti liberali. Sono uomini che
hanno saputo resistere alle tentazioni dei totalitarismi.
Erasmo da Rotterdam mise in mostra, in situazioni del tutto
diverse da quelle del secolo scorso, le virtù che immunizzano dalle tentazioni
del totalitarismo e dell’autoritarismo, resistendo all’idealismo e
all’opportunismo senza, necessariamente, entrare nella mischia. Gli erasmiani
sono intellettuali che operano in solitudine, prezzo della libertà, che
non sono pronti a rischiare la propria vita, ma che mantengono la razionalità e
la ragionevolezza quando gli altri la perdono. Esprimono le loro posizioni con
decisa sicurezza anche in ambiti non favorevoli e con le loro idee mantengono
vivo il liberalismo, agitano e smuovono le situazioni del tempo. Non rinunciano
a due valori che sono il nocciolo dell’esistenza intellettuale: la libertà e
la verità. Per questo non si schierano, devono mantenere la libertà del
proprio pensiero (schierarsi significa seguire comunque e qualcosa o qualcuno),
senza preconcetti. Tengono la posizione fino in fondo anche se manca loro il
coraggio civile.
Non mirano a convincere ma a ripristinare la verità. Sono
spettatori che cercano di avere una visione d’insieme obiettiva di ciò che
accade per registrarne la verità.
Berger
S. Mondializzazione: come fanno per competere?
Se il mondo avesse
veramente un unico mercato globale, i salari
per lo stesso lavoro sarebbero identici in tutti i paesi; i tassi di interesse ,
a seconda dei diversi livelli di rischio, sarebbero esattamente gli stessi, e il
prezzo di un prodotto o di un servizio sarebbe uguale dovunque venisse
acquistato.
Ciò che spinge la produzione all’estero non è il miraggio dei costi più bassi. E’ esattamente il
contrario: le imprese sono disposte ad accettare enormi disagi e alti costi di
produzione all’estero perché bisogna produrre
in loco per poter vendere.
La preferenza complessiva per i prodotti nazionali fa sì che
i confini contino ancora anche quando le barriere al commercio vengono meno.
Questo resta un mistero.
Nel calcolo effettivo dei costi della delocalizzazione vanno
considerati i rischi politici, il livello di corruzione e delle mafie locali, il
livello della legalità, il tasso di interesse e di inflazione, gli affitti, le
imposte, gli standard ambientali, i servizi pubblici, ma soprattutto la
produttività: ciò che conta non sono i livelli salariali, ma i costi unitari
della manodopera.
La gente è disposta a pagare per avere l’ultimo oggetto
alla moda adesso e non tra un mese. La
consegna rapida e il riassorbimento veloce comportano un prezzo elevato. Nel
settore tessile e dell’abbigliamento sopravvivono aziende profittevoli con
dipendenti ben pagati i Italia, grazie alle risorse disponibili di design,
marketing, capacità tecniche, in un sistema politico in cui i partiti di
sinistra e i sindacati hanno ancora
un ruolo significativo: le conoscenze o le competenze associate ad attività, le
comunità di esperti. Le imprese dei distretti, valorizzate dalla prossimità a
risorse preziose, appaiono molto più inclini ad entrare nell’economia
internazionale.
Non c’è convergenza su un modello d’impresa ideale.
Prodotti e servizi ad alto valore aggiunto si possono creare
praticamente in tutti i punti della catena operativa. La differenza critica tra
le aziende non sta tanto nel settore a cui appartengono, quanto nelle funzioni
che scelgono. Lo status di commodity non è insito nelle cose; in effetti, tutto ciò che ha valore per la
gente può sottrarsi alla condizione di commodity se un’azienda è in grado di incorporarvi delle
caratteristiche che i potenziali concorrenti faticheranno a riprodurre. C’è
stato, ad esempio, un ribaltamento dell’equilibrio di potere tra produttori di
componenti e grandi aziende proprietarie di brand (es. “Intel inside”).
In definitiva, non si è imposto, in nessun settore, un
modello ottimale di organizzazione. La frammentazione della catena del valore,
la modularità dei processi produttivi, creano opportunità di internalizzate o
esternalizzate attività in relazione alle performances dei competitor di tutto il mondo, alla velocità con cui adeguare la produzione, al
design, ecc.. Ma rilevano anche altri aspetti quali la disponibilità di beni
pubblici (il rispetto della legge, i servizi, la stabilità monetaria, la
fiscalità, ecc.) e la capacità di interazione con i clienti.
Fisher
R. Ury W. Patton B. L’arte del negoziato
Il negoziato è un mezzo fondamentale per ottenere dagli altri quello che
si vuole. E’ una comunicazione a due sensi intesa a raggiungere un accordo
quando alcuni interessi sono in comune ed altri in contrasto.
La trattativa deve portare ad un accordo ragionevole se l’intesa è
possibile, deve essere efficiente e dovrebbe migliorare, o almeno non
danneggiare, i rapporti fra le parti. Trattare da posizioni prefissate e rigide non risponde a tali
requisiti, produce accordi malfatti volti solo a salvare la faccia, è
inefficiente in quanto ritarda la conclusione e il raggiungimento di una
decisione diventa arduo, danneggia il futuro dei rapporti perché diventa uno
scontro di volontà. Quando le parti sono più di due, la trattativa di
posizione è anche peggio perché comporta la formazione di coalizioni.
L’alternativa è un negoziato di principi o negoziato sul merito, basato su
quatto punti: 1) le persone, scindere le persone dal problema; 2) gli interessi,
concentrarsi sugli interessi anziché sulle posizioni; 3) le opzioni, ossia la
generazione di una gamma di possibilità prima di decidere cosa fare; 4) i
criteri, insistere affinché i risultati si basino su qualche criterio di misura
oggettivo.
Scindere le persone dal problema in quanto i
negoziatori sono innanzi tutto persone e hanno emozioni, valori, storie e punti
di vista. Ogni negoziatore ha due tipi di interesse, la questione specifica e il
rapporto con la controparte: il rapporto tende ad intrecciarsi con il problema e
la trattativa di posizione mette in conflitto il rapporto e l’oggetto. Occorre
separare il rapporto dall’oggetto e trattate direttamente i rapporti
personali. E’ utile pensare a tre
categorie fondamentali:
1) la
percezione, ossia comprendere il modo di pensare della controparte, senza
necessariamente condividerlo. Mettersi nei panni della controparte, senza
presumere le loro intenzioni dalle proprie paure, non attribuire a loro il
proprio problema, discutere e rendere esplicite le reciproche impressioni,
cercare le occasioni per agire in modo diverso dai pregiudizi che della
controparte avverte, interessare la controparte al risultato facendola
partecipare al processo decisionale, salvargli la faccia rendendo le proprie
proposte compatibili con i valori altrui;
2) l’emozione,
ovvero riconoscere e comprendere le emozioni, le proprie e quelle degli altri,
esplicitando le emozioni e riconoscendole come legittime, consentire alla
controparte di sfogarsi e non reagendo ad essi, fare gesti simbolici;
3)
la comunicazione. Poiché il negoziato è una comunicazione nei due sensi
per raggiungere uno scopo comune, è essenziale comprendere la controparte e
farsi comprendere da essa correttamente, non ottenere un effetto sulla platea.
Essere occupati a pensare cosa dire o come controbattere non fa ascoltare cosa
la controparte sta dicendo ora. E’ essenziale perciò ascoltare attentamente e
capire ciò che viene detto, parlare per essere capiti, parlare dell’impatto
del problema su di voi non sugli altri, parlare a proposito. Meglio prevenire
contrasti personali costruendo un rapporto attivo, affrontando il problema non
le persone.
Concentrarsi sugli interessi e conciliare questi, non le
posizioni. Gli interessi definiscono il problema in quanto dietro le opposte
posizioni ci possono essere interessi condivisi e compatibili, oltre a quelli in
conflitto. E’ necessario identificare gli interessi chiedendosi “perché?”,
“perché no?”, considerare la loro scelta e rendersi conto del fatto che
ogni parte ha interessi molteplici, tra cui realizzare l’accordo oltre che
definirne i contenuti. Gli interessi più importanti sono i bisogni umani
elementari, fatene un elenco. Parlare degli interessi facendo vivere i propri e
riconoscendo quelli della controparte come parte del problema. Esporre il
problema prima della propria soluzione e guardare avanti, non indietro,
rimanendo concreti ma elastici, duri con il problema per stimolare la creatività
e le soluzioni reciprocamente vantaggiose ma morbidi con la gente, per mantenere
aperto il dialogo.
Il negoziato non pone un’alternativa tra vincere o perdere.
La ricerca di soluzioni vantaggiose per entrambe le parti viene solitamente
ostacolata perché si cerca di far prevalere il proprio punto di vista e per dei
blocchi mentali consistenti: nell’arrivare a giudizi prematuri, nel ricercare
una sola risposta, restringendo il campo delle opzioni, nell’assumere che la
torta sia fissa, nel ritenere che risolvere il problema sia un affare della
controparte vedendo solo i propri interessi immediati. La cura consiste nel
separare il momento dell’invenzione da quello della decisione: fare un
brainstorming e considerare di farlo con la controparte; allargare le vostre
opzioni moltiplicando le possibilità di scelta e facendo la spola tra il
particolare e il generale; guardare con gli occhi di diversi esperti e prevedere
accordi di diversa forza, cambiando lo scopo di un accordo proposto; cercare il
vantaggio reciproco identificando gli interessi comuni e combinando ad incastro
gli interessi complementari, informandovi sulle preferenze della controparte;
facilitare le decisioni della controparte, minacciare non basta.
Occorre sviluppare criteri equi ed eque procedure. Negoziare con
criteri oggettivi vuol dire inquadrare ogni problema come una ricerca comune,
nel presupposto di essere disponibili al ragionamento, senza cedere mai alle
pressioni.
Se la controparte è più forte occorre proteggersi. Individuate la vostra Migliore Alternativa ad un Accordo Negoziale –
MAAN, che per sua natura è flessibile, fa vedere le alternative possibili e
consente di non essere troppo interessato al negoziato. Migliorare e sviluppare
la propria MAAN darà più potere; svilupparla per trasformarla in opzioni più
promettenti darà più sicurezza nel negoziato e la disponibilità ad
interromperlo se necessario. Considerate anche la MAAN della controparte.
Se la controparte non sta al gioco occorre non attaccare la loro posizione ma guardare cosa
c’è dietro, gli interessi, senza difendere le proprie idee ma sollecitando
critiche e consigli. Un attacco
alla propria persona va convertito in un attacco al problema, ponendo domande e
facendo delle pause. Quando è necessario si può prendere in considerazione la
procedura da testo unico, un giudizio di terzi indipendenti.
Se la controparte usa sporchi trucchi occorre smascherare la
tattica e negoziare le regole del gioco: bisogna però contestare la tattica,
non le persone, concentrandosi sugli interessi che hanno spinto a queste
tattiche. Occorre quindi inventare soluzioni vantaggiose per ambo le parti,
insistendo su criteri oggettivi. Le principali tattiche sleali riguardano: fatti
alterati, autorità ambigua (nel caso occorre chiarire i poteri delle parti),
intenzioni dubbie, non raccontare proprio tutto. Le tattiche di guerra
psicologica possono essere: creare situazioni stressanti, attacchi personali, la
commedia del buono e del cattivo, le minacce. Ci sono poi le pressioni
personali: rifiuto di negoziare, richieste estreme, richieste in crescendo, l’autopreclusione,
il partner dal cuore duro, i ritardi calcolati, il prendere o lasciare.
Abrahamson E. Freeman D.H. La forza del disordine
L’ordine ha un costo, il disordine non è
necessariamente una situazione peggiore di quella ordinata, salvo quando non
diventa una situazione patologica.
I sistemi disordinati sono:
–
più
flessibili, in quanto si adattano e mutano più rapidamente ai cambiamenti;
–
più
completi, nel senso che possono sopportare un maggiore assortimento di entità
diverse;
–
maggiormente
in risonanza, in quanto entrano in armonia con l’ambiente e con le fonti di
informazione e di cambiamento, ricavandone un’utile influenza;
–
con più
inventiva, ossia alterando casualmente gli elementi il sistema porta a nuove
soluzioni;
–
più
efficienti, perché consumano meno risorse e possono trasferire parte del costo
all’esterno;
–
più
robusti, perché resistono di più alla distruzione, al fallimento,
all’imitazione.
Entro un certo limite, diverso a seconda del sistema, il
disordine può produrre miglioramenti. Occorre però individuare tale limite.
Il contesto più interessante in cui il disordine può
manifestarsi è il campo del pensiero, nel quale
il disordine, l’introduzione di elementi di casualità, produce situazioni
interessanti e creative.
Per quanto disordinato possa essere il mondo, l’uomo sembra
deciso a non vederlo com’è. Ricorriamo ad ogni sorta di schematizzazione per
evitare di accettare disordine e casualità:giustizia costruita, ricordi
divergenti, riordinamento del caso, ecc.
La scienza è più spesso assai caotica, progredisce in modo
disordinato, ora imboccando precipitosamente vicoli ciechi, ora portando a
maturazione frutti inaspettati. In campo fisico, l’aggiunta di casualità può
rendere sistemi più efficienti. E’ il caso del rumore, quando un segnale
casuale riesce ad amplificare un segnale debole che altrimenti non si
percepirebbe. Questo è l’essenza della “risonanza stocastica”:
occasionalmente un rumore si allinea in modo casuale ad un segnale regolare
aiutandolo a compiere il lavoro; se invece i due segnali non si allineano, ciò
non è di alcun intralcio.
Scruton
R. Guida filosofica per tipi intelligenti
Perché. La
conoscenza è frammentata in specialisti, ciascuno dei quali ne rivendica il
monopolio la vita intellettuale è confusa, la comunicazione aumenta in quantità
e perde di qualità. La filosofia non può essere solo la contemplazione di un
mondo più elevato, ma ci deve aiutare a vivere qui e ora, nel mondo attuale
corrotto dallo scetticismo e senza punti di riferimento. La scienza ha dei
limiti: più si spinge oltre nella
ricerca delle cause e delle leggi, più si allontana dalla realtà osservabile;
si fonda sull’osservazione e viene verificata sulla stessa: spiega
l’apparenza del mondo senza descriverlo. La filosofia subentra quando
finiscono le spiegazioni della scienza, si chiede le ragioni invece delle cause,
ragioni da discutere sulla base del ragionamento e della morale: le ragioni
possono essere buone o cattive, le cause vere o false. La filosofia cerca il
significato ponendo al centro la persona, non la natura.
Verità. La verità ha bisogno della discussione razionale
attraverso il linguaggio. Questo è organizzato attraverso regole semantiche che
assegnano parole a fatti, espressi attraverso pensieri e classificazioni di
pensieri. La classificazione è il primo passo verso una teoria che collega i
concetti alla realtà oggettiva come percepita a pensata.
Demone. La filosofia tratta delle verità necessarie, quelle
contingenti sono dominio delle scienza. Le verità necessarie sono quelle create
dal nostro pensiero attraverso il puro ragionamento e sono minate dallo
scetticismo che ritiene il significato un prodotto dell’interpretazione,
conducendo al relativismo morale.
Soggetto
e oggetto. La creatura dotata di intenzionalità ha una visione del mondo
attraverso i concetti e le classificazioni, espressi attraverso il linguaggio e
ordinati dalla discussione razionale. La filosofia critica può dirci se i
concetti sono in ordine, non se le credenze siano vere.
Persone. Il compito più importante per la filosofia nel
mondo contemporaneo, consiste nel risollevare la persona umana e liberarla dalla
scienza banalizzante. L’uomo deve e può giustificare le proprie credenze e le
proprie azioni attraverso il dialogo ragionato con gli altri, attraverso il
linguaggio. Gli uomini riescono a distinguere il sé dagli altri, esprimendosi
in prima persona e descrivendo i propri stati mentali (autocoscienza).
Realizzano se stessi, dipendono dagli altri ma hanno bisogno di emanciparsene,
di pensare alle proprie prospettive nel tempo.
Tempo. Siamo oggetti, nel mondo della natura, vincolati dal
tempo, dallo spazio e dalla causalità. Ma siamo anche persone che si
confrontano come se fossero legate solo dalla ragione e dalle sue leggi
immutabili e imperscrutabili.
Dio. L’essere razionale vive in una condizione di
solitudine metafisica che ci porta a credere in una divinità trascendente. Non
è vero che tutto quanto esiste, esiste contingentemente, qualcosa esiste
necessariamente. Il legame religioso tra persone nasce dalla nostra
consapevolezza metafisica che serve a guardarci all’interno e a giudicare noi
stessi. La scienza ha interdetto severamente qualsiasi modo di vedere la natura
che non sia il suo, e vuole descrivere anche l’umanità. Il mondo diventa
senza morale e la filosofia deve dimostrare che questo non è il mondo vero.
Libertà. Il conflitto tra libertà e casualità è tra due
tipi di atteggiamenti: quello interpersonale e quello scientifico. La
responsabilità coinvolge le persone, la causa connette una persona ad un
evento, in modo da accusarlo di esso. Il mondo delle cause è quello delle
previsioni in cui non si decide, quello della ragione è quello delle persone
impegnate in un dialogo morale. Il tentativo di ricreare il mondo umano
attraverso la scienza è stato già fatto (Marx) e ha fallito, la libertà e la
responsabilità creano l’uomo come soggetto morale che non si arrende alla
scienza.
Moralità. L’essere morale è un soggetto a carattere
emozionale, che ha affetti vivendo in comunità, nella quale cerca la virtù ed
evita il vizio. Ma la componente più importante è la pietà (in senso romano),
il rispetto delle cose sacre. Nell’illuminismo la morale è stata separata
dalla pietà ed è mancato il rispetto del mondo.
Sesso. Vissuto come persone e non come corpo oggetto di piacere, il
sesso è un reciproco accrescimento. La sessuologia lo priva
dell’intenzionalità interpersonale, lo de-moralizza, ne viola la sacralità
del corpo.
Scruton
R. Manuale dei conservatori
“Allargare
lo spazio della ragione, sottraendolo allo strumentalismo tecnico dello
scientismo e all’estetismo superomista nicciano, è il compito del buon senso,
di senso comune, di realismo che un conservatore deve assolvere”.
Il conservatorismo deve essere rivolto al mantenimento di
un’ecologia sociale: risorse comuni - sociali, materiali, economiche e
spirituali – da mantenere resistendo all’entropia sociale che si manifesta
in varie forme. Il conservatorismo è prettamente locale, lontano dal lessico
della comunicazione di massa: la lealtà nazionale è più sicura di qualunque
sistema di istituzioni globali.
Conservare le nazioni. Si è messo in moto un processo che
priva la sovranità degli Stati nazionali e che cancella la storia e i confini.
Un processo che viene dato per scontato, quando invece lo Stato-nazione,
attraverso la lealtà nazionale e il principio di legalità è stata l’unica
soluzione valida per la democrazia. I nazionalismi sono stati la sua
degenerazione. La libertà, la cittadinanza e il principio di legalità sono
alla base della democrazia repubblicana e dell’economia di mercato. La lealtà
nazionale, sancita dalla cittadinanza, significa appartenenza ed agire come
prima persona plurale, accettando anche dei sacrifici per un fine comune.
Qualunque allargamento della giurisdizione oltre le frontiere dello
Stato-nazione conduce ad una riduzione della responsabilità pubblica:
l’autorità non è più soggetta alla legge, non esiste sistema democratico di
responsabilità/controllo; si enunciano principi che restano utopie in quanto
non possono essere fatti rispettare e servono solo a limitare il potere degli
Stati; tolgono il potere dai cittadini. La lealtà nazionale è demonizzata dai
mass-media a favore dell’universalismo illuminato (oicofobia). Nel caso
dell’immigrazione, ad esempio, chi cerca asilo senza essere invitato gode di
assistenza sussidiata sin dal momento dell’arrivo: si esigono “diritti
umani” e li si trasformano in “diritti di cittadinanza”, dimenticando i
doveri e gli obblighi di lealtà. C’è un’aggressione del WTO, dell’ONU e,
soprattutto, della UE, alla
sovranità nazionale. I nuovi Stati sono entrati nella UE per il bisogno di
protezione della propria sovranità
da forze esterne: la UE dipende proprio da quello che tenta di distruggere.
Conservare la natura. La libertà individuale e d’impresa
sono nell’agenda del conservatorismo, ma ciò non significa adesione a forme
di mercato incontrollato, in quanto il principio di legalità deve tenerlo a
freno. Il capitale materiale dell’ambiente non ci è stato donato: siamo
amministratori fiduciari che devono tramandarlo e accrescerlo per realizzare un
equilibrio di lungo termine. L’ambientalismo, di cui la sinistra si è
appropriata, colpevolizza i grandi operatori di mercato e agisce in base
all’odio. Occorre, invece, agire sulle motivazioni umane, ridimensionare le
nostre richieste sopportandone personalmente i costi. Queste motivazioni è più
facile trovarle in ambito nazionale attraverso le leve dell’attaccamento al
territorio e della responsabilizzazione delle istituzioni. Le ONG, essendo
sopranazionali, non sono soggetti responsabili verso la gente.
Morire dolcemente. Il diritto penale proibisce o consente
azioni, non risultati, è un processo che ha origine da una disposizione
d’animo, da un’intenzione esplicita. Il giudizio legale perde di forza
quando non è fondato su valori morali condivisi: la legge viene percepita come
un mezzo per imporre una moralità, come una coercizione. Ci sono casi
moralmente controversi, come l’eutanasia. La morte può essere esaminata da un
punto di vista religioso (transizione), scientifico (fine biologica di un
organismo)o filosofico(perimetro dei nostri progetti). Dal punto di vista
religioso, l’eutanasia è un modo per interferire con ciò che è eterno in
nome di ciò che è temporale (natura sacra dell’uomo, veicolo dell’anima);
l’ottica scientifica è la protezione dal dolore di un evento che non si può
evitare e che non porta da nessuna parte. La filosofia cerca una spiegazione
alla morte: i vivi ricevono i propri benefici da chi è vissuto prima di loro.
Il rispetto dei morti è motivo per curarsi del futuro e ci impone una vita
retta, una preparazione alla morte. Gli atteggiamenti nei confronti della morte
stanno cambiando. La fede religiosa diminuisce, l’impatto della scienza
aumenta anche per i mutamenti nel ciclo di vita dell’uomo. Il senso della vita
è dare e ricevere affetto; vivere senza amore, la longevità senza il rispetto
per l’autorità e la saggezza dei vecchi è peggiore della morte. Non dobbiamo
permettere alla legge e alla medicina di ripararci dalla nostra mortalità e
ritrovare un rapporto improntato all’umanità. Dobbiamo rispettare che rifiuta
le cure, ma è pericoloso che la legge regoli l’eutanasia o il suicidio
assistito. La morte deve tornare ad essere un fatto naturale.
Il significato del matrimonio. Il matrimonio visto
dall’esterno è un mezzo attraverso il quale il lavoro di una generazione
viene dedicato al benessere della successiva. Le nozze sono un rito di passaggio
da una condizione sociale a un’altra, che comporta il prezzo della fedeltà
sessuale e della responsabilità dell’educazione e dell’inserimento dei
figli; coinvolge la comunità. Una libertà guadagnata da una generazione
significa perdita di libertà per quella successiva. La contrattualizzazione del
matrimonio, lo de-sacralizza, il contratto può essere disatteso o rescisso; con
gli accordi prematrimoniali i coniugi non entrano mai nel vincolo matrimoniale,
non garantiscono la sicurezza dei figli, non c’è alcun sacrificio, la comunità
ne resta estranea.Il sesso è intensità di emozione umana, desiderio di una
persona, non di sensazioni del corpo. I media, la cultura e l’educazione
sessuale nelle scuole diffondono una sessualità basata sulla sensazione
corporea, come mercato nel quale si può entrare senza vergogna e uscire senza
danno. L’atto sessuale non è più attenzione interpersonale, desideri
d’amore, ma passione senza impegno. Nel momento in cui lo Stato si impossessa
del matrimonio ne allentai vincoli per accondiscendere ai vivi, senza guardare
al futuro indefinito e al trascendente; le convinzioni sacre sono considerate
ideologiche; la funzione tradizionale del matrimonio non può essere svolta
dallo Stato assistenziale. L’unione eterosessuale è pervasa dalla sensazione
che la natura sessuale del partner ci sia estranea, dove l’altro e non il sé
è l’unica guida attendibile.E’ una drammatizzazione della differenza
sessuale. Il matrimonio si è sviluppato sull’idea della differenza sessuale.
I gay voglio no il matrimonio per l’avallo sociale che comporta, privandolo
del suo significato sociale.
Religione e Illuminismo. Le società occidentali sono
organizzate da istituzioni e leggi laiche, da usi e costumi laici. Non c’è
accenno al trascendente e si ripudia il sacro. Insieme al sacro svaniscono le
virtù dell’innocenza, del rispetto e della vergogna. La fame del sacro e il
suo ripudio si battono nei cuori della gente e non dobbiamo stupirci se di tanto
in tanto, la lotta sfocia nella violenza, se ci sono persone che auspicano la
distruzione definitiva della nostra società come castigo per il loro impudente
sacrilegio.
La tentazione totalitaria. I sistemi totalitari di governo, e
le ideologie che li alimentano, sgorgano dal rancore. Le ideologie totalitarie
razionalizzano ogni sorta di risentimento e uniscono i rancorosi in una causa
comune. Quando arrivano al potere, aboliscono le istituzioni che avevano
conferito il potere ad altri, i gruppi-bersaglio, considerati collettivamente
nocivi e colpevoli. L’ideologia totalitaria diventa una pseudoscienza che
individua la verità e legittima il rancore, liquidando tutte le pretese rivali.
Poiché le rivoluzioni sono sempre guidate dall’alto, la ideologia deve anche
legittimare l’élite. Questa, basando la propria autorità sul rancore, non
si troverà mai a proprio
agio, sospettando che la gente goda della pace e della felicità ad essa negate
e sarà obbligata a controllare scuole, chiese e società civile. Il terrorismo
è una forma di totalitarismo senza Stato, basato sul rancore verso chi ha
successo. Ha una vaghissima idea di cosa vuole creare, ma chiarissima di cosa
vuole distruggere.
Neolingua ed Eurocratese. Il linguaggio è uno strumento
importante nella politica odierna: cambiando il linguaggio si può cambiare la
realtà. Il linguaggio politico è spesso usato non per descrivere la realtà ma
per affermare il potere su di essa. L’Eurocratese – la lingua della Comunità
Europea – viene usato per proteggere un sistema di privilegi . Serve ad
evitare di affrontare argomenti imbarazzanti o una opposizione. Il termine
“principio di sussidiarietà”, ad esempio, non è usato nel senso originario
di diritto della comunità locale di prendere decisioni che la riguardano o di
sottoporre il problema ad un livello più ampio, allo scopo di evitare poteri
accentratori. L’Eurocratese, pur sostenendo che le decisioni devono essere
prese al livello più basso possibile e riconoscendo che gli stati nazionali
hanno la sovranità su questioni che appartengono alla loro competenza, è la UE
che decide quali siano le questioni nazionali e qual è il livello più basso.
Altri termini non specificati nel loro significato dettagliato (xenofobia,
solidarietà, proporzionalità), rendono impossibile capire quali sono i limiti
delle norme. Alcune peculiarità sintattiche dell’Eurocratese riguardano
l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti (lo “sviluppo” delle forze
produttive), la mancanza di indessicali (io, noi, qui, ora, ecc.), la preferenza
per la forma passiva e della costruzione impersonale, l’uso di comparativi al
posto di predicati (unione “sempre più” stretta, ma rispetto a che cosa?),
l’onnipresenza del modo imperativo, l’uso di termini astratti. Ciò allo
scopo di evitare la responsabilità di ciò che si dice, che in realtà desidera
imporre un obbligo, di ottenere l’ablazione dell’individuo e delle sue
scelte dal punto focale della politica (l’individuo è l’ostacolo più
importante che tutti i sistemi burocratici devono superare), evitare la
dialettica, il compromesso, la partecipazione, fa diventare tutti i cambiamenti
positivi “irreversibili” e quelli positivi un contrattempo. L’Eurocratese
è diretto contro la sovranità catallattica che nasce dalla vicinanza e
dall’accordo. La pianificazione su questa scala non può riuscire.
Shankar
Jha P. Il caos prossimo venturo
Il mondo non si sta
movendo verso un sistema di ordine e pace, come preventivato da alcuni dopo la
fine della guerra fredda, ma verso una situazione di crescente disordine e
violenza. Con la globalizzazione sia attua, per la quarta volta, la distruzione
del suo contenitore da parte del capitalismo: in questo caso viene distrutto lo
Stato-nazione. Le trasformazioni politiche ed economiche non avvengono mai in
modo tranquillo perché distruggono le relazioni esistenti e generano
incertezza: il capitale si sposta facilmente nel mondo globalizzato, il lavoro
no; la disoccupazione di certe categorie di lavoratori appare permanente;
vengono a mancare forme di welfare.
Le radici del cambiamento stanno nell’evoluzione
tecnologica. Ogni nuovo sviluppo tecnologico, ingrandisce la scala economica
minima di produzione, che ora travalica lo Stato nazionale. La simultanea
comparsa di una disoccupazione cronica e dell’allargamento delle
disuguaglianze, si può spiegare solo con la deindustrializzazione dei paesi
sviluppati, quale conseguenza della globalizzazione: la crescita economica non
si traduce in un aumento della produttività, anche per la presenza di sindacati
forti. Il capitalismo ha cominciato a distruggere non solo i mercati nazionali,
ma anche l’architettura delle leggi, convenzioni e organizzazioni che
costituiscono lo stato sociale. Ciò porta ad un capitalismo senza freni dove
dominerà il principio della massimizzazione dei profitti.
La rivoluzione informatica sta sgretolando l’ordine
internazionale che si basa sullo Stato-nazione: il capitalismo globale sta
facendo esplodere il suo contenitore e creando un conflitto con le istituzioni
internazionali. Si potranno risolvere i problemi del mondo, quale la povertà e
le tensioni, solo se ci sarà un intervento deliberato da parte di istituzioni
internazionali rinnovate, che debbono avere il tempo di adattarsi alla nuova
situazione. La potenza egemonica (gli Stati Uniti) avrà il compito di
ricostruirle. Questa lo ha realizzato attraverso una maggiore coercizione e la
minaccia della forza.. Ha stabilito la propria egemonia
sul nuovo ordine mondiale senza costruire un consenso neppure con
l’Europa.
Siamo ad un punto di crisi storica nell’ordine mondiale
perché il tentativo degli Stati Uniti si è rivelato impraticabile. Incertezza
e paura favoriscono il terrorismo che vuole contrastare l’occidentalizzazione
del mondo attraverso guerre che sono, in realtà, azioni di polizia.
L’alternativa è rappresentata da un governo del bene comune basato sul
consenso, attraverso nuovi organismi internazionali multipolari.
Tapscott
D. Williams A.D. Wikinomics
Stanno emergendo nuovi e importanti modelli di produzione basati sulla
collettività, la collaborazione e l’organizzazione autonoma in luogo
dell’autorità e del controllo: le supply chain funzionano quando i
rischi, i benefici e le capacità di portare a termine progetti di vasta portata
vengono distribuiti all’interno di una rete planetaria di partner che
collaborano alla pari. Oggi, miliardi di individui interconnessi sono in grado
di partecipare all’innovazione, alla creazione di ricchezza e allo sviluppo
sociale.
Le nuove forme di collaborazione di massa stanno cambiando
il modo in cui i beni e servizi vengono inventati, prodotti, promossi e
distribuiti in tutto il mondo (peer production o peering). Si
tratta di un approccio “aperto”, in cui gli individui hanno il potere di
inserirsi. La conoscenza, il potere e la capacità produttiva saranno
distribuiti e la creazione di valore sarà più rapida, fluida, dirompente,
attraverso la condivisione delle conoscenze, della potenza computazionale, della
banda e di altre risorse. Queste innovazioni bottom-up sono una grave minaccia per i modelli di business
in uso, basati sull’autorità e sul controllo, frenati dalla cultura
tradizionale. La collaborazione di massa può creare ricchezza straordinaria
nell’apprendimento e nella ricerca, ma comporterà sconvolgimenti e pericoli
per chi non è in grado di adeguarsi: occorre un rinnovamento costante. Miliardi
di persone possono avere un ruolo attivo nel lavoro, nella comunità, nella
democrazia e nell’economia, attraverso lo sfruttamento in rete delle
competenze, dell’inventiva, dell’intelligenza, con un’efficacia mai vista.
La wikinomic è basata su quattro concetti: apertura, peering,
condivisione e azione globale. L’apertura riguarda il capitale umano e le idee
all’esterno dell’azienda, attraverso la comunicazione delle informazioni a
partner, dipendenti, clienti, azionisti. La trasparenza rappresenta il mezzo per
il successo e la fiducia. Il peering
è una nuova forma di organizzazione che lascia autonomia alle persone. La
condivisione riguarda le informazioni aziendali: la riservatezza limita
l’accesso alla conoscenza esterna e allo sfruttamento di capacità
computazionale e di banda. L’azione globale è necessaria perché il panorama competitivo è globale. Occorre superare i confini
culturali, disciplinari e organizzativi.
Le ondate convergenti di cambiamento e
globalizzazione stanno sovvertendo la visione tradizionale dell'economia.
Internet sta diventando un computer gigantesco che chiunque può programmare,
che fornisce un'infrastruttura tramite cui creare, partecipare, condividere e
darsi un'organizzazione autonoma. La nuova rete (web
2.0) è partecipazione, social network
(blogging,
wiki, chat), non più
ricezione passiva di informazioni. La conoscenza complessiva emerge dalle scelte
e dalle valutazioni decentralizzate di gruppi composti da partecipanti
indipendenti. La nuova rete si sta trasformando in qualcosa di simile ad un
cervello globale in cui si collabora in peering
per sviluppare progetti, affrontare problemi, influenzare il processo
decisionale delle autorità. Cambia l'etica del lavoro (hacking),
cambiano le imprese e le loro organizzazioni. L'innovazione non è più frutto
dei centro di ricerca, ma nasce ai margini delle organizzazioni, nei punti di
contatto con l'esterno (clienti, fornitori, stakeholders,
università) in cui si collabora e si crea valore. Le imprese devono ridefinire
i propri confini e renderli permeabili verso l'esterno.
I nuovi modelli di business
delle imprese sono i seguenti:
‾
le peer production: migliaia di volontari sparsi in tutto il mondo possono creare comunità
paritarie per dar vita a progetti rapidi, fluidi e innovativi, che ottengono
risultati migliori di quelli delle grandi imprese;
‾
le ideagorà: il mercato emergente aperto delle idee, delle
invenzioni e delle menti più qualificate (pensionati, studiosi, comunità di
pratica, ecc.) consente alle imprese di attingere ad una serie di bacini globali
di talenti altamente competenti che sono dieci volte più grandi e veloci della
loro forza lavoro e delle loro strutture;
‾
i prosumer: consumatori
attivi partecipano alla progettazione, creazione e realizzazione di prodotti (customer
innovation).
Una nuova generazione di produttori-consumatori ritiene di aver pieno diritto di
fare hacking.
Le aziende fanno entrare i clienti nel b-web
e assegnano loro un ruolo di leadership
nel processo di sviluppo di nuovi prodotti;
‾
i nuovi alessandrini: una nuova scienza della condivisione
ridefinisce l'approccio alla ricerca, alla concorrenza e consentirà grandi
progressi culturali, svilupperà tecnologie rivoluzionarie. Un network di individui che aiutano le imprese, in partnership con le
Università, a creare un patrimonio conoscitivo e ricchezza;
‾
le piattaforme partecipative: le imprese illuminate stanno aprendo
i prodotto e le infrastrutture tecnologiche in cui vaste comunità di partner
possono creare valore (es.: mashup),
nuovi business;
‾
la catena di montaggio globale: ecosistemi planetari rivolti alla
progettazione e alla realizzazione di beni materiali, attraverso al
collaborazione di massa, in aziende aperte che condividono informazioni e standard;
‾
la wikimpresa: la collaborazione di massa attraverso blog,
wiki, chat, ecc., affonda
sempre più le radici negli ambienti di lavoro e istituisce una nuova
meritocrazia aziendale che sta spazzando via le gerarchie e mette in contatto i
team interni, con un gran numero di reti esterne, reti di capitale umano,
gestendo, così, attività organiche, ma decentrate, in tempo reale.
Si sta sviluppando un nuovo equilibrio tra competizione e collaborazione.
Sen
A. La povertà genera violenza?
Sen presenta una
giustificazione filosofica per la validità universale dei diritti umani,
indipendentemente da differenze di cultura, etnia, religione e nazione: un
patrimonio dell’umanità nel suo complesso in quanto non invenzioni
dell’Occidente. Siamo al centro di identità plurali, mentre la violenza ci
costipa dentro un’identità forzosa a falsa, che impedisce di essere quello
che vorremmo.
Il relativismo etico si scontra con l’evidenza che
differenti culture tendono a convergere su un nucleo di questioni etiche
fondamentali (diritti umani?). Le differenze culturali possono essere superate
attraverso il dialogo che ricerca i punti di convergenza, un dialogo libero da
condizionamenti durevole nel tempo, che non sradica l’individui dal contesto
ma lo mette in gioco. Non esiste, però, un nucleo stabile di diritti umani
valido attraverso le culture, ma articolazioni complesse di diritti di base
legittimati a livello locale e giustificati universalmente, mediati attraverso
al rete delle culture e le
situazioni storiche.
Greenspan
A. L’era della turbolenza
Viviamo in un nuovo mondo, in un’economia capitalistica globale assai
più flessibile, mutevole, aperta, autocritica e in evoluzione. Il capitalismo di mercato si è diffuso e sembra
funzionare bene. Centinaia di milioni di persone
sono uscite dalla povertà, il controllo dei governi sulla vita
quotidiana dei cittadini è diminuito. Ci sono, però, motivi di timore: lo
sradicamento delle fonti di identità e sicurezza, l’ampliamento delle
disuguaglianze, la rapidità del cambiamento. Dopo l’11
settembre, l’ottimismo per il futuro sembrava in frantumi, i terroristi
avevano colpito la fiducia. Viviamo in un’epoca turbolenta.
L’economia e le
previsioni dipendono da come si formano le società
e dalle culture: il sapere, crescendo, crea ricchezza materiale in modi
profondamente diversi. Il
crollo della pianificazione centrale non ha instaurato automaticamente il
capitalismo, mancava il sostegno culturale e infrastrutturale: leggi,
consuetudini, norme deontologiche e professioni. L’economia di mercato non
funzione se non è sorretta dalla legge, la chiave di volta del libero mercato.
E' il diritto di proprietà che costituisce l’elemento che dà fiducia nelle
transazioni anche tra sconosciuti, indispensabile per il funzionamento dei
mercati.
La realtà mondiale è diventata troppo complessa e
interconnessa. Il nostro processo decisionale deve evolversi in risposta a tali
complessità.
La
globalizzazione ha chiaramente esercitato un forte impatto deflazionistico.
Il
programma di mutui subprime
ha permesso a molte minoranze etniche di acquisire un’abitazione: la speranza
per il futuro del paese favorirà la coesione nazionale. Il boom immobiliare ha
salvato l’economia, al momento la crisi non si è verificata come altrove. Ma
tante famiglie sono arrivate troppo tardi e non hanno beneficiato del boom (il
libro è stato scritto prima che si verificasse la crisi del mercato dei mutui subprime).
Nel
2006 gli innovatori politici furono sostituiti dai burocrati politici spinti da
una visione ristretta: abbandonarono i principi a favore del potere. La
legislazione è diventata altamente legata al partito. Dall’11 settembre è
importante chi tiene le mani del governo, nonostante con la globalizzazione
l’identità dei leader sarebbe irrilevante.
C’è consenso su tre caratteristiche necessarie per
favorire la crescita: 1) la concorrenza e l’apertura al commercio; 2) la
qualità delle istituzioni economiche; 3) la politica per la stabilità. Ma
l’elemento chiave sono i diritti di proprietà sanciti dallo Stato: la
protezione legale che garantisce il diritto di possedere e disporre delle
proprietà senza la minaccia della confisca arbitraria da parte dello Stato o di
bande di strada. Le democrazie con libertà di stampa e protezione dei diritti
delle minoranze, rappresentano la forma di governo più efficace per la tutela
dei diritti di proprietà. Un altro elemento fondamentale per il buon
funzionamento del capitalismo di mercato è la fiducia negli individui con cui
trattiamo. In un sistema del genere la reputazione ha un gran valore economico.
Quando si perde la fiducia, aumenta il rischio. La regolamentazione
statale non può sostituire l’integrità individuale: la più efficace linea
di difesa contro la frode e l’insolvenza è il monitoraggio della controparte.
La ricchezza di risorse naturali tende a ridurre, più che a rilanciare,
lo standard di vita. La “Duch disease”
colpisce quando la domanda estera per un bene esportato fa aumentare il cambio
che rende gli altri prodotti di esportazione del paese meno competitivi. La
ricchezza facile non guadagnata tende ad abbattere la produttività.
Le reazioni contrastanti verso il capitalismo hanno dato
origine, negli anni del dopoguerra, a una varietà di modi di praticarlo:
l’atteggiamento ambivalente verso la ricchezza, l’etica antimaterialistica
ha frenato l’accettazione della competizione e delle istituzioni liberali del
capitalismo. La diversa disponibilità a correre rischi è, alla fine, la
caratteristica che più differenzia le nazioni. Le società ricche di soggetti
inclini a rischiare danno origine a governi con norme in grado di incentivare
l’assunzione dei rischi economicamente produttivi: diritti di proprietà,
libero scambio, apertura alle opportunità, Stato non intrusivo e non
corruttibile.
La convergenza o la riduzione del differenziale dei costi
adeguati per il rischio fra concorrenti che commerciano beni e servizi a livello
internazionale, ridurrà l’efficacia di strategie di crescita orientate alle
esportazioni.
Il XIX secolo è stato un periodo di civilizzazione, crescita
e progresso tecnologico; nel XX secolo sono state distrutte le ideologie ed è
stata riavviata la globalizzazione. Le preoccupazioni attuali riguardano la
concentrazione del reddito e l’impatto dell’inevitabile rallentamento della
globalizzazione. La concorrenza internazionale ha creato incertezza in alcune
fasce della popolazione e ha ridotto le pretese salariali contenendo
’inflazione. I grandi mutamenti tecnologici, all’inizio hanno sempre
determinato un aumento delle differenze di reddito e ricchezza. Successivamente
le politiche tendono a ridurla. Ma la regolamentazione non deve incoraggiare il
rischio morale. Normalmente una regolamentazione emanata in momenti di crisi
deve essere, poi, ricalibrata. Il protezionismo è
la ricetta per la stagnazione e l’autoritarismo politico. Con il rallentamento
della globalizzazione occorrerà recuperare flessibilità economica e
finanziaria.
Più di un miliardo di lavoratori, alcuni altamente qualificati, tutti
con retribuzioni bassissime, sono diventati competitivi nel mercato mondiale. Ciò
ha ridotto gli stipendi, l’inflazione e i tassi, contribuendo alla crescita
mondiale. Quando il flussi di questi lavoratori si ridurrà, gli effetti
disinflazionistici cominceranno a diminuire. Gli Stati Uniti si trovano in una
buona posizione perché i premi al rischio politico sono tra i più bassi del
mondo per la forte garanzia dei diritti di proprietà e uno Stato non intrusivo.
La globalizzazione e il capitalismo non sono sostenibili
senza una vasta rete di consenso sociale: le regole devono essere percepite come
eque. Lo squilibrio tra domanda e offerta di manodopera qualificata, crea
concentrazione nei redditi. Ma il progresso tecnologico difficilmente raramente
procede in modo lineare. Il mercato del lavoro ha bisogno di tempo per
adeguarsi, spingendo le forze lavoro a riqualificarsi . Le politiche per far
fronte alle disuguaglianze, esasperate dalla perdita di potere sindacale, sono
l’istruzione e l’immigrazione.
L’azionariato è diventato una forma di investimento, non
di partecipazione attiva alla proprietà di un’impresa: la corporate governance
si è spostata dalle mani degli azionisti a quelle dell’amministratore
delegato. Le modalità originariamente democratiche di gestione delle aziende
hanno preso una piega autoritari. I fondi di private
equity sono ancora un fenomeno contenuto. Le OPA ostili, le scalate possono
essere considerate un esercizio della democrazia. La mancanza di informazione, di un vero dovere di rendiconto, genera
gli abusi. La moderna contabilità societaria si basa, in larga misura, su
previsioni, per cui una buona parte dei risultati implica una notevole
discrezionalità. La Soa responsabilizza gli organi esecutivi e finanziari, ma
ha anche ampliato gli organi di controllo che, però, raramente riescono ad
evitare le frodi; ci vuole una “gola profonda”. Le voci indipendenti nel
Consiglio minano l’operato dell’amministratore delegato: un organo
autoritario che porta avanti con determinazione un progetto è necessario.
Fusioni, spin-off, OPA, sono essenziali per una vera concorrenza.
Parte del petrolio che riempie i serbatoi è nelle
mani degli investitori che hanno fatto salire le quotazioni. Se i prezzi non
fossero saliti, i consumi sarebbero cresciuti di più, facendo schizzare il
prezzo. Quello che preoccupa è la limitata capacità di raffinazione mondiale,
non il greggio disponibile: l’impatto del petrolio sul PIL mondiale è calato
di oltre un terzo in trent’anni. Il problema è anche ecologico: ridurre le
emissioni di CO2 soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo.
Un’imposta sull’anidride carbonica (come vorrebbe essere sostanzialmente il
Protocollo di Kyoto) funzionerebbe se fosse applicata in modo uniforme a livello
mondiale. Rinunceremo alle auto a benzina solo quando il prezzo di
quest’ultima sarà molto più alto.
Una sfida per il futuro è quella di estendere la tutela
della proprietà privata ai beni intellettuali: sono sempre le idee a
moltiplicare i frutti del lavoro umano.
I mercati sono diventati troppo vasti, troppo
complessi e troppo rapidi per poter essere sottoposti a meccanismi di vigilanza
e regolamentazione. Gli organi di regolamentazione possono illudersi ancora di
esercitare un controllo, ma le loro capacità materiali di farlo sono, in realtà,
molto sminuite. A vigilare dev’essere, sostanzialmente, la controparte. La
regolamentazione inibisce la libertà d’azione del mercato che lo tiene in
equilibrio. I soli due ambiti in cui è ancora opportuno regolamentare sono al
repressione delle frodi e il rischio operativo.
Kahneman D. L’economia della felicità
La
ricerca, nel campo dell’economia comportamentale e cognitiva, tende a dare
fondamenta realistiche alla teoria dell’agente economico. Falsificando i
principali assunti della teoria della razionalità economica, cerca modelli più
complessi di spiegazione dei comportamenti.
Un problema decisionale è definito dagli atti o opzioni tra
i quali occorre scegliere, dai possibili eventi, risultati o conseguenza di
questi atti e dalle contingenze o probabilità condizionate che correlano i
risultati agli atti. Il quadro della decisione è la concezione del decisore di
atti, risultati o contingenze associati ad una determinata scelta. Molte volte
succede che cambiamenti di prospettiva di uno stesso problema ribaltino le
dimensioni apparenti e la desiderabilità delle opzioni. Cambiando il framing
si possono determinare sistematiche inversioni di preferenza.
Nelle decisioni in situazioni di incertezza ricorriamo a dei
principi logici per colmare le informazioni mancanti, per fare delle deduzioni
che, però, possono condurci in errore, in quanto i concetti di probabilità non
sono sempre intuitivi. Facciamo errori nel valutare la rappresentatività
statistica degli eventi, in relazione alla disponibilità di fattori per il
calcolo delle frequenze, a causa della limitata significatività del valori di
riferimento iniziali presi a base per l’analisi. Situazioni determinanti
errori di rappresentatività sono l’insensibilità alle probabilità a priori
dei fenomeni alla base della decisione (si considerano le probabilità di
fattori di dettaglio ma non del fenomeno in generale), l’insensibilità alla
dimensione del campione; l’errata concezione della casualità che porta a
considerare valida la legge dei grandi numeri anche quando i numeri sono
piccoli; la mancanza di valutazione dell’affidabilità della descrizione del
problema e delle previsioni: ci si lascia influenzare da come i fenomeni ci
vengono descritti; ci si illude della validità dei dati specie quando sono
ripetitivi, mentre le previsioni sono più accurate quando i dati sono
indipendenti; errate concezioni della regressione verso la media portano a
sopravvalutare le punizioni e sottovalutare i premi.Ci influenza la disponibilità
dei dati quando il fenomeno è rappresentato anche da informazioni non
disponibili; ci fidiamo dei casi simili facilmente richiamabili alla memoria .
Ciò provoca bias dovuti alla
ricuperabilità di eventi o alla efficacia delle modalità di ricerca
o al modo in cui immaginiamo degli esempi; creiamo distorsioni
sopravvalutando la correlazione tra due fenomeni, credendo che avvengano sempre
in forma abbinata. Gli errori riferiti ai valori iniziali di riferimento
(ancoraggio) consistono in aggiustamenti insufficienti, nella tendenza a
sovrastimare la probabilità di eventi composti, nella taratura delle probabilità
in relazione al metodo utilizzato. Tutto ciò porta a considerare soggettivo il
concetto di probabilità
Previsioni non accurate, in fase decisionale, sull’utilità
sperimentata all’esito della scelta, divergenze tra ricordi e l’effettiva
esperienza edonica, rendono l’agente non sempre razionale nel raggiungimento
dei propri obiettivi.
L’effetto framing
è
l’influenza, sulla decisione, delle caratteristiche nella formulazione del
problema (ad es. presentarlo come un guadagno anziché una perdita).
L’avversione alle perdite determina un comportamento
differente in quanto siamo più sensibili alle perdite rispetto ai guadagni, di
un rapporto di circa 2 a 1. Ciò significa che la decisione è influenzata dalla
situazione di partenza.
L’effetto dotazione fa sì che le decisioni siano
prese sulla base della valutazione della transizione di stato.
I modelli di preferenza appaiono incompatibili con la teoria
dell’utilità attesa. Secondo la prospect
theory la risposta alle perdite è più intensa rispetto ai
guadagni. La funzione del valore non è lineare: è concava per i guadagni e
convessa e più ripida per le perdite (avversione alle perdite). L’asimmetria
tra guadagni e perdite spiega i crolli dei mercati.
Il concetto di utilità, utilizzato dalla teoria
economica, riguarda il momento decisionale ed è depurato dalla
psicologia edonistica e dagli stati soggettivi. L’utilità sperimentata
è la misura dell’esperienza edonica dell’esito prodotto dalla scelta.
L’esperienza edonica associata ad un particolare stimolo può cambiare nel
tempo e al mutare delle circostanze. I ricordi valutativi a volte risultano
ingannevoli: la qualità edonica o affettiva è un attributo di ciascun
istante di esperienza. Per valutare in retrospettiva occorre richiamare le
esperienze di quello specifico momento dell’episodio. Le valutazioni globali
dipendono dall’affetto più intenso dell’episodio e dalle sensazioni vissute
nelle fasi conclusive dell’evento (regola del picco e della fine) e
sono indifferenti rispetto alla durata (non c’è monotonicità temporale).
L’esperienza edonica associata ad un particolare stimolo può cambiare nel
tempo e al mutare delle circostanze. I ricordi valutativi a volte risultano
ingannevoli: la qualità edonica o affettiva è un attributo di ciascun istante
di esperienza. Per valutare in retrospettiva occorre richiamare le esperienze di
quel momento dell’episodio. Questi elementi mettono in discussione il
principio di razionalità in quanto gli
agenti tendono a commettere molti errori sulla configurazione dei propri
desideri nel futuro. La definizione di scelta razionale deve essere più
restrittiva.
Messori
M. Il potere delle banche
L’Autore mette in evidenza quattro
questioni ancora aperte che interessano il sistema bancario italiano.
La contendibilità della
proprietà delle banche, basata sui fitti e complessi intrecci azionari
presidiati dalle fondazioni e causati dalla presenza di grandi gruppi bancari
popolari quotati. Conseguenza di ciò è un management autoreferenziale e
controlli inadeguati. Il ruolo delle fondazioni, inoltre, è in parte
giustificato dall’assenza di investitori istituzionali in Italia, ma esse non
rispondono ad alcun risparmiatore e sono soggette ad intrusioni politiche.
I potenziali conflitti di
interesse dovuto dal crescente peso assunto, tra gli azionisti delle banche, dei
loro mutuatari e dei loro utilizzatori di servizi finanziari. Il coinvolgimento
delle banche nelle difficoltà finanziarie dei grandi gruppi italiani e nelle
privatizzazioni, ha determinato la formazione di un “capitalismo senza
capitali”, alimentato anche dalla politica della Banca d’Italia fino al
2005. La centralità delle banche ha spinto poi i grandi gruppi industriali ad
entrare nelle sale dei bottoni. Si sono create distorsioni nella trasmissione
delle informazioni rilevanti delle banche e nella efficienza del mercato. Con le
cartolarizzazioni, inoltre, le banche hanno esternalizzato il rischio di
insolvenza (modello originate to distribuite) e disincentivato la trasmissione di informazioni corrette. Con
Basilea 2 le banche hanno ceduto il loro ruolo dir regolatori del mercato alle
agenzie di rating.
Il modello di regolamentazione
del mercato finanziario è inefficiente, farraginoso; é contraddittoria la
divisione delle competenze tra sei autorità, basata su modelli diversi
(soggetti, finalità), con duplicazione di costi di regolamentazione in alcune
aree e altre non sufficientemente regolamentate. Troppe normative (Tub, Tuf,
Privatizzazioni, diritto societario, tutela del risparmio), complesse e di
difficile applicazione. I problemi di governance
sono rimasti e hanno provocato scandali.
Non sono stati sufficientemente
trasferiti ai risparmiatori i vantaggi derivanti dalle economie di scala e di
scopo e dai recuperi di efficienza realizzati dal sistema bancario.
Stiamo
usando il pianeta come se non ci fosse un domani. Dobbiamo coltivare e
preservare i beni comuni, i “common”, gratuiti e condivisi,
costituiti dalla natura, dalla comunità e dalla cultura e tramandarli almeno
come li abbiamo avuti.
Il capitalismo si basa
sulla proprietà privata. Il sistema spinge i singoli ad appropriarsi dei beni
comuni quando acquistano valore e farne pagare i costi (es. l’inquinamento)
agli altri. L’ascesa delle grandi corporation ha acuito il problema in
quanto queste agiscono per il profitto con obiettivi di breve termine
esercitando un forte potere.
Si è passati dal Capitalismo 1.0, in cui c’era scarsità
di offerta, al capitalismo dell’abbondanza (2.0), in cui si cerca di far
desiderare alle persone beni di cui non hanno bisogno. Ciò ha un impatto sulla
natura, aumenta l’ineguaglianza e non rende felici le persone: i pochi ricchi
hanno consumi eccessivi e provocano degrado ambientale; non esistono meccanismi
validi per distribuire le ricchezze in modo più equo; le persone sono alla
ricerca di sempre nuovi consumi.
Lo Stato ha difficoltà a tutelare i beni comuni poiché al
tavolo della democrazia non siedono le generazioni future e gli ecosistemi; la
gente non si associa per tutelare i beni comuni. L’imposizione di tasse
“verdi” necessita la fissazione d’imperio di prezzi non equi per
l’inquinamento, espone alla logica elettorale di breve periodo. Alla fine
attraverso il meccanismo fiscale, i costi incidono maggiormente sulle persone a
basso reddito. Non abbiamo bisogno di un prezzo più alto per l’inquinamento
ma di meno inquinamento. La proprietà pubblica non garantisce una gestione a
favore delle generazioni future.
Anche la
privatizzazione, attraverso l’assegnazione a pagamento di diritti ad inquinare
che internalizza le esternalità negative, non risolve il problema, facendo
ricadere i costi sul consumatore e non garantirebbe una corretta gestione dei
beni comuni.
La soluzione è di
passare ad una nuova forma di capitalismo (3.0) in cui sono considerati anche i
beni comuni, dando rappresentanza alle generazioni future, alle vittime
dell’inquinamento e alle specie non umane. Questi
beni, infatti, dovrebbero gestiti da apposite istituzioni. Queste non
sarebbero pubbliche ma assumerebbero la veste di trust che gestirebbero i
beni per conto e nell’interesse dei beneficiari presenti e futuri, secondo
norme e responsabilità verso questi ultimi, molto rigide (similmente ad una
banca centrale), con la finalità scopo di limitare l’uso delle risorse
naturali e massimizzare l’uso di quelle immateriali (idee, cultura),
garantendone l’accesso anche alle generazioni future. Lo Stato inizialmente
assegnerebbe ai trust i common, che li gestirebbero secondo
ottiche di lungo periodo al di fuori del settore pubblico (es.: lo Stato assegna
i diritti ad inquinare al trust, che li emette sulla base della
sostenibilità ambientale del momento; col tempo questi vengono resi più scarsi
per farne aumentare il prezzo; gli introiti verrebbero assegnati al 50% ai
beneficiari, gli inquinati, e l’altro 50% alla creazione di beni pubblici). Se
ne avvantaggerebbe l’ecosistema e i consumatori, attraverso regole di mercato.
La protezione dei beni comuni avrebbe la priorità rispetto ai beni privati.
Gore
A. L’assalto alla ragione
La fiducia nel potere della ragione, nella saggezza collettiva di una
cittadinanza ben informata, sono le premesse della democrazia. L’ipotesi di
fondo di un sistema democratico è che i cittadini siano esseri umani razionali,
capaci di risolvere, attraverso il ragionamento, qualsiasi problema si presenti,
purché esista un dibattito libero e aperto che superi l’influenza delle
emozioni, dei desideri, della paura.
L’era
della stampa ha dato origine alla età della ragione; la radio prima e della
televisione poi, riescono a influenzare il comportamento individuale (la
pubblicità, ad esempio, altera l’equilibrio tra domanda e offerta). Con la
televisione l’informazione procede in un’unica direzione ed è praticamente
impossibile, per il cittadino, partecipare al dibattito pubblico. La
televisione, attraverso segnali forti ripetuti, può suscitare ansie, far
apparire una realtà distorta, disinformare, alterando il dibattito pubblico.
L’elevato costo delle campagne pubblicitarie ha accresciuto
il ruolo del danaro nel processo politico e mette a dura prova il funzionamento
della democrazia, minata dal degrado della discussione pubblica e dallo
svuotamento del mercato delle idee. Il
capitalismo, come la democrazia funziona sull’ipotesi del comportamento
razionale dell’individuo, sull’intelligenza distribuita. Se il cittadino è
informato attraverso una stampa libera e onesta, le decisioni collettive sono
corrette. Un rapporto incestuoso tra la ricchezza e il potere, porta
all’utilizzo dei mass media a fini di propaganda, per fabbricare il
consenso. La sfera economica e quella politica devono rimanere separate.
Il vuoto creato dalla ritirata della ragione dalla sfera
pubblica viene colmato dalla paura, dalla superstizione, dall’ideologia,
dall’inganno. La sopravvivenza della libertà dipende dal rispetto del
principio di legalità, di come le leggi sono scritte, interpretate e applicate.
Se il potere dell’esecutivo si allarga e controlla l’accesso
all’informazione, allora è difficile, per gli altri rami del governo,
sorvegliarne l’operato. La democrazia, basata sui pesi e i contrappesi di
potere, viene minata, diventando un governo di uomini anziché un governo delle
leggi.
Non
è necessario soltanto che i cittadini siano ben istruiti, ma che possano
comunicare efficacemente per partecipare ad un dibattito democratico, che
permetta di verificare informazioni e idee. Internet ha la capacità di
rigenerare il ruolo svolto dal popolo nella struttura del governo, per
realizzare una piattaforma della ragione.